Il processo di Verre

Part 19

Chapter 193,624 wordsPublic domain

Non degno di maggior fede, forse, è Cicerone, dove, censurando le percezioni arbitrariamente fatte, nell’esigere il _frumentum imperatum_ e specialmente il _collybus_, l’aggio sul cambio delle monete, dice che questo non potea trovar luogo, perchè in Sicilia non avea corso che una sola specie di moneta. Eppure, se v’era paese, che per la commistione de’ popoli, per la posizione, per il commercio, dovea avere, come avea, un corso di monete vario, quello era la Sicilia.

Equivoco del pari e capzioso è il ragionamento, col quale Cicerone vuole provare la colpevolezza di Verre nell’esigere il _frumentum aestimatum_. Come è noto, il pretore avea facoltà di esigere il frumento occorrente agli usi personali suoi e dei suoi dipendenti, e Verre l’avrebbe dovuto pagare, per quel che Cicerone ci dice, a quattro sesterzî il modio. Se non che, una consuetudine sorta prima a vantaggio, e poi convertita a danno de’ provinciali, ammetteva che il governatore esigesse danaro invece di frumento; e, giacchè il governatore avea diritto di esigere il frumento dove più gli piacesse, il prezzo da esigere si valutava prendendo come misura, il prezzo che il frumento avea nella città della provincia, in cui era più caro. Verre avea, in base a questa consuetudine, esatto in Sicilia, a titolo di _frumentum aestimatum_, nientemeno che tre danari a modio, cioè dodici sesterzî. Cicerone, pur cedendo alla consuetudine e non volendo attaccare Verre almeno da questo aspetto, sostiene che Verre ne abusò; giacchè in Sicilia il costo del frumento era uniforme, se non di due sesterzî a modio, come pur Verre avea scritto, tutt’al più di due sesterzî e mezzo. Verre quindi, anche a questo titolo, avea violata la legge, espilando danaro.

Ora, che al tempo di Verre il frumento avesse, per tutta la provincia, un prezzo uniforme e costante, recherà molta meraviglia; quando un’occhiata a recenti statistiche mostra come, anche a’ tempi nostri, pur con ogni facilità di approvigionamento, con i mezzi di comunicazione incomparabilmente più agevoli, si è ben lungi, nella stessa Sicilia, dall’ottenere questo prezzo uniforme[1003]; ed allora la Sicilia si distingueva sopra tutto per lo scarsissimo sviluppo di viabilità[1004]. Che, dunque, il prezzo del frumento fosse eguale in ogni punto della Sicilia, noi non lo crederemo, se anche ce lo dice Cicerone. Ma un equivoco anche maggiore è quello che vuole indurre Cicerone, quando, parlando del frumento venduto, a detta di Verre, a due sesterzî il modio, e di quello da Verre stesso fatto pagare a tre danari, non fa distinzione di tempo. Percorrendo i dati, comunque non molto abbondanti, che abbiamo sul prezzo de’ cereali nell’antichità, da nulla forse siamo tanto colpiti, come dalle variazioni affatto repentine, a cui andava soggetto; in modo che a distanza di pochi mesi è possibile veder salire il prezzo di un medimno da 4 d. 3 ob. a 7 o 10 d.[1005], ed, a più breve distanza ancora, il prezzo di un’artaba da 250 dr. a 320, 368, 384 dr.[1006]. Pure, ciò non può destarci meraviglia, se consideriamo tutti i vincoli imposti al commercio de’ cereali, i sistemi proibitivi, i monopolî, i privilegî. Gli effetti di una tale condizione di cose, sopra tutto per quanto riguarda l’artificiale rialzo del prezzo, sono stati studiati, nella stessa Italia, molte volte e da tempo[1007], e non accade di tornarvi sopra. Bastava un’incetta fatta su larga scala per far salire il prezzo sino a 16 dramme il medimno[1008]; ma, anche indipendentemente da questi casi speciali, avveniva facilmente che il grano, svilito di prezzo subito dopo il ricolto, salisse ad un prezzo assai alto in altra stagione dell’anno. In Sicilia, donde, a sola nostra notizia, senza tener conto del _frumentum aestimatum_ e de’ guadagni de’ pubblicani, tra prima e seconda decima e _frumentum emptum_, venivano prelevati, per conto di Roma, circa un milionecentotrentamila e più medimni, non era difficile che ciò avvenisse. Lo stesso Cicerone ammette senza contrasto, che appena sotto il predecessore di Verre, il prezzo del frumento era salito a cinque danari il modio[1009].

Considerando dunque l’indeterminatezza della notizia di Cicerone, basterà supporre che i due prezzi diversi de’ cereali si riferiscano a due periodi diversi e che Verre, non avendo limite di tempo fissato alla sua richiesta, l’abbia fatta in un momento dì rincaro; ed anche quest’accusa di Cicerone, sempre dal punto di vista legale, da cui egli amava mettersi, avrà perduto ogni fondamento.

[La ruina dell’agricoltura siciliana.]

Quanto ne avea l’altra accusa che Cicerone facea a Verre, di aver egli solo rovinata l’agricoltura siciliana?

Veramente, se le cifre corrispondono al vero, fa senso il vedere, in soli tre anni, ridotti i coloni di Leontini da 84 a 32, quelli di Mutyce da 187 ad 86, quelli di Herbita da 252 a 130, quelli di Agyrium, finalmente, da 250 ad 80[1010].

Ma, era proprio tutta colpa di Verre?

Non sarò io a negare i tristissimi effetti di un sistema d’imposizione, male ordinato e peggio applicato; pure è giusto rilevare che, nè questo metteva capo a Verre soltanto, nè un fatto di tanto rilievo avea la sua origine soltanto nel sistema tributario e nelle vessazioni di un governatore. Molteplici e maggiori ne erano le cause.

Se le guerre servili, due volte divampate con uno scoppio più violento, due volte erano state represse, non n’erano perciò state tolte le cause. Sotto l’azione di tutte queste cause, che la concorrenza sempre progrediente dell’Africa e dell’Egitto, rendeva ognora più disastrose, la Sicilia s’impoveriva e si spopolava. Era una crisi, incomparabilmente più duratura e più esiziale di quella che avea potuto portare alcuni secoli innanzi la coltura dell’olivo e della vite, introdotta nell’Africa[1011]. Se è vero, come Cicerone vuole, che a C. Norbano, soltanto quattordici anni prima di Verre, era riuscito agevole esigere, senza durezza e senza soverchio aggravio, quello che Verre potè esigere a costo di tanti sforzi; bisogna pure da questo dedurre che, anche in un tal numero d’anni non grande, una sensibile decadenza avea avuto luogo nell’agricoltura. Quell’incremento del lavoro servile, doppiamente insidioso alla piccola proprietà ed al benessere generale, per la concorrenza sempre più implacabile e per lo stato permanentemente malsicuro in cui teneva l’isola, conduceva ad una forma di produzione agricola, sempre più sfruttatrice e meno rimunerativa. I vincoli imposti alla libera espansione degli elementi locali, l’avida e prepotente speculazione di tutto il ceto commerciante romano, che, direttamente o indirettamente, si volgeva alla Sicilia, il prelevamento delle decime, aveano un’azione incalcolabile su tutta l’economia siciliana. La _lex Cassia Terentia_, introdotta appunto al principio dell’amministrazione di Verre, avea dovuto essere un altro colpo.

Benchè Cicerone tenga a dire il contrario, è poco probabile che il Senato nello stabilire i prezzi tenesse più conto dell’interesse de’ Siciliani che di quello dell’erario; e, in ogni modo, quest’altro prelevamento forzato non era fatto per mettere meglio in grado gli agricoltori di tentare la libera speculazione e di profittare della varia vicenda de’ prezzi. Se a tutto ciò si aggiunge il brigantaggio e specialmente la pirateria, fatta sempre più audace e molesta, si avrà ragione di sospettare che non era in tutto veritiero, nè in tutto giusto Cicerone, nell’imporre quest’altro carico, tutto, sul capo di Verre.

È strano come Cicerone, che avea tanto abbondato in altri punti, qui, volendo dimostrare la diminuzione degli agricoltori, si limiti a parlare di quattro soltanto tra le sessantotto città di Sicilia. E come mai la diminuzione sarebbe stata maggiore in questi punti, che erano pure i più fecondi? La notizia di Cicerone inoltre è monca, giacchè di due dati, che il catasto di Verre abbracciava, il numero degli agricoltori e l’estensione delle culture, ci dà notizia solo di quelli e non di questa. Nella campagna di Agrigentum, ebbe l’impressione di una grande desolazione; eppure egli non se ne può servire per dimostrare che gli agricoltori scemavano proprio sotto Verre[1012]. Occorre notare, come dallo stesso Cicerone sappiamo, che doveano esservi stati degli anni di cattivo raccolto sotto Verre e che, anzi, per superstizione, i Siciliani ne attribuivano la cagione al trafugamento della statua di Cerere[1013]. È notevole pure che i territorî di quelle quattro città, tutti della Sicilia orientale, doveano essere più facilmente preda de’ pirati, omai prepotenti, che facevano sbarchi sulle coste e si inoltravano anche talvolta nel paese per saccheggiare e incendiare le mèssi[1014]. Appiano[1015] attribuisce alla pirateria, divenuta tanto potente da interrompere ogni commercio, anche questo abbandono de’ campi. Tutto ciò ci dice già qualche cosa; ma un’altra spiegazione l’abbiamo ancora, se ci facciamo a considerare che que’ territori si trovavano precisamente in quella parte della Sicilia, ch’è anche oggi quella ove più domina il latifondo[1016]. Che anche allora la grande coltura tendesse sempre più ad ampliarsi, sia sotto forma di allargamento della proprietà, l’_ingens cupido agros continuandi_, rilevata poi da Livio[1017], che di locazione in grande, e che si riuscisse a meraviglia a sopprimere piccoli proprietarî, o piccoli affittaiuoli; ce lo dimostra il caso de’ Leontini, quale ce lo dà lo stesso Cicerone[1018]. A Leontini appunto, l’unico e grande possessore fondiario era Mnasistrato, odiato perciò stesso da’ suoi concittadini, come può essere un latifondista siciliano del giorno, che vive del tributo, della fame e della miseria de’ suoi conterranei. Chi sa dunque quanta parte, in questo stremarsi degli agricoltori, l’aveano la mala annata, i pirati e gli emuli di quello stesso Mnasistrato, che Cicerone chiama con intenzione _homo honestissimus_ e _vir optimus_.

La lettera di L. Metello[1019], che Cicerone volea mettere innanzi come il più grave atto di accusa contro Verre, ha un significato molto più largo. Essa è l’eco delle tristi condizioni dell’agricoltura, nel momento in cui era scritta; ma fa pensare ad assai più cose, che non sia la semplice amministrazione di Verre. Anche per il modo di pensare di Metello in rapporto a questo, la lettera non poteva essere rivolta contro di lui. Fors’anche Metello si schermiva verso i consoli, che, di lontano, lo incitavano a cavare dalla Sicilia quanto più potesse. Essa pare fatta per richiamare alla memoria le lettere, colle quali la Compagnia delle Indie, mentre avea l’aria d’inculcare a Warren Hastings la severa osservanza della legge, spingeva a trasgredirla insistendo sulla necessità di accrescere l’entrate. L’apologo del castaldo, che per dare maggior reddito al padrone baratta gli stessi strumenti della cultura, era di applicazione assai più generale, e Cicerone avea torto di volerlo restringere a Verre. L’incitamento, dallo stesso Metello fatto agli agricoltori siciliani, di non abbandonare le colture ed anzi di estenderle, era nelle consuetudini de’ governatori di provincia e non ha bisogno, per essere inteso, di essere messo in relazione con le vessazioni di Verre. Benchè Cicerone accenni quasi il contrario[1020], è pur vero che M. Levino fece di tutto per incoraggiare gli agricoltori ad attendere alla cultura della terra[1021], ed, anche dopo di lui, la cultura de’ campi venne promossa, perfino con la minaccia e l’applicazione de’ gastighi[1022].

La disonesta e rovinosa amministrazione frumentaria era stata, come dire, il cavallo di battaglia dell’accusa di Cicerone, ed, appena, l’allusione a’ cittadini romani, arbitrariamente messi a morte, poteva avere tanta azione su’ giudici ed anche sul popolo, quanto ne avea questo richiamo a’ loro maggiori interessi, così offesi e compromessi. Cicerone lo sapeva e vi si fermava volentieri, comprendendo che ciò avrebbe contribuito grandemente all’esito della causa.

[Le opere d’arte.]

Tutto il bottino di opere d’arte, da lui denunziato, poteva interessare, solo mediocremente, il popolo romano. Verre chiamava quel suo amore delle opere d’arte _passione_, i suoi amici lo chiamavano anche _manìa_, e a Roma, dove il senso dell’arte era ancora molto limitato, avrebbero perdonato l’una e l’altra. Cicerone, per rendere più grave la cosa, tirava fuori, da quelle ch’egli denunziava come rapine, il sacrilegio, i rapporti di Roma compromessi verso potentati stranieri. Ma anche qui era tutt’altro che disperata, dal lato giuridico, la difesa di Verre. Verre si scusava di aver comperato quelle opere d’arte, che Cicerone diceva rubate[1023] e, in verità, in varî casi, riusciva a dare una dimostrazione sufficiente di questa sua asserzione[1024]. Altre volte si trattava di statue, date a lui in virtù di esplicite deliberazioni di magistrature cittadine[1025]; ottenute qualche volta, forse, nel modo, che dice Cicerone, qualche altra, fors’anche, se non con ispontaneità di sentimento, almeno in forma spontanea. Certamente, era pericoloso quel desiderio di comperare, in mano ad un governatore; perchè quelle compere potevano anche mutarsi, e si mutavano, in un mezzo di estorsione: ma, in ogni modo, Cicerone stesso consentiva a non voler vedere, nel semplice fatto della compera, un reato. Che, del resto, molte volte Verre fosse condotto a questa razzìa di opere d’arte, più da passione che da semplice avidità, lo dimostra lo stesso fatto, tante volte ripetuto da Cicerone, del restituire che faceva gli oggetti di metallo prezioso dopo averne staccati i fregi. Col proposito, poi, di mostrare che quelle vendite si traducevano talvolta in veri ricatti, Cicerone si lasciava andare volentieri ad esagerare il valore delle opere d’arte e, chi sa? fors’anche qualche volta a travisarne la vera natura.

Il valore di molte opere d’arte, specialmente di utensili ed arredi, andava a grado a grado rinvilendo, specialmente poichè ne fu affidata la produzione al lavoro servile[1026]. E, quanto alle vantate opere d’arte di Prassitele (IV, 2, 5) di Mirone (3, 5; 43, 93) di Policleto (l. c.), di Boetho (14, 32), di Mentore (18, 38), di Silanione (57, 126); si trattava proprio degli originali, o non piuttosto di copie, cui era conveniente il prezzo assegnato? Questi baratti di copie per originali non erano proprio rari; erano anzi frequenti, anche in un periodo di più progredita conoscenza, e l’inganno riusciva a meraviglia[1027]. Dell’Eros di Prassitele e delle sue varie figurazioni noi non sappiamo tutto quello che vorremmo; ma la celebrità, che presto ottenne, ne dovette necessariamente far moltiplicare le copie. È notevole intanto che di questa statua di «Eros» posseduta da Heio, Cicerone è il solo a parlare[1028]. L’Heracles era soltanto attribuito a Mirone; e sarebbe stata la seconda delle statue del solo Heracles, attribuite a questo scultore[1029]. Anche la statua di Apollo in Agrigentum corrisponde ad un’altra della stessa divinità e dello stesso scultore, che si trovava in Efeso[1030].

Se queste ed altre statue, acquistate da Verre, erano copie semplicemente, anche le conseguenze che Cicerone voleva ricavare dal tenue prezzo, per cui erano state comperate, rimanevano ingiustificate. Di altre statue il furto era stato compiuto o tentato, anche a stare alla versione di Cicerone, da aderenti di Verre; e non era dimostrato assolutamente che l’avessero fatto per conto del governatore e non per proprio conto.

[Verre e i suoi accoliti.]

Un altro de’ punti deboli dell’accusa di Cicerone consisteva appunto in questa solidarietà, tutta congetturale e niente affatto dimostrata, di Verre e de’ suoi fautori, o dipendenti.

Occorreva tutta la parzialità di un accusatore per credere che i membri della coorte, che gli amici, che gli aderenti non avessero profittato della loro posizione per empire il sacco. Questo sistema di far risalire a Verre tutta la responsabilità de’ fatti compiuti sotto di lui, era un metodo analogo a quello, cui si attennero poi gli accusatori di Warren Hastings, e contro il quale reagisce ora un suo recente biografo, cercando di sceverare quanta parte potesse avere egli, e quanta ne avessero Sir Elias Impey e gli altri[1031].

E Verre stesso, del resto, si rendeva conto di ciò, e si doleva della responsabilità, che avrebbe finito coll’avere, di colpe non sue[1032]. Il maneggio del danaro era presso i questori: ma, mentre Cicerone, parlando di Dolabella già giudicato e condannato, volea far risalire a Verre molte delle sue colpe, tanto riputava l’opera del questore necessaria e prevalente in siffatto genere di cose; trattando invece di Verre, dimentica i questori, e, se una volta li rammenta, lo fa per iscusarli e trarli anzi fuori della causa[1033]. Eppure in altro momento, quando si era trattato di ottenere a preferenza di Q. Cecilio, il diritto di accusare, Cicerone avea ben saputo riconoscere quanta fosse la parte e quanta la responsabilità de’ questori in tutte le colpe, di cui si accagionava Verre[1034].

[Le prevaricazioni.]

Le preterizioni, le deduzioni affrettate, la congettura, sopra tutto, hanno una grandissima parte in quest’accusa di Cicerone. L’incostituzionalità di alcune parti dell’editto, molti de’ pronunziati giudiziarî e tanti altri degli atti a Verre rimproverati, potevano costituire veramente materia di quel particolare giudizio, in quanto era dimostrato che la causa determinante ne fosse stata il lucro. Ora a questa conclusione, anche volendo tener conto di quello che egli dice, Cicerone arriva per via indiretta, congetturale[1035]. Questo carattere dell’accusa è così saliente, che lo notava anche uno degli scoliasti di Cicerone[1036].

[Le benemerenze di Verre.]

Ma, oltre a tutte le scuse e le difese, che a Verre dovea riescir possibile trovar contro queste colpe e parvenze di colpe, ve n’era un’altra, che dovea contare non poco, ed era la benemerenza, ch’egli avrebbe acquistato verso lo Stato, accrescendo i proventi della Sicilia e mantenendo nell’isola la tranquillità, mantenendovi intatto il prestigio di Roma e del suo imperio e salvaguardando la sua sicurezza[1037].

A Cicerone questo pareva come spostar la questione e mutar l’indole del giudizio, portando la discussione da un campo in un altro. Ma egli sapeva benissimo che in un giudizio, in cui si richiamava, moralmente almeno, in esame tutta la vita dell’imputato, e in cui il verdetto, effetto di un lavorio tutto interno della coscienza, emanava da un concetto sintetico delle azioni, della vita, del carattere del giudicabile; un ordine di benemerenza, come quello, non solo non rimaneva indifferente, ma diveniva forse il principale coefficiente della sentenza. Gli stava bene innanzi alla mente M’. Aquillio, il vincitore della seconda guerra servile, le cui colpe anche Cicerone, altrove[1038], non qui, riconosceva come evidenti, e che a considerazioni di tal genere dovette la sua assoluzione.

Egli stesso, difendendo appresso M. Fonteio[1039] e poi L. Flacco[1040], doveva molto insistere su questo modo di difesa. Anche in tempi più recenti, Warren Hastings, benchè esplicitamente dichiarasse di volere essere condannato, se colpevole, non si astenne dall’allegare tutti i servigî da lui resi al paese, come la prova maggiore del suo carattere elevato e dell’incapacità di compiere atti disonorevoli[1041]. Così Cicerone si vide obbligato a seguire il suo avversario, anche su questo terreno, e fece del suo meglio per discreditare Verre ed ogni sua impresa in Sicilia. È noto come cercò di mostrar bugiardo il vanto de’ maggiori proventi tratti dalla Sicilia. Ora, la quiete mai disturbata in Sicilia, la compiacente liberazione di schiavi, già condannati come ribelli, la venale amministrazione della flotta, il suo annientamento, l’interesse dello Stato subordinato a’ suoi rapporti galanti, l’ingresso de’ pirati nel porto di Syracusae doveano dimostrare menzogneri anche gli altri vanti.

Anzi, tutto quanto, in questo, poteva conferire alla prova della sua venalità, dovea servire anche a rincalzare l’accusa.

Finalmente i maltrattamenti e le arbitrarie uccisioni di cittadini romani doveano finire di renderlo inviso a giudici e popolo, obbligando gli uni ad immolarlo all’ira dell’altro.

Messo su questa china, non deve far meraviglia che Cicerone sacrificasse molto della verità all’interesse della causa e, dopo, nel redigere la sua orazione, all’interesse letterario.

[La sicurezza in Sicilia.]

Lo stato della Sicilia sotto Verre non poteva essere, e non era, quello stato di assoluta pace interna ed esterna, che Cicerone ci vorrebbe far credere.

Anche dal semplice accenno, fatto innanzi, all’estendersi del latifondo, al decadere della popolazione, alla crisi economica, si può desumere che, se i Romani aveano due volte potuto spegnere nel sangue quelle rivolte servili, che aveano attratto nel loro vortice anche una parte del proletariato, non ne aveano tolto le cagioni, e il fuoco semispento covava sempre sotto le ceneri. Spartaco stesso guardava, con occhio pieno di speranza, a quella terra classica di schiavi arditi ed insofferenti. E, mentre un lievito di future rivolte fermentava, pur dissimulato, all’interno, tutti i mari intorno erano in mano de’ pirati, giunti allo stadio della loro maggiore potenza. L’onta recente di M. Antonio Cretico era ancora invendicata e, da soli quattro anni, Verre avea lasciata la Sicilia, quando i Romani dovettero pensare a rimettere insieme una flotta, che non aveano più, e dovettero conferire poteri illimitati al loro più famoso comandante per venire a capo dell’impresa.

In tali condizioni, solo una mano ferma e virile potea impedire uno scoppio immediato e il riardere di una guerra servile. Spartaco, entrato in trattative con pirati di Cilicia, avea deliberato appunto di passare in Sicilia; e, se, secondo qualcuno, il passaggio fu impedito dalla malafede de’ pirati, che, presa la mercede, non tennero i patti[1042], non è men vero (ce lo dice un autore attendibile e non remoto da que’ fatti) che Verre sorvegliò ed assicurò i lidi italiani[1043]. Questa tradizione recisa e sicura, il proposito di Spartaco di volgersi alla Sicilia, donde gli dovettero venire incitamenti ed assicurazioni di un terreno favorevole, bastano già per mostrare la parzialità dell’accusa di Cicerone[1044]; ed, a chi considera le cose da questo punto di vista, il caso degli schiavi triocalini, prima condannati e poi liberati, quelli di Aristodemo, di Apollonio, di Leonte d’Imachara, di Apollonio di Panhormus, a noi neppure ben noti in tutte le loro particolarità, perdono d’importanza sopra tutto, se intendono a dimostrare che Verre non si occupò di tener sicura la Sicilia. La grazia accordata agli schiavi di Leonida, nel momento stesso dell’esecuzione della condanna, se, a Roma, in un giudizio pronunziato da un regolare tribunale contro un cittadino, era cosa affatto sconosciuta ed illegale; in provincia, tenuto conto della speciale posizione del pretore, dell’ordine non rigoroso de’ giudizî, può non destare sorpresa, ed, in linea di fatto, è suscettibile di spiegazioni ben diverse da quelle che congetturalmente ne dava Cicerone. E quanto ad Apollonio, se Cicerone mostrava di non saper concepire, per la sua posizione, ch’egli avesse mano nelle sommosse servili; quelli, cui è noto, per lungo ordine di esempî tutto lo sviluppo del _manutengolismo_ in Sicilia, potranno vedere, in quello, un caso del genere.

[I pirati ed i provvedimenti per la flotta.]