Part 11
A tale scopo, prima di ogni altra cosa, Verre cercò mettere da parte la legge _Hieronica_, se non con l’abrogarla apertamente, coll’aggiungere varie clausole al suo editto e con l’eluderla nel campo pratico. Anzi fece in modo che il decumano poteva trovarsi in una condizione privilegiata, mettendosi senz’altro in possesso della quantità di frumento che a sè credeva dovuta e lasciando all’agricoltore il compito di farsi attore in giudizio e ripetere quanto gli fosse stato tolto contro ragione. Tanto l’agricoltore era obbligato a dare al decumano, quanto costui diceva che gli fosse dovuto a titolo di decima[483]. Con tali innovazioni, tra le altre cose, anche l’onere della prova ricadeva sull’agricoltore, e, sotto ogni rapporto, la sua posizione diveniva meno favorevole. Seguiva a questa, è vero, un’altra disposizione, per la quale, a giudizio finito, il decumano doveva restituire otto volte quello che arbitrariamente avesse preso, e l’agricoltore quattro volte quello che ingiustamente avesse negato di dare[484]. Ma queste sanzioni legali, dice Cicerone, divenivano un’irrisione, perchè i giudici e i _recuperatores_ non erano presi, secondo la legge, dal _conventus_[485], bensì dalla coorte di Verre, ed erano satelliti di costui, complici de’ complici suoi. E infatti, a dire di Cicerone, non solo nessuno di questi giudizî era stato mai risoluto a favore di qualche agricoltore, ma non v’era stato neppure uno che ne avesse tentata la sorte[486]. E l’editto proseguiva per questa via, arricchendosi di altre clausole, quali ironiche, quasi, per gli agricoltori, quali fatte per rendere ancora più difficile la loro posizione. Si promettevano per esempio i _recuperatores_, ma solo nel caso che l’uno e l’altro de’ litiganti li volessero[487]; e l’uno de’ litiganti, che solitamente avrebbe dovuto essere Apronio, certamente non li voleva. S’imponeva agli agricoltori di fare la dichiarazione dell’estensione di campi da essi coltivati, per trar motivo di altre molestie dalla inosservanza o dalla pretesa violazione di questa parte dell’editto[488]. Si dava facoltà al decumano di scegliersi la sede del giudizio, obbligando l’agricoltore a dare, dove quello volesse, sicurtà di comparire in giudizio[489]; e, per gente aliena dalle controversie, trattenuta dal genere stesso delle sue occupazioni nella propria città, può immaginarsi quanto ciò riescisse molesto. Quasi che non fosse stato già abbastanza aver concesso al decumano di impossessarsi della quantità che a lui piaceva; si ordinava al magistrato siculo di mettere in esecuzione questo privilegio, già accordato al decumano[490]. Altre volte si trattava di aggiunte escogitate per una particolare persona, per un caso particolare, per togliere ogni via di scampo, che la legge o l’editto avesse ancora potuto lasciare. Tale per esempio era stata la disposizione che metteva la scelta del luogo del giudizio nelle mani del decumano; tali furono quelle sulla rimozione e sul trasporto del frumento al mare. Un cavaliere romano Q. Septicio — i Siciliani erano per necessità più ossequenti — non volea saperne di venire a patti con i decumani: opportunamente viene l’editto ad imporre che, prima d’essersi accordato co’ decumani, non si può portar via il frumento dall’aia. Q. Septicio cede più al dispetto che all’interesse e gli piace meglio veder marcire il frumento, sotto la pioggia, nell’aia, che non vederlo finire ne’ granai di Apronio e di Verre; allora ecco un’altra volta l’editto, che impone ad ognuno di trasportare al mare le decime a tutto il mese di Agosto[491]. Che fare? Dove volgersi? Erano gli ultimi colpi di Verre, i provvedimenti presi nel terzo anno del suo governo, a raccolta già fatta, per dare l’ultima mano, gli ultimi ritocchi all’editto e scagliarli, come la freccia del Parto, alla Sicilia che stava per abbandonare[492].
E tutti questi editti dovevano essere le armi per colpire infallibilmente la preda, in mano a’ suoi servi stessi, che egli avea sguinzagliati, nuovo genere di decumani, per tutti i campi e le città di Sicilia. Mossi dall’avidità, fatti securi ed anche audaci, più che dalla protezione, dalla complicità del governatore, essi scorrevano la regione, come paese di conquista; ed in testa a tutti Apronio, un altro Timarchide, il compagno indivisibile e l’uguale di Verre, il consorte de’ conviti, il fido Acate del pretore, che niente avea integro e sano, nemmeno il fiato. Così Verre, quello che altri aveano seminato e mietuto ne’ campi, mieteva e raccoglieva sulle aie.
[Le angherie degli agricoltori.]
Apronio vuole che Nymphone di Centoripae non abbia sinceramente denunziate le estensioni da lui coltivate; e l’uno e l’altro vanno in giudizio. Che sentenza verrà mai fuori da _recuperatores_ come il medico Cornelio, quello stesso Artemidoro che aiutò già Verre a spogliare il tempio di Diana di Pergae, e l’aruspice Volusio e il banditore Valerio? Un provvedimento semplice, ma tale che toglierà a Nymphone per l’avvenire, non si dice il desiderio di litigare, ma fino il modo di coltivare ancora la terra. Se Nymphone ha mentito, occorre che paghi, e paghi tanto frumento, quanto ne ha nelle sue aie. In tal modo Apronio, in luogo della decima, ha settemila medimni di grano, e Nymphone si rifugia a Roma aspettando, se verrà, la tarda giustizia[493].
Xenone Menaeno è avvolto nella stessa briga: ma i fondi non sono suoi, son di sua moglie; ed egli confida nel suo difensore M. Cossuzio, confida nella sua causa, malgrado tutto, malgrado quella singolare specie di _recuperatores_. Se non che Verre ha ancora qualche cosa in serbo per lui. Non teme il giudizio e la condanna? forse non sarà altrettanto delle verghe; e infatti, a quella minaccia, egli si arrende e paga a’ decumani tanto quanto si chiede da lui[494].
In verità questa delle battiture, o minacciate o date, era un sistema infallibile. Polemarco di Murgentia, che su cinquanta iugeri non voleva dare settecento medimni di decima, chiamato nella stanza da letto di Verre e preso a pugni ed a calci, finisce per darne mille[495]. Lo stesso trattamento doma ogni spirito ribelle in Eubulida Grospo di Centoripae, ed egli si placa e dà tutto quello che si vuole[496]. Sostrato, Numenio e Nymphodoro della stessa città fuggono, non volendo dare per decima più di quanto avean raccolto. Apronio invade i loro poderi, mettendoli a sacco ed a ruba, e, quando Nymphodoro va ad Aetna a pregarlo per ottenere la restituzione del suo, lo fa sospendere all’olivo selvatico, ch’è nel fòro, tenendovelo così, finchè gli garba[497].
Nè solo con i Siciliani, per la condizione loro, più esposti alle offese, ma con gli stessi cittadini romani si trattava così. C. Matrinio, cavaliere romano, è tenuto per due giorni a Leontini prigione e digiuno[498]. Q. Lollio, a cui l’esempio di C. Matrinio e l’età di novant’anni non hanno tolta ogni velleità di resistenza, è portato innanzi ad Apronio ad Aetna, mentre, come di consueto, banchettava nel fòro, e, lì stesso, in pubblico, è schernito, dileggiato da’ convitati, sin che non si arrende a’ patti che Apronio gl’impone[499].
A Leontini dove la moglie di C. Cassio, dell’ordine senatorio, avea molte colture, i decumani portarono via tutto il ricolto[500].
[Le città e il riscatto delle decime.]
Ciò co’ privati; rispetto alle città poi sarebbe stata escogitata un’altra serie di espedienti, che menava a lucri più sicuri anche e più pingui.
Usando di frequente le città siciliane riscattare il tributo, col prendere esse stesse le decime in appalto; entrava a licitare contro quelle uno de’ soliti satelliti di Verre. Ne seguiva allora facilmente che l’appalto restasse a costoro, e, sia che gli avversarî, disanimati, recedessero dalla gara, sia che, insistendovi, obbligassero quelli ad assumere l’appalto ad alta ragione, in ogni caso non mancava loro materia ingente di lucri. Infatti, nel primo caso, l’utile veniva dalla bassa ragione dell’appalto; nel secondo caso, le vessazioni, fatte con ogni sicurezza agli agricoltori, li compensavano del prezzo dell’appalto ed assicuravano loro un guadagno non lieve. Oltre di che, assai di sovente, le città stesse erano costrette a prendere in subappalto le decime dall’appaltatore con grave loro danno.
Delle decime, dovute da Agyrium, era divenuto appaltatore Apronio; e venne ad Agyrium, preceduto da minacce e dagli uscieri stessi del governatore, promettendo d’altra parte d’andar via subito e senza far piati, se gli fosse assicurato un lucro conveniente. Ma gli Agyrinensi credevano di non doverlo temere, e di non doverlo placare; ed ecco i loro magistrati ed i loro cinque primarî chiamati a Syracusae, per rispondere di violazione dell’editto del pretore. L’accusa era vaga e perciò stesso insidiosa; giudici i soliti: Artemidoro il medico, il pittore Tlepolemo ed altri simili; pure niente spaventava gli Agyrinensi, e restavano duri perfino di fronte all’offerta mediazione di Timarchide, che, insieme, gl’invitava a transigere e faceva loro balenare innanzi agli occhi l’ingente condanna. Ma, quando intesero dallo stesso pretore la minaccia di essere fustigati sino a morirne, piangendo, si arresero, promettendo di voler dare ogni loro cosa; e poterono dire di essersela cavata a buon mercato riscattando le decime e dando ad Apronio, a titolo di lucro, trentatremila medimni di frumento, un sesterzio a medimno per l’esame del frumento e trentamila altri sesterzî, come lucro, per le decime dell’orzo[501]. Allo stesso trattamento fu soggetta Herbita per tre anni. Nel primo anno furono costretti gli Herbitensi a dare trentottomila ed ottocento modii di frumento, a titolo di lucro, ad Atidio, uno de’ noti satelliti di Verre, che aveva preso in appalto le decime di quella città per soli diciottomila modii[502]. L’anno appresso, nella stessa maniera, furono obbligati a dare, sempre a titolo di lucro, ventun mila modii di grano e duemila sesterzî di giunta ad Apronio, che aveva preso l’appalto per venticinquemila modii di frumento[503]. Nel terzo anno finalmente, al modo stesso delle città asiatiche, destinate a fornire di ornamenti le varie mogli del gran re, Herbita fu chiamata a dare un tributo a Pipa e Terzia, le due vezzose amanti di Verre. Escrione, il marito putativo di Pipa, e Docimo, il marito compiacente di Terzia, divennero gli appaltatori, il primo della decima di frumento ed il secondo della decima dell’orzo. Nella gara Escrione avea portato l’appalto ad ottomila cinquecento medimni, una ragione così alta che Verre la ridusse a settemila cinquecento. Gli Herbitensi intanto, trattando da Siciliani a Siciliani, non temevano nè l’uno nè l’altro. Tratti allora in giudizio a Syracusae, sono obbligati a dare ad Escrione i seicento medimni, scemati da Verre all’appalto, e a Docimo dodicimila sesterzî[504]. Altri seicento medimni di frumento furono fatti guadagnare allo stesso Docimo sulla decima di Aceste, costretta a prenderle in subappalto da lui[505]. I Liparensi, le cui decime, povere e scarse, erano state affittate ad A. Valenzio, l’interprete di Verre, furono costretti a riscattarle da lui, pagando in più trentamila sesterzî[506].
I Tissensi, in ugual modo, furono costretti a dare a Diogneto, servo del tempio di Venere, pubblicano di nuovo conio, ventunmila sesterzî nel secondo anno e duemila modii di frumento nel terzo; a Diogneto, che, per la sua qualità e la povertà sua, non poteva essere, come vuole Cicerone, che un prestanome di Verre[507].
Addette le decime di Amestratum a M. Cesio ad un’alta ragione, Eraclio, uno de’ legati, fu obbligato, senza mandato del suo senato e senz’altro, a riscattarle con la perdita di ventiduemila sesterzî[508]. La stessa città dovette dare altro denaro a Sesto Vennonio, nel secondo anno, con lo stesso pretesto. Appresso, aggiudicate le decime a Bariobale, un altro servo del tempio di Venere, per ottocento medimni di grano, gli Amestratini furono costretti a riscattarle, dando un lucro di ottocentocinquanta medimni e millecinquecento sesterzî, un lucro maggiore dello stesso prezzo di appalto[509]. I Petrini furono obbligati a dare cinquantaduemila sesterzî di lucro a P. Nevio Turpione su di un appalto di tremila medimni, equivalenti a quarantacinquemila sesterzî, presso a poco[510]. Halycia, dove solo gl’inquilini e non i cittadini pagano, dovè dare allo stesso Nevio quindicimila sesterzî di lucro per una decima di cento medimni[511]. A Segesta, dove era decumano un altro servo di Venere, Symmaco, gli agricoltori, contro ogni norma di legge, sono obbligati a dare sicurtà di stare in giudizio fuori del loro fòro; Diocle Phime di Panhormus, che avea in fitto in quel territorio un podere per seimila sesterzî, fu obbligato a pagare, per decime, sedicimila sesterzî e seicentocinquantaquattro medimni di frumento, non senza una giunta di battiture; lo stesso C. Anneo Brocco senatore fu obbligato a dare danaro e frumento[512]. Per le decime di Thermae un tal Venuleio, concorrente a posticcio, vinse nella gara il legato della città, che voleva aggiudicarsele, portandole sino ad ottomila medimni; e, perchè non andasse sul posto, la città stessa si vide obbligata a dargli settemila modii di frumento e duemila sesterzî[513]. Gli Imacarensi, dopo essere stati ridotti allo stremo, dovettero dare ad Apronio ventimila sesterzî[514]. Gli Hennensi, dopo che le loro decime furono appaltate per ottomila duecento medimni, dovettero darne ad Apronio altri tremila con duemila sesterzî per giunta[515]. I Calactini furono obbligati a dare a M. Cesio in Amestratum le decime, date per lo innanzi sempre nella loro città, anche sotto Verre nel biennio precedente[516]. I Mutycensi furono così vessati da Theomnasto Syracusano, che, per dare le seconde decime, dovettero comperare ii frumento; nè ciò accadde ad essi soltanto[517]. Gli Hyblei finirono col pagare per decima al decumano Cn. Sergio sei volte quello che aveano seminato[518]. Altre simili soperchierie furono fatte a’ Menaeni[519], agli Agrigentini, agli Entellini, agli Heracleensi, a’ Soluntini, a’ Catinensi, a’ Tyndaritani, a’ Cephaloeditani, agli Haluntini, agli Apolloniensi, agli Enguini, a’ Capitini, agli Innensi, a’ Murgentini, agli Assorini, agli Helorini, a’ Ietini, a’ Cetarini, agli Scherini, a tutte insomma le città siciliane[520]. Ad Aetna, ove insieme banchettava nel fòro e smungeva e sberteggiava gli agricoltori, Apronio trasse un lucro di cinquantamila sesterzî[521]. A Leontini lo stesso Apronio, su di un’estensione coltivata di trentamila jugeri, prese in appalto le decime per trentaseimila medimni, in concorrenza di Q. Minucio, che voleva assumerla ad una ragione di cinquemila medimni di più; e, prelevando tre decime invece di una, poi tre cinquantesimi e poi ancora, per ogni medimno, uno o due sesterzî, giunse a fare un guadagno di quattrocentomila modii all’incirca[522].
[Le compere di frumento.]
Altra occasione di lucri fornì il _frumentum imperatum_, quello cioè che, come si è detto, giusta la legge _Terentia Cassia_, i Siciliani erano obbligati a vendere alla repubblica per un prezzo imposto, ed il _frumentum aestimatum_, quello cioè dovuto per i bisogni del governatore e del suo seguito.
Per l’acquisto del _frumentum imperatum_, Verre ebbe dalla repubblica circa dodici milioni di sesterzî, più precisamente, undici milioni e settecentomila sesterzî: nove milioni per comperare dalle città decumane, a tre sesterzî il modio, tre milioni di modii, quantità equivalente alla decima già contribuita, e due milioni ottocentomila sesterzî per comperare, indistintamente da tutte le città, ottocentomila modii di grano, a tre sesterzî e mezzo il modio[523]. Questo danaro dovea essergli versato dalla società de’ pubblicani di Sicilia, e Verre cominciò dal lasciarlo nelle loro casse, esigendo, non senza loro lamento, un interesse del due per cento al mese[524]; poi, nell’esazione del frumento, rifiutò, quasi non fosse buono, il frumento di molte città, come di Halaesa, Thermae, Cephaloedium, Amestratum, Tyndaris, Herbita ed altre, e, non dando nulla di quanto loro doveva, o le obbligò a comperare il frumento di Apronio, o altrimenti esigette, per ogni medimno, il massimo prezzo corrente, quindici sesterzî[525]; da alcune città, come Centoripae, Agrigentum ed altre, prese il frumento e pagò il denaro, ma facendo notevoli detrazioni per l’esame del grano, per il _collybum_, il cambio delle monete, e per il così detto _cerarium_, onde veniva un diritto del quattro per cento a favore _dello scriba_[526]. Considerando tali detrazioni, l’interesse carpito e i diciotto o ventun sesterzî avuti dallo Stato per ogni medimno e ritenuti, si ha che i lucri ascendevano ad una cifra assai forte. Oltre di che Verre, o la sua coorte, avea modo così di mettere in commercio il frumento arbitrariamente ed indebitamente esatto nella percezione delle prime decime[527].
Quanto al _frumentum aestimatum_, il senato avea assegnato a Verre quattro sesterzî a modio per comperare il grano e due per comperare l’orzo[528]. Avuto riguardo al prezzo del frumento, secondo ci dice Cicerone, allora assai basso, di due, o al più, di tre sesterzî al modio, Verre seguendo una consuetudine invalsa, avrebbe potuto ritenere il denaro, astenendosi dal comperare il frumento[529]. Servendo questo _frumentum aestimatum_ al vitto del pretore e de’ suoi dipendenti, per uso, se non per legge, il governatore era divenuto arbitro dell’acquistarlo oppur no, dell’esigerlo in genere o in denaro, del richiederlo in un luogo, piuttosto che in un altro, della sua provincia. La composizione, che ne potea seguire tra agricoltori e governatore, quando non era fatta con sistema assolutamente leonino, potea riuscire anche a vantaggio de’ provinciali, esimendoli dalle noie di trasporti in luoghi lontani, dalle molestie di privarsi del grano, che avevano bisogno d’impiegare in uso proprio o di ritenere, per venderlo in tempi più propizî[530]. Verre si dispensò dal percepire il frumento, ma, invece di esigerne l’equivalente al prezzo corrente di due o tre sesterzî a modio, fece tutto un coacervo dell’orzo e del grano, che avea diritto di esigere, e stabilì, per ogni modio, un prezzo di tre denari, cioè dodici sesterzî, e per conseguenza ritenne i quattro sesterzî a modio, a lui assegnati dal Senato, e per giunta ne esigette altri otto[531]. Cosa affatto ingiustificata, secondo Cicerone; giacchè, nè le spese di trasporto potevano portare a quel prezzo, nè il costo del grano variava da una città ad un’altra di Sicilia[532]. Tutto questo danaro, che Verre veniva così accumulando, serviva, massimamente, a realizzare nella vita quel suo sogno di lusso e di piacere, che era come la mèta di ogni suo desiderio; una vita di dominio e di godimento, allietata da tutti i diletti de’ sensi, menata innanzi, giorno per giorno, in conspetto di quanto più potesse allegrare la vista, in ville e palagi magnifici e splendidamente ornati[533].
[La caccia alle opere d’arte.]
Per la moda incalzante, pel senso dell’arte, che la coltura greca progrediente rendeva sempre più vivo, le opere d’arte di fattura greca, se anche non completamente apprezzate, doveano costituire una delle maggiori, se non la maggiore attrattiva; e l’averne quanto più fosse possibile, l’avere le più belle, per Verre, più che una passione, più che una tendenza irresistibile, costituiva una vera manìa[534], la quale in un paese di coltura greca, come la Sicilia, potea trovare il suo massimo sfogo[535]. Egli vi avrebbe fatta, secondo Cicerone, una vera razzìa. Dovunque arrivavano i suoi occhi, arrivavano le mani; e per vedere, anzi per fiutare più da lontano e per prendere, gli stavano alle costole Tlepolemo e Jerone, i due fratelli; i due cani di Cibyra, a cui nulla sfuggiva, fuori di quello che a loro convenisse non vedere[536].
Così il suo accusatore potea dire, intendendo dare alle parole il loro pretto significato letterale, che non vi era gemma, vaso prezioso, statua, arnese fatto d’oro o d’avorio, dipinto od arazzo, che egli avesse veduto e non avesse preso, pagandoli molte volte a prezzi vilissimi, tanto per salvare le apparenze e mostrare di aver comperato. Si era venuto a tale che, per possedere ancora tutti questi oggetti artistici e di pregio, bisognava possederli clandestinamente. Guai a metterli sotto i suoi occhi in un convito, in una festa, nell’ospitarlo; il giorno appresso essi partivano, seguendo l’ospite[537]. Già una cosa di tal genere era stato il pomo della discordia tra lui e Stenio: ma quello, nell’accusa di Cicerone, non era destinato ad essere che un piccolo episodio di tutto un sistema. Ospite di Q. Heio di Messana, Verre l’obbliga a vendergli per seimila e cinquecento sesterzî tutto quanto formava l’ornamento e il decoro del suo sacrario domestico: un Cupido di Prassitele, uguale a quello famoso di Tespi, un Ercole di Myrone, due canefore di Policleto[538]. Queste apparivano comprate: per alcune stoffe attaliche, intessute d’oro, non occorse nemmeno questa finzione. Semplicemente, spedite ad Agrigentum, per ordine di Verre, trovarono la via dell’andata, mai più invece quella del ritorno[539].
Ad Aristone di Palermo, a Cratippo di Tyndaris, a Phylarco di Centoripae estorse alcune splendide collane; nè l’averle nascoste riuscì a quest’ultimo di giovamento per salvarle[540]. Pamphilo di Lilybaeum perdette nello stesso modo un’anfora (_hydria_) d’argento, lavorata da Boetho di Calcedonia, splendida per fattura e preziosa per qualità di materia; e salvò due sue coppe lavorate a rilievo, a stento, intendendosi co’ cani di Cibyra e rimettendovi mille sesterzi[541]. Diocle il genero di lui, anche di Lilybaeum, dovette pentirsi di far delle mostre, perchè Verre gli portò via tutti i vasi d’argento, così come li avea esposti sulla mensola, facendo, come al solito, mostra di pagarli[542]. Da M. Celio, cavaliere romano, prese quel che volle; da C. Cacurio tutta la sua suppellettile; da Q. Lutazio Diodoro, cittadino romano per beneficio di Q. Catulo, una magnifica e grande tavola di cedro. Con Apollonio di Drepanum, figlio di Nicone, chiamato poi, dopo l’acquisto della cittadinanza, A. Clodio, prima saccheggiò i beni de’ pupilli affidati alle cure di lui, e poi lo spogliò di tutto l’argento lavorato. Da un altro pupillo, Heio, posto sotto la tutela di C. Marcello, portò via quantità di denaro e nappi di fine lavoro. Da Lysone, uno de’ primarî di Lilybaeum, portò via una statua di Apollo, per un prezzo irrisorio di mille sesterzî[543].
Diodoro di Malta, anch’esso dimorante a Lilybaeum, possiede molti vasi di fine lavoro, e, tra gli altri, alcuni nappi, lavoro di Mentore, il famoso cesellatore, chiamati _tericlei_ dalla forma, che il vasaio Tericle dette primo ad essi. Verre non sa starne senza, e manda per averli, nè sa privarsene Diodoro. Così, tra i due, comincia una vera scherma per depredare e non essere depredato. Non sono a Lilybaeum; sono a Malta? Verre manda anche colà. Ma prima di Verre, ha mandato anche Diodoro a Malta, e fa che i vasi non si trovino. Così il giuoco continua, ma Diodoro sta per uscirne con un’accusa capitale, da cui lo scampano solo l’intervento del padre di Verre e l’essere Verre ancora novizio: si era al primo anno della sua propretura. Pure la cosa costa a Diodoro un volontario esilio di tre anni[544].
Più fortunato fu invece con L. Curidio e con Gn. Calidio, a cui l’essere figlio di senatore non giovò a salvare certi suoi bicchieri di argento (_eculei_)[545]. A L. Papirio, cavaliere romano, tolse semplicemente il fregio dell’incensiere, restituendogli il resto, quasi fosse vago non del metallo, ma del lavoro; e così del resto fece con molti altri; che in ogni casa, si può dire v’erano arredi, specialmente sacri, con qualcuno di questi fregi attaccati[546].
Ne fecero esperienza, fra gli altri, Cn. Pompeo di Tyndaris, già, prima di essere cittadino romano, chiamato Philone; Eupolemo di Calactae ed altri. Eschilo e Trasone di Tyndaris, Nymphodoro di Agrigentum, intanto, vi rimisero, oltre al fregio, anche gli arredi, un incensiere, una tazza, un vaso (_patella_)[547].