Part 10
Similmente tutte le leggi riflettenti l’ordinamento giudiziario in Sicilia e l’autorità chiamata a giudicare ne’ vari casi di controversie sorte tra Siciliani e Siciliani o tra privati e città, o tra Siciliani e cittadini romani, o tra agricoltori e decumani od in altri casi ancora, erano, come Cicerone vuole[448], completamente eluse da Verre, mercè una pena comminata nel suo editto a chi indebitamente si attribuisse la funzione di giudicare. Una tale minaccia, pendente, come la spada di Damocle, su chiunque si accingesse a giudicare, facea sì che, pur restando ferme astrattamente le norme di rito giudiziario, in realtà tutto si facea a posta di Verre; giacchè o il giudice designato cedeva il campo, o giudicava, ma senza libertà di coscienza. E, nella massima parte de’ casi, il posto che avrebbero dovuto avere giudici tratti dal _conventus_ e dai _negotiatores_, lo prendeva la coorte, e qual coorte! di Verre.
La violazione di queste forme era della massima conseguenza, perchè la loro eliminazione, specie se fatta a disegno, privava di ogni garanzia i litiganti; e Cicerone tende appunto a dimostrare con varî esempi i fatti ed il motivo di essi.
[L’eredità di Eraclio Siracusano.]
Eraclio siracusano[449], già ricco del suo, ha da un altro parente, anch’esso di nome Eraclio, un’eredità di circa tre milioni di sesterzi e con essi una casa ben fornita di stoviglie di argento e di tappeti e di schiavi. La cosa è, come dire, l’avvenimento del giorno e tutti ne parlano. Verre non solo lo sa per sentita dire, ma vi è chi richiama la sua attenzione e gli fa vedere l’agevolezza di entrare come coerede dell’erede. Cleomene ed Escrione, i due mariti compiacenti, Theomnasto, Dionisodoro, gli stanno all’orecchio; Eraclio è vecchio, poco svelto; di protettori altri non ha che Marcello, e Marcello è a Roma: che più? Pel testamento egli ha l’obbligo di ergere statue nella palestra, e, se anche egli ve l’abbia poste, ciò può esser tal rampino da tirar appresso l’eredità ed il resto. E Verre non se lo lascia dire la terza volta; la cosa gli piace e, detto fatto, i palestriti indicono ad Eraclio la causa. Viene il giorno assegnato, ma Eraclio invoca il beneficio del termine che gli viene dalla legge Rupilia e che gli concede trenta giorni. Verre si rassegna, ma dopo i trenta giorni la causa di Eraclio ricomparisce con precedenza su tutte le altre, rinviata per l’occasione: e si è già al sorteggio; almeno Verre fa le viste di farlo. Se non che gli attori in giudizio chiedono che scelga egli cinque giudici da quelle città che convengono a quel fòro pe’ giudizi. Eraclio, ed i suoi avvocati con lui, chiedono che si faccia il sorteggio, quale la legge Rupilia vuole; ma invano: cinque giudici sono scelti a piacere, senza sorteggio, senza facoltà di ricusazione, senza alcuna norma prestabilita, e la causa è rinviata al giorno appresso. Che scampo resta ormai ad Eraclio? Nessuno fuori che quello de’ deboli, la fuga. Solo la sua contumacia potea riuscirgli di qualche aiuto, rendendo più odiosa la grave condanna, l’assegnazione non legale de’ giudici e il resto, e quella notte stessa Eraclio lascia Syracusae. Il giorno del giudizio è venuto, e, poichè è giorno di raccolta, questa volta Verre si è levato di buon mattino per metter mano alla messe. Eraclio è assente? Che importa? ed incita i giudici a condannarlo, ma questi stessi, un po’ più peritosi di lui, ottengono che si rimetta la cosa all’ora decima; poi lo stesso Verre ha qualche esitazione, e, ritornando su’ suoi passi, scarta i cinque giudici scelti e, ritornando alla legge Rupilia, trae a sorte tre giudici. Ma è tutta una lustra; in fatto, questi han l’ordine di condannare e condannano. E quale condanna! Non solo Eraclio perde l’eredità di tre milioni, ma quello che il testatore, indipendentemente dal testamento, gli aveva dato prima di morire; persino quello che gli era venuto dal padre. La sua casa è addirittura messa a sacco, e l’argento scolpito, i vasi corinti, i tappeti, il meglio degli schiavi prendono la via della casa di Verre. E quando i Siracusani rendono conto in Senato di questi beni di Eraclio e si svolge la lista delle tazze d’argento, delle anfore, de’ tappeti, degli schiavi dati a Verre, un senso di segreto dolore serpe tra gli uditori: pur si contengono. Ma quando in un sol capo fu detto che per ordine di Verre si erano dati trecentomila sesterzi, il malcontento, appena contenuto, proruppe in modo che Verre, sgomento, non seppe far di meglio che riversare la colpa sul genero, il quale alla sua volta e con isdegno, respinse l’accusa, e poco appresso lasciò il suocero e la Sicilia. In ogni modo Verre credette uscire d’impaccio, e, quel che è più, i trecentomila sesterzî, usciti così dalla porta, rientrarono per la finestra.
[L’eredità di Epicrate.]
E l’esempio, com’era da attendere, faceva scuola. Muore un parente d’Epicrate[450], il maggior proprietario di Bidi, ed ecco i nemici suoi già pronti a rinnovare con lui il giuoco così ben riuscito con Eraclio. Ottantamila sesterzi sono versati a Volcazio, come prezzo degli accordi presi col pretore, e i palestriti di Bidi, al modo stesso di quelli di Syracusae, son pronti ad intentare la causa. Ad uguale attacco uguale difesa; ma Epicrate è più pronto di Eraclio, e fugge a Reggio prima ancora d’esser tratto in giudizio, così che sventa quasi con la sua fuga la trama che gli era stata tesa. I suoi avversarî, i palestriti, rischiano questa volta di fare come i pifferi di montagna e lo seguitano a Reggio per patteggiare con lui ed uscire almeno senza danno dall’impresa abortita. Se non che Epicrate si sente al sicuro e li respinge e non li ascolta. Il caso va di bocca in bocca e se ne parla tanto che Verre è obbligato ad occuparsene direttamente ed a far rendere da Volcazio a’ Bidini la mancia pagata. Ma anche questa volta si trattava di una lustra: infatti non solo non allontana da sè Volcazio, il corrotto, e non punisce i corruttori; ma fa in modo che la causa si rinnovi in altro modo e con sorte anche peggiore. I Bidini chiedono di nuovo l’eredità, poichè sanno che Verre farà dritto alla domanda anche contro l’assente, i procuratori di Epicrate chiedono che la causa si svolga secondo le leggi patrie, o secondo la legge Rupilia. Nell’imbarazzo della risposta gli avversarî dicono dolosa la fuga di Epicrate e chiedono di essere immessi nel possesso de’ beni; ma, come ottenere tutto ciò, se gli amici di lui, che non doveva nulla ad alcuno, sono là pronti a dare ogni più ampia malleveria? Allora, come pensiero rampolla da pensiero, in quella nuova contesa dell’agnello e del lupo, viene fuori un altro addebito, quasi che Epicrate avesse falsificato atti pubblici. Gli amici di lui resistono ancora, chiedono che la causa non venga fatta contro l’assente; invocano le leggi patrie, e quando si accorgono che è vana ogni resistenza o difesa, abbandonano la causa e Verre immette i Bidini in possesso de’ beni di Epicrate; non solo di quelli di cui era contesa, ma de’ suoi propri che ascendevano ad un milione e cinquecentomila sesterzî. E di questo genere di ricatti giudiziarî Cicerone non ne addebita a Verre uno o due soltanto: per estorquere denaro (100000 o 400000 sesterzi?) ad Eraclio di Centoripae[451], rescinde giudicati, gl’interdice l’accesso al senato e ad ogni luogo pubblico, lo mette a dirittura fuori della legge; proclamando altamente che non punirebbe qualunque violenza a lui fatta, e ad ogni domanda farebbe diritto che venisse proposta contro di lui.
Veramente, a quanto dice Cicerone, i giudicati aveano per Verre un valore molto relativo.
[La condanna di Sopatro di Halycia]
Sopatro di Halycia[452], già giudicato da C. Sacerdote, veniva ora chiamato nuovamente in giudizio capitale innanzi a Verre per la stessa accusa da cui era stato assolto. Sicura gli pareva la cosa; pure Timarchide sa circonvenirlo e carpirgli ottantamila sesterzî; ma, dopo un po’ di tempo, gli sembrano pochi, e la causa è rinviata, ed intanto egli torna per avere altro danaro. Il giudice si metteva all’incanto, ed i suoi avversari erano disposti a pagare di più. Gli amici sconsigliano Eraclio dal dare di più; con maggiore impulso ancora lo sconsiglia il suo modesto stato di fortuna; egli dunque tien duro; infine vi sono de’ giudici a Syracusae! E v’erano proprio i giudici, che l’avevano assolto la prima volta. Ma è ingenuo far questi calcoli con Verre. Quando l’udienza sta per aprirsi ed i giudici convengono numerosi, e tra essi quelli sperati da Sopatro; Verre ordina a M. Petilio, cavaliere romano, di attendere alle cause private, ed una obbiezione di Petilio è occasione per fare allontanare tutti gli altri e far restare Verre solo a giudicare con la sua banda.
Q. Minucio, cavaliere romano, difensore di Sopatro, ha per un momento ancora l’illusione che la causa venga rinviata; e, quando n’è disilluso, abbandona l’udienza. Verre cerca trattenerlo; è in furia poichè non vi riesce, ed esita; quando una parolina, susurrata al suo orecchio da Timarchide, lo rimette in carreggiata, e si riprende, e fa sfilare a tamburo battente i testimoni e chiude il dibattimento e condanna.
Che quando poi, alla speranza del lucro, si aggiungevano l’ira, il dispetto, l’amor proprio offeso; allora i giudizî sotto Verre assumevano una forma anche peggiore; come fu il caso di Stenio[453].
[Il caso di Stenio da Thermae.]
Stenio di Thermae era, a quanto dice Cicerone, uno degli uomini più ragguardevoli che allora contasse la Sicilia. Onorato di tutte le cariche pubbliche del suo paese, le aveva esercitate assai onorevolmente; avea con munificenza singolare ornata la sua città, ottenendone da essa pubblici attestati, ed aveva saputo acquistare considerazione ed amicizia presso i principali uomini che al suo tempo fossero a Roma, da C. Mario a Cn. Pompeo. Amante, come tanti Siciliani, delle opere d’arte, sia per soddisfare questa tendenza, assai viva in paesi di coltura greca, che per compire con maggior splendore i suoi doveri di ospitalità verso tanti ospiti illustri, avea ornata con la maggior magnificenza la sua casa della più elegante suppellettile di bronzo di Delo e di Corinto, di pitture, di vasellame d’argento; tutte cose messe insieme sin dall’adolescenza, mentre era in Asia. Tra gli ospiti di Stenio fu anche Verre, e mai non ne partì, senza che qualcosa, mancante dalla casa ospitale, attestasse la sua venuta. Pure Stenio sopportava tutto, con rassegnazione, e in silenzio. Ma all’uomo, che così tranquillamente avea tollerato il danno proprio, vennero meno rassegnazione e pazienza, quando Verre volle mettere le mani su di alcune opere d’arte, che avevano già appartenuto ad Himera e che Scipione Africano, dopo la conquista di Cartagine, avea donato a Thermae, città vicina della distrutta Himera. Erano molte statue di bronzo, figure muliebri, una statua di Stesicoro, una capretta così bella che avrebbe fatto impressione anche ad un Romano non educato al gusto di queste cose. Verre le desiderava ardentemente, ed ardentemente la cittadinanza teneva a conservarle, come cose che si connettevano alle tradizioni cittadine, alla memoria di Scipione, e costituivano quanto di più caro e più prezioso avesse il paese. Stenio si fece il coraggioso interprete del sentimento de’ suoi concittadini, e si oppose e rese vano il desiderio di Verre. Per costui fu come una dichiarazione di guerra. Lascia la casa di Stenio per andare a quella de’ nemici suoi, che, come suole accadere, perciò stesso l’invitavano. Egli non ha che l’imbarazzo della scelta; andrà da Agatino o da Doroteo, suo genero? La bella Callidama, sua moglie, fa dare la preferenza a quest’ultimo; e l’intervallo di una sola notte lo avea già fatto tale, che si sarebbe detto avesse tutto comune con Doroteo, ed Agatino fosse come un suo parente ed affine. E la sua buona fortuna non lo placa; lo incita anzi di più alla vendetta contro Stenio. I suoi nemici stessi non sanno escogitare nulla contro di lui; ma Verre gl’incita e li aiuta ad imbastire uno de’ soliti processi per falsificazione di atti pubblici. Stenio, per la condizione autonoma di Thermae, per la legge Rupilia, chiede che la causa venga trattata secondo le leggi termitane. Verre fa il sordo e, per tutta risposta, indice la causa per l’ora nona.
È inverno, e il mare è più infido che mai; pure a Stenio il mare pare meno infido e meno malsicuro di Verre, e si commette al mare per cercare a Roma un aiuto contro il suo persecutore. Intanto Verre, che all’ora nona puntualmente lo aspetta e non lo vede, va in furia, cerca da per tutto per iscovarlo; lascia il fòro alla terza ora della notte per tornarvi il domani e condannarlo in contumacia, per falsificazioni di atti pubblici, a pagare cinquantamila sesterzî al tempio di Venere del monte Eryce. Ancora alcuni anni dopo, Cicerone vi vedeva un Cupido d’argento, consacrato da’ beni di Stenio, quasi a rappresentare plasticamente il segreto della sua condanna. Ma non basta; nè Verre si tien pago: in pubblico, dal suo seggio, fa sapere a tutti, che se qualcuno vorrà accusarlo di delitto capitale, egli procederà contro Stenio, comunque assente. Pure lo stesso Agatino non si presta a ciò, e, per trovare chi lo faccia, bisogna ricorrere ad un tale Pacilio, un pezzente ed uno sciocco. Vien fatto precetto a Stenio di trovarsi fra trenta giorni per le calende di Decembre, a Syracusae. Ma Stenio a Roma non perde tempo, e si muove e si agita tanto, che i consoli Gn. Lentulo e L. Gellio (s’era nel 72 av. C.)[454] fanno una mozione, perchè il Senato stabilisca che nelle provincie non sia lecito sottoporre a causa capitale gli assenti. Si stava già per decider questo, e dichiarar nullo ogni giudizio che contro tale regola si fosse fatto a danno di Stenio, quando il padre di Verre, con pianti e con l’aiuto di ostruzionisti, riesce a rimandare la cosa, poi la mette a dirittura in tacere, promettendo di far sì che il figliuolo non dia corso alla causa. Se non che nulla ponno presso Verre le preghiere di suo padre, nulla i pericoli, onde lo minacciano gli stessi suoi atti; le calende di Decembre vengono, ed egli cita l’accusato. Non risponde Stenio, e non risponde, chi sa per qual caso, neppure l’accusatore; nondimeno Verre va avanti. V’è bisogno di un patrocinatore? Gli assegna uno de’ suoi satelliti, un Claudio, figliuolo di Claudio, della tribù Palatina, probabilmente un liberto, nimicissimo di Stenio, e così lo condanna.
Con tutto ciò la sua ira può dilaniare i beni, non raggiungere la persona di Stenio; giacchè Cicerone, ospite ed amico di Stenio, ottiene da’ tribuni della plebe, che egli possa rimanere in Roma al sicuro, malgrado l’editto che non permetteva di restare in Roma a condannati per delitto capitale.
E questi erano i delitti più perspicui compiuti da Verre nell’amministrare la giustizia: ma accanto ad essi molti altri non si accennavano neppure, per la stessa moltitudine loro[455].
[L’ingerenza nelle elezioni de’ magistrati locali.]
La funzione giudiziaria era un modo per estorquere danaro; ma non era il solo. L’esercizio del diritto elettorale, che in Roma era un cospicuo mezzo di lucro, divenne tale anche in provincia in mano di Verre; e, per far meglio, anche dove non gli competeva, se l’arrogava arbitrariamente. Così avvenne dell’elezione de’ senatori, sottratta a’ suffragi popolari, resa indipendente da tutte le limitazioni di età, di censo e da ogni altra condizione personale, che le leggi, conservate a’ Siciliani o date dal governo di Roma, imponevano[456]. In Halaesa, dove per le leggi date da Appio Claudio Pulcher, non si potea essere senatore che a trenta anni, per danaro furono creati senatori fanciulli di sei, di sette, di dieci anni, ed ogni altro che volle[457]. Ad Agrigentum ed Heraclea, dove al senato doveano avere parte, in proporzioni uguali, i vecchi cittadini ed i nuovi coloni, per prezzo ne fu confusa la proporzione, covrendo indifferentemente con gli uni i posti serbati agli altri[458].
Dove al suo volere si opponevano difficoltà d’ordine naturale, disposizioni recise di legge, se non si determinava a violarle apertamente, le girava riducendo la legge ad un giochetto, tenendo un metodo tutto gesuitico; e così, salvando capra e cavoli, si trovava all’altra riva.
[I sacerdoti.]
Si trattava di dare il sacerdozio di Giove in Syracusae a Theomnasto, suo familiare, contro la legge che limitava la elezione de’ candidati a tre schiatte e dava l’ultima scelta alla sorte? Si faceva, con un abuso, introdurre Theomnasto fra i tre, e poi, perchè la sorte non lo tradisse, si metteva nell’urna, tre volte, il solo suo nome[459].
[I censori.]
A Cephaloedium, l’elezione del sommo sacerdote avveniva in un mese determinato e, per le particolari condizioni locali, quell’onore spettava ad un tale Erodoto. Perchè invece l’ottenesse un tale Artemone Climachia, sarebbe stato, con l’introduzione di un mese e mezzo intercalare, turbato l’ordine de’ mesi in tal modo, che Erodoto non potè giungere a tempo da Roma, e rimase, nella maniera più strana, deluso nella sua aspettativa[460]. Ma il peggio avvenne nella creazione de’ censori. Quell’ufficio era tenuto in gran conto per le grandi conseguenze pratiche che venivano dalla redazione del censo; e l’elezione di essi, fatta città per città, da’ rispettivi concittadini, costituiva una garanzia di non piccola importanza. Verre ne avocò a sè la nomina e pose ognuno di que’ posti all’incanto. A trattare la cosa non v’era forse persona più adatta di Timarchide, di lui, che aveva un fiuto finissimo, che in Sicilia conosceva uomini e cose e sapeva trar partito dalle amicizie, dalle inimicizie, dall’avidità, dalle debolezze umane, e, servendo Verre, dominava e Verre e la Sicilia. Egli teneva questo mercato a Syracusae nella stessa casa del pretore, e poche volte, forse, alcun mercato fu tanto ricco come quello, onde uscivano in quell’anno i centotrenta censori della Sicilia; la quale finì per pagarne a dovizia le spese; perchè il censo fu quale da siffatti censori poteva attendersi, e quale loro conveniva che fosse per rifarsi ad usura della compera della carica[461].
Inoltre, quasi che tutto ciò non bastasse, ognuno de’ censori fu obbligato a contribuire trecento danari per rendere onore di statue a Verre; e con quest’altro pretesto sarebbero stati estorti, nella maniera più aperta, altri trentotto mila denari[462].
[Le statue.]
Questa delle statue era un’altra delle ubbie di Verre. In parte era vanità, quella stessa vanità, che gli aveva fatto sostituire le feste, designate col suo nome «Verria», a quelle già esistenti in onore di Marcello e che prendevano nome da costui «Marcellia»[463]. Egli ne avea fatta mettere una, dorata, nella Curia di Syracusae[464], e un’altra innanzi al tempio di Serapide[465], un’altra equestre, a Roma, innanzi al tempio di Vulcano[466]; altre erano state dedicate dalla rappresentanza comune delle città siciliane[467]; altre ancora ne erano state erette a Tauromenium[468], Tyndaris[469], a Leontini[470], a Centoripae[471] e altrove, con gli epiteti più altosonanti di _patrono_, di _soter_ perfino, quasi che i Siciliani avessero bisogno di chiedere alla loro propria lingua un vocabolo appropriato[472]. A Syracusae ne erano state fatte anche al padre ed al figliuolo[473]. Ma non era tutta e sola vanità, era almeno vanità e qualcos’altro. Cicerone pretendeva provare che, col pretesto delle statue, Verre avesse estorti dalla Sicilia circa due milioni di sesterzî[474]; da’ soli Centoripini avea tratto a tal fine duecento mila sesterzî[475]. La sola Syracusae era stata costretta a contribuire tante volte: per le statue da porsi nel fòro, per quelle da erigersi in Roma, per quella che elevavano gli agricoltori, per quella che offriva la Sicilia collettivamente[476]. Contribuzioni simili avevano fatto Halaesa, Catina, Tyndaris, Henha, Herbita, Agyrium, Netum, Segesta, per tacere di tante altre[477], e con esse gli agricoltori ed i _negotiatores_ di Syracusae di Agrigentum, di Panhormus, di Lilybaeum[478]. E, per assicurare meglio il profitto, l’esecuzione delle statue veniva appaltata allo stesso Timarchide[479].
La cosa era proceduta a tal punto che i Siciliani dovettero fare una petizione ridicola in apparenza, pratica in fondo; dovettero chiedere cioè «che non fosse loro permesso di promettere statue ad alcun magistrato, se prima non avesse lasciato il paese[480].»
[Le esportazioni abusive.]
La più gran parte intanto, di ciò che Verre espilava in Sicilia, non era destinata a rimanere quivi, ed occorreva pagare il cinque per cento di dazio sulla roba esportata. Verre volle esimersi dal pagamento di questi diritti, e tale sua condotta provocò qualche dissenso tra lui e i pubblicani. Dal solo porto di Syracusae esportò in pochi mesi quattrocento anfore di miele, molti panni maltesi, cinquanta letti per triclinî, una grande quantità di candelabri, per un valore di un milione e duecento mila sesterzî; e L. Canuleio, rappresentante della società in quel porto, che mal sapeva rassegnarsi alla perdita di sessantamila sesterzî di dazio, non seppe fare a meno di scriverne a’ suoi, mandandone vivo lamento[481]. Ma il dissenso fu presto appianato. L. Carpinazio, che sopraintendeva agli appalti di Sicilia, da vero pubblicano, pensò che, come suole avvenire in questi casi, perdere qualche cosa col pretore, potesse essere anche un buon affare per sè e per la società stessa; e non solo largheggiò col pretore, ma anzi divenne il compagno indivisibile e familiare di lui, un altro Timarchide insomma, e si costituì suo banchiere. Era egli che poneva a frutto i capitali del governatore; inoltre in tutti quei loschi affari, in cui occorreva sborso di danaro ed i poveri ricattati non l’avevano pronto, egli era sempre disposto ad anticiparlo, e poi lo accreditava a Verre, al suo scriba, a Timarchide[482].
[L’amministrazione frumentaria. Verre e la _lex Hieronica_.]
Ma di tutte queste cose si poteva dire che fossero appena delle riprese per Verre; cose messe a profitto qua e là, e secondo l’occasione si dava. Il vero campo, in cui Verre mieteva con tutta la larghezza, era il tributo della Sicilia, nelle varie sue forme, che, per la sua opulenza e per la sua ricorrenza costante, offriva la mèsse più ubertosa a’ suoi lucri.