Part 12
Una caccia speciale dava agli anelli, alle gemme. Vien portata un giorno una lettera al suo interprete Valenzio. Verre ne vede l’impronta che gli piace, e non ha pace, sin che l’anello non passa dal dito di chi avea spedito la lettera, di L. Tizio, nelle sue mani[548]. Ma questi erano gli amminicoli, presi qua e là, come l’occasione si presentava, in mancanza di preda maggiore. Le razzìe assumevano talvolta proporzioni più vaste e forme ufficiali, o quasi. A Catina chiama il proagoro Dionysiarco, a Centoripae Phylarco, ad Agyrium Apollodoro, ad Haluntium Arcagato, tutti primi cittadini o magistrati de’ luoghi, ed impone loro di fare una regolare requisizione di vasi d’argento cesellati, di vasi corinti, che egli si faceva portare e, fidato al fiuto de’ cani di Cibyra, ne faceva la scelta. Ad Arcagato, secondo Cicerone, dette anche il compito di essere in questa occasione, suo banchiere, ma senza mai rivalerlo[549].
A Syracusae poi, nello stesso palazzo del pretore, sotto i suoi occhi, per rifondere e foggiare a nuovo tutta questa preda raccolta[550], si era impiantata una vera officina per allestir vasi d’oro, staccare fregi e adattarli. Per tutta la Sicilia, a Segesta, in casa di Lamia, a Netum, in casa di Attalo, a Lilybaeum, in casa di Lysone, ad Aetna, in casa di Critolao, a Syracusae in casa di Escrione, Cleomene e Theomnasto, ad Helorum, in casa di Arconida, tanti telai lavoravano indefessamente per Verre, a tappezzare i letti delle sue molte ville[551]. Altrove si facevano i letti stessi e i candelabri.
Quella sua manìa degli oggetti d’arte lo metteva a tale da non perdonare a nessuno, non a re, non agli dèi. Antioco l’Asiatico, figliolo di Antioco il Pio, reduce da Roma, dove era stato a brigare per l’eredità di sua madre Selene[552], traversava la Sicilia, e avea con sè un magnifico candelabro, che intendeva dedicare nel tempio di Giove Capitolino e che riportava con sè, non essendo stato ancora, dopo l’incendio, rifatto quel tempio. Verre riuscì per favore speciale a vederlo, e gli fece tale impressione, che, avendolo avuto a casa per inganno, lo ritenne per forza; senza che dal suo proposito potessero rimuoverlo l’autorità, le lagrime stesse del principe, le sue promesse, il dovere dell’ospitalità, o la paura di un futuro gastigo[553].
Contro un gastigo degli uomini si sentiva bene agguerrito, e, quanto a Giove, pensava che il dio non guardasse a ciò; od egli almeno non guardava al dio, troppo lontano.
[I sacrilegi.]
Verre era sulla via del sacrilegio, e seguitava a batterla, spensieratamente. Era una guerra dichiarata, insieme, al sentimento religioso ed a quello patrio de’ Siciliani; giacchè da’ loro templi rapiva le statue delle divinità, ed erano quelle stesse che, prese da’ Cartaginesi, erano ritornate in Sicilia, dono insigne di Scipione, come testimonianza e trofeo della distruzione di Cartagine[554].
Verre cominciò dal volere la Diana di bronzo di Segesta; e, poichè non l’ebbe, giù con vessazioni contro i Segestani, aggravî nella compera del _frumentum imperatum_ e nell’esigere il contributo di marinai e remiganti, molestie nel chiamarli in giudizio, tirandoseli dietro per tutte le giurisdizioni della provincia; e, per giunta, minaccie di peggio a tutti, presi insieme o singolarmente. Così la resistenza si fiaccava e veniva meno; venivano vinti, sotto l’impulso della paura, gli ultimi scrupoli patriottici, le ultime superstizioni, e, infine, la statua di Diana, cosparsa di unguenti, coronata di fiori, usciva, tra i pianti delle donne e il muto cordoglio degli uomini, da Segesta e da’ confini del suo territorio, e la base, che portava scritto l’atto magnanimo di P. Africano, veniva demolita, quasi a sperdere la memoria del fatto e del misfatto[555].
A Tyndaris, dove il senato gli negava una bellissima statua di Mercurio, dono anch’esso di Scipione, Verre fece in pubblico, d’inverno, legare il proagoro Sopatro alla statua equestre di C. Marcello, e ve lo tenne, sin che la cittadinanza ed il senato, per salvare il concittadino e il magistrato, quasi semivivo dall’onta e dal freddo, assentirono all’importuna richiesta del pretore, e la statua di Mercurio, a spese pubbliche, fu portata a Messana[556].
Ad Enguion, dal tempio, a cui sempre P. Scipione ne avea fatto dono, prese loriche ed elmi di bronzo cesellato, ed urne ed altre opere d’arte[557].
Ad Agrigentum, di soppiatto, fece rubare dal tempio di Esculapio una bellissima statua d’Apollo, che un’iscrizione, incisa nel femore, attribuiva a Myrone[558]. Ma imprese di questo genere non sempre gli riuscirono bene. Agrigentini e cittadini romani, residenti in Agrigentum, messi sull’avviso, stettero in guardia, e quando, sotto la condotta di Timarchide, in una fosca notte, gli emissarî di Verre andarono per rubare dal tempio di Ercole la statua stessa dell’eroe, venerato tanto, che per i baci de’ devoti aveva avuto logoro il mento; tutto il popolo accorse ed a sassate li obbligarono a fuggire con soli due piccoli emblemi, mentre già, con forza di corde e con ogni fatica, tentavano di smuovere la statua, senza pure riuscirvi[559]. Ad Assorum uguale insidia fu tesa al nume fluviale indigete Chrysa da’ due cani di Cibyra, ed ugualmente fu elusa, chiamando, a suon di buccina, a raccolta i cittadini[560]. Ma questi tentativi, mal riusciti, non disanimavano Verre, nè lo intiepidivano. A Catina, i suoi stessi servi rubarono un’antichissima statua di Cerere da un sacrario, a cui le sole donne aveano accesso; e poi, per distornare da sè l’accusa, fece imputare del fatto un servo, ad esso estraneo ed innocente. Ma il senato di Catina l’assolse, avendo sentore della trama, e quasi in onta al vero colpevole[561].
A Malta spogliò il santuario di Giunone di ogni più bella cosa, perfino di certi ingenti denti di elefanti, che Massinissa avea già avuti come preda e che avea restituiti, poichè ne conobbe la provenienza[562].
Ad Henna dov’era il tempio più antico di Cerere e Proserpina, e dove appunto si credeva che Proserpina fosse stata rapita da Plutone, rubò la statua bronzea di Cerere, la più antica di quelle ivi conservate, e, da un’altra statua di Cerere, posta innanzi al tempio e difficile ad esportare per la sua grandezza, strappò una statuina della vittoria, ad essa posta tra mani[563]. A Syracusae, del tempio di Minerva, posto nell’_Insula_, fece un vero scempio, spogliandolo del quadro rappresentante la battaglia equestre di Agatocle e di ventisette altri con i ritratti di re e di tiranni di Sicilia, tutte cose, che Marcello, nella presa della città, avea rispettate e che erano care, sia pel loro pregio artistico, che per la memoria de’ fatti e delle persone[564]. Dalle porte stesse del tempio, magnificamente lavorate in oro e in avorio, strappò la bellissima testa di Medusa e tutti gli altri rilievi, perfino le borchie d’oro, lasciandole nude e appena adatte a chiudere[565]. Dal Pritaneo, posto in Acradina, prese la bellissima Saffo di Silanione[566]. Dal tempio di Esculapio, prese la statua di Pean; da quello di Bacco, la statua di Aristeo, tenuto per inventore dell’olio; dal tempio di Giove, prese la statua stessa del nume, la statua di Giove Ourio, una delle tre più celebrate del genere, secondo Cicerone; e qua e là, un po’ per tutto, mense delfiche e bellissime tazze di bronzo, una quantità ingente di vasi corinzî[567].
[Le cospirazioni degli schiavi.]
Tutto, insomma, era, dice Cicerone, per Verre buona occasione di guadagno, che che accadesse, che che ne andasse di mezzo. Eccitato dall’imperversante guerra servile d’Italia ad usare una severa disciplina, escogitava immaginarie cospirazioni di schiavi per trarne pretesto a ricattare i loro padroni.
È così che imbastisce, nel territorio triocalino, una simile accusa contro gli schiavi di Leonida, e li mena a Lilybaeum e li condanna; poi, mentre, già stretti al palo, stanno per patire l’estremo supplizio, per ragioni, che a Cicerone non parevano un mistero, li scioglie e li ridona a’ loro padroni[568].
In un modo presso che simile si condusse con Aristodamo di Apollonia, con Leonte Imacarense; coll’espediente delle stesse accuse, carpì sessantamila sesterzî ad Eumenida di Halycia, cinquecentomila allo stesso C. Matrinio, cavaliere romano[569]. Da Apollonio, figlio di Diocle, di Panhormus, voleva assolutamente conto di un servo, preposto agli armenti, che quegli non avea mai avuto: in realtà, volea quattrini; e, poichè non n’ebbe, senza regolare accusa, senza giudizio, lo fece prendere e lo gettò a marcire in carcere per diciotto mesi, senza che valessero a liberarlo le pubbliche intercessioni del Senato, de’ magistrati, de’ sacerdoti panormitani. Poi d’un tratto — qualche cosa di maggiore efficacia agli occhi di Verre era intervenuto — senza trattar causa, senza nessuna formalità, lo trasse di carcere[570].
[La flotta e i pirati.]
Questa sua smania d’illeciti lucri non si arrestava nemmeno dinanzi a ciò che riguardava, più da presso, la sicurezza della sua provincia; anzi, sempre secondo Cicerone, ne lo rendeva più dimentico che mai. Così, contro la lettera stessa del trattato, esentò Messana dal contribuire, come sin qui avea fatto, con una bireme e con marinai e soldati alla flotta, mentre vi astrinse Tauromenium, che per trattato n’era esente[571]. Poi l’amministrazione della stessa flotta gli suggerì tutta un’altra lunga e sicura speculazione. Mentre per lo innanzi ogni città dava al suo navarco, che ne dovea dare poi stretto conto, quanto era necessario a mantenere la nave e le persone poste sotto il suo comando; Verre avocò a sè l’amministrazione, obbligando ogni città a mettere nelle mani di lui quel che prima era dato al navarco. Al tempo stesso prese a trattare con le città per dispensarle, dietro un corrispettivo, dal fornire un determinato numero di marinai; trattò privatamente con ognuno di questi, per congedarli innanzi tempo con un compenso di seicento sesterzî a testa; e così, mentre straordinariamente faceva questi lucri, se ne veniva ad assicurare un altro anche più stabile, avendo da mantenere un numero di uomini inferiore a quello calcolato dalle città nel loro contributo[572].
Intanto, una simile condizione della flotta la rendeva inetta a provvedere efficacemente alla difesa contro i pirati. Già, se anche questi talvolta gli capitavano tra mano, non ne faceva un trattamento tale che valesse ad estinguerli e sopratutto ad atterrire con il rigore dell’esempio. Presa una volta presso Megaride, non lungi da Syracusae, una nave piratica da una flottiglia di dieci navi, posta sotto il comando di P. Cesezio e P. Tadio, Verre non pensò che ad appropriarsi la preda assai grande ed opulenta.
Quanto agli uomini, invece di mandarli pubblicamente al supplizio, de’ più giovani, più belli, degli istrutti in qualche arte fece dono agli amici ed acoliti; sei, sinfoniaci, ne mandò anche ad una sua amica di Roma; i vecchi, gli inutili li fece uccidere ad uno alla volta, senza pensare a quelli che pretendevano fare l’esatto conto de’ presi e degli uccisi. Il capo de’ pirati non lo vide nessuno; Verre l’avea mandato a Centoripae, con ordine, dice Cicerone, di trattarlo bene; mentre così sorgeva e si accreditava sempre più la voce che danaro fosse stato dato da’ pirati per la sua liberazione[573].
[Il supplizio de’ navarchi.]
Ma questo fortunato evento fu dovuto più al caso ed alla forza evidentemente preponderante che ad altro; ed in ogni modo sarebbe stato unico. Lo stato della flotta e la potenza de’ pirati, sempre più minacciosa, erano meglio adatti ad apportare de’ rovesci; e non mancarono. La passione per Nice, la bella Siracusana, il pensiero di meglio agevolare la sua tresca, aveano indotto Verre a dare il comando della flottiglia al marito di lei, Cleomene, imbelle ammiraglio di una squadra resa già, essa stessa, sì imbelle. Così la flottiglia uscì dal porto di Syracusae per non più tornarvi; prima di tutte la nave di Centoripae, nave ammiraglia, che portava lo stesso Cleomene, e poi in ordine quelle di Segesta, di Tyndaris, di Herbita, di Heraclea, di Apollonia, di Haluntium. Dopo cinque giorni, era a Pachynum, nel porto; e la gazzarra, che Cleomene vi faceva, fu interrotta dall’annunzio delle navi piratiche, che si trovavano nel vicino porto di Odyssea. Stremate erano le ciurme ed affamate, ridotte a nutrirsi di radici di palme selvatiche: sperò per un momento Cleomene di potersi rifornire con le forze del presidio di terra, ma esse non si trovavano in condizioni migliori di quelle delle navi. Altro scampo non gli parve avere che la fuga, e si apprese a quel partito: le altre navi ebbero per un momento un proposito di resistenza, ma poi seguitarono verso Helorum la nave ammiraglia; senonchè, meno celeri e più esposte come erano, ne caddero già due, subito, nella fuga, in mano a’ pirati: quella di Haluntium, il cui capitano, Phìlarco, fu preso prigione e quello di Apollonia, il cui prefetto, Anthropino, fu ucciso. La perdita delle altre venne ritardata soltanto, non evitata; che tutte caddero in mano de’ pirati, poichè gli equipaggi, giunti a terra, le abbandonarono in mare, ed Eracleo, l’archipirata, le fece tutte bruciare. La nuova giunse rapidamente a Syracusae nel cuore della notte, destando furore ed allarme, e, dopo breve tempo, vi arrivarono gli stessi pirati, che penetrarono e restarono nel porto, cioè a dire nella città, finchè a loro stessi non piacque d’andarsene. Già, nel tumultuario diffondersi della prima novella, Cleomene sentiva il bisogno di nascondersi, e Verre, esso stesso, si sentiva minacciato dal fermento di tutta la cittadinanza; indi ogni giorno crescevano le vociferazioni e le accuse. Verre sentì il bisogno di mettersi al coverto, e credette di provvedervi, inducendo tutti i navarchi a dichiarare in forma legale che le navi erano bene equipaggiate e ben provviste; ma, quando furono venuti a ciò, poterono dire di aver segnata la loro condanna di morte. Tutti furono accusati a mezzo di Nevio Turpione, uno de’ bracchi del pretore, e tutti, per sentenza di Verre e de’ peggiori della sua coorte, furono destinati al supplizio che doveva togliere per sempre ogni incommoda testimonianza. Nulla valsero ad Aristeo, il navarco di Tyndaris, le lagrime del padre Desone, già ospite di Verre; nulla a quello di Herbita le difese e le implorazioni del padre Eubulide; nulla a Furio di Eraclea il suo atteggiamento minaccioso e sprezzante; nulla potè nemmeno, in favore di Eraclio di Segesta, l’assenza regolarmente giustificata da malattia. Solo Cleomene rimase senza molestia e senza appunto, tenendosi allato al pretore durante lo svolgimento stesso del giudizio. Phalacro di Centoripae, che era con Cleomene nella stessa nave, dovette alla corruzione più che a questo argomento lo scampo. Gli altri tutti perirono, e come miseramente! Per prezzo i parenti ne ottennero da Sestio, il carnefice, una morte meno lunga e meno penosa; a prezzo, gemendo innanzi alle porte della prigione, ne riscattarono i cadaveri[574].
Ma Verre era crudele non meno che avido, e l’una passione soffiava sull’altra, accendendola.
Quale specie d’inviolabilità potevano avere i Siciliani, dove non era rispettata neppure quella de’ cittadini romani? C. Servilio, uomo di affari, del convento di Panhormus e cittadino romano, per non aver voluto dar una cauzione di duemila sesterzî in una causa di furto, indettagli da Verre col nome di un servo venerio, morì dopo esser stato battuto a sangue da sei littori; e da’ beni di lui Verre consacrò indi nel tempio di Venere un Cupido di argento[575].
[I ricatti e le uccisioni.]
Ma gli ultimi resti della guerra sertoriana in Ispagna, la pirateria sempre più estesa e minacciosa, e la guerra servile d’Italia davano maggiormente occasione ed anche pretesto ad ogni maniera di soperchierie. Ogni nave che approdava in Sicilia, da ogni parte, anche di Oriente, era staggita, e, quanto più onusta, tanto più veniva battezzata come proveniente dalla Spagna e cosa di sertoriani.
Era un seguito di ricatti; mentre le _lautumiae_, le carceri di Syracusae, si riempivano di cittadini romani, che quando non ne uscivano già cadaveri, ne uscivano a capo coperto per esser menati all’estremo supplizio[576]. Liberti di P. Granio ed altri liberti e mercatanti di Puteoli furono così messi a morte[577]. T. Herennio, banchiere a Leptis, venne ucciso in cospetto di tutta Syracusae, mentre v’erano almento cento cittadini romani, che potevano dar contezza dell’esser suo[578]. P. Gavio, del municipio di Compsa, fuggito dalle _lautumiae_, fece troppo presto a vantarsi e ad inveire contro di Verre; che, mentre si apprestava a salire in nave per tornare in Italia, fu consegnato da’ Mamertini a Verre, allora soppravvenuto; e, confitto alla croce, come una spia degli schiavi ribelli d’Italia, gli fu dato solo per ischerno di guardare, morendo, la terra, in cui egli avea sperato di ritrovare, con l’impero della legge, la sua salvezza. Nè gli valse a nulla l’invocare la sua qualità di cittadino romano; a nulla l’offrirsi a provarla[579].
[Lo stato della Sicilia sotto Verre.]
Tali secondo Cicerone sarebbero stati i fasti di Sicilia sotto l’imperio di Verre. Un cupo e tetro sentimento emana dalle impetuose orazioni dell’accusatore; quasi che un alito di morte passasse, tutto abbassando e piegando, sul bel paese degli idilli siracusani, sulla feconda terra di Cerere. I campi parevano quali avrebbe potuto renderli una guerra accanita ed ostinata, che vi avesse portato la devastazione. I piani ed i colli, innanzi verdi e fiorenti, erano ornai brulli e deserti, sì che la terra stessa pareva invocare e rimpiangere l’agricoltore[580]. E n’era il caso; perchè gli agricoltori, ridotti agli estremi dalle vessazioni e da’ dissesti, abbandonavano la coltura, esulavano, ponevano persino termine violentemente a’ loro giorni[581]. Ad Henna, a Murgentia, ad Assorum, ad Imachara, ad Aetna l’abbandono era tale che non appariva più traccia di quello che la Sicilia era stata una volta. Nell’agro leontino gli agricoltori si riducevano da ottantaquattro a trentadue; nel mutycense da centottantasette ad ottantasei; ad Herbita da dugentocinquantadue a centoventi; ad Agyrium da dugentocinquanta ad ottanta[582].
I furti delle opere d’arte lasciavano tristi le case, che ne rimanevano spogliate[583]; e, specialmente quando si trattava di arredi del culto, di oggetti sacri, non ne uscivano che lasciando immerse in pianti e lamenti le donne[584]. Quelle statue di divinità, strappate o fatte scomparire da’ templi, lasciavano dietro di sè un’impressione di superstizioso terrore, che faceva attribuire a quella violazione religiosa la scarsità de’ ricolti ed ogni male che ne seguisse[585].
[Le gazzarre del pretore e della coorte.]
E, mentre la Sicilia giaceva così oppressa e le sue piazze erano insanguinate, e compromessa n’era in ogni modo la pace e la sicurezza[586]; Apronio andava banchettando per tutti i fòri, e Verre attendeva a rallegrare ogni giorno di un novo gaudio la sua vita. L’inverno lo tratteneva a Syracusae, la città dove è fama che mai il giorno sia così brutto che non lasci per qualche ora vedere il sole, ed i conviti gli davan modo d’impiegare lietamente i giorni brevi, e gli amori le notti lunghe nella bella reggia di Jerone. Al più, lo richiamava talvolta l’officina artistica, che avea costituito nel suo stesso palazzo, ed a cui egli assisteva in _pallio_ e _tunica pulla_[587]. Al venire della primavera — e solo il rifiorire delle rose era per lui nunzio verace di primavera — cominciava le sue peregrinazioni di città in città, condotto in una lettiga, della quale non aveano una più bella i re di Bitinia, adagiato su molli guanciali di Malta imbottiti di rose, avendo in testa una corona, avendone al collo, mentre un tenue lino, appena mosso, diffondeva anch’esso tutt’intorno soave odore di rose.
Di là non iscendeva che per entrare nel cubicolo, dove riceveva magistrati e cavalieri e dove si ordivano gl’intrighi e si maturavano i suoi responsi. Più spesso ancora amava ricevere le più belle donne del luogo: se aveano più ritegno, esse vi venivano evitando gli sguardi indiscreti; se erano più libere, prendevano parte anche a’ conviti, che spesso, vere orgie, finivano in risse: in una battaglia di Canne del vizio, dice Cicerone. L’estate poi non lo sorprendeva già sulle aie polverose, tra l’opera faticosa della mietitura e gli schiavi congregati: essa lo trovava di nuovo a Syracusae, ma non più nella reggia. Come in un accampamento estivo, nell’isola che sta quasi a guardia de’ due porti, sotto tende di tela finissima, egli seguitava là il costume della sua vita invernale[588]. Quivi veniva Terzia, la figlia del mimo Isidoro, portata via a un rodio sonatore di flauto, e Pipa, la moglie di Escrione, e Nice la moglie di Cleomene, che, vinte forse da Terzia nella gara della bellezza e nell’affetto di Verre, sollevavano alterchi, mostrando di averne a schifo l’ignobiltà dell’origine[589]. E il figliuolo adolescente era con lui[590].
[L’addensarsi della tempesta e gli scongiuri.]
Intanto i Siciliani aspettavano, affrettandone il termine co’ voti, che l’anno del suo governo finisse, che arrivasse Q. Arrio[591] il successore; ma Arrio non veniva. La morte l’avea colto per via. Così Verre vi rimase ancora un anno; poi un altro anno ancora[592].
Per tutta vendetta i Siciliani esercitavano contro di lui il loro spirito _frondeur_.
Il nome di Pipa, la moglie putativa di Escrione, si trovò parecchie volte scritto sul seggio del pretore[593]. Ad altri motti di spirito dette occasione il tentato furto della statua di Ercole in Agrigentum: questo _verre_ prese posto nelle fatiche d’Ercole, accanto al cinghiale erymantio[594]. I sussurri, poi, le vociferazioni sulla sua condotta, su’ suoi rapporti con Apronio e con i decumani si spandevano e crescevano ogni giorno, divenendo qualche volta aperta sfida e audace rampogna, come nel caso di Scandilio[595].
In cambio, Verre pensava a farsi degli amici, tra Siciliani e Romani, con doni militari e in altro modo, sperando di trarre profitto da ogni evento[596]. Tentava amicarsi qualche città, specialmente Syracusae, la più importante, dove egli risiedeva, con espedienti come quelli dell’eredità di Eraclio[597]. Con Messana poi avea stretto una vera lega, e ne avrebbe fatto la sua complice, mentre egli la esentava da ogni contribuzione verso la repubblica e per la difesa della Sicilia. Messana, una testa di ponte tra la provincia e l’Italia, diveniva il quartiere generale e il magazzeno di Verre, fornendolo anche di una _cybea_, fatta a mo’ di trireme, bellissima e fornitissima, costruita a spese pubbliche, perchè meglio potesse mettere in salvo tutte le sue ruberie[598].
Pure anche il terzo anno, il terzo e lunghissimo e rovinoso anno passò, e finalmente Verre partì.
Non aveva ancora posto piede, si può dire, in Italia, e già le ire represse si scatenavano e scoppiava la tempesta, che per tanto tempo si era venuta addensando. Le statue, che egli si era fatto erigere, non solo per trarne guadagno, ma altresì a difesa ed anche a lode del suo governo, vennero rovesciate a furia di popolo, e appena, a quanto dice Cicerone, il nuovo pretore potè salvarne qualcuna[599].
A Tauromenium la sua statua venne demolita, lasciando per maggior onta intatto il piedistallo; e, con lo stesso intento, a Tyndaris veniva abbattuta la statua, lasciando in piedi il cavallo[600]. Alcuni mesi dopo, il senato di Centoripae ordinò che si appaltasse la demolizione della statua di Verre e del figlio, e che trenta senatori vi assistessero[601].
Era un lungo clamore, che inseguiva Verre nel suo ritorno, come un grido di dolore e di vendetta; ed a Roma, questa volta, non mancava gente disposta a raccoglierlo.
VII.
AD ARAM LEGUM
[Il carattere dell’accusa e l’ambiente.]