Il palazzo del diavolo, vol. 2/2

Part 8

Chapter 83,849 wordsPublic domain

Nell’istesso frattempo Adolfo s’era gettato dentro al piccolo sotterraneo, aveva sentita la scala sotto allo sue mani, l’aveva salita. Angela s’era rannicchiata pallida di terrore nell’angolo più remoto; un fioco lumicino ardeva in mezzo alla stanza, il grido di spavento che stava per uscire dalle labbra della fanciulla gli si soffocò dentro il petto anelante, essa si levò, bella... divina!... collo sguardo acceso... le gote infuocate... le braccia protese come verso una visione! Adolfo!... mormorò essa con voce debole e fioca come un sospiro... Adolfo!... Il giovane ebbe appena il tempo di slanciarsi verso lei ebbro d’amore, di felicità, dimenticando tutto! sè stesso, il luogo ove si trovava, il passato, l’avvenire! per non vedere che lei!... Un’altra porta nello stesso tempo aveva ceduto sotto la pressione d’un urto terribile, un altr’uomo s’era slanciato in quella stanza... Adolfo mandò un grido di gioia... Enrico più livido d’un morto si vedeva sorger di contro il fantasima d’un altro assassinato, là... dove aveva sepolto il fratricidio!... Egli mandò un ruggito terribile di rabbia che soffocò in lui il fremito dello spavento... Entrambi trassero il pugnale e si lanciarono l’uno contro l’altro.

Bastò ad Adolfo quel movimento di terrore a cui non potè sottrarsi l’uomo ch’egli aveva chiesto a Dio colla più ardente delle preghiere, a satana col più truce de’ suoi giuramenti, per deporre al suolo Angela che era svenuta tra le sue braccia.

Que’ due uomini s’incontrarono corpo a corpo... Il lume si spense urtato nella lotta. Erano soli in mezzo alle tenebre, nella solitudine di quel palazzo misterioso... S’intese un cozzar di ferri... lo strider delle due lame che si urtavano sitibonde di sangue, un anelito di petti... un gemer sommesso come d’un dolore che si freni sul labbro, uno sbalzar per la stanza come di due tigri che s’avventino... poi un grido di rabbia... una bestemmia, un rantolo, poi... si fe’ silenzio... un silenzio d’un attimo... Adolfo era caduto sulla vittima nella cui gola aveva piantato sino al manico il suo coltello. Egli si sentì umide di sangue le mani, intriso di sangue il volto che sulla fronte gli era spruzzato mentre cadeva sopra di lui; ascoltò se ancor si moveva... non intese che il rantolo della sua agonia... e il gorgogliar del sangue che usciva dalle arterie squarciate. Si levò; Angela giaceva tuttavia svenuta.

Adolfo battè l’esca ed accese il lume che per fortuna era rotolato in un angolo della stanza e non s’era del tutto riverso. A quell’oscillante chiarore egli vide allora... e fremè per tutte le fibre. Quella stanza era squallida ed umida, non v’era per terra presso al canile di paglia che una scodella di legno, non v’era che un piccolo pertugio che parea più lo spiraglio d’una prigione, che una finestra. Angela giaceva svenuta al posto ove egli l’avea deposta; le sue vesti eran tutte intrise del sangue di cui era allagato il suolo e che zampillava ancora dalla squarciata gola del morente; i capelli aveva rabbuffi ed irti sulla fronte, non mandava più che un debil alito, un rantolo fioco più di morto che d’agonizzante.

Adolfo si tolse tra le braccia il prezioso fardello e scese desideroso di togliersi a quel terribile quadro. Marta rinveniva allora dal suo assopimento, al rumore dei passi di Adolfo che scendeva la scala si alzò. Il giovane mandò un grido di sorpresa e di spavento al veder rizzarsegli di faccia quel nero fantasima, impressionato tuttora da quanto era succeduto, da quanto egli aveva compiuto in quella casa maledetta, ebbe quasi paura di quell’improvvisa apparizione!... Dal petto di Angela uscì un debole lamento... le sue labbra pallide mormoravano un nome... Adolfo!...

Il giovane si scosse... si strinse al cuore la fanciulla e gettò uno sguardo di sorpresa sulla vecchia che gli si era rizzata contro minacciosa ma essa pure aveva inteso il nome che avevan mormorate le labbra di Angela. Al debole raggio di luce che veniva dalla stanza dove ardeva il lume acceso da Adolfo essa lo guardò; sulla sua fronte lampeggiò un raggio di gioia. Sareste voi!?... voi il signor Adolfo?... domandò essa volgendosi al giovane che la guardava inquieto ed attonito. Oh che siate benedetto!... è ben il cielo che vi ha mandato!...

— Sì, sono io... rispose Adolfo assicurato dall’accento della vecchia, benchè nulla comprendesse, e fosse ansioso di conoscere i particolari di quello strano avvenimento. Ma ora è necessario, buona donna, di far rinvenire questa fanciulla...

— Scendete dunque, scendete presto... qui v’ha dell’acqua... e le tenebre della notte ci proteggono ancora.

Ajutò quindi il giovane a uscir fuori da quell’umido antro.

Quando la vecchia colle premure d’una madre ebbe deposta la fanciulla nel vano che era tra le due ale del fabbricato, corse alla saracinesca da dove gettò uno sguardo inquieto nell’interno del palazzo.

— Facciamo rinvenir presto la fanciulla, buona donna, disse Adolfo, che aveva indovinati i timori della vecchia. Non v’ha più nulla a temere nè per noi nè per lei!...

— Non v’ha più nulla a temere?... esclamò la vecchia fissandolo in volto sorpresa. — È un uomo potente colui... e satana gli dà mano nei suoi affari...

— Era potente!... mormorò Adolfo a voce bassa, e satana potrà trastullarsene a suo bell’agio.

La vecchia non capì bene, per quanto gli paressero strane le parole del giovane.

Angela aveva mandato dal labbro un nuovo lamento, essa corse ad attingere al canale un po’ d’acqua col palmo delle mani e ne spruzzò la fronte della giovinetta, che rinvenendo gettò un grido di gioia.

Due voci la richiamarono alla vita, due voci che le erano care ed adorate!... le parve di destarsi da un sogno ma non era un sogno... ella sentì un tocco ardente infuocargli le labbra, era un bacio di Adolfo!... sentì un palpito anelante sul suo cuore che rinasceva alla vita... ed ella si trovò tra le braccia del giovane e di Marta ebbra di quell’estasi per cui si benedice anche alla sventura quando sia il prezzo di quei sovrumani godimenti a cui non si arriva che per la via del dolore, che solo ne consente di misurare il palpito della felicità!

Qui ha fine la leggenda... Angela e Marta appresero da Adolfo come finì Enrico il fratricida su cui egli aveva vendicate le innumerevoli colpe. Il suo cadavere rimasto là, dove fu spento, sarà stato portato via dall’acqua in qualcuna delle frequenti inondazioni a cui Mantova andava soggetta, oppur consumato dal tempo si sarà rifatto polvere e materia. Angela e Adolfo in un alla vecchia Marta che portava alla fanciulla un affetto di madre, affezione che nasceva in lei per l’opera istessa del beneficio che aveva compiuto, si recarono al paesello dove era morta Giulietta, e dove egli si recò a deporre sulla tomba del padre il pugnale insanguinato che ne aveva vendicato l’assassino infame. Vi trovarono la povera Margherita che fu beata di poter morire consolata dal bacio del suo figlioccio, essa si faceva raccontare tutte le sere dalla vecchia Marta la storia del Palazzo del Diavolo, storia che narrava poi a tutti i ragazzi del paese. Il marchese ritornato dalla sua missione, stanco dei tumulti della vita politica si ritirò a viver tranquillo coi suoi figli.

In quel piccolo paesello allegrato da un vago sorriso di sole che indora le acque del suo lago, qualche vecchio si ricorda ancora la leggenda del Palazzo del Diavolo, che aveva sentita raccontare da bambino. Dopo d’allora egli fu disabitato per molto tempo e si vociferavano sul suo conto truci storie di spiriti e di folletti; si diceva che l’anima del nipote del Mago, o del misterioso signore della Casa della Valle vi si aggirasse di notte gemendo e mandando grida indemoniate.

Oggi la prosa del secolo ha fatto del suo vasto salone, al quale rimane appena alcun vestigio dell’antica splendidezza, un magazzeno ove s’ammucchiano le granaglie... I topi si ingrassano e vi s’aggirano despoti e signori invece delle anime dei morti; vi ballan la ridda fra le sacca correndosi dietro per tutta l’ampia vastità del locale, mettendo fuori dalle fenditure il loro musino vispo ed allegro. Le loro nere ed ardenti pupille brillano di notte d’una luce fosforica, per cui qualche buon paesano si sarà anche oggi giorno spaventato credendole qualche spirito che sia ritornato all’antico suo albergo. Tutto vi è diroccato... nè più v’ha forma di ciò che fu. Si è fatto del cortile uno stallo ove fanno capo i carrettieri nei giorni di mercato; si sono aperte al pian terreno botteghe di ferro rotto, di modiste e di falegnami; v’è un’osteria ove vado anch’io a cena qualche volta!... Vicino al luogo ove si sono compiuti gli ultimi avvenimenti che fanno parte di questo racconto, cantano e lavorano battendo il bucato allegre lavandaje senza paura che dalla porticina sprangata che mette alla stanza allagata, esca fuori l’ombra di qualche morto a far gelare sul loro labbro il canto col quale si rendono meno pesante il lavoro. Tutto è scomparso e non vi resta più che un informe ammasso di pietre che sparirà esso pure un giorno, se non al tocco della magica bacchetta dei maghi antichi, per l’opera più proficua di qualche centinajo di mille franchi che cercheranno un mezzo di moltiplicazione imbellettandone la fisonomia per farne tanti mezzanini moderni da noleggiare ad usum...

Onde coprir le spese Per tanti franchi al mese!...

FINE.

ADELIA

NOVELLA

DI ULISSE BARBIERI

ADELIA

CAPITOLO I.

Comune storia che finge pur il vero, A voi fanciulle io narro!...

Spuntava il sole d’un bel giorno di giugno. Le tremolanti cime degli alti pioppi che imboscano le valli del mantovano erano avvolte in un’onda di luce e si disegnavano nello spazio in bizzarri frastagli.

Appoggiato al parapetto del ponte di S. Giorgio, vedeasi un giovane dalle sembianze dilicate, dalla pupilla animata, dai capelli che a lunghe ciocche scendevangli intorno alla fronte alta e serena.

Egli seguiva astrattamente l’incresparsi delle calme acque del lago, sul cui dorso vedeasi guizzare qualche gaio pesciolino che le solcava d’una bella striscia d’argento, mentre il sole che innalzavasi a poco a poco imperlava i verdi ligustri bagnati ancora dalla notturna rugiada.

Fra quella folta selva di giunchi che si estende sulla riva sinistra del lago, l’usignuolo modulava la sua mesta nota; il gardello dalla cima di qualche antico pioppo trillava il suo armonioso gorgheggio; gaie villanelle passavano il ponte adorne del loro più bell’abito festivo; da lunge udivasi lo schioppettìo allegro delle fruste agitate dai merciajoli che spingevano le loro rozze alla piazza che s’ingrossava di rivenduglioli.

Era insomma una mattina d’un bel giorno di festa, ed il pensiero ti si esilarava nel contemplare quella scena così poetica nella sua amena semplicità.

Il giovane che erasi recato a diporto lasciando errare intanto il volo del suo pensiero intorno a chi sa quante illusioni che leggiadramente andava forse accarezzando, ritornò sopra a’ suoi passi, e cacciatosi sotto al portico dei Mercanti, movea difilato verso la chiesa di Sant’Andrea.

Era l’ora della messa; il comico teatro rituale rigurgita di spettatori pel solo scopo che lo spettacolo si dà _gratis_!

La piccola piazzetta detta del Bocchetto era ingombra d’ogni sorta di gente; l’occhio avido ed impaziente del giovane ben s’internava tra quella folla compatta, ben egli si rizzava sulle punte dei piedi per guardare al disopra delle teste, che rasentava collo sguardo, e bestemmiava contro la devozione cattolica col maggior garbo possibile!...

Perchè un fremito l’investe in tutta la persona?... perchè i suoi occhi mandano un così vivo lampo di gioia?...

— È già tardi, mamma, disse una voce dolce e soave a pochi passi da lui, e la leggiadra giovinetta dalla cui bocca erano usciti quegli accenti, trascinava dietro a sè verso il tempio una donna d’aspetto posato, per un lembo della sua veste di seta nera.

Carlo fece un atto di sorpresa e guardò la folla che gli serrava il passo come guerriero che misuri d’un colpo d’occhio la forza del nemico; strinse i gomiti e si dispose a farsi largo. Dal tempio si udì un modulato tintinnir di campanello... a quel suono la folla cadde ginocchioni, ed egli si vide ritto e come piantato in mezzo ad un livello orizzontale di larghi cappelloni di paglia e di cuffie a nastri rossi che gli si incurvarono dinanzi come capi di spiche al soffiare d’improvviso vento.

Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo, disse Archimede... A Carlo mancò invece il punto d’appoggio; egli spinse i suoi due pugni inarcati nel vuoto e brancolò urtando contro qualche cosa che faceva parte del corpo d’una vecchia ottantenne, ed a cui la troppa divozione dava una prominenza troppo indiscreta!...

Egli vide però... la vide salire la larga gradinata, la vide volgergli uno sguardo; arrossire ed entrare, e fu questa credo la prima volta che egli trovò che il _sanctus_ potesse servire a qualche cosa!...

Adelia, che tale era il nome della giovinetta, erasi inginocchiata accanto alla madre, egli era entrato in chiesa e potè a tutto suo agio contemplarla per qualche istante; i loro sguardi s’incontrarono... S’erano detti mille cose!...

Amarsi!... come è bella la vita!... quando la si comprenda in questa soave aspirazione dell’anima!... aspirazione santa!... come tutto ciò che è fede!... perchè fede è amore!... amore è giovinezza!... Vivere l’uno per l’altro!... poter ridirsi questa magica parola di tutti i cuori!... Correre insieme le fiorite alee d’un giardino, ascoltare il canto di un augello, darsi un fiore, scambiare un bacio, mormorarsi strane parole, palpitare di fremiti soavi, guardare il cielo che si adorna di un manto più fulgido di stelle per farsi più bello ai nostri occhi!... Il sole che sfavilla di maggior luce!... far proprio ogni volger d’attimo che concatena il tempo all’eternità, di cui si ama tutto! Le gioie che prodiga, i dolori che prepara... quelle belle giornate di primavera in cui si respira l’olezzo delle viole raccolte sul margine d’un fiumicello; quelle triste giornate di pioggia durante le quali vi raccogliete leggendo un libro, ridicendovi le mille volte quell’eterno ritornello che è il grido eterno della vostra anima, sempre nuovo perchè veste sempre le diverse forme delle impressioni che gli danno vita!...

Ecco cos’era l’amore per Adelia!... era un fuggevole inseguirsi di giorni sereni e felici!... era un immergersi nella voluttà dell’oggi!... era un sorridere alla speranza del domani!...

Povero fiore avido di luce e di rugiada che appena schiude i suoi petali olezzanti, essa aveva ben ragione di chiedere alla vita il suo caro sogno di fanciulla!...

Perchè il dubbio, questo aspide dalla bava velenosa che s’avviticchia al verde tronco e ne sugge il miele, avrebbe dovuto tingerle l’aurora coi foschi colori del tramonto?...

No!... ridi e folleggia, o fanciulla, finchè ha un sorriso il tuo vergine cuore!... Ama e canta come la rondine che ti saluta il mattino dal trave ospitale dove ha fabbricato il diletto suo nido!...

Il capriccio innocente od un desiderio di rapina, un giorno glielo distruggerà, ed ella andrà poi gemendo per gli spazj raccontando all’aria la sua sventura e la triste storia dei diletti che generano le colpe!... Ridi e folleggia prima che il dolore impallidisca il bel vermiglio della tua guancia!... Prima che il pensiero appanni la tua fronte!... Spendi i palpiti del tuo giovane cuore prima che la disillusione te li inaridisca nel petto!... Godi, fanciulla!... finchè il tuo ciglio ha un lampo sereno; il mondo è tuo!... cogline i diletti come il fiore che côgli attira un tuo sguardo. Ape leggiadra, aggirati pel giardino della vita ornato d’altari e di croci!... Canta alla vita ed alla morte la tua canzone, poi fenice dalle ali dorate, fatti un rogo di vimini olezzanti e coll’ultimo tuo canto prelúditi la tomba!...

CAPITOLO II.

Bello è il riso degli astri, e allor che splende La compagna dell’ombre, e l’armonia Del creato sfavilla, a me discende Dolce nell’alma una tristezza pia.

Caro è l’amplesso d’una madre, e santa La parola che al cor parla la fede!... Ma tutto tace se dal duolo affranta, Ebbra d’amor... non ha d’amor mercede, L’alma che solo in lei sente la vita, Nel delirio gentil con te rapita!...

Sol’io ramingo ricercando vado Un cor che al grido del mio cor risponda!... E d’una cara illusïon suado L’alma d’amor digiuna e sitibonda!...

L’argenteo raggio d’una pallida luna baciava le nere chiome d’una pensosa giovinetta seduta sola e raccolta al piccolo tavolino da lavoro della sua stanza, allora che dalla strada s’intese il suono della mesta canzone.

Ne erano le note dolci come un sospiro e parea non domandassero all’eco che un altro sospiro ad intrecciarne l’armonia.

Quella giovinetta era Adelia... si scosse... tese l’orecchio con avida ansia... i suoi begli occhi celesti scintillarono ardenti ed animati... un incitato anelito le sollevò il petto ansante, colla leggiadra sua mano si compresse la fronte come se volesse frenare l’inquieta danza dei pensieri che dentro vi turbinava; si alzò tacita, accostossi al balcone che stava aperto... forse per lasciar adito alla fresca aria della sera...

Ristette immota.... Un giovane svoltava l’angolo della vicina via; la giovinetta non potè udir altro che l’allontanarsi de’ suoi passi.

Pure aspettò... quel rumore tornò a farsi più distinto; vide un bel giovane dalla corporatura snella, dal volto pallido, dai capelli neri e lucidi, che ripassò senza levare lo sguardo, poi più nulla!...

Essa era ancor là... guardava una stella il cui raggio le tremolava sul capo, e parevale che favellasse arcane parole alla sua anima che chiedeva alla vita il suo mistero!...

Come era bella! appoggiata a quel balcone, illuminata da quella mistica luce che ne inargentava le chiome d’ebano! Era pur bella!... china la fronte sul suo seno d’alabastro, simile alla Margherita di Goethe, che sfoglia il fiore della rivelazione, sfogliava essa i fiori del suo pensiero cercandovi il più bello ed il più olezzante!...

Come si disegnava bello il suo corpiccino di gazzella sotto alla sua veste bianca!

Essa non sapea ancora che nome avesse... chi fosse il pallido giovinetto che aveva cantata sotto al suo balcone la romanza del sospiro!...

Ma che importa al cuore che ama di un nome?... Si sovvenne della prima parola colla quale l’aveva chiamata baciandola sua madre, e la mormorò stemperando la sua anima in un sorriso. Mio Angiolo!...

Povera Adelia!

* * *

È mezzanotte!... la luna che ha irraggiata quella scena, ha nascosta la sua faccia luminosa in seno a fosche nubi. Da che ritorse inorridita il suo raggio?... Dalle socchiuse griglie di un’altra casa s’ode un tintinnìo di bicchieri... grida... un nome... poi uno scoppio di risa... poi una parola mormorata da due labbra nello scambio di un bacio: Povera Adelia!

CAPITOLO III.

Spiegazioni.

Insomma!... l’amava o non l’amava?... mi domanderà il lettore.

O che bel vezzo è mò questo di tradurci innanzi il vostro protagonista mentre aspetta il sole che nasce, che poi fa quasi a pugni d’innanzi ad una chiesa per veder in viso la sua bella!... per mandarcelo ad un tratto chi sa dove... a profanare in un’orgia chi sa qual nome... Signor novelliere!... l’è questo un andar a sbalzi che non ci garba gran che!... E poi... chi è questo signor Carlo che sta guardando i pesciolini che guizzano, come uno scolaro del Seminario!... che canta delle romanze che sono andate giù di moda, e che dato poi uno scappellotto a tanta ingenuità preadamitica ci fate smarrir d’innanzi lasciando a noi d’allambiccare il dove abbia potuto cacciarsi....

Affè, dico io... cosa importano mò a voi, belle lettrici, giacchè è per voi che butto giù questa novelluccia da strapazzo! cosa importano a voi i connotati più o meno speciali e fotografici dell’eroe di questo racconto?... prima di tutto... disse, ed a ragione, un nostro chiaro scrittore che al dì d’oggi quest’ufficio che altra volta era un privilegio dei romanzieri, se l’han preso certe persone che hanno tanto a che fare colla poesia come il _Patio_ nel _Corano_!... sebbene sia merce dell’istessa stoffa!...

D’altronde, sapete perchè v’ho accennato il suono de’ suoi passi, invece di disegnarvelo, spendendovi dietro una dozzina di paginette?... prima di tutto perchè si vuole che io faccia presto!... in secondo luogo perchè ho pochissima voglia di scriver molto!... e poi, perchè credo che l’uno per l’altro il suono dei passi lo rendano tutti con una certa qual prossimitività d’uguaglianza, dalla quale voglio trarre pressochè una norma dell’uguaglianza dei difetti e delle virtù, di bene e di male, onde s’informa questo ammasso d’ossa e di carne, di sangue e di vene, che costituisce il meccanismo di questo logogrifo ambulante che dicesi uomo, mentre agisce su questo vasto teatro che dicesi mondo!... rappresentando questa farsa comico-tragica che dicesi vita!...

Tutt’al più sarò obbligato a dirvi l’espressione esterna dei suoi lineamenti, e se ben non m’inganno sembrami avervi detto che era bello, pallido, così come un ritratto al dagherrotipo esposto alla curiosità dello sguardo.

Guardava i canneti indorati dal sole, cantava una romanza sentimentale passando sentimentalmente sotto ad una finestra, poi andava ad orgiare salutando con un brindisi l’idea conquistatrice del bollente suo spirito!...

Lo faceva così... perchè tutti gli uomini hanno vari momenti nella loro vita che prendono tinte analoghe dalla loro posizione, come le acque riflettono i colori del cielo, e subiscono lo stato degli elementi!... Oggi si piange, domani si ride!... oggi si dorme, domani si muore; differenza di posizione!... Giuoco d’ottica!... Uno dei fili arcani da cui sono mosse le suste delle marionette terrestri subisce una oscillazione, un altro si spezza, ed eccovi perchè chi è sano s’ammala, chi è vivo muore, chi è ricco diventa povero, chi è onesto si fa ladro!...

Cambiamento di luce nella gran lanterna magica del creato!... Sviluppo di forme partorite dallo svolgersi degli eventi sul terreno del tempo!... Bah!... follie o grandezze a seconda del modo con cui si vedono le cose. Sinonimi e figure, ombra e luce, finchè cade la tela dell’ultimo atto, finchè il passato si confonde coll’avvenire, e l’avvenire si sperde ombra fatua nelle tenebre del nulla!...

Ma lasciamo queste oziose digressioni!

Erano scorsi varii giorni dall’incontro dei due giovani tra la folla che li divise.

La giovinetta seguendo la buona madre era uscita dal tempio, e Carlo l’aveva occhieggiata a suo bell’agio; s’eran scambiati un sorriso, poi allegramente s’era recato a stanare un gajo crocchio d’amici coi quali passò la giornata impiegando di cuore tutta la sua volontà in un buon acchito al bigliardo del caffè Partenope, quanta ne adoprò per dare ai suoi sguardi un’espressione che rivelasse all’ingenua donzella il ritornello a metro obbligato di tutti gli amanti, più o meno amanti od amati!

Carlo però nulla aveva a fare!... ne veniva di conseguenza che gli rimase molto tempo per pensare al suo amore!...

S’avvicinava l’inverno, e le passeggiate romantiche che si fanno così volentieri allo spirare della tiepida aria di primavera, alla fresca aria delle sere d’estate, poi con meno diletto fra le nebbie dell’umido autunno, diventano tremendamente nojose alla rigida brezza delle sere d’inverno!... Allora si sente il bisogno d’un buon fuoco, per quanto il cuore ci possa avvampare ardentemente!... la mente spazia nelle soavi voluttà d’una ben fornita cena; al suono de’ baci dati e scambiati; fra il tintinnir delle tazze colme e vuotate ed al frizzar vaporoso dello champagne!... Almeno così la pensava Carlo!...

Per un po’ di tempo stette allambiccandosi il cervello; ma... cosa non consiglia l’amore?... ed il freddo?...

Adelia aveva un fratello; giovane di svegliato ingegno, che si era dato allo studio dell’avvocatura e doveva partire a giorni per Padova onde terminare il suo corso universitario.