Il palazzo del diavolo, vol. 2/2

Part 7

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Adolfo vedeva ad onta delle tenebre che lo circondavano, sentiva!... Vale a dire che per lui, la cui intelligenza era rischiarata dal racconto del barbiere, per quanto strano ed inverosimile ei si fosse, quella forma di fantasima come a tutti era parso, era un essere vivente, quel canto era un segnale!... Lo comprendeva per la stranezza istessa di quelle note che avevano un suono informe e strano appunto perchè chi le mandava dava loro quell’impronta che valesse a non farle credere umane!

Quell’oggetto su cui si fissava tutta l’attenzione del giovane avanzava lentamente e con precauzione rasente al fianco della casa, poi ad un tratto scomparve... dal labbro di Adolfo sfuggì un piccol grido... ch’ei soffocò per la tema che a qualcuno potesse rivelare colà la sua presenza, avanzò di qualche passo ed attese... non sentì più nulla... il canto era cessato... Scorse un mezz’ora d’ansia indicibile... Era certo che qualche mistero si nascondeva dentro alle mura di quel palazzo fatto segno dal pregiudizio alla paura del volgo.

Quell’ombra che era già stata veduta da mastro Antonio, non essendo un’impressione della sua stravolta e delirante fantasia, era dunque un essere reale... Veniva da qualche luogo e si recava in un luogo prefisso per compiervi un’opera qualunque.

Onde venire a conoscenza di ciò, l’unico mezzo era di scoprire chi fosse quella strana creatura o cosa venisse a fare colà.

L’aveva veduta sboccare dietro alla casa, rasente a quel ramo dicorrente che ne bagnava il fianco sinistro; veniva dunque dalle Pradelle, dalla valle, ed era entrata nel palazzo.

Adolfo girò intorno a quella casa, e si appostò di dietro al palazzo sulla strada da dove poteva supporre che fosse venuto quell’essere che gli era scomparso sotto agli occhi, entrando nella casa della valle, come la notte prima era per mastro Antonio sparito sotto l’acqua del fiume...

CAPITOLO XXXVIII.

Il Fantasma.

Visitando anche oggi il vecchio palazzo dei Ceresara, volgendo a destra del cortile si scende giù da una gradinata a quel ramo del Mincio che ora si è incanalato e che allora scorreva libero la campagna.

I conti Ceresara trassero profitto dall’acqua che bagnava l’ala sinistra del lor caseggiato onde servirsene agli usi della casa e per l’abbeveraggio dei cavalli.

Oggi erettavi sopra una tettoja se ne fece un lavatojo dove si lavora a forza di braccia il bucato, e dove convengono vispe lavandaje dalle guancie rosse, e dalla nervatura che non sarà andata forse a genio di qualche damerino troppo ardito...

Dice il proverbio, che colle cuoche e colle lavandaje c’è da far conti alla larga, e forse il proverbio ha ragione.

In quel vano che staccava le due ale del palazzo e ne spezzava il quadrato, diviso com’era tra la casa signorile e la rustica abitazione, che probabilmente sarà stata occupata dal servidorame dei conti Ceresara e dai vassalli delle terre; in quel vano ripeto che lasciava adito all’interno del cortile, era sparita l’ombra veduta da mastro Antonio, e l’essere umano veduto ed espiato da Adolfo.

Se oggi però si scende al canale dalla corte del palazzo, allora non vi scendeva a che dopo aver aperta la seracinesca di legno di quercia che ne chiudeva l’entrata. Al di là della seracinesca eravi una piccola porta quasi rasente al canale che vi si vede anche oggi... il livello dell’acqua doveva essere allora più alto giacchè l’acqua della corrente passava per quella specie di sotterraneo e seguitava il suo corso; oggi l’acqua del canale appena ne bagna il terreno.

Adolfo poi che ebbe atteso alquanto tempo, impaziente nella sua ricerca a cui era attaccata tanta parte della sua speranza, s’avvicinò più ancora alla riva e gettò uno sguardo ansioso lungo il fianco del palazzo; vide o gli parve vedere qualche cosa che si moveva sulla superficie dell’acqua precisamente presso al luogo dove gli parve fosse scomparso l’oggetto che aveva attirata la sua attenzione.

Quella cosa, pareva una specie di zattera formata da poche assi di legno connesse insieme ond’ei trasse argomento che avesse potuto servire a trar colà la persona che avea scorta prima avvicinarsi a quel luogo... Un lampo di gioja balenò nel suo sguardo che lo confermò coll’attenta ricerca nella trattane desunzione... Egli che temeva essere giuoco d’un’illusione che poteva ritornarlo nel disinganno e nella disperazione, comprese che v’era una realtà, qualunque potesse essere in quel convegno notturno d’un fantasma che era un essere umano.

Poco spazio lo divideva da quell’oggetto galleggiante, ei si provò a scender nell’acqua, l’acqua era bassa; avanzò con risolutezza e toccò la zattera, che era diffatti una zattera mal connessa, ma che bastava però a reggere per poco tragitto chi vi si fosse avventurato; vi montò sopra ed aggrappandosi alle fenditure della muraglia fu presso al vano che abbiam prima accennato... Adolfo ringraziò il cielo col muto trasporto del pensiero, d’un balzo toccò terra e si trovò di faccia alla chiusa saracinesca.

La saracinesca era ben salda ond’ei si persuase in un attimo che l’oggetto da lui veduto, a meno che non fosse un fantasma, di là non poteva essere passato... se era un fantasma non doveva aver avuto bisogno di una zattera per arrivarvi; ne veniva dunque di logica conseguenza che non era passato di là, e che se non era nel vano dove egli si trovava, doveva essere entrato da qualche parte.

La porticina che abbiamo notata e che metteva al sotterraneo allagato, era difatti al di qua della saracinesca... il giovine vi si avvicinò... il chiavistello di ferro ond’era sbarrata cigolò sotto la pressione della sua mano robusta, la porticina si aperse.

CAPITOLO XXXIX.

Marta!...

Il giovane ristette attonito; s’era messo sulle traccie d’un fatto avvolto dal mistero il più impenetrabile, su cui la superstizione dell’epoca gettava il suo mantello quasi egida inviolabile, e che che ei si fosse questo mistero, stava per esser suo... L’ignoto.... questo spettro del pensiero si dissipava innanzi a lui per lasciarvi succedere il reale: cosa sarebbe poi questa realtà? Per lui che galoppava sì rapidamente sul giovane destriero delle illusioni v’era di che aver paura di sè stesso.

Frattanto che egli lottava colle sue riflessioni, e si abbandonava alle mille emozioni che andavano svolgendosi nella sua anima agitata, intese uno strano rumore dal sotterraneo innanzi alla cui soglia era restato immobile e trepidante; udì lo scricchiolare come di una scala di legno sotto la pressione d’un passo, intese una voce, Adolfo fremè in tutte le fibre del suo corpo... e si portò la mano alle tempia come volesse rattenerne i battiti convulsi... Angela!... mormorò egli pallido come un cadavere.. è ben la voce d’Angela!.. nell’attimo istesso un’ombra si agitò sotto l’oscura vôlta... una forma umana passò la soglia della porticina... Adolfo tese la mano contratta, l’ombra non gli svanì d’innanzi come un sogno... egli sentì un corpo che si dibatteva, intese un grido, una massa inerte gli cadeva ai piedi tramortita; a quel grido un altro vi rispose dall’interno dei sotterraneo, fioco come un lamento, supplice come una preghiera... Adolfo s’era lanciato oltre alla soglia innanzi a cui esanime era caduta una vecchia ravvolta in un grigio scialle da farla parere un fantasma.... Egli aveva indovinato in quel grido la voce di Angela la quale chiamava con accento supplice e che aveva l’espressione del terrore: Marta!... Marta!...

CAPITOLO XL.

Spiegazioni!...

A toglier dalla meraviglia il lettore a cui parrà strano quell’incontro di Angela e della vecchia Marta; di Marta che era da tanto tempo sparita dal palazzo, e d’Angela così vicina al suo persecutore dopo ch’eragli stata rapita dalle braccia nella sala del banchetto in quella notte d’orgia che celebrava un delitto.... diremo che la vecchia custode poi che si trovò tra le braccia la spaventata fanciulla, approfittando del disordine a cui aveva dato luogo la sua strana apparizione aveva scese a precipizio le scale.... s’era trovata nel cortile, e quando sostò riflettendo su quanto era avvenuto, si chiese come potesse salvare quella fanciulla che non aveva avuto paura del suo deforme aspetto, che non era arretrata compresa di spavento d’innanzi a lei, che aveva indovinato un cuore sotto le sue sembianze di strega, come la chiamavano quei della borgata, con accento di insultante disprezzo.

La notte era tetra e si poteva a stento scorgere quell’informe cosa nero-bigia che era la vecchia Marta abbracciata a quella bianca forma di vergine che era Angela. Era uno strano gruppo che stette immobile disegnandosi in mezzo alle tenebre nel vasto cortile del palazzo.

S’intese un fragore come di passi che s’incalzino gli uni sugli altri sulle scale per dove la vecchia era scesa; un lampo rischiarò foscamente la notte e guizzando illuminò la destra ala della casa; un pensiero sorse nella mente di Marta che era tutta intenta nella ricerca di un mezzo di salvezza.

S’era risovvenuta che là... v’era una stanza, inviolabile per il signore del palazzo; inviolabile come la tomba d’un estinto, e più ancora che la tomba d’un estinto!... una stanza a cui egli non s’avrebbe potuto avvicinare perchè v’era guardiano il fantasma d’un assassinato: quella da dove ella lo vide in una notte parimente fosca e terribile, parimente minacciosa di procella, uscire coi capelli irti... col terrore sulla fronte, spaventato dal suo grido di pazza che gli pareva la voce della coscienza e che gli andava ripetendo come minaccioso rimprovero: Caino!... Caino!...

Il lettore si ricorderà di quel roco grido della vecchia Marta che cacciava Enrico fremente di terrore su per i deserti scaloni a racchiudersi nel suo appartamento solo coi fantasmi del suo agitato pensiero che non gli avran certo consentito una delle più calme sue notti.

Marta strettasi fra le braccia la semiviva fanciulla, corse a quella volta e vi si racchiuse... Aveva appena fatto ciò, che la voce agitata di Enrico faceva echeggiare le vaste solitudini del palazzo colle sue grida che chiamavano la vecchia e la fanciulla. A lui non rispondeva che il fischio del vento, lo squittir dai comignoli dei gufi che salutavano la bufera, e l’eco che ritornava a lui le vane sue grida come uno scherno che gli strappava dall’animo un fremito impotente d’ira e di minaccia!..

CAPITOLO XLI.

Rivelazioni!...

L’istessa notte in cui stanno per compiersi questi avvenimenti che rapidamente volgono al loro termine, uno dei famigli d’Enrico bussava alla porta del suo appartamento.

Il signore della Casa della Valle tutto chiuso in sè colle sinistre memorie del suo passato avea fatto serrare la porta della sala dei banchetti; non più i canti d’allegre brigate erano echeggiati sotto le vôlte del vasto salone!... Intorno ai capolavori d’arte che ne adornavano le pareti, il ragno intesseva le sue fila, il pipistrello aveva ampio campo a svolazzarvi intorno, e poteva appendersi colle anche alate a qualche barba di santo od al naso di qualche amorino!...

Le sale del piano signorile eran chiuse e deserte, ei vi si aggirava talvolta, tetro e cupo... cercando a sè d’intorno qualche cosa d’animato e non trovandovi che le sue memorie... triste compagnia contro cui non valeva a lottare tutta la forza della sua anima che andava prostrandosi sotto il peso di quella maledizione che sentiva gravare su lui compiendo insensibilmente l’opera del suo annientamento.

Ai colpi battuti sulla porta della sala dove egli si trovava, Enrico si scosse. — Sono il vostro umile servitore che chiede dirvi una parola, disse una voce che ei riconobbe per quella di Ambrogio il gigante che più d’una volta abbiamo veduto immischiarsi ne’ suoi affari.

Enrico aprì bruscamente, e poi che vide sulla soglia quella sinistra figura di bandito, che girava tra le dita la sua berretta di felpa, gli fe’ segno che si spicciasse a fargli il messaggio per cui dovea esser venuto.

— Reverendo messere... borbottò il bandito, sono venuto a darvi una buona nuova.

— Una buona nuova?... esclamò Enrico fissandolo tra minaccioso ed accigliato... Di che vuoi tu parlarmi marrano?...

— D’un racconto di fantasmi che ho inteso ora nella bottega di mastro Antonio il barbiere.

— E che parli tu di fantasmi?... mormorò Enrico fattosi pallido come un morto.

— Lo dissi così, messere... per servirmi dell’espressione di mastro Antonio, il che non toglie ch’egli veda lucciole per lanterne, e che la paura gli abbia dato di tracollo al cervello... Il gigante raccontò allora quanto veniva d’aver inteso nella bottega del barbiere. Enrico l’ascoltò lasciando sfuggir dalle ciglia lampi di gioja selvaggia.

— Affè!... esclamò egli, tu sei un astuto mariuolo, Ambrogio!...

— Vi par che s’abbia a credere che le ombre camminano sull’acqua e vi spariscan sotto, e cantino e faccian tai cose da vivi?... scommetterei la guaina della mia daga, che v’è da aguzzar gli occhi per veder chiaro!... e vedrei tutt’altro di quel che ha veduto il barbiere!... Se volete che mi metta in posta, la mezzanotte non tarda tanto, e farò ben io passare alle ombre il grillo di venir a gironzare nei dintorni del palazzo.

Enrico pareva rapito in profonda astrazione, perchè non diè risposta alle parole del gigante; egli si immerse ne’ suoi pensieri e parea stesse annodando le intricate fila che gli si venian svolgendo nell’immaginazione esaltata.

— Dove è sparita quest’ombra?... questo diavolo?... questa cosa qualunque come a te pare? esclamò stizzito e di malumore. Cosa dedurresti tu da questa maledetta fantasticheria da inspiritati?...

— Io dedurrei, messere, che l’ombra invece di esser sparita sotto l’acqua del canale sia entrata nel vano che v’è appunto al di là della saracinesca.... Non v’è là una porticina che mette a quella parte rustica dove nessuno abitò mai... dopo la morte di vostro zio?...

Enrico impallidì di terrore.... e strinse con violenza il braccio d’Ambrogio come volesse sulle labbra soffocargli le parole che aveva profferite.

— M’avete domandato cosa ne pensi.... borbottò il gigante, affè, messere, fatemi avviso se avete intenzione di rompermi le braccia a questo bel modo!...

— Che sai tu di quella porta?... gli domandò Enrico agitatissimo.

— Affè!... Cerco per dove possa essere entrata quell’ombra indiavolata, che a quanto disse mastro Antonio cantava una strana canzone. Sapete cosa ricorda?... Il canto dei morti di quella vecchia strega che il diavolo s’è portata con sè, e che temo non abbia voluta nemmeno l’inferno.

— Marta!... vuoi tu parlare di Marta?...

— Affè!... sì... di quella strega!...

— Marta!... ripetè Enrico fra sè con impaziente anelito come se nel suo pensiero stesse formandosi un concetto intorno a cui la mente s’adoperava affannosa... Marta!... borbottò ancora; sì, era ben dessa che apparve in quella notte nella sala del banchetto!... Essa che ha rapita Angela!... Essa che è sparita dal palazzo dopo quel giorno!... e che io ho invano fatta cercare!... E tu dicesti, Ambrogio, che un’altra voce avea risposto a quella della vecchia?...

— Adagio... mastro Antonio non disse poi che era una vecchia.... in quanto alla voce ei disse ed affermò che gli parve dolce come quella d’un angelo... non è strano, messere, che gli spiriti abbiano di tali voci?...

Enrico battè i piedi con impazienza come se non volesse essere sturbato nell’anelante ricerca in cui impiegava tutte le facoltà della sua anima, dall’importuno cicaleggio del gigante. Taci, marrano... mormorò egli con affannosa concitazione... — Oh se fosse di lei!... Ambrogio, io ti farei ricco come il primo dei cavalieri del duca...

— Chi?... domandò il bandito.

— Angela!... non capisci tu che è d’Angela che io intendo parlare... che se quella vecchia è Marta.... là nascosta non vi può essere che Angela... Egli si slanciò verso la soglia e gridò al bandito con voce alterata dall’emozione, — a noi!... seguimi, Ambrogio.... e al diavolo gli spettri.... fanfalucche da fanciulli... Essa è là... la sento... e la troverò... dovessi far demolire questo palazzo pietra per pietra fin ch’io l’abbia trovata.

L’orologio del castello suonava la mezzanotte.

CAPITOLO XLII.

La stanza del fratricidio.

Quando Enrico fu nel cortile... s’arrestò: avea inteso del rumore al di là della saracinesca, avea inteso una voce, era quella di Angela che chiamava la Marta.

La fanciulla alla sua volta avea inteso dalla parte del palazzo come un rumore di passi precipitati; atterrita per quel senso di fina penetrazione che è proprio di chi abbia la coscienza del pericolo, avea gettato quel grido di spavento.

Era tanto tempo che la povera fanciulla giaceva là, separata dalla vita, viva per una speranza che veniva collo scorrer del tempo illanguidendosi nella sua anima angosciata... La buona vecchia che l’avea strappata alle braccia di quell’infame, s’era sepolta con lei in quella stanza che dovea metterla a riparo dalle ricerche del signore della casa.

Fu nel giorno susseguente a quella terribil notte che la vecchia Marta si spaventò d’un pensiero, vivere!... come avrebber esse vissuto senza compromettere la loro sicurezza? per la vecchia poca cosa era la vita... ma voleva salvare quella povera fanciulla così bella!... Dar indizio che ella fosse là, equivaleva a ritornarla ai lascivi amplessi di colui che essa aveva fuggito con tanto orrore... Dalla stanza dove si trovavano le due donne per un piccolo uscio si scendeva ad una specie di pianterreno allagato dal canale. Marta attese la notte, scese; vi si scendeva per una scala di legno... la scala era sospesa sull’acqua e faceva capo ad una porticina bassa sbarrata da una spranga di ferro arrugginita dall’umidità; il luchetto della sbarra non era chiuso a chiave, potè levarlo, e si trovò tra quel vano che eravi tra il canale e la saracinesca dell’abbeveratojo.

L’acqua che ne resentava il fianco era bassa, vi scese e potè arrivare dietro il palazzo... Innanzi a lei si estendeva la valle; al di là della valle la campagna; costeggiando la riva poteva nascondersi tra i canneti e di là internarsi pei campi dove saria andata in cerca di cibo per sè e per Angela.

Rientrò nella stanza ove la fanciulla l’aspettava in preda ad una viva agitazione e si convenne ch’ella cercherebbe di radunare quanto potesse dar alimento alla loro vita limosinando per le case di campagna.. e che dopo aver fatta sufficiente provvigione rientrerebbe di notte e starebbero insieme quanto tempo lor permettessero i viveri raccolti, che poi uscirebbe di nuovo per le sue bisogna, e così durerebbero finchè il tempo non venisse in soccorso della fanciulla mutando intorno a lei gli avvenimenti che sì terribilmente la stringevano nel lor cerchio di ferro.

Così simile sempre in ogni suo attimo, per la vecchia e per la fanciulla il tempo era scorso sino a quel giorno... Marta avea provveduto limosinando per la campagna quanto di maggior bisogno occorresse; aveva portato della paglia con cui formare un canile sul quale poter adagiare le dilicate membra di quella vaga giovinetta che sentiva d’amare come una madre... a cui usava tutte le premure, a cui prodigava tutti i possibili conforti cercando tener viva in lei la lusinga di giorni migliori che la compenserebbero delle provate miserie... Angiola le parlava di Adolfo!... del suo giovane fidanzato!... come si struggeva pensando cosa ne potesse esser avvenuto!... come rabbrividiva al pensiero che il signore del palazzo come Marta lo chiamava, avesse tentato sopra lui qualche delitto onde togliersi dal sentiero un ostacolo che avrebbe potuto un giorno o l’altro contendergli il possesso della donna che aveva tanto amata!...

Erano ben tristi pensieri codesti!... e ben terribili per lei nel cui animo inquieto e trepidante andava morendo ogni giorno la speranza di poter esser tratta da quella tomba ove era costretta seppellire la sua giovinezza!... e spegnersi consumata dai fremiti anelanti del suo povero cuore.

Rompevan solo la monotonia di quella miserabile esistenza le escursioni di Marta, alla quale quando ritornava di notte, chiedeva se nulla avesse sentito, se nulla avesse veduto... Ma la vita della Casa della Valle non era alterata da alcun avvenimento.

Aspettava il ritorno di suo padre che avrebbe chiesto di lei, che di lei avrebbe fatto responsabile l’uomo che s’era intruso nella sua famiglia per carpirne la confidenza e rubarne il tesoro... pur nulla di tutto ciò avveniva, e la povera fanciulla gemeva intanto straziata da tutte le torture d’un’angoscia senza conforto... Infinita come il pensiero de’ suoi mali che sulle sue labbra di fanciulla avevano estinto il sorriso della giovinezza!...

Enrico che aveva inteso il grido d’Angela e che s’era slanciato verso quell’ala del fabbricato da dove era venuta la voce, diè addietro d’improvviso atterrito, coi capelli irti, colle labbra pallide. In quella stanza!... mormorò egli con voce bassa e fremente. Lei!...

Scorsero alcuni istanti durante i quali una fiera lotta si combatteva in quell’anima incallita nel delitto, e che pur non sapeva vincersi in quello sforzo paralizzato dall’impressione. V’ha qualche cosa diffatti per chi sia rotto alla colpa, più orribile di un cadavere... Un cadavere è una cosa... si sa dove è... lo si vede, e se si deve passar oltre, lo si evita oppure lo si calpesta come più si voglia. Ma aver d’innanzi a sè il pensiero del proprio delitto... Vederlo come allora, in quell’attimo terribile in cui si è compiuto... averlo presente vestito coi foschi colori che vi presta l’immaginazione... ecco l’orrendo spasimo d’un’agonia che dura finchè in voi dura l’idea che ve ne formate; esso è ben più terribile dell’agonia reale che dura quanto solo può durare un’agonia, a cui vi sottraete, o che fate finire più presto. Un fantasma per chi è reo... è più che un uomo... L’uomo è contro lui, il fantasma è in lui... L’uomo s’uccide... e v’ha una convulsione in quel parossismo che attutisce le facoltà intellettuali e fa dominare assoluta la sensualità delle impressioni. L’orgasmo ed il terrore, sono sensi che costituiscono in dati momenti una vita a parte... talchè vedremo talvolta il timido farsi entusiasta e l’indomito farsi pauroso. Essi sono quali sono fatti in quell’eccezione del momento per riprender tosto dopo la loro veste abituale.

Enrico lottava con sè stesso!... lotta terribile della realtà contro l’indefinito... dell’uomo contro un’idea che lo accerchia, che lo stringe, che è in lui... ed in cui egli vede una cosa orribile fuori di lui, e che pur sente in sè... È un impressione nella quale egli si perde, che si fonde con lui e che volendola superare per lo sforzo istesso del pensiero che la combatte, si veste e si anima di ognor nuove forme; che si riproduce quando egli crede d’averla distrutta.

S’intese un rumore come d’un corpo che cade, un altro grido che non era mandato dalla voce d’Angela... Enrico non vide più nulla... egli aveva vinto sè stesso perchè tutta la vitalità della sua anima era stata deviata; in quel momento di parossismo il pensiero era assorbito da quel fatto che si compieva e che diceva a lui ardente di libidine e di vendetta... Angela è là!...