Il palazzo del diavolo, vol. 2/2

Part 6

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Il giovane cavallaro che aveva recato Adolfo sulla groppa del suo cavallo e che in sì buon punto era arrivato ad impedire che lo si finisse del tutto come quei messeri non avrebbero tralasciato di fare, come fu giunto al paese collo strano suo carico, fe’ avvisare padron Beppo, il quale fatte mille meraviglie per il che e per il come, dopo aver ordinato d’allestire il miglior suo letto, e chiamata la moglie a dargli mano fe’ trasportar sopra il ferito, mentre mandava tosto pel medico che non si fe’ aspettare.

Guardata la piaga, interrogati i battiti del cuore, la rapidità delle pulsazioni, egli dichiarò essere la ferita pericolosa, che però nessun organo vitale del petto era leso, e potersi sperare ancora la guarigione da una cura vigile ed assidua.

Fu avvisata Margherita, la sua vecchia governante che vi accorse piangente e disperata; venne il buon parroco ad averne nuova, e seppe come Ambrogio fosse caduto vittima di quell’aggressione che egli non sapeva a che attribuire ed a cui applicò il suo più semplice significato, e ritenne per un’aggressione nè più, nè meno di quelle che non eran troppo rare a succedere in quei tempi di violenze e di rapine....

Il carbonaro aveva espiata la sua colpa, Dio gli perdonerebbe.... ed il buon prete, ministro di perdono, pregò per lui, e credette colla preghiera intercedergli l’eterna misericordia ch’ei si era guadagnata coll’espiazione.

La ferita di Adolfo lasciò molto a temere per qualche tempo, ma poi non tardarono i primi sintomi d’una prossima convalescenza; a poco a poco il pallore delle sue guancie si animò, nello sguardo scintillò la vita che parea fuggisse collo scorrer d’ogni giorno... giorni d’angoscia e d’affanno per la povera vecchia che vegliava al suo letto d’agonizzante colla premura d’una madre!...

Finalmente ei fu salvo... Il dottore lo dichiarò colla compiacenza di sè stesso, e con somma gioja di quanti s’interessavano per il giovane, a cui tutti quei del paese avevano simpatia e che lo sospettavano vittima di qualche infame tranello.

Non appena coll’animarsi in lui della vita, la mente lo ritornò alla piena conoscenza dell’esser suo, due pensieri gli si affacciarono, occupando tutte le sensazioni della sua anima; Angela!... la vaga fanciulla, che aveva incontrata sul suo sentiero come una benedizione del cielo!... e congiunta a quella soave immagine.... Mostruoso insieme d’un’idea che assimilava i palpiti più dolci del suo cuore, ai fremiti convulsi del suo odio furente, alle trepidazioni del suo terrore angoscioso, un fantasma d’uomo... Egli l’aveva indovinato sulle labbra d’Ambrogio... egli l’aveva presentito, l’uomo che era sorto tra lui e la felicità, col suo beffardo sogghigno da demone.... L’uomo ch’egli aveva chiesto a Dio per colpirlo col braccio armato delle sue folgori vendicatrici... quell’uomo era là... vicino ad Angela!...

Il giovine si agitò sul suo letto come il torturato sull’aculeo che lo strazia!... Ei non sentì le sue carni lacerarsi, nè le sue membra frangersi... ma in quella tortura terribile dell’impotenza che vorria trovar la forza nella convulsione del desiderio... quando in questo desiderio si accentrano tutte le aspirazioni dell’animo... ei provò ciò che nè gli aculei, nè i carnefici hanno mai fatto provare alle loro vittime... Il corpo sviene sotto la pressione d’un dolore... nelle membra rotte cessa il palpito che le anima.... la natura ha imposto una sosta al martirio, ha lanciato una sfida ai martirizzatori... Alla forza che strazia... ha detto... qui ti fermerai perchè al di là di quel dolore vi ha il deliquio o la morte... Due sonni che sono una sosta del martirio... Ma v’ha qualche cosa di più orribile della tortura dell’aculeo e di tutto quell’apparato di tormenti con cui la tirannide credette far sfoggio della sua potenza impotente... ed è l’accentrarsi del pensiero in un’idea fissa, irremovibile, eterna come il tormento che vive con lei... Muta perchè non chiede, e non ascolta; chiusa in sè... per cui tutto non è più che lei sola!... quando ogni palpito si anima in lei... ogni atto è lo scatto d’un sol fremito, febbrile, vertiginoso, convulso. Aver d’innanzi al pensiero ciò che sia l’angoscia più disperata dell’anima... Vestirla con tutte le forme del delirio... e per distruggere questo sogno che è una realtà, voler dare la vita... sè stessi, tutto... e sentirsi impotenti a fare... Impotenti a lottare contro questo pensiero che è là... d’innanzi a voi... come un insulto orribile!... mostruoso sarcasmo della fatalità che si fa giuoco della disperazione. Voler frangere la catena che danna a vita il forzato... voler atterrare le mura che lo seppelliscono come in una tomba, e meno che voler distruggere un delirio che è in voi, che fa parte di voi... a cui voi date vita... che vi tortura eternamente, e che eternamente s’incarna con voi da farne un tutto!... Se una catena si può frangere per quanto salda sia... se le mura d’un carcere si possono atterrare... v’è qualche cosa d’impossibile.... ed è la distruzione del pensiero, fatuità indefinibile che vi traduce una realtà con tutte le forme della vita, che ve le sminuzza d’innanzi... che vi trasporta sino a toccare, a vedere, a sentire... Era questo lo stato di Adolfo... Egli vedeva quella figura d’uomo che era l’assassino di suo padre... l’uccisore di sua madre!... schifosa sembianza di ragno che intorno ad un viso di angelo stendeva le immonde fila della sua tela... Egli vedeva quell’agonia della vittima che si dibatte contro la brutalità del carnefice... E mentre coll’alito avria voluto distruggere quell’orribile sogno che era una verità ch’egli presentiva... si trovava là... corpo animato dalla vertigine che si disfaceva sotto lo sforzo del voler rifarsi per essere diverso da ciò che era...

Da questo stato d’agitazione non ne poteva venire di conseguenza che un continuo peggioramento del ferito. Lo scorrer di qualche mese non fu che un continuo trepidare per la sua esistenza per quanti s’interessavano intorno al suo letto... la gioventù vinceva è vero sul male, era però una vittoria lenta e penosa... ed il tempo scorreva intanto maturando i tristi eventi a cui pareva congiungesse quel non so che di fatale che così spesso si fa fosca guida delle vicende umane...

Frattanto che il nostro eroe, a cui le cure renderanno vita e salute, riprenda lena al compimento degli inquieti progetti che s’agitano nella sua mente inferma... ritorniamo sui precorsi avvenimenti che abbiamo lasciati di sbalzo per riannodare le fila del nostro racconto.

Come dicemmo, nella casa della valle, la notte in cui Angela era sparita dalla sala del banchetto, tra le braccia di quel fantasma che aveva assunto le sembianze della vecchia Marta, regnò la più concitata agitazione... fu un correre per tutta la casa... un sussurrarsi dai convitati mille cose strane, assurde le une più delle altre, quali potevano essere prodotte da quel fatto, inqualificabile per quanti vi assistettero, muti spettatori esterrefatti dalla sorpresa... I tempi correvano pieni di pregiudizj; quella casa era fatta centro di sortilegi e di diavolerie da persuadere, come la cosa più naturale del mondo, l’opera soprannaturale di qualche spirito che vi potesse compiere chi sa che strane faccende....

Ne divenne da ciò che da quella notte si fe’ d’intorno ad Enrico un vuoto inesorabile.... Era forse il principio del castigo che ricadeva sul colpevole!

I suoi stessi compagni d’orgia e di dissolutezza s’allontanavano da lui come da una minaccia di sventura... Egli si trovò solo... nel silenzio del suo vasto palazzo, solo colle memorie che gli ricordavano ben terribili cose... Per la prima volta egli si sentì opprimere da quel peso d’un passato che ritornava su lui come un arco di cui egli fosse centro a sostenere la vôlta, e sotto cui sentiva mancare le sue forze che si esaurivano in quella lotta terribile del pensiero che vuol fuggire il passato, spaventato dall’avvenire.... e che si sente ingojato da questi due vortici che lo stringono e si fondono in quell’abisso di disperazione che è il vuoto dell’anima....

Marta era sparita.... La casa della valle somigliava ad una tomba dentro cui vivesse un fantasma. Si vedeva un lume ardere nella stanza che il signore aveva scelto per abitazione....

La porta ne era chiusa, ei ne usciva e vi rientrava.... e quei della borgata lo sogguardavano silenziosi e quand’era molto lontano o quand’era entrato nella casa si parlavan tra loro a voce bassa bassa e dicevan a chi più... mille stranezze fantastiche sui misteri della casa della valle.

CAPITOLO XXXVI.

Mastro Antonio il Barbiere.

Non molto discosto da porta Leona, a sinistra della borgata, esisteva una bottega coll’insegna d’una forbice e d’un bacile, forbice e bacile erano a dir vero di struttura poco artistica.... l’una era un arnese arrugginito dal tempo e dall’acqua, l’altro era di ferro corroso e pareva più un coperchio d’una delle nostre marmitte di ghisa, di quello che dovesse essere. Dopo tutto l’uno e l’altra formavano l’insegna della bottega di mastro Antonio il barbiere... Ad attestare l’ingegno del barbiere si vedeva appeso al muro un vetro contornato da una larga cornice d’ebano dietro cui era stirato un drappo nero, tela o cartone che fosse; e serviva di specchio agli avventori di mastro Antonio che erano i villani dei dintorni ed i lavoranti della borgata.

Attorno alla bottega eran disposte in bell’ordine varie panche su cui uno dopo l’altro si succedevano gli avventori, sui quali il nostro figaro del 1600 sfoggiava la prodigiosa agilità della sua terribile arma...

Pare che da quando la civiltà del Galateo statuì, come articolo principale l’indispensabilità dei barbieri, questi non fossero gran fatto dissimili tra loro, e ci tenessero a non violare la tradizione che ce li tramandò adorni dei rispettivi loro meriti! Barbiere allora volea dir però molte cose che oggi non soglia esprimere una tale qualifica. Eravi un’applicazione più ampia allora a quell’epiteto, perchè appunto più ampia era la sua missione... Adesso che la civilizzazione ha sviluppato in ciascun uomo la facilità di far imbrogli, gli imbroglioni non hanno più la patente dell’individualità; se ne è costituita una grande famiglia che agisce per conto proprio e senza bisogno d’intermediarj.

Fedele dunque al costume dell’epoca, mastro Antonio era un uomo che non veniva meno alle qualità essenziali della sua professione. La sua bottega come quella di tutti i barbieri era il Club..., in miniatura, delle grandi riunioni; vi si parlava di tutti e di tutto... si occhieggiavano dai vetri le belle ragazze che passavan per via, e non c’era fallo che chiestone il nome a mastro Antonio non lo sapesse a mena dito, e non ne desse le più precise informazioni.

Io credo che l’antica Mitologia, che ha simboleggiato virtù e colpe... opere... e cose, per dar forma al pettegolezzo avrebbe dovuto scegliere un barbiere.

Una sera c’era ressa d’innanzi alla bottega di mastro Antonio... pareva che si discorresse di cosa ben importante chè tutti avrebber voluto sapere: ognuno che passava si mettea nel numero, tutti tendevano tanto di orecchi; si sentivan esclamazioni, si vedevano atti di sorpresa.

Mastro Antonio era nel suo elemento come un capitano in mezzo alla mischia... aveva d’intorno a sè gente che voleva sentire a tutti i costi ciò che egli accennava di voler dire, e che non diceva mai... Aveva scoperto nientemeno che il segreto del palazzo della valle...

Immaginati lettore l’effetto ch’egli aveva prodotto d’intorno a sè quando aveva detto... Amici... nel palazzo c’è un mistero...

— Certo che c’è un mistero.... saltò su uno del crocchio....

— C’è.... altro che c’è.... borbottò un omaccione dondolandosi per darsi importanza.

— Bello!... soggiunse un terzo.... sta a vedere che cosa sia poi!...

— Ed è qui che vi voglio!... conchiuse mastro Antonio, girando d’intorno il suo sguardo che pareva lanciasse una sfida a tutta quella folla di curiosi...

— Sai qualche cosa... sai qualche cosa?... gli si domandò da tutte le parti... e il cerchio gli si strinse tanto vicino che ei dovette farsi largo colle braccia onde non rimanerne soffocato....

— Se ne so?... se ne so?... disse egli con mistero.... Nientemeno che ho inteso....

— Cos’hai inteso?...

— È una cosa da far strabiliare.... c’entra il diavolo come i santi nelle litanie!...

— Ve l’assicuro io, parola di mastro barbiere... figuratevi che venivo per la strada delle Pradelle.... era sera tarda.... c’era una nebbia da non vederci a un palmo, e passavo vicino al palazzo.... Potete immaginarvi se mi son guardato ben d’intorno.... ed ho veduto....

Nessuno del crocchio fiatava.... non si sentiva un alito, tutti eran sorpresi alle parole di mastro Antonio e pareva che coll’atto impaziente del pensiero, tutte quelle persone volessero collo sguardo fisso su lui, strappargliele fuor dal labbro... dal labbro che pareva fosse tanto tardo a mandarle fuori, quanta era l’ansia con cui ardevano intenderle... Era tanta la loro attenzione che nessuno di loro fe’ mente ad un nuovo personaggio arrivato per la strada della città e che visto quel crocchio a sollecito passo vi si avvicinò con qualche agitazione.

Era questi un giovane; poteva dimostrare dai 24 ai 28 anni... era pallido, di sembianze dilicate, portava calato sugli occhi un largo feltro nero, alla bandoliera un mantello; vi si era avvolto sino al mento e se lo discostò quando fu frammischiato a quel crocchio di curiosi, animato egli pure da quel sentimento generale che in lui parve prima svogliatezza, e che manifestandosi con varia gradazione a norma che il barbiere particolareggiava il suo racconto parve raggiungere un’ansia febbrile.

— Cos’avete veduto mastro Antonio?... si domandò in coro.

— Nientemeno che un’ombra...

— Un’ombra!... si mormorò con un fremito... tutti si guardaron in viso e s’eran fatti pallidi di paura... L’incognito solo non impallidì... nel suo ciglio balenò un lampo.

— Un’ombra... seguitava il barbiere... che mi pareva diversa dalle altre ombre. Per Bacco!.. dicono che le ombre sono lunghe lunghe... quella mi pareva piccola piccola, pareva avvolta in una coperta del color della nebbia.. Mi pareva che fosse venuta fuori dai canneti della riva... e veniva verso il palazzo della valle, come se avesse paura d’essere seguitata o veduta da qualcuno... si fermava ad ogni tratto... in volto io non la vedevo perchè mi pareva che non avesse volto... poi ripigliava il cammino, e veniva avanti finchè fu arrivata dietro al palazzo; stette come guardando per qualche istante... poi costeggiò le mura, entrò nell’acqua... si sprofondò dentro dentro, e ne uscì di nuovo... sempre rasente al muro della casa... la vidi farsi grande grande, poi intesi una cantilena, mi parea quella della vecchia Marta che è scomparsa dal palazzo dopo che il nipote del mago vi portò sua moglie, la bella fanciulla che pure non s’è più veduta; mossi qualche passo in fretta per veder che fosse... L’ombra era sparita e sapete cosa ho sentito?... proprio vicino al luogo dove prima aveva veduto diventar grande grande quell’ombra maledetta; invece di quel brutto canto della strega, ho inteso una voce dolce dolce come quella d’un angelo che cantava non so che cosa, ma una cosa sì mesta e sì dolce che son rimasto là strabiliato come venissi dal mondo della luna o peggio.... voleva ascoltare ancora, ma non intesi più nulla, non sentivo intorno a me che il vento che soffiava maledettamente e mi trovai tutto bagnato dalla nebbia che veniva giù come la fosse pioggia d’estate!...

S’era fatto profondo silenzio intorno a mastro Antonio fin ch’ei contava la sua storia, e quand’ebbe finito fu un ronzio di parole che venne fuori da quel crocchio, come vapore che si sprigioni da una chiusa pentola che bolle!...

— Davvero la è una strana storia mastro Antonio!...

Saltò su l’omaccione; e non vorrei che fosse il cervello che ti desse tracollo....

— Vi dico che ho veduto con questi occhi, e sentito con queste orecchie, messer Momolo!... e non avete che a andar ronzoni intorno a mezzanotte per persuadervi che dentro alla casa della valle vi sieno o no le ombre, o che so io....

L’omaccione squassò le sue larghe spalle, e fe’ una smorfia che avrebbe dovuto essere un sorriso....

Ciascuno commentò quel racconto a suo modo e chi vi vide una cosa, chi l’altra, chi le streghe, e chi il diavolo e chi sospettò di qualche serio intrigo.

Il giovane dal feltro nero che non ne aveva perduta parola, s’era scostato guardingo dal gruppo e non appena vide che si disperdeva, rifatta la strada a solleciti passi, ristette poco distante dalla bottega di mastro Antonio e parve riflettere sopra una deliberazione che stesse per prendere.... Mastro Antonio il barbiere era entrato nella bottega... ei vi passò davanti, lo vide solo e schiusane in fretta la porta coll’atto di chi brami non esser veduto, si cacciò dentro e comparve quasi improvviso d’innanzi al barbiere.

Questi non potè rattenere un grido di sorpresa e forse di paura, impressionato com’era dal racconto che veniva d’aver fatto con tanto calore.

— Non sono nè un’ombra, nè un ladro.... s’affrettò a rispondere il giovane, che vedeva il barbiere spalancare su di lui due occhi spaventati; sono semplicemente un uomo che deve farvi una domanda.

— Una domanda? mormorò il barbiere, che riprendeva un po’ d’animo vedendo che realmente aveva a che fare con un uomo che non era uno spirito. Affè è uno strano modo questo di venire a far... la...

— È un modo qualunque per chi non voglia esser veduto entrare, e ne ho i miei motivi... Mastro Antonio... ho sentito il vostro racconto...

— Ne ho tanto piacere signore!... l’hanno inteso tanti... sarete uno di più...

— Forse uno di meno.

— Di meno cosa?...

— Uno di meno che ha creduto alle vostre fanfalucche di ombre e di spiriti... volete insegnarmi da dove avete veduto venir fuori l’ombra che accennavate?... il luogo dove è sparita, e dove avete inteso quel canto?...

Mastro Antonio spalancò sul giovane i suoi grandi occhiacci e credette ch’ei diventasse matto per volgergli una simile domanda.

Il giovane che parve comprendere l’espressione di quella significante pantomima... trasse di tasca una borsa e la porse al barbiere.

— Questo denaro por voi buon uomo se può valere a farvi metter da banda la vostra paura per le ombre... e se aderite alla mia domanda, non dovete che accompagnarmi fuor della porta, una semplice indicazione mi basterà... e che anima viva non sappia una parola di ciò.

Il barbiere non se lo fece dire due volte, fe’ passar la borsa del giovane in una delle larghe sue tasche bisunte, tolse il suo cappello da una panca e precedette il forestiere a cui era venuto, pensava lui un sì strano gusto, contento se non altro che lo pagasse tanto bene.

CAPITOLO XXXVII.

Timori e speranze.

Come il lettore avrà potuto facilmente indovinarlo il giovine dal feltro nero che era capitato così d’improvviso in mezzo al circolo del barbiere non era altri che Adolfo... Egli aveva lasciato il paese appena le forze glielo consentirono, ed ardente d’amore e di vendetta, dopo aver trovato colla mente il filo tenebroso che era stato dalla fatalità allacciato intorno alla sua esistenza, veniva in cerca dell’uomo che dopo aver assassinato suo padre, fatta morire di dolore sua madre, s’era frapposto tra lui e la felicità, e da cui presentiva tutta l’immensità della sventura che doveva essersi compiuta durante la sua lunga agonia.

Egli si era recato a Mantova, ed aveva trovata deserta la casa del marchese; egli era occupato ancora della sua missione, la marchesa Caterina era morta, Angela la seppe sposa dell’uomo che solo egli odiava con tutto il veleno del cuore in mezzo a coloro a cui prodigava i tesori del suo affetto.

Gli si era parlato del giovan signore del palazzo della valle come di persona nei cui fatti il volgo non fermò mai il pensiero compreso dal superstizioso terrore che avvolgeva un tal luogo. Aveva inteso di quello strano matrimonio, di quella sparizione più strana ancora... Adolfo gli si era cacciato alle peste da buon segugio!... Che che dovesse succedere, di lui!... di quanti lo circondavano! era d’uopo ch’egli avesse la vita di quest’uomo, di questo miserabile con cui doveva saldare un ben serio conto, in quel giuoco terribile alla cui posta aveva messa la vita!...

Mille pensieri tumultuavano nella mente di Adolfo dopo che mastro Antonio accennatogli quanto gli chiedeva e che sembrava tanto interessarlo, lo lasciò solo d’innanzi a quella casa dentro cui un segreto presentimento gli faceva creder che si celasse rapita ad ogni sguardo, in preda a chi sa quali tristi vessazioni la sua Angela!... Egli stette immoto, contemplando quell’imponente edificio che assumeva le strane forme d’un immane fantasima, d’un mostro vivente che avesse la potenza dell’operare!... e questa sua opera era un’opera d’inferno!... il giovane sentiva quasi l’impotenza di continuare nel disordine del pensiero, lotta contro l’ignoto, quella larva infame che egli doveva afferrare per far sua...

Egli avrebbe chiesto a Dio un attimo della sua onniscienza se avesse creduto che Dio!... questa chimera dell’immaginazione, avesse potuto ascoltarlo; ma egli era qual si trovava; solo in faccia a ciò che voleva compiere, solo colla cupa disperazione della sua anima, compresa da una speranza a cui domandava la vita, fosse pure coll’illusione d’un sogno!

La notte scendeva intanto umida di nebbia, e densa di tenebre; non spirava vento, s’udiva solo il passo di qualche borghigiano di Portaleona che si recava alla sua casa, la canzone di qualche operaio e il mormorio dell’acqua che rasente al fianco sinistro del palazzo, correva via per la sua strada, calma e tranquilla sovra il suo letto d’alghe e di sassi.

Concentrato così in quel suo disordinato vaneggiare, il giovane non s’era accorto che il tempo era scorso: ei quasi non si ricordava più perchè fosse venuto colà, perchè colà si trovasse, a quell’ora... era rapito così lontano... in tal profonda astrazione che non si saria più ricordato di vivere se la campana del castello non l’avesse richiamato in sè col batter della mezzanotte!

Mezzanotte!... è l’ora dei convegni... l’ora in cui l’amante scambia il bacio furtivo, e rinnova un giuro sulle labbra della sua bella, che dimentica poi l’indomani con un’altra!... è l’ora in cui l’assassino aspetta silenzioso, forse tremante, che la fatalità metta una qualche vittima alla portata del suo pugnale avido di sangue.

La casa della valle giganteggiava isolata in mezzo alle tenebre, non vi si vedeva indizio di vita, non lume oscillava la sua luce dalle ampie finestre, tutto ad un tratto un fremito corse le fibre del giovane... tese l’orecchio... gli pareva d’aver inteso... aspettò ansioso... Lungo la riva che fiancheggia la casa vide agitarsi qualche cosa che aveva una forma umana... Intese un canto che gli parve strano come quella visione... era monotono e gutturale, pareva un rantolo d’agonizzante... ei guardò ed ascoltò concentrando in quell’azione suprema della sua volontà tutta la vita della sua anima, giungendo così a quella percezione acustica che ha talvolta dal prodigio... a quella percezione per cui i figli del deserto indovinano lo sbalzo della tigre quando ancora non ne sentono il ruggito, lo scalpito del cavallo, o lo strisciar del serpe. Pare che in certi momenti l’anima sia soggetta ad arcane divinazioni!... che le facoltà umane si moltiplichino, si sformino e si informino schiave e dominatrici nello stesso tempo, per servire allo sviluppo di quell’attività del pensiero che sembra tacere in noi e scattar improvvisa quando si sia sotto la pressione di qualche fatto eccezionale.