Il palazzo del diavolo, vol. 2/2
Part 9
Al nostro eroe arrise una di quelle stupende circostanze che non si presentano due volte, e che non bisogna mai lasciar sfuggire alla prima!...
Davasi una cena; una gaja brigata d’amici erasi raccolta innanzi ad un buon fuoco, da cui era riscaldata un’allegra sala da pranzo!...
— Ebbene?... cosa c’è di nuovo a questo vecchio mondo? diceva un giovine attillato arricciandosi sulla fronte una ciocca di capelli che gli davano un’aria più che poetica.
— Bah!... sempre la stessa storia, rispondevagli dalla sua seggiola a bracciuoli un uomo che poteva prendersi a prima vista per quello che voleva mostrar d’essere, mentre vuotava un colmo bicchiere di nebiolo; la storia del lupo e della volpe!... ingannati e ingannatori!...
— E ingannatrici... soggiungeva un altro.
— Bravo! nessuna eccezione, ribattè Arturo.
— Libertà ed eguaglianza... confermò l’uomo che poteva parer giovane.
— E tu Carlo?... non fai eco?... cos’hai?... I diavoli neri ti frullano in capo?
— Credo che sia un demonietto roseo, saltò su a dire ridendo Arturo.
— Nulla, rispose Carlo: cosa volete che abbia! sono annojato, ecco tutto.
— Bevi!... inauguro un brindisi col rondò della _Traviata_!...
— Per carità, Adolfo, esclamò Carlo sbadigliando, non mi parlare di traviate!...
— Hai ragione, sono troppe!... Abbondanza nel numero e nella specie!... questo però non toglie che Verdi abbia scritto della musica sublime.
— Evviva Verdi!
Adolfo si empiè il bicchiere e lo vuotò lasciandosi andare sovra una sedia canticchiando ad onta dei... sss!... degli amici un brano della sua opera favorita.
— Ma silenzio! che il diavolo ti porti! sento rumore nell’anticamera, disse Arturo alzandosi.
— Sarà l’invitato di questa sera.
— Ah!... l’amico Enrico! grida Arturo; e slanciandosi fuor della sala ricomparisce presentando all’adunanza il fratello di Adelia, che vi fu accolto con tutti quegli onori pieni di confidenza che si prodigano in tali circostanze.
Il fratello di Adelia era un bel giovane dalla fisonomia franca ed aperta; vero tipo di studente
Che studia poco e non impara niente!
come dice Fusinato.
Non è a dirsi che in un momento egli fu l’amico di tutti, tutti furono suoi amici. Non è a dirsi come Carlo gli fosse prodigo di delicatezze e di cortesie... come gli offerisse tutto sè stesso.
L’indomani per tempo, Carlo batteva alla porta della sua casa, saliva con qualche trepidazione le scale...
— C’è il signor Enrico? domandava ad una fantesca che era venuta ad aprirgli.
— Oh, benvenuto l’amico Carlo!... esclamava una voce allegra a pochi passi da lui... Enrico gli veniva incontro tutto cuore ed espansione.
— Mio caro Enrico, mantengo la mia promessa, rispondevagli Carlo con aria un po’ imbarazzata.
Enrico l’introduce in un elegante salotto, alla stanza da lavoro, dove sua madre stava allestendo quei tanti nonnulla che occupano tutta la vita della donna di famiglia.
— Mia madre... ti presento il signor Carlo T.... mio amico, ottimo giovine della cui conoscenza mi chiamo fortunatissimo!...
La madre di Enrico si alzò contraccambiando. Carlo vi rispose con una modestia che colmò d’ammirazione la buona signora.
Da una vicina stanzetta, forse dal nido dell’innocente colomba che allegrava col suo sorriso quel soave albergo della pace, s’intese un lieve rumore...
All’orecchio di Carlo non sfuggì un piccol grido soffocato che suonò dietro alle cortine che adornavano la porta.
Un volto pallido ed animato si mostrò nello stesso istante tra la fenditura della tenda.
— Mia sorella... disse Enrico volgendosi a Carlo.
Carlo fisso in quell’angelica apparizione, appena seppe trovare qualche parola che nascondesse agli occhi che lo guardavano il segreto del suo cuore!...
CAPITOLO IV.
...?!
Carlo diffatti col frequentare la casa durante la dimora che vi fece Enrico s’era acquistata quella domestica intimità alla quale agognava in pensiero. Andavano le cose per tal modo che se era per lui ardente brama toccare la soglia diletta, era abitudine in quei di casa vederlo, talchè se a caso mancava ad alcuna di quelle riunioni ove solea trovarsi, chiedevasi dalla buona madre di Adelia, dove fosse... e cosa ne potesse essere avvenuto... Era insomma come suol dirsi _della famiglia_!...
Adelia dal canto suo ne era beata; a lei la fronte splendeva animata da una gioja che prometteva di durare eterna!... Ma quante promesse non mentono?... incominciando dai programmi dei giornali, fino ai dispacci dell’Agenzia Stefani?...
Se l’amore che si svolgeva nella sua anima gentile e pura, ne aveva accarezzati gli infantili abbandoni... le patetiche meditazioni... le malinconie incomprese... aveva anche rivelata la donna nella fanciulla: se coltivava con più cura il suo giardino... prediligeva anche il nastro che dava più eleganza al suo corpiccino; la pettinatura che faceva spiccare di più il suo occhio di gazzella... la sua fronte d’alabastro... le sue gote rosee, fresche, come se dormiente il bacio d’un angelo gliele imperlasse coi colori del giglio e del melagrano!...
Sul suo terrazzino cresceva la sua prediletta famiglia di fiori; ella era sollecita d’innaffiarli appena credeva che potessero essere offesi da un raggio troppo ardente di sole!...
Come li amava i suoi fiori!...
Erano ben essi i soli testimoni de’ suoi dolci colloqui!... sentivano sol’essi il suono del bacio furtivo che sfiorava le sue labbra di corallo...
Era sopra a quel piccolo e leggiadro terrazzino che soleva recarsi anelante, tremebonda, ad aspettare una parola che alimentasse la vita del suo cuore, come essi aspettavano la rugiada della sera per aprirsi rigogliosi col mattino.
La buona signora Caterina... la madre della fanciulla, notava quello sviluppo del cuore e dell’intelligenza e ne gioiva, come gioiva Adelia quando vedeva sul suo cespo sbucciar la rosa che aveva fatta germogliare con tanta cura!...
Era il frutto della sua educazione semplice e pura, che aprivale innanzi i suoi tesori. Povera madre!... Credo che gli angeli, che la sublime poesia del cristianesimo ha simboleggiati con immortali simulacri, sorridessero del suo sorriso: ma non sempre sul ramo della rosa canta l’usignuolo!... Anche fra i pruni egli modula la sua canzone d’amore!... Povera Adelia!... In faccia alla buona madre era così modesta la parola di Carlo!...
Quando si stringeva al petto l’innocente fanciulla, baciandola sulla fronte, era così commossa la sua voce...
La menzogna può ella vestire una forma così turpe?
L’anima può ella insudiciarsi nel lezzo della colpa, quando espande dalle labbra un profumo di cielo?...
Era una sera... la madre incomodata lievemente, erasi coricata: Adelia che intenta la vegliò sino ad ora piuttosto tarda, diè a lei la felice notte con un bacio, poi si ritrasse nella sua cameretta.
Poco vi stette; tacita tacita s’avviò verso il terrazzo...
Perchè trema così la sua mano che si appoggia alla spalliera di marmo dei suoi fiori?... È un fremito dolce che investe le sue fibre... È l’ansia d’un cuore per cui non è vita che tra le braccia dell’essere a cui ha consacrati tutti i suoi palpiti!... un istante!... un altro ne trascorre accelerando le pulsazioni febbrili... un supremo!... poi... il paradiso d’un amplesso!...
Carlo è là... bello... sorridente... La sua voce non ebbe mai così soave accento!... la sua mano non fu mai così ardente!... La sua pupilla non mandò mai lampi di un tanto amore!... Era ben amore quello che dentro vi raggiava!... Era un fuoco sottile, struggitore, che s’infiltrava nell’animo della giovinetta sino a farle smarrir la ragione!...
Essi erano là... assisi l’uno presso all’altra!... il cielo era gemmato di stelle... i neri e folti capelli della giovinetta le cadevano in abbandono sugli omeri di neve... l’aria tiepida della notte scherzava tra essi, e pareva che mormorasse al loro orecchio una parola soave d’amore che essi soli comprendevano.
Carlo intrecciava le sue braccia al collo della fanciulla... e la guardava con uno di quegli sguardi lunghi... ansii... pieni d’inebriante voluttà... di domande a cui non si risponde, ma che si sentono dominarci... Ammutoliti entrambi tacevano... eppur tacendo parlavansi strane parole. Il cuore della fanciulla si sentì serrato; il suo pensiero ebbe una vertigine. Il giovine la strinse al seno, non vide più che quel volto raggiante d’amore!... non aspirò che l’alito infuocato che gli usciva dalle labbra curve sovra le sue nell’atto d’un bacio... Se la terra le si fosse sprofondata sotto ai piedi, ella non avrebbe amato di meglio che disfarsi nel nulla nella foga delirante di quell’ora d’amore!...
CAPITOLO V.
Sempre così......
Abbandono!... suona ben trista sul labbro questa parola... Quante memorie di piaceri, di speranze... di gioje sfumate, di desideri incompiuti... che passano d’innanzi allo sguardo lasciando nell’animo lo sconforto ed il dolore!...
Se l’autunno è la più mesta stagione dell’anno; se l’_Ave Maria_ è l’ora più mesta della sera... l’abbandono è la più mesta parola che amareggi anima mortale nell’ora dell’affanno, quando egli batte inesorabile alla nostra porta chiedendo ad ognuno la sua quota di lagrime.
Era sparito il roseo incarnato che faceva così belle le guancie della fanciulla... i suoi occhi hanno perduta la loro gioviale vivacità, eppure quanto sono ancor belli!...
Invano la buona madre le sta intorno con affannose domande: — inginocchiata innanzi ad un’immagine di Maria che imparò a pregare sin dall’infanzia essa prega... e confonde alle parole rotti singulti. Per chi prega essa?...
Carlo non frequenta più così assiduo la famiglia.
— La nostra posizione ha bisogno di riguardi — susurra egli all’orecchio della giovinetta.
Un sinistro presentimento getta la tempesta in quel povero cuore; un terribile pensiero la spaventa; nelle angoscie del dubbio ella si strugge sotto gli occhi di colei che daria la vita per veder rifiorire sul suo volto quel sorriso che la faceva tanto beata!
* * *
Passano i mesi, e col rapido fuggire di essi, cresce la cupa melanconia di Adelia. Un non so che di vago, di indefinibile, la agita, la turba.
Quasi con timore ella fissa i suoi occhi in quelli di Carlo... le dolci parole di sua madre la conturbano... Ella china il capo quando favellandole amorosa le siede appresso.
Forse che più non m’ami?... Egli mi deve amare!... mormorò un giorno fra sè come reagisse disperatamente contro l’immagine d’un pensiero!... Che... che... debba avvenire... è d’uopo che egli sappia... E non finì; un singhiozzo convulso le soffocò la parola nella strozza, si coperse il volto colle mani e pianse.
È raccolta la famigliuola nella saletta da lavoro, il fratello di Adelia che era ritornato da qualche giorno, è ripartito per Padova.
Una zia di Adelia, sorella alla signora Caterina venne dalla campagna in quella vece a romper la noja per qualche giorno. Le due donne lavorano; Adelia pure trappunta; le sue mani piccole, bianche, agili, scrivono un nome sulla fina tela!... un nome che le suona così dolce sul labbro!... che gli echeggia così caro nel cuore!...
Carlo arriva... egli è più gajo del solito; il sorriso di Adelia si anima tosto della sua gioja... egli se ne impronta rapido come il cristallo che riceve la luce e che la spande d’intorno.
Eppure tutto ciò ha una forma vaga... assomiglia la calma del mare quando vicina freme la tempesta; tutti sono muti e sono tristi pensieri al certo che concentrano intorno a quel crocchio domestico quel silenzio sì cupo.
Adelia ha trascurato i suoi fiori, poi ha pianto per qualche esile pianticella che trovò appassita; le sembrò che fosse una speranza di meno che si sfrondava dall’albero delle sue illusioni!
Chè chè avesse però fissato... venne il giorno che nel suo pensiero Adelia ebbe fisso.
Carlo era secolei sul terrazzino; ve l’aveva tratto con dolce violenza; pareva che la fanciulla sentisse il bisogno d’annodarlo al suo passato evocandone la dolce memoria.
Egli pareva fuggire con ogni studio quel colloquio...
Cosa si dissero?... che avvenne?... Un grido disperato d’angoscia.... come il singulto di un’anima che franga i suoi vincoli di carne, ha echeggiato lungo i deserti appartamenti ed arrivò fino all’orecchio delle due donne che lavoravano.
Esse accorsero... trovarono la fanciulla sola sul terrazzo... teneva gli occhi fissi sovra la scala dalla quale qualcuno era sceso... quando si riscosse si gettò singhiozzando nelle braccia della madre.
Povero cuore!... quanto doveva aver sofferto...
* * *
È una fredda mattina di febbrajo; una fitta nebbia fa argine ai pallidi raggi di un sole senza calore. Il passero se ne sta rattrappito sulle grondaje e par restío di spiegare il suo volo agile e leggiero. Il funebre rintocco di una squilla vaga mestamente per l’aria pesante, umida, bassa.
Adelia curva la fronte dal dolore, eppure calma e serena nella coscienza di sè stessa attende l’ora funesta che gli aleggia intorno.
Pallida più che le bianche cortine del suo letto, ella giace là... e nel suo sguardo fisso, quasi immoto, nuotano ancora le memorie dei giorni troppo presto trascorsi!...
Tutto è silenzio... e soltanto il soffocato singulto della povera madre che veglia al capezzale della giacente, turba quella quiete solenne.
La giovinetta si scosse; il suo occhio incontrò quello della madre umido di lagrime... colla scarna mano si strinse al seno quella fronte amata!... Le loro labbra si toccarono... mandarono un sospiro... non dissero una parola!... qual incomparabile poema d’affetti!... quante pagine del cuore umano svoltesi in un attimo!... quante rivelazioni arcane comprese in un fremito!... qual domanda di perdono!... qual risposta di adorazione!...
— Ancora non venne!... mormorò ella, distogliendo lo sguardo dalla porta che rimanevasi chiusa... sempre chiusa!...
La povera madre non le fe’ risposta: e sì che aveva tante cose a dirle!... La poveretta comprese quel suo pensiero; le sorrise... le sorrise con quell’abbandono straziante che indovina il riposo della tomba!... e solo gli increbbe di lei... di quella povera donna che lasciava sola, con un pensiero da accarezzare, con una memoria da amare, con un sepolcro su cui piangere!...
Sorgeva il sole del domani; una donna raccolta in uno di quei profondi dolori per cui la parola non ha conforto; per cui il labbro non ha nome, pregava sovra una fossa appena scavata nel cimitero. Intrecciava pochi fiori ad una croce, li baciava e sembravagli che col loro olezzo le parlassero l’ultimo addio del suo povero angelo.
L’istessa sera i vetri di una casa riflettevano la luce di dorati doppieri. Carlo volteggiava con una vispa donzella tra le melodie d’un _valtzer_, e mormorava all’orecchio della sua danzatrice la solita menzogna di tutti, e di tutti i giorni: _t’amo!_...
FINE.
INDICE
VOLUME SECONDO
CAPITOLO XX. Amore Pag. 5 XXI. La lettera » 9 XXII. Fatalità » 21 XXIII. Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello » 29 XXIV. La barca » 33 XXV. Dove si capisce qualche cosa » 39 XXVI. I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione » 49 XXVII. Don Luigi il parroco » 55 XXVIII. La nonna Caterina » 67 XXIX. ... » 73 XXX. L’ammalata » 79 XXXI. Agonia » 85 XXXII. Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti » 95 XXXIII. Il Convegno » 105 XXXIV. Sparita » 117 XXXV. Salvo » 121 XXXVI. Mastro Antonio il Barbiere » 129 XXXVII. Timori e speranze » 139 XXXVIII. Il Fantasma » 145 XXXIX. Marta » 149 XL. Spiegazioni » 151 XLI. Rivelazioni » 156 XLII. La stanza del fratricidio » 161
ADELIA
NOVELLA
CAPITOLO I. ... » 177 II. ... » 184 III. Spiegazioni » 187 IV. ...?! » 195 V. Sempre così » 201
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.