Il palazzo del diavolo, vol. 2/2
Part 3
Da allora, non più pace, non più lavoro... non più il sorriso della sua donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento, forse d’orrore quand’egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi deponeva nell’angolo più nascosto la sua carabina, forse fumante ancora per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera creatura.
Tutto si mutò intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola e diviso nella famiglia, successe l’orgia, ed il vino vuotato a colme tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo a ciò il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi...
Fu dal giorno che ei fuggì innanzi ad Adolfo spaventato come da una visione infernale, fu d’allora che questo gli sorse contro angelo sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria sua banda, che la fatalità inesorabile gli camminò a lato. Dopo aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla colpa, perchè i suoi compagni che lo vider fuggire d’innanzi ad uomo lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell’uomo era una fantasima per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea sì infamemente tradito!... Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte la sua donna; suo figlio non era più ritornato alla capanna che stava sola là... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d’un’anima nella quale il fatalismo avea snervata ogni energia...
È una maledizione!... È una maledizione!... esclamò egli alzandosi da sedere... gettò uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni passi come per allontanarsene... È la mano di Dio!... Oh! io non avrò mai pace!...
Le campane della chiesa del paese suonavano l’avemaria della sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia incominciava già a cadere sottile... Il cielo s’era fatto più fosco, Ambrogio fremè in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra un sasso, e stette muto, tremante, finchè ogni suono cessò, e d’intorno a lui non udì che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e il fischiar del vento nel basso della valle.
Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse era dominata da un pensiero... Egli si era alzato però più calmo, entrò nella capanna, si gettò sul suo giaciglio, e stette aspettando l’indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto che or vedremo farsi palese.
CAPITOLO XXVII.
Don Luigi il parroco.
Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro spille d’argento appuntate alle trecce d’ebano ed i nastri rossi che lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono condursi a tutte le piazze della provincia.
Era l’ora della predica, all’invito che facea ai fedeli la campana della chiesa col suo martellare a rompicollo, come moveva l’estro al campanaro che ci teneva a dar prova della forza muscolare delle sue braccia, la folla s’avviò verso la chiesa che si gremiva di gente, talchè innanzi allo sguardo offrivasi un livello orizzontale di cuffie e di lucidi dischi di spille che scintillavano al chiaror delle lampade e dei ceri accesi dagli altari intorno ai quali la folla si era prostrata divotamente, e credeva sul serio, che quello sgraziato del figlio di Dio fosse stato condannato con tanto talento da suo padre ad esser sacrificato e mangiato, e masticato da tante bocche di fedeli, quanti erano le migliaia di preti, delle migliaia di chiese, e quante eran le bocche dei milioni di cattolici che agevolavano ai fornai il consumo della farina nella fabbrica delle ostie più o meno consacrate... e che io credo i soli che abbiano trovata l’utilità della Comunione e della Messa!...
La predica era incominciata; il parroco del paesello era un buon parroco, un uomo ben pasciuto, ben tarchiato, per trarne la desunzione che l’astinenza dal bicchiere e dai buoni bocconi non era una delle sue più grandi virtù, ma ciò dopo tutto non provava ch’egli non fosse un buon uomo... tant’è vero che per essere buoni bisogna esser tranquilli, e che per esser tranquilli bisogna aver con che soddisfare ai proprii gusti ed ai proprii bisogni... Egli credeva di far molto meglio usufruttando vivente d’una lauta tavola da cui ogni giorno avanzasse qualche cosa da dare a qualche povero della parrocchia, di che nell’infliggersi la penitenza d’un digiuno che se poteva contribuire a dimagrarlo non gli dava alcun piacere e non era utile poi ad alcun altro... Parlava a quella buona gente dei doveri del cuore, dei loro obblighi; li condiva con qualche tiratina di future beatitudini celesti, ma così in via d’accessorio come una salsa piccante che insapori un piatto. Diceva loro saggie cose come credeva che meglio lor potesser convenire e come ad ei parea più facile far loro accettare.
Ambrogio il carbonaro durante la predica era rimasto appoggiato ad una colonna del tempio, come uomo nel cui animo duri ancora una lotta; egli aveva ascoltato e stavasi incerto su cosa dovesse fare; scorgevasi che qualche cosa egli avea divisato, ma mal s’avria indovinato che cosa, perchè la sua fisonomia se tradiva un interno turbamento nulla diceva di quel ch’ei pensasse, e stavasi tutto chiuso in sè stesso, e incerto egli pure di quel che far si dovesse.
Quando don Luigi finita la predica... dalla sagrestia passava alla sua casa, si vide muovere incontro il carbonaro; Ambrogio era pallido e visibilmente commosso, egli si gettò d’innanzi al prete scomposto negli atti e stette in faccia a lui articolando colle labbra tremanti alcune parole che egli al certo non comprese poichè si fermò quasi atterrito...
— Che volete buon uomo?... domandò egli dopo che ebbe atteso per alcuni istanti una spiegazione.
La voce parea soffocata nella gola del carbonaro, che a quella domanda come riscosso da un intorpidimento mentale, levò sul prete il suo sguardo inquieto, oscillante... e parve che fosse come richiamato in sè da quel suono che lo toglieva alla preoccupazione d’un pensiero.
Il prete lo guardò alla sua volta con sorpresa; quel senso quasi di pauroso timore che gli aveva cagionato quell’improvviso ed inaspettato incontro, accompagnato da sì strani modi, svanì di faccia a quella vaga manifestazione di dolore, di incertezza che potè leggere sul volto del carbonaro. Egli comprese che nell’animo di quell’uomo s’agitava forse una lotta... Ei non sapeva qual fosse, ma gli si rivelò per quell’intuizione facile a coloro il cui ministero li mette a contatto delle varie manifestazioni dell’anima umana... — Che volete buon uomo?... ripetè egli ancora facendo, un passo verso il carbonaro, e procurando di dare alla sua voce tutta la possibile dolcezza.
Lo sguardo immoto d’Ambrogio che si fissava compreso quasi da arcano sbigottimento in quello del prete, si animò a quella voce che era un invito alla confidenza... a quella parola che pareva promettergli un conforto... un tremito improvviso corse le sue fibre... L’ultima battaglia del cuore contro l’istinto, della coscienza contro la paura, si vinceva in quell’istante supremo in cui da quell’animo concentrato in sè stesso, coi segreti del suo passato, usciva un’aspirazione verso il bene!... Egli cadde alle ginocchia del prete e gli mormorò con voce che rompeva il singhiozzo del petto anelante, — padre, io sono un grande colpevole!... — Il buon prete fu commosso da quello slancio, egli guardò quell’uomo che inchinava d’innanzi a lui la sua fronte che aveva forse altra volta sfidato Iddio, e si sentì compreso da tutta l’imponenza di quel ministero d’amore che fa del pergamo la dottrina della fratellanza umana, che ha per tempio il cielo col suo arabescato padiglione di stelle, che ha per terreno il cuore in cui può coltivare tante nobili aspirazioni d’amore e di virtù!... Egli sollevò il carbonaro e fattogli cenno di seguirlo, lo fece sedere vicino a lui nella modesta cameretta che gli serviva di studio ed in cui si raccogliea nell’aspirazione della preghiera pregando forse dal cielo pace e conforto a questa progenie di infelici che costituisce l’umana famiglia!...
La stanza o per meglio dire il gabinetto di don Luigi era come dicemmo modesto; v’era però quella decenza che non si scompagna mai dalla proprietà, per quella stima che si deve avere di sè stessi onde ne è impedito di venir meno a noi in tutto ciò che fa parte della nostra esistenza; quella proprietà che si mostra nell’esteriorità dei suoi atti, come nell’adempimento de’ suoi doveri morali. Vi si vedeva una ricca libreria adorna delle più belle opere di quel tempo che non mancava di insigni scrittori, le figure di santi onde andavano adorne le pareti erano opere d’arte piuttosto che goffe immagini; di sopra al suo semplice inginocchiatojo era sospeso un quadro a larga cornice rappresentante Gesù, allora che nell’orto di Getsemani prega dal cielo coraggio e fermezza.
Era un bel quadro!... ed era ben atto ad inspirare la pietà del sacerdote, quell’immagine d’uomo prostrato d’innanzi all’idea della Divinità, mentre chiede a sè stesso come potrà compire la grande sua opera... sbigottito e scoraggiato dalla perversità a cui egli si offre olocausto!...
L’immagine di Maria, tipo eterno di bellezza, di poesia e d’amore da cui il genio trasse le più splendide aspirazioni all’idealità d’una forma che non fu mai altro che la divinazione del bello!... spiccava di prospetto al primo, dentro una bella cornice di ebano intarsiato maestrevolmente a rabeschi; ai due fianchi della libreria v’era un san Giuseppe ed una Maddalena... null’altro!... v’era insomma una famiglia invece d’un calendario ed in mezzo a quella conviveva il buon prete.
La dolce armonia di quella stanza, la fisonomia aperta del prete, da cui non si rivelava altro senso che non fosse quello d’un’infinita bontà, parve riconducesse dal suo smarrimento l’animo agitato del carbonaro... egli portò alle labra la mano che don Luigi gli abbandonò con atto di conforto, come per sostenerlo in quella lotta che forse impegnava ancora gli ultimi suoi sforzi. — Padre... mormorò egli; credete voi che Dio possa perdonare un assassinio?...
Per quanto don Luigi fosse disposto ad una rivelazione strana, in quanto che palese vedevasi d’innanzi la violenta agitazione di quell’uomo, pure, a quella recisa dichiarazione... a quella parola assassinio, buttata là, senza preamboli, egli trasalì e guardò in faccia il supplicante che curvò la fronte sotto il fascino di quello sguardo che pareva gli ricercasse le più profonde latebre del cuore per trarvi il pensiero della sua colpa.
V’era però una tale espressione di dolore in quel volto pallido ed abbattuto dai rimorsi e dalle sofferenze, che lo sguardo di don Luigi ripresa la sua bonomia naturale si fe’ ad interrogarlo coll’abituale dolcezza.
— Dio può tutto perdonare, o fratello... gli disse egli... anche i più gravi delitti purchè l’anima che si volge a lui non finga un pentimento che non sia maturato nel cuore...
— Sono pentito, padre!... ripetè Ambrogio con voce debole e tremante, ed il suo sguardo smarrito si animò alla confidenza... Padre!... io ho tanto sofferto... che la morte mi peserebbe meno del pensiero della mia colpa!... Padre!... la maledizione del cielo si è gravata sulla mia casa da quel giorno terribile in cui la mia mano si è lordata di sangue... Padre!... mia moglie è morta nella miseria... quasi di fame... ed io non ho neppure vegliato al suo letto di morte!... mio figlio non è più tornato sotto il tetto che era fulminato dalla maledizione di Dio!... ma io ho tanto sofferto che Dio avrà misericordia di me...
La parola della fede dalle labbra del sacerdote passò rugiada vivificante sul cuore del colpevole; Ambrogio che parea non si sapesse decidere ancora a richiamarsi i dettagli tutti di quell’orribile fatto che per spavento gli ammortiva tutte le forze dell’anima... ad ogni parola del prete traeva forza per quell’atto confidente che gli scemava dal cuore il peso della stessa sua colpa... L’animo umano è come la ruota a cui basta dare il primo impulso perchè giri sopra sè, ed a cui basta continuare indi un piccol moto perchè prosegua nel suo roteare. Apertosi una volta all’abbandono vi si slancia; quand’abbia aperta una via a sè d’innanzi, corre!... ond’è che tanto sia facile a questa viziata o malata natura umana l’inclinare alla virtù od al delitto... e sull’una o sull’altra via lanciarsi con tanta foga di bene, con quanta vertigine si corre talvolta su quella del male...
Il carbonaro nulla tacque nè a sè stesso, nè al prete... egli analizzò tutto quanto concorse a fare di lui ciò che era; ei nulla tenne celato... si trovò infame... e si chiamò infame!... ei sentì di non poter nulla nascondere perchè gli parve che l’occhio della Divinità fosse dentro al suo cuore e vi leggesse le pagine più ascose; egli disse come traesse a morte nella sua capanna il ferito... come avesse accettato quel patto vile, come da quel giorno si fosse dato ad ogni ribalderia con dissoluti compagni... Disse della morte di Giulietta, dell’orfano che correa il mondo in cerca dell’assassino di suo padre, che non avrebbe al certo risparmiato anche il figlio ove lo avesse trovato sul suo cammino.. e come gli paresse di non sentirsi tranquillo senza che a costo della sua stessa vita egli non avesse fatta al figlio ogni rivelazione di ciò che riguardava l’assassinio di suo padre.
La possibile conseguenza d’un nuovo spargimento di sangue che potesse essere e con ragione il frutto della rivelazione del carbonaro, suggerì al buon prete qualche consiglio di prudenza; quell’animo avvezzo alla rappresaglia, al sangue, non trovava quiete al suo spirito agitato dal rimorso che segnando alla vendetta del figlio l’uomo con cui egli aveva patteggiata la morte d’una vittima... V’era un carnefice da colpire, v’eran un colpevole ed un complice, ed egli complice e colpevole denunciava nello stesso tempo al braccio inesorabile della vendetta. Ciò era logico secondo lui. Don Luigi s’oppose dapprima a questo progetto, gli parve arbitrario diritto il sostituirsi vindice quando la punizione era nel diritto di Dio... Per quanto fosse uomo sentì di esser prete e sacerdote di pace non fautore di atti violenti che avrebbero fatto versare dell’altro sangue sul sentiero della vita. Ma quando Ambrogio con quel linguaggio energico che gli veniva dalla sua natura assoggettata alla pressione della sola idea con cui egli credeva poter riparare al suo fallo, gli mostrò che l’odio di un uomo pendeva eterna minaccia sul capo d’un altro innocente sinchè questi non sapesse il nome che affannoso andava cercando.... quando gli dipinse l’orfano prostrato sulla tomba del padre invocando invano un nome alla muta inesorabilità della morte, quando gli disse come chiuso in un pensiero che logorava la sua vita ei non domandasse altro al cielo che questo nome!... L’uomo si destò disotto a quell’abito che ammortisce le aspirazioni!... Egli sentì che vi era un animo lacerato su cui versare l’unico balsamo che ne potesse acquietare lo spasimo, che v’era una creatura da difendere, e che nella possibilità di un fatto il cui sviluppo era nascosto nei misteri dell’avvenire, nella certezza d’un male che già esisteva, nella prolungazione di una tortura, nel pericolo che una nuova vittima cadesse suggello al delitto per assicurare l’impunità del colpevole, non era poi delitto dar braccio a questa provvidenza, che se si serve per colpire o per sollevare dell’opera umana, potea ben presiedere a motrice di quel fatto istesso che ora si compieva intessendo le fila di quell’imperscrutabile e continuato lavoro che essa compie e rinnovella sulla via dei secoli, seguitando il suo cammino verso l’eternità, ch’è l’infinito!...
— Che Iddio e la tua coscienza t’inspirino, o fratello, diss’egli versando nell’animo del colpevole la santa parola del perdono.
Occorreva sapere però ove si trovasse Adolfo. Don Luigi gli promise d’interessarsene, e gli disse che fra qualche giorno si recasse da lui.
CAPITOLO XXVIII.
La nonna Caterina.
La casa dove abitava la nonna Caterina era ben triste dacchè Giulietta ed Adolfo vi aveano disertato. Dacchè il piccolo Adolfo non vi imbizzarriva con quella gaiezza propria dei fanciulli quando non ancora quel sentimento alle volte troppo importuno, che è la ragione, non ne abbia gelato sul labbro la festività della speranza baldanzosa e fidente!
Tutto era squallido; nel piccolo giardinetto del cortile non vi crescevano i fiori, le finestre ne erano chiuse, il raggio del sole parea men brillante, meno vivo, quando passava dal cristallo per versarsi nella camera deserta come volesse animarla d’una vita che non era più. Era la stessa di una volta; vi era il letto dove Giulietta avea sognato tante volte sogni d’amore e di gioia.... Vi era la cuna nella quale dormiva il piccolo Adolfo e che ella si stava a risguardare tante volte, e pensava quando egli grandicello avrebbe corso i vicini prati, quando avria saltellato di balza in balza, su per le chine della montagna... quando gli avrebbe portati i bei fiorellini fecondati dal sole e si saria assiso sulle sue ginocchia raccontandole tanto belle cose!... quelle vaghe ingenuità, quei nonnulla in cui vive il cuore di una madre, in cui palpita e si sente rinascere alle sue aspirazioni di vergine quando vagheggia insonni ancora le gioie della maternità!...
Ahimè!... di quel passato non restava più nulla... Vi eran due tombe nel cimitero del paese!... un ramingo ed una vecchia che piangevano sui morti... e che aspettavano invano!...
La nonna Caterina sedeva una sera d’innanzi alla porta della triste dimora. Il sole si coricava infuocando l’orizzonte colla sua porpora di re. La vecchia guardava le alte vette delle montagne che si stendono al di là dove il Ceresio bagna le valli della Svizzera. Le parea di sentirsi l’animo più lieto che nol fosse altre volte.
Caterina guardava ansiosa a sinistra della via come chi attenda persona cui sommamente interessi di vedere... scorreva il tempo ed una viva impazienza si appalesava sulla sua fisonomia che esprimeva ognor più le agitazioni dell’animo... finalmente dall’angolo della strada apparve un uomo... dinanzi a lui correa saltellando un ragazzo che gridava alla vecchia con quanto fiato aveva in corpo:
— Eccolo! mamma Caterina. L’ho aspettato perchè non era alla parrocchia;
Don Luigi si avanzò verso la buona vecchia che levatasi dalla sua seggiola gli mosse incontro tutta festosa. Essa volle prendere a tutti i costi la mano del prete che baciò con trasporto, e si acquietò solo quando egli la richiese del perchè l’avesse fatto chiamare.
— V’ha forse qualche buona nuova eh... mamma Caterina?... gli domandava don Luigi con dolce bonarietà commosso dalle cordiali dimostrazioni della vecchia.
— Altro che buone nuove, reverendo!... Non glielo ha detto quel ragazzaccio di Carlino?... già è uno sventato che non raddrizzerebbe le orecchie ad un mulo!... È un’ora che l’ho mandato, sa, reverendo!... Un’ora!... Domando io cos’ha fatto!..,, sarà stato a saltar per la piazza, come fa sempre quando lo si manda due passi distante da casa!... Oh questi benedetti ragazzacci!... farebber perder la pazienza ad un santo... non è vero, reverendo?...
Don Luigi sorrise, lasciando passare quella sfuriata della vecchia che stava per tirar dritto colla rozza loquacità propria delle vecchie di campagna.
— Dunque che nuove abbiamo, mamma Caterina? le domandò di bel nuovo; ha forse scritto il nostro Adolfo?
— È proprio quello che volea dirle e di cui avevo incaricato quel ragazzaccio.
— Lasciamo stare il ragazzo, e ditemi su dunque quello che più ci riguarda. Vi ha detto dov’è?
— Altro che me lo disse!... ho fatto legger la lettera dal fornaio, e mi dice che è un letterone coi fiocchi... la guardi, reverendo, la guardi!...
Essa trasse di tasca la lettera di Adolfo e la porse a don Luigi, che la scorse rapidamente.
— Avete fatto più che bene a farmene avvisato, mamma Caterina; devo dare appunto informazioni di lui a persona che s’interessa vivamente di cosa che lo riguarda.
— Come scrive! non è vero? M’ha detto il fornaio che parla come un libro.
— È un buono e bravo ragazzo, e il cielo lo farà felice, mamma Caterina.
— È quello che spero anch’io. Che piacere avrei a vederlo!... io che l’ho portato tante volte su queste mie braccia!... era un demonietto che non voleva saperne di star fermo. Oh reverendo! sarei ben felice se potessi vederlo prima di morire!...
— È in casa di buona gente a quel che pare, e che lo amano!...
— Oh in quanto a questo, reverendo... altro! È un buon uomo quell’uomo che lo ha tolto con sè... è un uomo a modo!... gli ho fatto una zuppa di cavoli e l’ha trovata eccellente!... Non è vero che è una prova di animo buono che un marchese trovi che una povera donna abbia fatto bene una zuppa di cavoli?...
— Che Adolfo avea condita col toglierlo ad un poco allegro incontro! gli rispose sorridendo don Luigi.
— Ma questo però non toglie... ripetè la vecchia.
— Questo non toglie che siano gente d’ottimo cuore in cui egli ha trovato una famiglia. Vi dice che ha lasciato la campagna del marchese e che si è recato alla città.
— Oh reverendo!... se potessi sperare di vederlo prima di morire!...
— Ne avreste proprio volontà eh... mamma Caterina?
— Se ne ho volontà?!... saltò su la vecchia, nel cui occhio scintillò un raggio di gioia. Se ne ho volontà! non chiederei altro al buon Dio per chiudere gli occhi in pace.
Don Luigi porse la lettera alla vecchia e la guardò con dolce commozione.
— E voi lo vedrete... e lo vedrete presto; gli disse egli col suo tuono di voce calmo e sereno.
La mamma Caterina sarebbe saltata con tutto lo slancio del suo cuore al collo di don Luigi se un sentimento di rispetto più forte in lei della sua stessa emozione non la avesse rattenuta, mettendo solo sulle sue labbra una viva esclamazione di gioia!...
Qualche giorno dopo quell’abboccamento, Adolfo ricevea la lettera che è a cognizione dei nostri lettori; era del carbonaro e lo aspettava al ponte della Croce, sulla strada dove egli sorse provvidenzialmente tra lui ed un nuovo assassinio, che avrebbe insozzata d’una nuova colpa la sua anima ed aggravata la sua coscienza d’un rimorso di più.
CAPITOLO XXIX.
I cortili del palazzo ducale erano affollati di paggi e di staffieri; nelle sale del principesco appartamento splendevano i dorati doppieri e scintillavano di luce le vetriate degli ampj veroni!... Il duca Federico più che mai gajo era sceso nel salone seguito dal suo codazzo di cavalieri e vi riceveva l’ambasciatore di Sassonia che erasi recato alla sua corte onde intendersi seco lui per alcune vertenze politiche che la corte dei Gonzaga avea contratte colla famiglia reale sassone.
Il più eletto fiore della nobiltà erasi dato convegno nelle sale dei Gonzaga onde festeggiarvi il fortunato ospite; eranvi arrivati ricchi equipaggi dalle vicine castella e vi portavano vaghe donzelle sfavillanti di gemmate treccie, con tutta la pompa d’un lusso che si voleva metter in mostra, gareggiando ogni famiglia un po’ alto locata, a non lasciarsi offuscare, se non altro dalle esteriori splendidezze dalle corti amiche con cui nello stesso tempo si giocava a dispetti ed a cortigianerie!...