Il palazzo del diavolo, vol. 2/2
Part 4
La famiglia del marchese Gian Paolo stavasi tutta raccolta nel suo dolore... Sanguinava il cuore sotto l’impressione di quella dolorosa catastrofe di cui non sapevano cosa pensare... Nulla v’ha di più orribile del dubbio, di quest’aspide che si attortiglia al verde tronco della vita e ne sugge tutta l’anima col suo alito avvelenato!... Esser certi d’una sventura, toccarla con mano, averla d’innanzi allo sguardo nella sua forma anche la più terribile, è pur sempre minor affanno che dubitarne, mentre l’anima che s’attacca alla speranza onde mentir a sè stessa con una pietosa illusione, veste di sembianze ognor più crudeli, ciò che è una timorosa apprensione, od una spaventevole verità!... Alcuni colpi vibrano sul maglio della mesta dimora. Un paggio mandato dal duca invita il marchese a recarsi immantinenti alla Corte... la fanciulla e la madre si guardano in volto chiedendosi se siavi una sventura da temere!... si è così facili a pensare al male quando si è infelici!... quando tutto quello che ci attornia, non ha che quella sola e triste sembianza; quando sembra che ogni atto della nostra vita sia un nuovo anello che ci unisca a quella pesante catena sotto il cui peso ci sentiamo venir meno, nè ci è permessa pur la speranza della felicità nella tema di renderci più terribile la delusione.
Il marchese tranquillata Angela e la sposa, si allestì alla meglio e vi si recò; sapeva dell’arrivo dell’ambasciatore sassone e credette fosse chiamato a null’altro che ad un convegno d’etichetta!...
Il duca Federico s’era trattenuto intanto coll’ambasciatore, e la lor faccenda parea avesse raggiunto il suo sviluppo, perchè stringendosi la mano chiusero il loro segreto colloquio... e rientrarono uniti nelle sale dove i convitati tutti attendevano con un sorriso sulle labbra l’apparire di sua altezza!...
. . . . . . .
— Come va, marchese, gli disse il duca Ferdinando porgendogli la mano quando lo vide presentarsi sulla soglia.
— Male, altezza!... ad onta delle investigazioni fattesi in nome di vostra altezza ed ordinate da voi, nulla si è potuto rintracciare su quel disgraziato avvenimento!... Non so ancora, duca, se debba piangere un morto, o temere, chi sa qual trista sventura!...
— Bisogna convenire, marchese, esclamò il duca stizzito, che se fosse avvenuta disgrazia a vostro figlio, avremmo qui dei maledetti mariuoli che si dan molta briga per isfuggire alle travi de miei patiboli!...
— Vostra eccellenza sa che voci ben strane corrono tutto giorno... e di cui la città si allarma invano!...
— Parliamo d’altro, marchese!...
Il marchese guardò in volto al duca sulla cui fronte parea si stendesse quel velo di noja che da una circonlocuzione che tardi ad arrivare al suo scopo, e ricacciandosi nel petto un sospiro, ripetè egli pure... Parliamo d’altro, altezza!... sono ai vostri ordini!...
— Alla buon’ora!... Avete veduto l’ambasciatore?...
— No, duca!...
— Ve lo presenterò più tardi... vorreste fare per distrarvi un viaggio in Sassonia?... ve lo do a compagno e non ne sarete malcontento.
— In Sassonia, altezza?... domandò il marchese un po’ imbarazzato.
— Un magnifico paese, marchese... d’altronde sarete presto di ritorno, vi manderei a trattare colà più un affare di famiglia che una politica bisogna...
— Quando piaccia all’altezza vostra...
— Siamo dunque intesi?...
— Perfettamente!...
— Viaggerete coll’ambasciatore.
— Non importa con chi quando si tratti di servire il mio principe!...
— Sempre bravo e leale!... marchese, m’impegno a metter sossopra la città per aver nuove di vostro figlio, e le avremo.
Il marchese sorrise, di quel sorriso che non accetta la speranza. Il duca lo portò fuor della sala e s’intrattenne lungo tempo seco lui...
Due giorni dopo egli partiva per la Sassonia, lasciando Angela piangente al letto della madre. Mentre confortava entrambe colla promessa d’un sollecito ritorno, il suo cavallo sbuffante batteva nel cortile l’ugna ferrata; egli partì salutando di nuovo Angela, la vaga fanciulla che, asciugandosi gli occhi umidi di lagrime, si sforzava a sorridergli dal balcone.
CAPITOLO XXX.
L’ammalata.
Collo scorrere del tempo che precedeva questi rapidi avvenimenti tardavano ognor più alla famiglia novelle di Adolfo; alle indagini praticate su quello strano scomparire del fratello che l’avea accompagnato, non avea risposto che il mistero. Il marchese ne avea altamente parlato alla corte del duca Federico. Si eran dati ordini di accurate ricerche, ma tutto tornò infruttuoso. Si credette per qualche tempo ch’ei potesse esser partito con Adolfo. Nelle lunghe e melanconiche serate in cui si rimpiangevano gli assenti dal domestico focolare, si accarezzava una possibile speranza; la si era seguita nel suo svolgersi, ma con quella ritenutezza che teme investigando di distruggere un’illusione; la si voleva accettare colle sue possibili probabilità, tanto per aver qualche cosa a cui credere, e tornava intanto sempre più strano ed incomprensibile quel silenzio che rispondeva solo ed inesorabile alle ansie più inquiete e febbrili!...
L’incognito assiduo sempre; prodigo di cure, in quei giorni di dolore si era mostrato così premuroso, così attaccato alla famiglia, da cancellare dal cuore di chicchessia qualsiasi sinistra impressione che l’animo avesse potuto subire. Notavasi in lui strana gioia, dirò quasi.. ed ogni atto che gli desse campo a manifestarsi l’angelo che portava un po’ di balsamo alle ferite del cuore che si doleva; il raggio che versava un po’ di calma tranquilla in mezzo a quell’uragano di disperazione!... Si avrebbe detto che era tanto il suo affetto per quella famiglia, da gioirne per la sventura che gli forniva i mezzi di dare l’opera sua... tesoro di disinteressamento che non chiedeva altro che di manifestarsi. Egoismo sublime di quelle poche anime elette che si sentono felici pel bene che possono operare. Egli avea assecondate tutte le illusioni che vestivano questi avvenimenti; aveva anzi date tutte le probabilità a quelle possibili deduzioni, aveva torturato il suo cervello per trar fuori da quel buio un raggio che fosse guida, ed una speranza che fosse conforto. Vi era un sol cuore restìo a subire quelle impressioni... un cuore in cui non potea tacere una voce arcana che vi parlava strani sospetti, disordinati sensi.... per cui l’affetto parea menzogna, il disinteresse codardia, l’abbandono servilismo. Si avrebbe detto che la povera fanciulla avesse paura di quell’uomo che era tutto cuore e parola, opera e pensiero per la sua famiglia!... e che per lei parea un serpe che si stringesse intorno alla vittima per soffocarla tra le sue spire mortali!... gli parea!... Ma chi sa spiegare la stranezza dei presentimenti, talora divinazioni del pensiero, tal’altra arcane impressioni che sembrano un delirio convulso della fantasia?...
A far più triste il dolore della giovinetta, che gemea in quell’angoscioso abbandono, una nuova sventura maturava col tempo, e questo inesorabile esecutore delle vicende umane l’avvicinava col suo scorrere; la marchesa Caterina era caduta ammalata, e si avevano serie apprensioni sulla sua malattia a cui l’età già cadente dava alimento di consunzione!...
Il marchese era sempre trattenuto lontano dalla famiglia. Vi era una fatalità che pareva stringere intorno alla giovinetta un vuoto fatale!... Ed intanto in mezzo a quel vuoto un uomo si avvicinava a lei... un uomo la stringeva... si immedesimava colla sua famiglia che andava sfasciandosi. Essa lo sentiva ed avea paura del suo pensiero che gli mostrava quell’opera che le parea mostruosa e che si andava compiendo collo scorrere d’ogni nuovo giorno!.....
Il male progrediva rapidamente.
— Dottore, diceva l’ammalata all’incognito che la vegliava con assidua premura, voi avete salvato Angela, ma voi non potete salvar me... in Angela vi era una vita da rinvigorire... in me è la vita che si scioglie... e niun farmaco potria stringerne il nodo.
Il dottore taceva guardando mestamente l’ammalata, ed un sorriso che animò il suo sguardo d’un lampo fuggevole come il pensiero che l’avea acceso, errò sul suo labbro. La porta della camera si aperse e comparve Angela. Veniva dal giardino e portava un fiore a sua madre!...
La comparsa d’Angela in quella camera triste e melanconica fu come un raggio di sole che brilli di mezzo alle nubi agglomerate nello spazio: qualche cosa di luminoso, di soave parea riflettersi su quella fronte di vergine, animata dallo slancio dell’affetto!...
Essa guardava sua madre!... il suo volto era mesto... non triste... era un istante in cui forse accarezzava una speranza. Un vivo incarnato colorava le sue guancie, le pupille de’ suoi grandi occhi brillavano, i suoi labbri umidi composti in atto di sorridere lasciavano vedere la doppia fila de’ suoi denti bianchi, lucidi come perle. I suoi bei capelli erano composti in vago disordine.
La marchesa si sollevò sul suo guanciale per guardare con miglior agio in volto quella bella e leggiadra creatura.
— Oh come t’amo! mormorò ella stringendosi sul cuore quel bel viso d’angelo illuminato da un raggio di sole che, entrando dallo schiuso balcone, parea sorridere a quel quadro che Michelangelo e Carrer avrebber potuto creare in diverso modo bello, ma non più bello!...
— Ebbene? domandò la fanciulla; ti sentiva parlare sin dal giardino, madre mia, ed ora non dici più nulla?...
— Io? mormorò l’ammalata confusa, mentre una penosa emozione contraeva il suo volto che si fe’ più pallido. L’incognito non ascoltava; egli parea assorto in una profonda astrazione, ed i suoi occhi eran fissi sul volto d’Angela come in lei fosser concentrate le facoltà tutte della sua anima.
— Come mi fa bene il tuo abbraccio, mia buona madre!... gli ripetea Angela stringendosi alle labbra ardenti la sua fronte su cui cadeva una lagrima. Guarda i bei fiori, non è vero?... se non era per te, madre mia, io non li avrei spiccati dal loro gambo... ogni volta che io lo faccio ne provo pena, ma a te piacciono tanto!... non è vero che ti piacciono i fiori?...
Intanto che Angela parlava, cresceva l’emozione penosa che agitava l’ammalata, la sua mano che stringea quella di Angela rallentò la sua pressione, il suo alito si fe’ debole debole, mandò un sospiro, e mormorò un nome!
Angela gettò un grido disperato.
— Dottore!... dottore!... essa muore!...
L’incognito si scosse... gettò uno sguardo su Angela... uno sguardo di fuoco!... Angela non lo vide, essa era china sul letto della madre e la chiamava coi più teneri nomi che potesser far rivivere l’anima, se nuovo Pigmalione potesse rianimarsi al soffio dell’amore!
Angela si trovava per la prima volta in faccia a questo annichilimento precursore del disfacimento... in faccia a questo tacersi di tutte le fisiche facoltà, che nell’essere ancor vivo danno l’idea d’un cadavere!... e si era gettata ginocchioni a’ piedi del suo letto, folle di terrore e di disperazione!... e copriva di lagrime e di baci quelle membra inerti che non rispondevano all’appello di quella suprema disperazione dell’affetto!...
CAPITOLO XXXI.
Agonía.
Quando donna Caterina rinvenne si trovò accanto Angela ed il dottore che vegliavano intenti al suo letto; l’ammalata ebbe un sorriso di riconoscenza e d’affetto, poi quei due angeli che parea stesser là, in atto di contendere alla morte quella preda su cui, già librata in atto di colpire oscillava l’inesorabile falce.
Morire... e lasciare sola sulla terra quel vago fiore che era Angela!... essa la vedeva già perduto il bel sorriso del suo labbro di diciasette anni, curvarsi sotto il peso del dolore e dell’abbandono; essa la vedeva vestita di nera gramaglia... nelle ore silenziose della sera quando la natura sembra mandare l’ultimo saluto alla luce, per seppellirsi nelle tenebre, la vedeva recarsi presso una bianca croce di marmo del cimitero, e là sciogliervi tra le lagrime la sua preghiera, ultimo e santo tributo dell’affetto che bagna una lapide mortuaria, nella pia lusinga che quelle lagrime sian vedute dall’occhio che si è infossato dentro la bara, mentre dentro l’occhiaja d’un teschio spolpato ei s’è fatto putredine... putredine che pur essa sfacendosi subì la eterna legge dell’annientamento che è la vita della riproduzione!...
In un impeto di pauroso trasporto la povera madre si strinse al seno già scarno e livido la fanciulla, che ne baciò convulsamente le labra e ruppe in singhiozzi.
Esse s’eran comprese!... le loro anime si eran parlate quel terribile linguaggio dell’agonia e della disperazione.
Si eran strette al seno come volesser far argine al loro pensiero, come volessero fondersi in una sola cosa che potesse animarsi d’una medesima vita, palpitare di un sol palpito...
— Avete bisogno di riposo, donna Caterina, disse a bassa voce il dottore, che immobile ai piedi di quel letto, parea stesse lugubremente analizzando, tutte le sensazioni che riflettevansi sovra quelle due fronti per cui l’anima non aveva che una manifestazione!...
Angela levò bruscamente lo sguardo sul dottore... eravi una strana espressione di dispetto e d’amarezza in quello sguardo di fanciulla, eppur ardente come per lo scatto d’una reazione che ella stessa forse non avrebbe saputo spiegarsi...
Aveva ella indovinata, oppur sospettata in quell’accento, la crudele voluttà di richiamare la mente che avesse vagato per qualche istante rapita nell’illusione d’una speranza, alla realtà del dolore?...
Poteva ancora essere la vigile circospezione del medico che teme da una sensazione troppo protratta un maggior squilibrio organico in un corpo che già stia per compiere l’opera della sua decomposizione!...
In questa certezza... che era pur troppo evidente, perchè pensò forse Angela, non ci lascia egli almeno questo istante di oblio?... perchè dirci con quella freddezza glaciale che analizza ogni pulsazione del cuore quando ogni suo battito ne scema la vita; pensate!... pensar che?... pensare che fra poco di tutto ciò che vive vicino a me non resterà che un cadavere freddo, muto, inanimato... Poi, una lapide, poi una memoria!... pensar che?.. ai dolori che mi aspettano... all’abbandono che mi circonderà colle sue spire agghiacciate!... tali erano forse i pensieri che produssero in Angela quel senso, che parve quasi di indignazione, contro le parole del dottore...
Egli sorrise.... e v’era tanta dolcezza in quel suo sorriso che Angela istessa si pentì all’istante di quel suo atto che forse poteva offendere la sua premurosa vigilanza...
L’ammalata parve raccogliersi in un pensiero... Angela ed il dottore la videro chiuder gli occhi come volesser ritenere il volo delle immagini che passavano nello spirito; scorse un istante, la sua fronte espresse un infinito senso di dolcezza... ne’ suoi occhi che si fissarono larghi, aperti, espressivi sul dottore, vagò un lampo di vita... Angela mandò un grido di gioja... anche il dottore sorrise, e parve aver letto più che Angela in quel sorriso... Egli ne ebbe quasi una rivelazione aspettata, perchè come per moto involontario si fe’ più presso all’ammalata la quale tratta di sotto alle coltri la mano gliela tese.
— Ebbene, marchesa?... domandò il dottore chinandosi sull’ammalata...
— Ho fatto un bel sogno, dottore, disse donna Caterina...
— Credete voi, dottore, che non possano sognare i moribondi?... Ho ancora tanto di vita che mi lascia pensare qualche volta... e lo devo a voi, dottore... continuò essa stringendogli la mano con espansione... aveva dei tristi pensieri oggi... vedete... non vi sembro ora rinvigorita?... che ne dite, dottore?..
La voce di donna Caterina erasi infatti improntata d’un’accentazione ferma... dolce... s’avrebbe detto che come per magica evocazione la vita rifluisse in quel corpo affranto...
— Diffatti, mormorò il dottore...
Angela baciò con trasporto la fronte dell’ammalata.
Donna Caterina fe’ segno al dottore che desiderava restar sola colla fanciulla, a cui sorrise con tutta l’espressione d’un amore che sa di sentire in sè un ultimo resto di forza per manifestarsi; il dottore si ritirò salutando.
— Angela... parlò l’ammalata poi che fu sola con essa, e poi che ne ebbe accarezzate le belle chiome e baciate le labbra... — mia buona Angela!... passarono tristi idee nel mio spirito da qualche ora in cui mi sento vicina alla morte... ho pensato a te, Angela... a te, che rimarresti sola... che ti ricorderai di me quando io non sarò più lì, al tuo fianco per animarti con una parola negli scoraggiamenti della vita!... per dirti, quando la delusione ti rapirà ai tuoi sogni, spera!... spera ancora, povero angelo!... Eppure, vedi!... ho fatto un sogno!... ho sognato che tu potresti aspettare che le politiche vicende permettano il ritorno di tuo padre, sicura di te stessa, sicura del tuo avvenire... ho sognato, Angela... che potrei chiudendo gli occhi alla luce sul mio guanciale... sorridere ancora di gioja invece di piangere di dolore.
Angela fissò lo sguardo in quello dell’ammalata, trepido, incerto... parve che ella indovinasse, o che avesse paura d’indovinare!... La morente continuò.... — Ho provato le mille volte un senso di terrore, all’idea di lasciarti esposta ai pericoli di questa corte libertina... sola... qui dove tutto si viola... dove le oscene canzoni cantate nelle damascate sale del duca Ferdinando, insultano ai gemiti soffocati nelle torri del suo Castello!...
— Che vuoi tu dire, madre mia!... balbettò Angela con terrore!...
— Voglio dire, riprese l’ammalata... che ho veduto un uomo spendere i suoi giorni, le sue notti insonni intorno al mio letto... e che mentre l’ho veduto prodigarti tutte le premure d’un fratello... l’ho veduto, Angela!... l’ho veduto guardarti con quella dolcezza che domanda una parola di concambio, per lunghi istanti!... rapito in te come da un pensiero che si svegliasse allora sepolto nel suo animo!... tu non hai compreso nulla, Angela!... Ma io sì che ho compreso!... io... che cercava intorno a te un cuore che potesse vivere per far lieta la tua esistenza!...
— Lui!... mormorò Angela pallida più della morente!... oh è impossibile, madre mia!...
— Egli ti ama!... Angela!...
— Il dottore!... ripetè la fanciulla come volesse persuadere sè stessa di ciò che aveva inteso, agitata da un vago senso di indicibile terrore.
L’ammalata la guardava con quel suo sguardo che parea le chiedesse un ultimo conforto.
Al pensiero d’Angela lampeggiò un baleno, quel baleno comprese tutta un’esistenza!... fu un risovvenirsi di ogni minimo particolare che era concorso a segnarne i passi... Bello della sua maschia fierezza, della sua ingenua lealtà, gli apparve Adolfo!... Adolfo, che aveva salvata la vita al padre suo generosamente esponendosi ai colpi di una masnada infellonita!... Adolfo... che ella aveva amato come sentiva di poter amare il suo cuore puro ed ardente!... che era scomparso dopo quella notte fatale in cui aveva perduto il fratello... Adolfo di cui più nulla aveva inteso... che le si era eclissato d’innanzi agli occhi abbagliati, come una visione; come uno di quei sogni durante i quali si teme di svegliarsi per non subire lo sconforto d’una delusione tanto più amara con quanto maggior fascino si offersero al nostro spirito!...
Poi l’immagine del dottore gli si era presentata vestita di fosche tinte... si rammentò che anche ad Adolfo era disgustosa quella sua quasi forzata intrusione nella sua famiglia... ma poteva ella farsi una giusta misura di questa impressione?... Non poteva essere una di quelle mille bizzarrie della sorte, per le quali si è inclinati talvolta a sentimenti inesplicabili di simpatia e di avversione?... Infine, che poteva ella imputare a quell’uomo tranne quel suo attaccamento geloso quasi, e che forse le tornava opprimente per la sua strana insistenza?... non era ciò in lei una sconoscenza, piuttosto... alla quale sentivasi in obbligo di riparare in ammenda dello sprezzo con cui talvolta aveva risposto alle sue cure, ed all’avversione con cui le aveva accettate?...
Oppressa sotto l’incubo di tali pensieri Angela si tacque e chinato il capo sul seno palpitante parea stesse in attesa d’una parola che dovesse piegarla fragile giunco sull’altare del sagrificio!...
Il dottore si mostrò sulla soglia.
— Venite, dottore... mormorò l’ammalata.
Il dottore accorse e baciò con affetto la mano della morente... — La fareste voi felice, dottore?... gli disse ella volgendo un timido sguardo sulla fanciulla che stava annichilita ai piedi del letto...
— Io?... esclamò il dottore il cui sguardo lampeggiò di gioia chinandosi sul volto di Angela sino a suggerne l’alito anelante!... E che?... voi vorreste, signora...
— La felicità di Angela!... mormorò la marchesa, con voce che s’era fatta fioca... fioca...
Dal petto della fanciulla irruppe un singhiozzo. Gli occhi della marchesa s’eran chiusi; stette immota per alcuni istanti come sfinita da quello sforzo. — Salvatela!... salvatela, dottore!... gridò Angela afferrandogli ambe le mani.
La morente schiuse le ciglia... vide Angela ed il dottore chini, intenti, ansj sul suo guanciale. Levò con estremo atto la destra che posò sul capo abbattuto di Angela, sorrise e spirò!...
Due giorni dopo sopra una fossa del cimitero cadeva a vangate la terra gettatavi sopra dal becchino, inesorabile tumulatore d’ogni grandezza umana; una fanciulla vestita di nero piangeva su quella tomba, un cocchio aspettava al cancello del Cimitero, e al cancello attendeva pure un uomo, che stavasi muto ed impassibile guardando quella vaga immagine di fanciulla inginocchiata presso alla pietra sepolcrale sopra cui il prete, dopo che vi fu distesa l’ultima vangata di terra, pregò in tuono freddo e lugubre — Pace!...
CAPITOLO XXXII.
Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti.
Splendono di faci le ampie sale del palazzo della Valle; vi si ode un rumore insolito, la gente vi trae d’intorno e si parla a sommessa voce come d’un avvenimento. Si guarda a quell’edificio che fu silenzioso e muto come una tomba sino a quella notte in cui vi si sviluppa la vita!... e si susurrano strane cose Si era parlato del matrimonio della figlia del marchese Gian Paolo... Nello sposo si era riconosciuto il nipote del vecchio negromante... e parve di sinistro augurio quel festeggiarsi nella casa del diavolo, quelle nozze che s’eran strette tacitamente al letto d’una moribonda. Non vi era concorsa la splendida pompa di un rito; non si eran veduti splendidi equipaggi scorazzare la città. Una carrozza chiusa era entrata dal portone del palazzo. La sposa ne era scesa pallida ed abbattuta. Un’altra carrozza vi formava corteggio; i battenti dell’ampio portone si eran rinchiusi... Tra gli sposi ed il resto della città sorgevano le alte mura disadorne del palazzo; parea a tutti che intorno a quelle mura che solean guardare con paura si scorgesse un cerchio magico di fuoco come quello che segnan le streghe intorno al campo delle lor tregende. Era tanto tempo che non si parlava di Enrico... L’erede della casa della Valle che era partito da qualche anno, nè si sapea per dove!... Parea ad alcuni che fosse comparso qualche volta nei dintorni della casa deserta, che vi fosse entrato una notte e ne fosse uscito tosto, e si vociferava di un delitto che si era compiuto quella notte istessa. Ma erano voci vaghe, eran parole che s’avea paura a pronunciare per tema che il diavolo che metteva mano nelle cose del nipote del mago e che avea stanza nel palazzo maledetto, mettesse le corna negli affari di chi si interessasse troppo dei suoi!...
Quell’uomo che aveva patteggiato col demonio la sua sorte, che avea fatto echeggiare le vôlte delle vaste camere del palazzo della Valle delle scomposte grida dell’orgia! che poi era sparito!... come mai poteva aver contratto matrimonio con una sì vaga fanciulla qual era la figlia del marchese Paolo?...