Il palazzo del diavolo, vol. 2/2
Part 2
— Affè! per bacco! cosa credi? Che abbia paura dell’orco?... va là, pazzo!... e gli battè sulla spalla con gaiezza confidente. In due salti sono di ritorno e ti reco il tuo fatato amuleto. Avrò agio a fare un nuovo saluto ad Angela prima che tu parta.... ed ecco tutto... Non gli diè tempo neppure a rispondere e corse fuori dalla locanda.
Egli avea appena svoltato l’angolo della via che due ombre si mossero nelle tenebre, si udì uno squittir come di civetta che pareva venisse dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisciò carponi dentro il vano d’una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e corse anelante sulla via... gli parve d’aver inteso un gemito. Tutto era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all’orologio del palazzo. La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori, e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra sè perchè Alberto non fosse tornato.
CAPITOLO XXIII.
Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello.
L’istessa notte se qualcuno fosse passato dal viottolo del Gallo Nero, si saria domandato cosa potesse far là da tanto tempo una carrozza tutta chiusa. Il cocchiere pareva ubbriaco, e sonnecchiava sulla serpa... s’era passato nel braccio le redini del cavallo... aveva lasciato cadere la sua testa sulla spalla e pareva non si desse altra cura che di dormire come meglio avesse potuto; forse aspettava qualche avventore che s’era recato a bere alla taverna e s’era lasciato prendere dal sonno... Nella taverna del Gallo Nero non ardeva alcun lume atto a far dubitare che là dentro, come in tutte le pacifiche case dei dintorni non si dormisse tranquillamente, tutt’intorno era silenzio... la notte scendeva tacita ed avvolgeva Mantova col suo mantello di nebbia... le ore scorrevano, suonò la mezzanotte, poi un’ora, eran vicine le tre; il cocchiere addormentato si scosse, dalla porticina della taverna del Gallo Nero, uscì fuori una testa a guardare nel bujo del viottolo non illuminato da alcun fanale... Era tanto bujo che non si saria scorta neppur la carrozza che si confondeva colle tenebre... se v’era un delitto da compiersi, certo mai quella marrana di sorte che non domanda mai le fedi di costume a chi vuol favorire od a chi vuol colpire, non poteva meglio darvi mano. Qualche lampione che ardeva nelle strade centrali della città, avvolto da quel denso manto di nebbia, pareva alla distanza di dieci passi, lontano a perdita d’occhio ed appena appena se ne vedeva un languido bagliore atto ad accennarlo. L’uomo che aveva messo fuori il capo dalla porticina della taverna non guardò; ascoltò, gli parve aver inteso... Un gemito... poi un rumore di passi che frettolosi s’avviassero verso quella volta... Il cocchiere aveva lasciato la sua attitudine, e stava spiando inquieto ogni alitar di vento che gli portasse un suono... si fe’ silenzio ancora... poi si sentì un rumore certo, definito, marcato di passi... due uomini entrarono nel viottolo della taverna...
— Presto, disse l’un d’essi... scendi, Andrea, e dacci mano... che il diavolo ti porti se non ti sbrighi, pezzo di poltrone!..
— Son qua, son qua... rispose tosto il cocchiere scendendo dal suo posto di riserva.
Quei due uomini si portavan dietro uno strano carico imballato in un nero involto fatto a forma di sacco; l’avevan deposto rasente al muro del viottolo, e fattivisi presso di bel nuovo ajutati dal cocchiere se lo caricaron sulle braccia. L’uomo che pareva spiasse avidamente il loro operato, quando vide che furon presso alla carrozza di cui era chiuso ancora lo sportello, si fe’ fuori d’un tratto e corse ad aprirlo...
— Chi va là!... gli gridò piano all’orecchio una voce minacciosa, mentre un braccio erculeo lo afferrava al petto in poco gentil maniera...
— Non mi conosci, per Dio!.. fe’ egli guardando in faccia il gigante che gli aveva usato quel poco garbato complimento.
— Siete voi, eccellenza?... mormorò questi mentre dava alla sua voce da toro quel tuono più umile che potè; per bacco... s’avvisano i galantuomini quando sono occupati alle loro faccende e non hanno tempo da perdere.
Il nero carico fu spinto dentro alla carrozza.
— Come andò l’affare? chiese l’uomo del mantello nero, il quale vestiva come allora che il lettore lo vide sulla riva del lago mentre aspettava la barca del gigante.
— Come lo vedete... rispose il gigante contraffacendo colle grosse sue labbra un sinistro sorriso, e segnò la carrozza entro cui saliva il compagno invitandolo.
— Va bene... ed ora al lago... e scegliete bene il luogo.
— Lasciate fare, eccellenza... il gigante si curvò per passare dentro alla carrozza, l’uomo dal mantello nero ne chiuse lo sportello. Il cocchiere diè una strappata alle redini, il cavallo partì... Dal viottolo del Gallo Nero a Sant’Andrea... non v’era da traversare che la piazza del Bargello; il nostro uomo la percorse, ne spiò collo sguardo il terreno, e come chi si trova soddisfatto d’un esame a cui sia unito il più notevole interesse sorrise d’un sorriso da demone, si ravvolse nel suo ferrajuolo si cacciò a passo rapido per le vie della città e sparve nelle tenebre come perduto in un abisso!..
CAPITOLO XXIV.
La barca.
La carrozza in cui eran saliti il gigante e quel suo ceffo di compagno seco loro recando quello strano carico, s’avviò per la strada istessa da cui eran venuti poche ore prima; svoltarono a destra e presa una via deserta fecer capo ad una stradicciuola che fiancheggiava la riva del lago.
La notte era cupa, innanzi a loro non era che un vuoto pieno di nebbia entro cui si spingevano e dove pareva si dovesser perdere; ma in quel vuoto, nascosti ad ogni sguardo essi camminavan sicuri compiendo l’opera loro.
Avevano cavato dalla carrozza, che rifece poi la strada, il loro carico... e lo portavano seco dietro strascinandolo pel fangoso sentiero della valle.
Era qualche cosa di sinistro a vedersi; uno di quei due uomini era piccolo, sciancato, nelle tenebre pareva un mostro; aveva una barba ispida, folta, capelli rabuffi, un occhio profondamente incavato, di cui le nere sopracciglia velavano il fuoco selvaggio... Questo sguardo fiammeggiava come da due grotte scolpite in una fronte schiacciata... una fronte di rettile. Il colore del suo volto che traeva al giallastro, era livido... Era del colore della notte; i suoi abiti erano laceri e lordi di sangue... sulle mani pareva avesse del sangue... L’altro era un gigante dalla taglia di un Ciclope... se sovra l’ampia sua fronte depressa fosse scintillato un sol occhio, potea dirsi la miniatura di Polifemo... avea due braccia pelose, due gambe nude fino al ginocchio... nervose, muscolose; avea una gran barba nera che gli scendeva fin sul petto coperto d’un pelo fulvo, aveva l’occhio rosso come un cerbero, la sua voce somigliava al ringhio d’un molosso... Questi due mostri, uno dei quali era rettile, l’altro tigre, o lupo... si trascinavan dietro qualche cosa d’informe avvolta in un sacco nero... strisciavano per così dire in mezzo ai canneti agitati da una brezza sottile... e sul lor passaggio non fuggiva che qualche folaga che batteva l’ali e strideva così che quel suo strido nelle tenebre della notte ti pareva un lamento... Intorno ad essi... quasi a cornice del quadro la nebbia che li avvolge, al di là della nebbia il lago colla sua acqua fumante, calma... attraverso alla nebbia non potevasi scorgere lo scintillar d’una stella... Essi eran soli!... soli coll’opera loro, e la compievano.
Si erano trascinati sino alla barca che giaceva tra i canneti; la lieve ondulazione dell’acqua aveva scostato il tratto di corda che legavala alla riva. Ve la trassero, vi caricarono il loro fardello, dieder mano al remo e la spinsero. La barca strisciando tra i giunchi si spinse oltre; i due remi batteron liberi l’onda del lago senza produrre alcun rumore, senza che nel loro tuffarsi mandassero uno spruzzo. Orecchio umano non avria potuto avvedersi che una barca correva sul lago, e come rapida correa!... Si compieva un’opera di morte... e non si sentiva la vita che la traeva al suo fato... tutto era silenzio... quei due uomini colla loro barca pareva che si confondessero colle tenebre... pareva che ne formassero una sola immagine terribile, spaventosa!... Ad un punto del lago, dove il remo che ne tasteggiava il letto non trovava fondo, sostarono e deposero i remi. Il gigante legò alla bocca del sacco un oggetto che pareva avesse la forma di un grosso masso di granito e ch’egli si barellò prima sulle braccia come fosse un giocattolo... levaron dal fondo del battello il loro carico, lo sollevarono sull’acqua e fecer per spingerlo.
— Ferma! susurrò la voce fessa dell’omicciatolo.
— Cos’hai? che il diavolo ti porti! gli rispose il gigante fermando il braccio che già dava impulso alla spinta; t’avverto che è un gingillo che pesa abbastanza e non ne vedo l’ora di farla finita!...
— Non borbottare, vecchio orso; dopo tante precauzioni che abbiamo usate finora vorresti tu che facessimo tanto di fracasso buttandolo giù, da dar l’allarme a qualcuno che il caso ci mettesse a portata?
— Affè! Carlone, che non manchi di giudizio in quella tua testa da rospo.
— Avanti dunque!
— Presti!
I due uomini s’inchinarono fuori del battello in modo da farlo quasi ripiegar su sè stesso, e calaron sino a fior d’acqua il carico che stavan per lanciare; l’onda si schiuse gorgogliando e si racchiuse; il negro involto sparve: inabissandosi non destò alcun rumore, non accennò al suo immergersi nell’onda che per un impercettibile fremito onde si agitò la superficie a norma che il corpo si sprofondava gravitando verso il fondo. La barca aveva intanto ripreso la sua via e ritornava per dove era partita.
CAPITOLO XXV.
Dove si capisce qualche cosa.
Nella famiglia del marchese regnava la più viva agitazione. Un servo erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo lasciato circa un’ora prima della partenza, mentre stavano cenando insieme in una delle sale terrene.
Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le più terribili e le più allarmanti. Nè i tempi erano atti al certo ad acquietare le vigili ed affannose apprensioni d’una tenera madre, d’un padre, d’una sorella che amassero un loro caro tutta la forza dell’affetto.
Correvan ogni momento strane dicerie per la città, spargevansi voci di omicidii e di rapine, e non se ne sapeva mai nulla. I duchi che aveano diritto feudale d’alta e bassa giustizia erano troppo occupati nelle loro feste di Corte per darsi cura delle pubbliche bisogna. Purchè non si gridasse contro la suprema signoria dei governatori e dei principi, importava loro ben poco che si facesse questo o quello.
Scorrevano le ore, i primi albori risvegliavano la natura; non la speranza, che non sapeva trovare un palpito tra l’affannarsi della disperazione che pur tentava ancora un’ultima lotta!.... Era però vana ed impotente, che contro lei vi era un fatto!... vi era una terribile realtà: Alberto non veniva!...
Donna Caterina, la povera madre che sentiva venirsi meno ad ogni volger d’attimo che si portava con sè un’ultima illusione, era straziante a vedersi... al più legger rumore che le giungesse all’orecchio essa correa sulla soglia... trasaliva allo sbatter d’un’imposta... sentiva voci che non erano che nel suo pensiero... Un ardore febbrile le animava la guancia, l’occhio avea fisso... attonito... si era abbandonata sopra una poltrona e parea che avesse esaurite le vitali sue forze in quel delirio del timore!... in quell’attaccarsi convulsivamente ad un’illusione che mente a sè stessa ed a cui non credendo si vorrebbe pur imporsi di credere!... Angela, la buona e cara fanciulla, i cui occhi aveano pianto tanto, spaventata dalla disperazione della madre, la accarezzava dolcemente cercando parole per confortarla, e la baciava e la vezzeggiava, ma ben vedevasi come in lei pure dominasse quella sinistra apprensione che facea battere con palpiti sì agitati il suo giovane cuore!... In lei pure era vivo quel senso indecifrabile eppur reale, che è la forza del presentimento... questa divinazione dello spirito che opera ed agisce allora che un grave avvenimento faccia oscillare le corde dell’anima umana e ne tragga quei suoni arcani ed imponenti innanzi a cui la ragione si smarrisce, e nella sua investigazione non trova che l’ipotesi d’una possibilità che possa darvi sviluppo!...
Il marchese era cupo, concentrato, assorto; pensava. Egli svolgeva innanzi a sè le cause tutte onde avesse potuto aver motivo quello strano sparimento, ed inclinò la testa sul petto, gettando uno sguardo d’immenso dolore sopra quei due esseri che vicini a lui piangevano nel terribile abbandono d’una compresa sventura!...
Erano le dieci del mattino quando fu suonato alla porta. Non è a dirsi come quel suono, elettrica scintilla, fosse corso per le fibre di tutti. Donna Caterina, Angela ed il marchese si precipitarono verso la sala d’ingresso prima che il servo ne schiudesse la porta. Sulla soglia apparve il dottore.
Il dottore era, come solea mostrarsi nella famiglia del marchese, di volto calmo; s’avria detto che sulla sua fronte si fossero spianate le rughe che l’increspavano come se si fosse tolto dall’animo il peso di qualche grave preoccupazione che lo crucciasse.
Accadeva diffatti talvolta che egli trasalisse nel bel mezzo d’una conversazione amichevole; che ad un moto di Angela, ad una parola di Adolfo il sorriso gli si contraesse sulle sue labbra in modo da diventare quasi una minaccia. Il suo occhio mandava allora un raggio di fuoco, il suo volto, da pallido ch’era, si facea livido, poi si immergeva in un’astrazione profonda ma che indicava solo essere il suo pensiero ben vivo sotto quell’apparente inerzia che parea un completo abbandono.
Quella mattina, checchè fosse avvenuto nel suo animo, ben scorgevasi ch’egli avea superato qualche cosa; ciò che i medici alle volte chiamano una crisi, che i pittori chiamano una prova e che gli uomini d’affari chiamano un progetto. Egli non aveva però superato nè ciò che potesse interessare un medico, nè un pittore, nè un uomo d’affari.
Era ben difficile leggere su quella sua fronte di marmo; pur vi si leggeva qualche cosa di sinistro sotto al velo di quella sua calma apparente.
— Mio figlio!... mio figlio!... gridò donna Caterina slanciandosi verso il dottore.
— Vostro figlio!... esclamò questi sorpreso. Ebbene, signora marchesa, che è egli avvenuto a vostro figlio?...
Lo slancio febbrile che avea animato per un istante quella povera madre si estinse, un singhiozzo irruppe dal suo petto... Il marchese che interrogava il dottore coll’occhio anelante... immoto... fisso su lui, si fe’ muto... Angela si serrò contro la madre... ella provò uno strano sentimento alla vista del dottore; fu come il risvegliarsi in quel momento d’un senso assopito nella sua anima... quel senso di paura che involontario avea giganteggiato nel suo cuore e che soltanto aveva obliato nell’abbandono dell’affetto di cui avea fatto centro un cuore!... prima... si sentiva troppo felice per poter avere altro pensiero che non fosse un sogno d’amore!...
La voce del dottore avea lasciato intravedere una infrenabile emozione nell’accentare ch’ei fe’ quelle sue parole.
— Egli pure non ne sa nulla!... mormorò la marchesa con voce semispenta.
— In nome di Dio!... che avvenne mai, donna Caterina?...
La marchesa taceva immergendosi col pensiero nella cupa disperazione del suo dolore.
— Che avvenne, marchese?... ridomandò egli ansioso e vieppiù agitandosi, mentre il suo sguardo gli roteava nell’orbita inquieto e sanguigno. Le sue labbra, come gli accadeva sovente, s’eran contratte, egli domandava e parea pregasse coll’interessamento di chi attenda per sè stesso, e vi era l’accento quasi del comando in quelle sue parole. Angela lo guardò con ispavento... si strinse di nuovo a sua madre, e le parve che avrebbe voluto chiudere sulle labbra del marchese la parola che vedea come gli stesse per uscire.
— Sentite, dottore, gli rispose in quello stesso momento il marchese coll’abbandono confidente della sventura, che cerca un eco al proprio palpito d’affanno — in nome di Dio! Non avete voi veduto Alberto?...
— Io no!... ma perchè questa domanda?...
— Egli è uscito stanotte, e non è più ritornato.
— Uscito!... esclamò il dottore, sul cui volto balenò il lampo sinistro d’un pensiero che ne contrasse i lineamenti come fosse soggetto ad un arcano terrore. Uscito! ripetè egli. E non è ancora ritornato?...
— No... ed è scorso per noi una tal notte d’angoscia, dottore!... che il labro non saprebbe ridirvela... Egli ha accompagnato Adolfo!...
— Adolfo s’era recato alla locanda del Giglio?... vi avete mandato?...
— Sì...
— Ebbene?...
— Adolfo era partito solo, il suo compagno l’avea lasciato qualche tempo prima... e doveva tornare alla locanda dove non fu più veduto ricomparire.
— Adolfo è partito!... gridò il dottore, per dio!... dite il vero, marchese?...
— Sì, Adolfo è partito!... ma non è d’Adolfo che io domando!... Ma comprendete voi, dottore, il terribile pensiero che si agita nella mia mente, che passa sulla mia anima e l’agghiaccia di spavento!...
La fronte del dottore si fece fosca!...
— Partito!... ripetè ancora fra sè a bassa voce!... Egli stette silenzioso per alcuni istanti... quella agitazione convulsa era passata... ei ricompose le sue labra ad un sorriso... e si volse al marchese che l’interrogava col suo occhio inquieto... Ben vedevasi come egli cercasse far argine alle emozioni della sua anima... — Io non saprei in vero, marchese... balbettò egli... ma non resta che un sol mezzo... informarsi pienamente se qualche avvenimento disastroso abbia avuto luogo questa notte... tranquillatevi intanto, marchese, io farò quanto meglio potrò... farò quanto possa suggerirmi l’interesse che mi lega a voi... e ritornerò, spero, in grado di acquetare la vostra agitazione... Mio Dio!... accadono tante piccole cose nella vita che assumono talvolta l’apparenza d’una grave sventura...
Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che gli parlava d’una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo in cui lampeggiò quell’ultimo resto di vita che ancora l’attaccava ad una illusione...
Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi di là, tanta inquietudine leggevasi ne’ suoi sguardi, inquietudine che poteasi credere motivata dall’interesse ch’egli prendesse per la possibile sventura ond’era minacciata la famiglia del marchese, gli strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse di ricerche che gli rendesser conto dell’avvenuto, uscì precipitoso ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della soddisfazione sulle labbra atteggiate all’orgoglio d’una vittoria..
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Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l’istessa via sulla quale s’era avviato la trabacca dell’oste del Giglio; taluno dei passeggieri rise di cuore vedendo a fianco d’un Ercole dalle forme d’atleta un omiciattolo che più gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente. Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi portava la delusione d’una vana ricerca.
CAPITOLO XXVI.
I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione.
Ne è d’uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti che diedero principio a questa narrazione. Era di là per l’appunto che Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell’assassino di suo padre, dell’uomo per opera del quale sua madre era morta dopo aver tratta fra le angoscie la vita!... Angoscie che doveva a lui solo, a quest’uomo che s’era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad avvelenarne ogni istante!...
In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l’aria grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio il carbonaro era seduto d’innanzi alla sua capanna che il lettore può riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva più neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro; allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un’alta siepe di frassini... pareva un agguato... oggi non era più nulla, avevan tagliata la siepe... i grandi alberi che s’incurvavano sopra il suo tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran cresciuti, ad attestare che là morirono utilizzati dal carbonaro che ne fe’ legna da alimentare il suo focolare deserto.
Le assi della capanna eran sconnesse, l’aria e l’acqua vi penetravano a vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile!... era qualche cosa di squallido, di disgustoso... l’orribile ha la sua poesia, ha il suo bello; lo squallido non ha nulla, è ciò che è... una cosa da cui si allontana per non crucciarsi l’anima!...
Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani, assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo vestito finch’egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo che qualche gioja egli l’aveva gustata in quella capanna che ora non conservava di sè che una squallida nudità. Allora la sua bella siepe di frassini era verde e folta, l’usignuolo veniva a cantare là... vicino ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell’ora del riposo; lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all’animo una calma, una pace, quasi una felicità.
Poi le cose cambiarono... e la pace fuggì dalla capanna ospite spaventata. L’usignuolo non venne più a cantarvi d’intorno perchè vi sentì dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perchè egli confidente non vedeva più al finestrino che si apriva, sporgere una bella testa di donna che lo riguardava rapito, nè più senza fuggire vedeva passarsi d’innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne e fosche, v’intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la sua pace lo decisero a scegliere un’altra siepe, un’altra casa intorno a cui intuonare le sue vaghe armonie.
La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava e non lo vide più tornare; era morto egli pure? era stato raccolto da qualche cuore pietoso?... egli non lo sapeva e non se ne curò; al secondo giorno che più nol vide comparire egli si era detto alzando le spalle, un fastidio di meno!...
Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva a farglisi attorno, sentì nella coscienza farsi vivo il pungolo dei rimorsi... e ripensò con spavento a quella sua vita di colpe... si ricordò di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere... e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua casa.