Il palazzo del diavolo, vol. 1/2

Part 7

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Angela... viveva appunto questa vita dell’intelligenza così sensibile ne’ suoi attimi febbrili, onde è che talvolta basti un’impressione per quanto leggiera a troncarne il filo. Il suo pensiero analizzando rapidamente tutte le varie impressioni dell’animo, coloriva con ardente passione ogni circonstanza di quel fatale incontro che quasi era per esserle così funesto. Quella via deserta sulla quale l’assassinio meditava l’opera sua; quegli uomini appostati che attendevano al varco la vittima, l’attimo che scorre avvicinando l’ora contata coll’impazienza convulsa del delitto, il galoppo dei cavalli... e su quei cavalli suo padre, suo fratello, che per lei movevano ad affrontare i pericoli del viaggio; la detonazione mortale d’un’arma!.. poi il grido di rapina dei banditi!.. e poi!... d’innanzi al pensiero v’ha l’orrore d’un fatto che sta per compiersi; una lotta disperata in cui si combatte corpo a corpo, e due uomini che potevan cadere insanguinati ai piedi di quattro banditi che colle mani lorde di sangue li spogliano insultando ai loro cadaveri; tutta la possibile orridezza di questa scena s’era affacciata al pensiero della giovinetta... E in mezzo a questo tetro orrore, come faro di luce tra le tenebre d’un uragano devastatore, vide un’immagine d’angelo; un genio tutelare messo dalla Provvidenza sul sentiero del delitto per attraversarne la via... lo vide tutto solo colla coscienza del proprio valore e del proprio dovere lanciarsi in mezzo a quella scena di sangue, e quella scena scomparve; sparvero gli orridi ceffi, cessarono le grida, si fe’ silenzio e vide amena e bella la via, verdi le fronde degli alberi, e guardò il giovane che gli stava d’innanzi umile, confuso, e gli parve più bello e più grande di quanti eroi popolaron le leggende di Hoffman!... ed i canti di Byron!...

Erano scorsi due mesi dal ritorno del marchese Gian Paolo; nulla di nuovo era avvenuto nella famiglia, uguale sempre lo stato di Angela... ben vedevasi che il tempo col lento suo scorrere portava con sè istante per istante il resto di vita che scorreva ancora in quelle gracili fibbre animate appena da un soffio, che il primo alito d’una crisi avria spento per sempre.

S’era avanzato l’inverno, la neve copriva la campagna col suo strato uniforme come un lenzuolo funebre steso sulla terra a ricoprirne le zolle verdeggianti. Ardeva il fuoco nella stanza dell’ammalata, ardeva nel salone di famiglia. Il vecchio marchese sedeva presso al deserto focolare assorto in pensieri, la madre vegliava al letto della figlia, il fratello Enrico era uscito, Adolfo muto e melanconico, stavasi ad una delle finestre guardando la campagna e ne contemplava forse la mesta squallidezza.

Il cielo era bianco, bianco, attraversato da nuvoloni gravidi di pioggia o di neve; non spirava alito di vento che scuotesse le cime degli alberi coperti dalla bruma; la notte scendeva tacita sulla terra, le ombre si raddensavano, in breve la neve cadde a larghi fiocchi e un soffio di vento che incalzò da ponente le nubi le fe’ correr ratte per lo spazio in cui turbinarono quei mille atomi agitati dalla buffera.

Quando la notte fu alquanto avanzata si intese un lontano scalpito di cavalli, il marchese si scosse dal suo letargo, corse alla finestra a cui era tuttora intento il giovane assorto nelle sue meditazioni. Due cavalieri entravano nel viale che conduceva al cortile della casa. Uno dei due era Enrico... l’altro era uno straniero; montava un cavallo bajo con squisita eleganza e caracollava gajamente nel viale ad onta che la neve infuriasse alla dirotta. Vestiva un abito di velluto alla foggia di quel tempo; aveva gettato alla bandoliera un lungo mantello nero che il vento gli agitava alle spalle, portava in capo un largo feltro sormontato da una lunga penna d’aquila, segnale distintivo di cacciatore valente.

Lo straniero ed il fratello d’Angela, lasciate le cavalcature agli uomini di corte montaron poco dopo lo scalone. La porta della sala di ricevimento si aperse ed ambedue entrarono.

Il marchese salutò il figlio con un bacio, e strinse cordialmente la mano all’incognito che gli fu presentato da Enrico. L’incognito rispose al saluto con dignitosa cortesia; egli si scusò d’aver abusato della gentilezza del giovane marchese che incontratolo sulla via sorpreso da sì mal tempo gli offerse generosa ospitalità nella sua casa; disse poi non permettergli alcune circostanze momentanee di palesare il suo nome... essere esso però di famiglia milanese, ed aver lasciato Milano perseguitato per ragioni politiche, essendosi immischiato in alcuni affari contro l’attuale signoria; e concluse che stava recandosi a Mantova cercando alla corte del duca Federico protezione ed ospitalità.

Il marchese Gian Paolo gli strinse di bel nuovo la mano in segno di stima e l’accertò che mal non s’apponeva volgendosi alla corte del Gonzaga magnanimo sempre ne’ suoi atti e che sotto la tutela del lor diritto feudale egli potrà riparare sicuro dalle tirannie dei Visconti.... tanto più che tra le due corti eravi scissura di puntigli politici e di rivalità di poteri...

La fiamma ardeva sul focolare; crepitavano gli accesi tizzoni ed invitavano a sedervisi intorno. L’incognito si slacciò il mantello, si tolse il feltro ed invitato dal marchese s’assise al fuoco... Egli gettò un rapido sguardo a sè d’intorno quasi volesse persuadersi del luogo dove si trovava, come se la sua mente avesse per un istante vagato lontano dalla realtà della vita, rapita da un’astrazione che accennava forse all’indagare attento della memoria. Aveva scorto Adolfo ritto sempre ed immobile, appoggiato alla finestra da cui guardava sin dal momento che dal viale erano apparsi i due cavalieri. S’avria detto che sulla sua fronte alta ed aperta fosse balenato un lampo, che dentro al suo occhio nero, acuto, penetrante fosse lampeggiato un pensiero.

Adolfo lo guardava... pareva che egli pure cercasse una lontana memoria, quell’uomo egli l’aveva visto... dove poi?.. Era la domanda che volgeva a sè stesso non staccando lo sguardo da quelle sembianze dalle quali gli veniva un rimescolio convulso che era impotente a dominare, e di cui non sapeva come rendersi ragione. Egli aveva ascoltate le parole di quello straniero così cavallerescamente dette, e con tanta dignitosa semplicità esposte... e gli vagavano nel pensiero, come l’eco d’una voce che s’abbia altre volte intesa; quella dichiarazione di patria, di intrighi, di un appoggio che egli andava cercando presso la corte dei Gonzaga contro le tirannie d’un’altra corte, gli pareva avesse la forma d’una menzogna che vuol vestire l’abito della verità... Egli non sapeva cosa pensasse... sindacava in certo qual modo le parole di quello straniero poichè vi era nella sua anima un pensiero inquieto che lo spingeva a ciò... Era forse un sentimento d’antipatia?... Poteva essere l’effetto d’una di quelle impressioni momentanee che si cancellano poi dalla mente e ci impongono quasi a castigo della nostra malignità od inconsideratezza, una maggiore stima che redarguisca la persona da noi offesa con un pensiero che si cancella affatto dalla memoria.

Non era questo senso vago, indefinito che giganteggiava nell’animo del giovane; era qualche cosa di più profondo che un’antipatia; egli sentiva in sè, che mai avrebbe potuto ricredersi dalla sua impressione; ei sentiva che coll’indagine del pensiero quel sentimento invece di quetarsi si ampliava: gli parve di sentire un disgusto di fronte a quella fisonomia calma, scherzevole, animata dallo scoppiettio cavalleresco della parola, facile, melliflua, dolce!... un disgusto che aveva qualche cosa di affine coll’odio... Ei si disse d’avere innanzi un nemico, e si dispose quasi ad una possibile lotta trasportato da quella foga che è la convulsione d’un’idea quando si slancia anelante nell’infinito campo delle ipotesi, le une talvolta più assurde delle altre e che pure vestono dall’illusione del senso una forma di vaga realtà.

Intanto che tali pensieri andavano con ansia affannosa succedendosi nella mente di Adolfo; mentre che la sua fantasia vi si abbarbicava imbavagliata, come un molosso che lotti per lacerare un brano di tela in cui si è infitto il dente che non può trarre dalla pastoja e che per la sua impotenza istessa alla resistenza ei non può lacerare... Il marchese era attratto da un vivo senso di simpatia verso l’incognito. Questa sensazione s’andava ognor più sviluppando in lui per i modi cavallereschi che riscontrava nello straniero; entrava seco lui nei dettagli più confidenti della sua posizione e lo metteva a parte delle pene che affliggevano la sua famiglia tenuta in tanta angoscia dalla malattia di Angela.

— Affè, marchese Gian Paolo... disse l’incognito gajamente, chi non vi dice che accompagnato dalla buffera di questa notte non vi sia capitato un angelo a portarvi la pace?... affè non ch’io mi tenga tale, marchese!.. che so non aver sembianza da mettere abbaglio, ma se la cosa è nel limite del possibile io mi metto a vostra disposizione!...

Il marchese ascoltava lo straniero come chi rinvenga da un sogno delizioso, e tema che quella fatua percezione del pensiero non gli fugga coll’atto dello svegliarsi... Egli fissava lo sguardo in quello di lui, vivo e penetrante, come per domandargli se ei doveva credere; se era il suono d’una parola di conforto reale quella che era suonata ora al suo orecchio...

Lo straniero diè in uno strano riso... Il marchese trasalì, Adolfo fremette; egli sentì corrersi un brivido per le fibbre tese nello sforzo di quella lotta che durava da qualche momento che gli pareva un secolo.

— Marchese.... rispose lo straniero con accento sì dolce da dare alla sua voce la melodia d’un suono.... ve lo ripeto, io sono a vostra disposizione, e sarei ben trista creatura se avessi voluto coll’insinuazione d’una vana speranza farmi giuoco dell’affetto d’un padre.

— Sareste medico, signore? domandò il marchese.

— No, non sono medico, ripigliò lo straniero con un sorriso di confidente persuasione, ma grazie al cielo, non sono affatto estraneo allo studio delle scienze occulte e chi sa... Volete voi mostrarmi vostra figlia, marchese?... dopo un esame di breve momento io vi dirò sulla mia parola d’onore se potete ancora sperare!...

— Iddio vi ricompensi, se egli vi avrà inviato in questa casa ad operarvi un miracolo, mormorò il marchese alzandosi per condurre lo straniero verso la camera della figlia.

Adolfo vide passarsi innanzi lo straniero seguito dal marchese: sulla sua fronte splendeva un lampo di gioja, nel suo sguardo brillava il raggio sereno della speranza!..

Egli si diceva perchè non poteva cadere ai piedi di quell’uomo che parlava la parola del conforto in quella casa abitata dalla disperazione.

Egli lo vide entrare nella stanza di Angela... da cui doveva uscire per dire forse al marchese: Vivrà... Essa!.. Angela!.. L’essere per cui egli avria data la vita... Il soffio rigeneratore che era passato sulla sua anima a dirgli vivi!.. Vi è un palpito anche per te, povero figlio della sventura!... Ed in fondo al cuore del giovane, ove sentiva il presentimento che quell’uomo salverebbe Angiola... sentimento strano a cui s’attaccava un non so quale idea di amara superstizione!... in fondo al suo cuore che si sarebbe spezzato per animare coi suoi battiti quello sì debole ed appena palpitante della giovinetta... v’era un solo senso... egli aveva paura!...

Quando lo straniero uscì dalla stanza dell’ammalata e strinse la mano al marchese affermandogli con voce sicura. — Vostra figlia vivrà ve ne do la mia parola d’onore.

Adolfo fremette!... Una vampa di fuoco passò sul suo cervello... Vivere Angela!... Era toccare il cielo col dito... (Era vedersi schiudere il paradiso)... Angela vivere!.. Era la melodia più dolce che potesse far battere d’un palpito sovrumano la sua anima... era toccare quel punto a cui il suo pensiero si fermava impaurito dal fulgore d’una speranza come rocchio che fissa il sole allora che egli arde nella pienezza della sua luce di fuoco... Eppure il suono di quella voce che avea pronunciate quelle parole gli gelò dentro il cuore quello slancio che stava per irromperatomo..

Angela salva per opera di quell’uomo, era in quella vece un’idea tormentosa che non gli dava tregua!... era un aspide cacciatosi dentro al suo cuore, era la smania indefinita d’una lotta contro l’impossibile, vale a dire contro il ritorno del passato che era la continuazione dell’agonia, contro la speranza dell’avvenire che era il ritorno alla felicità, alla salute, e tutto ciò egli avrebbe voluto fare spendendo giorno per giorno della sua vita, stilla per stilla del suo sangue, atomo ad atomo della sua esistenza!... La parola dell’incognito valeva — veder Angela bella, soave, colla sua voce da bimba, colla espressione del suo viso animato dalla vita affluente al suo cuore, levarsi da quel letto di dolori, tornare quel che fu altra volta... la vispa bambinella che giocava colle farfalle del suo giardino, che avria saltellato per le alee dei verdi viali che deserti così gli avean lasciato nell’animo tanto senso di tristezza... Era veder farsi bello d’una bellezza di paradiso tutto ciò che essa avrebbe avvicinato... Era tutto ciò che pensiero umano potesse ideare di soave!... era cosa a cui parola umana non avria trovato una forma per definire... Eppure egli ebbe paura di quella parola, e ciò che ora per lui la più delirante delle speranze gli suonò come il presentimento della più terribile delle sventure....

Per tutta la famiglia del marchese Paolo, quella notte passò agitata dai mille fremiti a cui assoggetta l’animo il trasporto d’una speranza contro alla quale lotta ancora il dubbio nel timore di un disinganno.

Lo straniero avea promesso un farmaco che ridonerebbe la vita ad Angela.

All’albeggiar del domani, egli correva a briglia sciolta sullo stradale di Mantova. Le pieghe del suo nero mantello svolazzavangli dietro le spalle agitate dal vento che spirava ancora frizzante e freddo... Ei levò il feltro in aria salutando il marchese che lo ricambiava con cordiale saluto dal cancello del suo palazzo.

Adolfo, seduto presso il letto d’Angela la contemplava con uno sguardo in cui avrebbe voluto trasfondere tutta la vita della sua anima per ripeterle una parola che la giovinetta aveva già sentita susurrarsi all’orecchio ed al cuore coll’alito ardente dell’affannoso suo petto!..

CAPITOLO XVII.

Ancora il Palazzo del Diavolo.

Dopo la morte del vecchio alchimista nella casa della valle regnava una misteriosa calma... Il nero portone che s’era chiuso sui passi d’Enrico la notte che ei ne era uscito per non più ritornarvi, non fece mai più sentire il cigolìo de’ suoi cardini arrugginiti.

Cos’era avvenuto d’Enrico?... L’oro del diavolo non resta in mano, dicevano i vecchi del paese gettando una furtiva occhiata alla casa deserta.

Era opinione dei più che il nipote del mago avesse consumato nelle orgie la sostanza ereditata dallo zio; si vociferava che lo si avesse visto a Milano sciallar colla sgherraglia del duca e che egli tenesse mano a non so che indiavolati progetti. Si credea d’averlo veduto una notte entrare nella taverna del Gallo Nero, e starvi qualche tempo, da dove uscì poi in compagnia d’alcuni di quei bravi avventori; poi era ripartito di nuovo e s’era dato, dicevasi, a far poco onesto mestiere coll’antica soldatesca con cui s’era ingaggiato prima della morte del mago, ritornato come era quasi al verde di quattrini. Si volea che gli usurai della città lo ricordassero con tenera memoria, e chiedesser conto de’ fatti suoi per l’amore che aveano alla sua vita... e tante e tant’altre cose!... si discorreva di lui dopo che fu lontano dalla città ove esercitava un tal qual superstizioso terrore, come si fa dai bimbi dopo che si sono svegliati da un mal sonno; e credono di non aver più paura delle corna del folletto, finchè arrivata la notte susseguente, strillano ancora da ossessi e non andrebbero a letto senza lume per tutto l’oro del mondo..

La vecchia Marta vivea sempre chiusa nella casa della valle; non avea lasciato il suo seggiolone di legno, filava sempre la sua rocca sulla soglia della porta interna, là dove oggi si entra nell’osteria del diavolo. Nel vasto cortile scorazzavano le sue galline, si sentiva di fuori la monotona cantilena della sua canzone, e si diceva che vivesse senza mangiare essendo che nessuno l’avea mai veduta far compera di cibi... Il che non prova però ch’ella non mangiasse!... che se avea fiato da strillar le sue canzoni, diceva qualcuno, qualche cosa si sarà pur messa sullo stomaco tanto da darle forza a tirar innanzi.

Ma quand’è mai che si possono fare in pace le cose sue?...

Dacchè San Tommaso che era un santo, mandò in voga la smania di cacciar il naso dappertutto ed anche chi sa in quali parti!... quel sistema rivelatoci dalla Bibbia è diventato il _sine qua non_ di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le persone!... e siccome anche gli uomini d’allora erano uomini, e la lingua e le abitudini delle comari di città non aveano subìto alcuna diversificazione, così si trovava a dire ed a ridire sulla casa della valle, e sulla vecchia Marta, e sull’uomo nero che l’avea lasciata per andare all’inferno a fare i suoi patti col diavolo, da dove ritornerebbe per fare chi sa che cose!

L’incompreso, fu sempre l’offa gettata alla curiosità, appunto perchè i più pensano con maggior voglia ai fatti degli altri che ai proprii, e ciò in causa della vecchia favola d’Esopo. V’era abbastanza di che solleticare questo sentimento che talvolta non è quello che meglio onori la dignità della razza umana, nelle misteriose origini, e nel mistero permanente, indefinibile, inqualificabile, del Palazzo del Diavolo....

Però dopo alcun tempo, tutte le strambe dicerie che vi circolavano intorno pareva si fossero acquietate: non si parlava che a caso del nipote del mago, poco della vecchia strega che era rimasta custode della casa maledetta... Tutto vi taceva dentro, pareva non fosse abitata da anima viva, la notte la avvolgeva colle sue tenebre senza che sul suo tetto si vedesser più danzare gli spiriti... Pareva insomma che l’immaginazione vi avesse esaurito sopra tutte le fantasticaggini, e si riposasse ora in attesa di riprendersi la rivincita alla prima occasione.

Or avvenne che la notte precedente agli avvenimenti narrati a questo punto del nostro romanzo, si vide improvvisamente oscillare una luce fantastica dalle ampie finestre della casa deserta... si disse che il portone del palazzo chiudendosi dietro non si sapea quale spirito che ci fosse entrato, mandò tal fragore come se un terremoto avesse scrollato tutto intero l’edificio che era diventato più alto che prima non lo fosse! e che pure nessuna figura che avesse forma d’uomo s’avea veduto nè entrare, nè uscire... S’era inteso di nuovo echeggiare più lugubre che mai quel maledetto canto della vecchia Marta... si disse che lo spirito dell’inferno tutto vestito di fiamme, e che appunto perciò mandava tanta luce, avea girato tutto il palazzo, s’era fermato in una stanza per più di due o tre ore e ciò lo si desumeva dall’avervi osservata fissa, la luce che prima correva rapida di finestra in finestra dovunque passasse lo spirito.. poi sul tetto si elevò una fiamma fatta a serpe... e nel punto che suonava la mezzanotte, tutto ritornò nel primiero silenzio.

Fu un fatto che fe’ parlare da inspiritate tutte le comari del borgo di porta Leona, che fe’ strillare e piangere di paura i ragazzi, e pensare le fanciulle, che al sentir parlare di diavoli e di folletti vi prendono un gusto matto, tal che se ne può desumere il perchè corran sempre addietro a chi lor fa più corna....

Lo straniero all’albeggiar del domani di quella strana notte fra le cui tenebre i demonj avrien dovuto aver ballata la tregenda nella casa della valle, era di ritorno alla villa del marchese Gian Paolo e vi portava il prezioso amuleto che dovea restituire Angela al tenero amore de’ suoi cari.

CAPITOLO XVIII.

Ambrogio lo stregone.

V’era un fatto semplicissimo, vestito dalle fantastiche forme dell’immaginazione in tutto il grande avvenimento che susurravano a bassa voce compiutosi nella casa della valle nella quale gli spiriti eran tornati ad abitare.

Verso la mezzanotte vi entrava un uomo tutto avvolto in un mantello andaluso, quell’uomo veniva da una casuccia che è situata tra il vicolo bargello e la taverna del Gallo Nero.

Nessuno forse vi poneva mente, era una casa bassa, le finestre n’eran sempre chiuse... pareva ch’essa fosse disabitata ma non l’era.

Consentimi, lettore, ch’io te la faccia conoscere, sarà un capitolo di più che avrò aggiunto al mio romanzo, e dopo tutto, la noja di leggerne uno invece d’un altro tu l’avresti avuta ugualmente... Aperta la piccola porta il cui battente di bronzo rappresenta un pipistrello colle ali tese, si salgono tre gradini di marmo, i gradini erano rozzamente scolpiti, ed eran forse qualche pezzo di granito lavorato tolto chi sa da qual luogo per farlo servire all’uopo, e ciò lo desumo perchè nulla del restante della casa era in armonia con quel non so di stranamente artistico che vi si scorgeva al primo fissarvi lo sguardo. In una vasta sala dalle nere pareti, ardeva un fornello su cui arroventavasi un bastone di ferro, v’era presso al fornello un bacile contenente una sostanza liquida, e presso al bacile una storta di vetro... sopra un tavolo situato nel mezzo della sala vedeansi due maschere di vetro opaco, vicino alle maschere due grandi manopole di pelle di camoscio, in un angolo varii alambicchi di rame... di fianco al fornello un seggiolone a bracciuoli; nel mezzo, sospesa ad una corda annerita dal tempo e dal fumo, una lanterna spargeva d’intorno una semiluce; che dava a quel luogo un aspetto cupo e fantastico.

Ambrogio lo stregone se ne stava abbandonato dentro alla sua seggiola assorto nella lettura d’un grosso libro che avea d’innanzi, e sovra cui fissava il suo sguardo avido ed attento.

Quell’uomo aveva circa cinquant’anni, di fattezze regolari, ma alterate dalle strane vicende di quella sua vita d’astrazione e d’orgia, cose che egli alternava come un vero filosofo tedesco alla cui scienza avea attinte le sue cognizioni in fatto di diavoleria nelle quali lo si teneva riputatissimo dal volgo, che l’avea veduto più volte in relazione con Paride Ceresara il mago della casa della valle.

Era esistito in fatti tra Paride Ceresara il distinto alchimista ed Ambrogio lo stregone, quella relazione che suol correre tra persone che professino l’arte istessa e che i rapporti della scienza non possono a meno di avvicinare per quanto dispari possa anche essere lo stato della loro posizione sociale.

Pel volgo e l’uno e l’altro eran gente perduta che patteggiando col diavolo avevangli venduta l’anima per comperare i godimenti della terra... in faccia alla scienza, l’uno era maestro all’altro, e Ambrogio avea di lui quel rispetto che suole imporre il genio in chi vorria col pensiero elevarsi tanto alto quanto quelli a cui l’animo tributa il senso della propria ammirazione... In faccia a sè stessi, Paride Ceresara era contento d’insegnare al suo discepolo, come questo era lieto d’imparare; siccome però, dice il proverbio, nelle cose di questo mondo il diavolo ci vuol sempre mettere la coda, così avvenne che la sfortuna cacciate le mani ne’ suoi affari e scompigliatili per ogni verso, lo portò dal campo dell’astrazione poetica in quello della realtà... vale a dire che ridotto a non aver altri mezzi di sussistenza dovette lasciar l’estasi delle contemplazioni e far della scienza un mestiere che gli fornisse di che vivere. Il suo maestro moriva verso quell’epoca, e se la sua morte gli portò fortuna aumentandogli il numero degli avventori, non per questo ei men riguardava con occhio di compianto quei beati giorni passati nei vaghi studii fatti per dar pascolo al loro desiderio di spaziare in quel vasto campo della scienza, non circoscritta come or la vedea a servire basse e stolte superstizioni, senza le quali ei non avrebbe cavato una moneta.