Il palazzo del diavolo, vol. 1/2
Part 8
I tempi correvan tristi affè!... e l’esser fabbro di sortilegi in modo d’averne lucro non era la posizione più sicura del mondo, nè la meno scevra di pericoli, nè quella in cui fosse facile tirar dritto per la via, con una mano sulla coscienza.
Il professo d’allora nelle scienze, dovea essere un uomo in relazione cogli spiriti e votato al diavolo fin dal suo nascere. Era medico, era astronomo, era mago insomma, e non troppo raramente avveniva che a qualche vecchia comare saltasse in mente ch’ei dovesse risuscitare qualche morto e a qualche marrano che dovesse alla spiccia far morire qualche vivo... Era un navigare tra Scilla e Cariddi, colla prospettiva poco seducente di urtare un giorno o l’altro in uno di questi scogli, e farla finita, o coll’onestà... o forse con qualch’altra cosa che a seconda dei casi può valere di più o di meno.
Nel momento in cui noi poniamo piede nel vasto stanzone dell’alchimista, egli tolse lo sguardo dal libro e si volse con atto di mal umore.
Erano stati battuti alcuni colpi alla porta della casa.
Egli attese un istante.... il battente martellò di nuovo; si alzò ed andò ad aprire!... Fu un’esclamazione di sorpresa e di disgusto che suonò sul suo labbro — Voi!...
— Io!... rispose con voce franca e quasi impudente il visitatore.
— Se avete bisogno dei miei servigi nel modo in cui ve li ho ricusati altra volta, vi prevengo essere affatto inutile che noi ci tratteniamo...
— Non è la morte che vengo a chiedervi, maestro Ambrogio... è la vita.
— Ho io il potere di Dio?...
— Avete la facoltà della scienza.
— Cosa chiedete?..
— Un farmaco che renda la vita ad una donna.
— E perchè volete farla vivere?... gli domandò il negromante fissando sul suo interlocutore uno sguardo a cui pareva non potesse sfuggire un men che menomo attimo del pensiero.
— Che v’importa?... rispose questi confuso.
— Importa molto... a colui a cui si venga a dire, fate vivere un’anima, fate palpitare un cuore!... la morte è la cessazione delle sensazioni umane, perchè dovrei io far vivere? per permettervi forse la tortura?...
— Maestro Ambrogio, siete molto bisbetico questa notte... affè... parmi vi passino ben strambe idee pel capo...
— Spicciamoci dunque?.. È la vita che voi volete?..
— La vita.
— Per utilizzarla come una merce?..
— No; per rendere la pace ad una famiglia.
— È questo il vostro pensiero?..
— Questo...
Il negromante stette alcuni istanti meditabondo, si volse verso un uscio che metteva ad una scaletta e chiamò: Bianca, Bianca...
Una vaga giovinetta pallida, pallida, dallo sguardo color cielo, dai capelli d’ebano, dai labbri di cinabro, bella come uno di quegli angioli che il pennello del Buonarotti dipinse, tipi eterni di bellezza sulle immortali sue tele, si affacciò alla soglia.
— Eccomi, diss’ella.
Il visitatore la contemplò affascinato, poi volse il pensiero sul negromante che muto non vi fe’ risposta: fissava immoto la giovinetta e puntandogli le mani stese verso il petto la fe’ ristare come sotto l’influenza magica di un fascino strano... Bianca.... gli domandò egli poichè la vide calma, tranquilla ed immobile a sè d’innanzi, serena la fronte, sorridente il viso, e seduta con dolce abbandono sovra una sedia vicina.
La fanciulla provò un tremito.
— Bianca, ripetè Ambrogio, vedi tu?..
— Sì... vedo, rispose la fanciulla con voce dolce e soave.
— Leggi tu nel mio pensiero?..
— Vi leggo.
— Sai chi sia a me d’innanzi in questo momento?..
La fanciulla pronunciò il nome dello straniero, con un atto appena percettibile di disgusto.
— Perchè ti agiti?... cos’è che ti fa male?...
— Nulla.
Il vecchio Ambrogio guardò inquieto lo straniero che sorrise con piglio di disprezzo.
Il negromante non gli badava più. Tutto assorto come era nella sua operazione, tutto il fuoco della sua anima parea fosse passato nella sua pupilla, larga, fissa ed immota... Il lume della lampada oscillava sprizzando all’intorno pallidi raggi di luce. Il vecchio girava intorno alla giovinetta agitando le braccia, descrivendo colla mano scarna magici circoli intorno alla sua bella testa che sorrideva; lo straniero si sentiva suo malgrado dominato dallo strano svilupparsi di quella scena, egli si trovava in faccia a quell’apparenza del soprannaturale alla cui impressione si dovettero i fatti più strani e più terribili che lasciarono pagine di sangue sul libro della storia di tutti i popoli.
La scienza vestiva a quei tempi una forma atta a colpire lo spirito, incapace come era di rivelarsi alla ragione, ond’è che quelli che ne traevan lucro assumevan in faccia al volgo qualità strane di enti diabolici ed altro.... Nè per volgo s’intenda quella parte di popolo che costituiva la plebe. Nelle case di maggior locazione non si pensava diversamente che dalle donnicciuole di piazza.... si accettava un fatto... per non analizzarlo; si avea paura del demonio e lo si evocava per trarne gli oroscopi a mezzo di qualche suo rappresentante.
— Presto, sbrigati!... o che il malanno ti porti!... borbottò lo straniero, mal potendo frenare un senso d’impazienza e nello stesso tempo impedito da una panica apprensione a dar sfogo al suo mal umore.
Il vecchio non fe’ moto... dalla pupilla della giovinetta parve uscisse un lampo di luce, egli passò ambe le mani sulle sue ciglia, ne premette le tempia, e raccogliendo tutta la forza della sua volontà, le domandò con voce chiara:
— Vedi?...
— Come è bella!... mormorò la giovinetta, e sulle sue labbra corse un sorriso quasi salutasse col cuore l’imagine che le vagava nel pensiero. Come è bella! ripetè ancora fra sè.
— È quella che vedi la donna ch’egli vuol salvare? interrogò il negromante.
La fanciulla si raccolse un istante. — Sì, rispose ella con voce debole... si agitò, alzò la mano come accennasse a seguire un pensiero fatto vivo nella sua mente, e disse con accento d’indicibile tristezza: — Muore...
Lo straniero fremette, e interrogò Ambrogio con uno sguardo inquieto.
Questi continuava a fissare la fanciulla.
— Guarda, guarda... Bianca... gli replicò egli con forza.
— No, no... diss’ella rasserenandosi in viso, vi è ancora della vita nel suo petto!.... Oh ella è forte!... aspetta...
I due testimoni di questa scena bizzarra ascoltavano assorti con tutte le facoltà della loro anima in ogni parola che usciva dalle labbra della giovinetta, in ogni atto che palesasse un pensiero.
Pel negromante era il miracolo della scienza che si svolgeva ai suoi occhi abbagliati.
Nello straniero v’era un senso di avida curiosità che andava svolgendosi a norma che si incalzavano quelle rivelazioni a cui parea fosse annesso chi sa qual misterioso interesse.
Era successo un istante di pausa... si sentiva l’ansia dei loro petti alitare con febbrile violenza. Il negromante parea che raddensasse con forza crescente la vigoria d’un pensiero che dovesse soffiare sulla vita artificiale che parea accendersi nella mente della fanciulla.
— Aspetta, continuò essa, io la vedo... Come è bella!... quanto soffre!... La fanciulla mandò un debole grido, stette anelante incerta... indi proseguì accennando tutti i sintomi di una emozione vera: Aspetta... C’è una frase di convenzione, una specie di modo di dire di tutti i magnetizzati. Il suo occhio è infossato... Dio!... come soffre da tanto tempo!... Sua madre veglia al suo letto... essa l’interroga... l’ammalata sorride.... ella non crede di guarire!... Eppure la sua famiglia aspetta... Un uomo ha promesso di salvarla... quell’uomo... Essa ristette un momento come oppressa dalla foga del pensiero; aspetta... mormorò a bassa voce usando di quella formula come di una sosta onde riprender lena. Quell’uomo....
Lo straniero sentì un brivido corrergli per l’ossa.
— Ebbene?... ebbene?... domandò con ansia il negromante.
— È qui, seguitò la giovinetta. Ti ha chiesto un farmaco... salvala!... Essa muore... La fanciulla come sfinita dallo sforzo operato lasciò cadere con abbandono il capo sul guanciale della poltrona.
— Sono con voi, disse Ambrogio allo straniero, facendogli segno colla mano che andasse seco.
Lo straniero obbedì. Il negromante s’avvicinò ad una scansia chiusa a chiave e scelse una fiala di vetro ermeticamente chiusa fra le tante che v’erano dentro accatastate.
— Sul vostro onore, gli diss’egli, è la verità ciò che ha detto Bianca?
— Lo giuro, rispose lo straniero.
— Sta bene!.... Poche goccie è la vita, qualche goccia di più è la morte.
— Iddio vi guardi!
Ambrogio consegnò la fiala allo straniero, questi porse al negromante una borsa ed uscì fuori da quella casa fantasticando bizzarre immagini di diavoli e di streghe, che gli parea avesser dovuto ronzare intorno al suo letto a turbarne le notti insonni agitate forse da un pensiero che dal fondo dell’animo sorgeva a giudicarlo inesorabile e severo.
CAPITOLO XIX.
Presentimenti.
Nella famiglia del marchese Gian Paolo si aspettava intanto colla più viva impazienza il ritorno dello straniero. In quella notte che dovea precederne la venuta, e madre e padre e fratello aveano avuto per la povera fanciulla uno sguardo in cui eravi espressa tutta l’ansia d’una speranza cara come un sogno di felicità.
La fanciulla sorrideva col suo mesto sorriso di rassegnata, e volgeva il raggio de’ suoi belli occhi celesti verso un angolo della stanza da dove Adolfo stava contemplandola triste ed abbattuto. Parea che non una di quelle soavi illusioni facesse velo alla fatalità d’una sinistra previsione che gli stava fissa nel cuore. Egli aveva tanto combattuto contro sè stesso, si era detto pazzo, avea cercato di sorridere ad Angela quando parea richiesto di un pensiero che ella avrebbe accarezzato con fede!
Quel senso indefinito, indefinibile era là.... s’era cacciato nel suo cuore e non valeva a strapparvelo!... Esso sfuggiva all’analisi, era vago come un sogno... Era nulla... era un’ombra nel vuoto.... ma era tale da gelargli il sorriso sulle labbra contratte da un amaro dispetto.....
. . . . . . .
Lo straniero è ritornato, egli ha recato seco il prezioso farmaco. Il marchese non si sazia dall’attestargli la sua riconoscenza, la madre di Angela piange di gioia baciando le guancie della giovinetta, che vanno riprendendo il lor colorito vitale. Angela sorride più vaga e più bella al giovane suo amico nel cui animo tutto ciò mette un arcano sbigottimento, e che ella si sforza a cancellare con tutte le dimostrazioni del più tenero affetto.
La gioia, quella vaga silfide dal volo leggiero, ha ripreso il suo posto in quel campestre romitaggio; la primavera lo adorna col suo manto di verzura, l’aria lo circonda dell’olezzo dei fiori rapito alle ricche alee del giardino, la rondine stridendo vi volteggia intorno, e dal trave ospitale saluta il diletto suo nido; s’ode alla sera l’allegra canzone dei campagnoli che ritornano ai loro casolari dove li allieterà il sorriso delle loro donne ed il bacio dei loro figli. Non più quel tetro squallore, non più sugli incolti viali cadono le foglie degli alberi disseccate, nè i fiori dagli steli; non più il paesano riguarda le chiuse imposte e si dice mestamente: là si soffre... e pensa che colei che soffre era l’angelo che si recava al letto delle sue figlie ammalate a portarvi il conforto di una parola; il brodo della sua mensa, il farmaco della sua casa, il fiore del suo giardino!...
È una bella mattina del mese di aprile... l’aria è imbalsamata di profumi... piena di melodie... l’usignuolo ed il capinero gorgheggiano di mezzo alle verdi siepi e si ricambiano le loro canzoni d’amore; la cingallegra volteggia vispa e gaia di ramo in ramo.
Sotto ad un verde chiosco del giardino era raccolta la famiglia del marchese intenta ad un gaio confabulare; Angela appoggiavasi tutt’ora debole per la passata malattia, al braccio del padre; sua madre la contemplava seduta vicino a lei con un lungo sguardo di amore; Adolfo discorreva col fratello d’Angela appoggiati entrambi alla spalliera del chiosco. Lo straniero vi entrava dopo aver colto un fiore da una vicina alea e lo porse alla giovinetta.
Angela gettò uno sguardo sopra Adolfo, il cui occhio avea seguito lo straniero con palese inquietudine.
— È il fiore dell’addio che vi reco, madamigella, disse lo straniero ad Angela; ne avvisai già il marchese; alcuni affari mi chiamano a Mantova onde reclamare dai Gonzaga un appoggio contro le angherie di cui mi fa scopo la Corte dei duchi di Milano.
— Voglio sperare che non sarà un congedo, gli rispose il marchese con confidente premura, non è vero, dottore?
— V’assicuro, marchese, che ho ben poche volte in vita mia fatto uso di pozioni, e lasciai per solito la cura ad altri di guarire qualche parte del corpo a cui l’armatura non sia stata bastevole riparo, gli ribattè lo straniero sorridendo.
— In ogni modo è il titolo che vi fa più caro alla mia amicizia, poichè i vostri colpi di spada non avrebbero salvata la mia Angela. Mi permetto quindi di ripetervi di nuovo: Dottore, la mia casa è sempre aperta per voi, alla mia tavola vi è un posto che vi aspetta.
Lo straniero s’inchinò.
— Il mio cavallo è sellato, diss’egli accommiatandosi coll’atto.
Tutti si alzarono, il marchese passò amichevolmente il suo sotto al di lui braccio e rifecer la via intrattenendosi gajamente.
Angela si strinse al braccio della madre; il suo sguardo scontrossi in quello di Adolfo e mandò un lampo di felicità.
— Avrò il piacere di rivedervi presto, madamigella, gli disse lo straniero che si era rivolto verso lei in quel momento.
Vi era una strana accentazione in quelle parole. Angela se le sentì vibrare sinistramente nell’anima come la minaccia d’una sventura, e guardò quasi impaurita sua madre, che volgendosi allo straniero dicevagli colla sua voce più calma:
— Ella sarà sempre il benvenuto, signore.
Adolfo raccolse tutto il fuoco della sua anima avvampante nello sguardo, e fissò lo straniero; questi parea non si fosse neppur accorto della presenza del giovane, che si morse le labbra di dispetto.
Si era arrivati al cortile della casa; un paesano teneva per la briglia il cavallo dello straniero. Era un magnifico baiardo che nitriva salutando il suo signore. Ei gli si fe’ vicino, lo accarezzò, in un salto snello e leggiero fu in sella, strinse di nuovo la mano al marchese, salutò colla mano Angela, Alberto e la madre, e dopo alcuni istanti non si sentiva che il lontano scalpitare del suo cavallo sulla strada di Mantova, verso cui correva a tutta briglia.
— È partito!... mormorò con senso di rincrescimento il marchese, volgendo lo sguardo per dove era scomparso il cavaliere.
— Finalmente!... mormorarono con un sospiro Angela ed Adolfo.
La marchesa Isabella, la madre di Angela, non disse nulla. Essa guardava Angela, il cui volto s’era fatto sorridente di felicità. Il cuore della madre si arrestava d’innanzi un quesito di cui non sapeva trovare la soluzione. Il cuore della donna rispettava uno di quei mille sentimenti per cui l’analisi non trova che il mistero d’un’impressione che alle volte è rivelatrice dei più terribili arcani della vita.
V’era diffatti una strana contradizione nel vincolo di quei varii sentimenti che si erano svolti sotto a’ suoi occhi ed innanzi al suo cuore nella durata di quella breve scena. Donna Isabella era madre, e madre in tutta la santità di quella soave parola, che compendia in sè quanto v’ha di grande e di nobile nell’anima umana!... Se v’ha qualche cosa in questo vasto organismo della creazione, così strano per le sue inconseguenze.... nei suoi rapporti... nelle sue stravaganze inqualificabili... atto a far ricredere dall’ateismo da questo pensiero per cui si sconoscerebbe anche sè stessi, per non maledire a tutto ciò che è intorno a noi, saria il sublime mistero, che è il cuore d’una madre!... Donna Isabella dunque, come dicemmo, compendiava in sè una delle mille fasi di questo misterioso enigma.
Esser madre è avere in sè la divinazione di quei non nulla che sono il tutto dell’esistenza!... è leggere col pensiero nel sorriso del labbro per strappare di sotto a quella forma che è una menzogna il gemito dell’anima... L’esser madre è il non vivere per sè, ma è l’identificarsi nell’esistenza de’ suoi figli, è quasi un fondersi con essi con tal legame d’affetto, che i dolori di questi gli sieno proprj... è il rendere impossibile la menzogna del labbro, come quella della mente, è sentire quell’uniformità di sensazioni mediante le quali il cuore non ha bisogno della parola per rivelarsi.
E Angela... quel tenero virgulto cresciuto ai miti raggi di quel sole fecondatore si svolse lussureggiante e bello; si svolse anima nobile e peregrina interrogando il gorgheggio dell’usignuolo che cantava tra le rose del suo giardino; interrogando lo schiudersi del fiore che non volea spiccare perchè gli incresceva vederlo sì tosto appassire, fissando gli occhi in quelli della madre per cercarvi un conforto a quel sentimento che serpeggiava fuoco sottile, ma ardente nelle sue vene, ed allorchè le informi larve della sua fantasia modellate a poco a poco dalle arcane indagini del pensiero ridessero ai suoi occhi una forma, indefinita sì, ma che vestivasi di ognor più potente attraenza, allora ella sentì il bisogno d’una parola che diversa da quella della madre gli mormorasse all’anima avida di emozioni la prima nota del sublime poema della vita...
Come era bella, appoggiata talvolta al suo balcone illuminata dalla mistica luce di qualche astro gentile, a cui la sua anima sembrava favellare misteriose parole!
Era pur bella!... china la fronte sul suo seno d’alabastro, simile alla Margherita di Goethe che sfoglia il fiore della rivelazione, sfogliava essa i fiori del suo pensiero cercandovi il più bello ed il più olezzante.
Era pur bella, assorta in melanconico atto eppur raggiante di vita e di speranza... stretto l’esile corpiccino dalla bianca sua veste, puro giglio fragrante che mano impudica avria dovuto arrestarsi dal toccare, che alito umano non avria dovuto avvizzire!..
Perchè si agita così il tuo seno di neve?.. perchè balbetta inarticolati accenti il tuo labbro?.. forse un nome... il suo!... prima ancora che tu lo sapessi, chi sa quante volte hai sognato una larva vanescente... ma che importa?.. la tua anima la vestiva d’un’immagine... nel silenzio delle tue notti di vergine, tu ascoltavi un’arcana melodia a cui univi il tuo sospiro, il tuo voto, puro come la prima preghiera che insegnava tua madre al tuo labbro di fanciulla, al tuo cuore di donna... santo come tutto ciò che è giovinezza, perchè giovinezza è fede... Giovinezza è amore... ed al senso arcano che molcea le tue fibbre di diciassette anni rispondevi con un suono indefinito... ti sovvenivi della prima parola con cui chiamandoti ti baciava tua madre e l’hai mormorata stemperando la tua anima in un sospiro. — Mio Angelo...
La marchesa aveva compreso quel suo cuore di fanciulla, ne aveva seguito fin dalla culla il rapido sviluppo. L’avea veduta crescere sotto i suoi baci, interrogando ogni palpito del suo petto... in lei non potea esservi atto nel quale non leggesse l’impronta del pensiero come il senso del cuore... Eppure le pareva strana quell’impossibilità di interrogare un sentimento che ella non arrivava a comprendere, forse perchè era un mistero anche per l’animo istesso della giovinetta... Una di quelle sensazioni che sono in noi, che ci dominano, che vivono d’una vita loro propria, che interrogate svaniscono, che assopite ritornano, che ci assediano, ci tormentano, e contro cui la ragione trova l’inutilità de’ suoi sforzi, per l’impotenza appunto di questi!..
Perchè mai sentiva Angela un senso d’avversione dirò così, per un uomo che l’aveva sottratta alla morte?.. per un uomo al quale il marchese avrebbe data la vita?... che sua madre avrebbe baciato qual figlio?... L’irriconoscenza non è per sè stessa una colpa?... e come poteva quel bel cuore d’angelo schiuso ai più puri affetti, alle più nobili aspirazioni, nutrire un senso che fosse una violazione di queste sante leggi della natura?... No, si dicea essa, in queste leggi istesse che agli animi incorrotti tracciano la via delle loro azioni, deve essere la causa di questa sensazione, che un’altra sensazione attutisce nel suo sviluppo... Il pensiero non le rendeva conto di ciò, ma vagamente la madre si faceva sue le indefinite sensazioni che s’agitavano nel cuore d’Angela...
Ella osservò che Angela avea impallidito ricevendo dallo straniero quel fiore che ei le porgeva in segno d’addio come in lei volesse lasciare una memoria. Avea notato lo sguardo furtivo, inquieto che la giovinetta avea lanciato verso Adolfo, e come questi impiegasse tutta la vigoria della sua volontà per imporre una calma artificiale alla segreta tortura del suo animo. Angela si era appoggiata a lei come ricorrendo ad un conforto allorchè lo straniero le avea fatto presentire la possibilità del suo ritorno; Angela temeva quello straniero appunto perchè sentiva che egli voleva attaccarsi alla vita che aveagli resa in modo sì strano!... ma lo temeva essa nel dubbio che un giorno egli potesse reclamare un diritto?.. oppure questo timore istesso accusava in lei un affetto già formatosi nel cuore e che avea paura d’ogni ombra che potesse frenarne lo slancio?..
Nel pensiero della madre, sorse uno di quei lampi che sono la parola della rivelazione parlata al cuore colle mille voci dell’animo; ella sentì che Angela avea scelto tra l’uomo che l’avea resa alle braccia del padre, e l’uomo che l’avea resa all’amore dei suoi cari... Quel sentimento di freddezza verso lo straniero che l’avea salvata dalla morte, proveniva dall’aver lo slancio del suo cuore assorbite tutte le facoltà sensuali della sua anima vergine d’affetti, che s’era abbandonata tutta intera alla sua prima e pura rivelazione!..
Angela amava!.. amava un cuore devoto che l’avea conquistata con un eroismo; più che con un eroismo!... con un atto di disinteresse tutto umano!.. affrontando un pericolo per salvare una vittima che era uno straniero per lui, e che era suo padre!.. V’era la fatalità!.. questa figlia della poesia delle menti giovani e vergini in quell’avvenimento che avea segnato una meta sul sentiero della sua esistenza!..
Angela amava!.. era un affetto a cui sorrideva come una benedizione il pensiero di sua madre!.. Ella accarezzò più dolcemente la sua vaga bambina dalle belle chiome di corvo, dal bel guardo celeste e soave; essa strinse con più affetto la mano di Adolfo!.. Essa lo chiamò figlio collo slancio più tenero del suo cuore!... ed Angela le si gettò confidente tra le braccia, mormorando col cuore ebbro d’affetto!.. Oh come l’amo, madre mia!...
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE
VOLUME PRIMO
CAPITOLO I. Che può servire d’introduzione Pag. 5 II. Una notte infernale » 19 III. La taverna del Gallo Nero » 27 IV. La ballata dei morti » 39 V. Il Testamento » 43 VI. Il fratricidio » 47 VII. In cui si parla di ciò che si dice » 51 VIII. Giulietta » 55 IX. Il vendicatore » 65 X. Schiarimenti » 75 XI. La trama » 81 XII. La capanna del carbonaro » 89 XIII. L’agguato » 95 XIV. Dieci anni dopo » 109 XV. Adolfo » 115 XVI. In cui il Romanzo s’imbroglia maledettamente » 125 XVII. Ancora il Palazzo del Diavolo » 151 XVIII. Ambrogio lo stregone » 157 XIX. Presentimenti » 169
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.