Il palazzo del diavolo, vol. 1/2

Part 6

Chapter 63,780 wordsPublic domain

Bortolo il carbonaro si scosse... ei guardò il canile dove soleva dormir la sua donna ed i suoi figli; era vuoto; verranno a momenti, mormorò egli. Vada!... Esclamò poi come imponesse a sè stesso!... Vada!... qua la mano...

Quattro destre si strinsero a suggellare un patto di sangue.

— Quando ci vediamo?...

— Qui allo svolto.

— Alle sei parte la corriera da Como per la Svizzera.

— Dunque alle nove.

— Sullo stradale della Croce....

— E chi primo arrivi?...

— Si raccomandi al diavolo...

Sss... fè uno dei banditi guardandosi attorno sospettoso.... non ti parve d’aver inteso alcun rumore?...

Stetter zitti per alcuni istanti; non s’intese più nulla. Adolfo era girato dietro la siepe. Un uomo guardò fuori dalla porta della capanna. — Fischia un maledetto vento, disse egli rientrando...

Adolfo trattenendo il respiro aveva tutto ascoltato; era certo che si tramava un delitto, che ben scelta non era ancora la vittima; egli si sentì preso da uno strano senso di compassione per chi avesse potuto incappare sotto il pugnale di quei banditi... lasciare che la loro opera si compisse quando egli n’era a parte, quando sapeva l’ora, il luogo, come e su chi si dovesse compiere, era rendersi complice del loro delitto, era un farlo pesare indirettamente sulla sua coscienza d’onest’uomo....

Un pensiero corse rapido alla sua mente, ei non stette ad analizzarlo, egli lo accettò come era venuto, vi si affidò: lasciò con precauzione il suo nascondiglio, rifece la strada del monte, arrivò a casa, staccò dissopra al suo letto la sua carabina a due colpi, si passò alla cintola un sodo coltello da caccia, e si mise in via. L’orologio della piazza batteva le nove... Cinque uomini erano al loro posto sullo stradale della Croce... i quattro banditi accosciati dietro una siepe al fianco sinistro della strada; Adolfo, appoggiato ad un grosso albero che lo toglieva ad ogni guardo sopra una collinetta che s’innalzava a destra della via.

Lo stradale della Croce, così nominato a motivo d’una croce di marmo che la pietà pubblica vi aveva eretta in memoria d’uno del paese che era morto sotto una ruota di carro allo svolto della strada che sfianca un ponticello di legno e sotto cui scorre un piccolo fiumicello; non è una di queste strade che sembran modellate appositamente dalla natura per favorire gli assassini... come lo potrebbe dar a credere la sua sinistra qualifica.

Lo stradale della Croce è in quella vece una strada abbastanza comoda per essere una strada di montagna, per di là si s’interna verso Lugano.... fiancheggiando amene vallate vestite di verde; il fiume vi passa in mezzo serpeggiando colle sue onde d’argento e scaricandosi nel Ceresio.

È una strada che si contorce, si innalza, scende, e che dà maledettamente da fare ai vetturini ed alle loro rozze. Quel punto che si chiama l’angolo della croce è la parte più pericolosa se vogliamo per incontri di mal augurio perchè è la più lontana dalle abitazioni della valle e si lascia dietro alla sua destra la parte più coltivata della montagna, armandosi il fianco per buon tratto di via di irti macigni tagliati a picco in mezzo cui non vegeta che il giunco e la rovere.

Passarono alcuni momenti d’ansia indicibile.... I quattro banditi colla mano sull’arma, l’occhio vigile, guardavan lungo la via ascoltando il men che leggier rumore che lor fosse portato dal vento e pareva coll’avidità del pensiero che volessero attrarre la preda... Adolfo li dominava, vigile ed attento ei pure. Il gruppo di quelle cinque persone ciascuna delle quali aspettava; aveva il suo lato estremamente poetico. Era la miseria cenciosa, irritata, il vizio insaziato che si collegava per compiere un delitto quale ei si fosse; lo slancio d’un cuor nobile, confidente, che si cimentava a combatterlo!... Era un nodo del dramma della vita che stringevasi su quella deserta via... Il caso vi arrabescava intorno uno de’ suoi tanti geroglifici! geroglifici bizzarri che la superstizione ha ascritto alla Provvidenza!... come se nelle vicende di questo granello d’arena che è il mondo, in questo giuoco di luce che è la vita, questo fantasma del pensiero potesse mai intromettersi a far da vetturino a questa grande macchina dell’Universo!...

S’intese da lontano un rumore ancor vago che però si tradusse per lo scalpitar di due cavalli; i cavalieri salivano l’erta. I quattro banditi accosciati sulla ripa sinistra della vallata non li vedevano ancora; Adolfo dalla collina li vedeva avvicinarsi intrattenendosi in un discorso che pareva assorbisse tutta la loro attenzione perchè lasciate andare la briglie sul collo delle loro cavalcature venivano innanzi lentamente....

Il primo dei cavalieri mostrava circa 50 anni... robusto ancora di forme, ma sofferente e pallido, pareva assorto in dolorosi pensieri, mentre il suo compagno giovane di circa 20 anni, parea si desse tutto cuore a cacciargli dall’animo quella cupa tristezza.

Adolfo armò la carabina... I cavalieri salito il declivio si mostrarono in tutta l’altezza della loro persona sul ponte della Croce... Mentre Adolfo con infinito senso di compassione e di terrore fissava su loro lo sguardo, un colpo di fuoco rintronò per l’aria e corse come un fremito di monte in monte; il cavallo del giovane fu colpito nel fianco, ma non cadde; da due petti eruppe un grido d’allarmi, a cui rispose l’urlo dei banditi che si slanciarono verso gli aggressi: Adolfo lasciò andare il suo colpo, uno dei banditi che si avventava alla briglia d’uno dei cavalli cadde riverso... tradimento!... gridarono i compagni volgendosi, fu un istante... in certi casi un istante è la vita!... I due cavalieri rinvenuti dalla sorpresa dell’attacco, animati da quella fucilata che aveva atterrato uno dei loro assalitori, cavaron le loro pistole d’arcione e fecer fuoco; nello stesso tempo ratto come la folgore e mentre i banditi stavan per ritornare sulla preda, Adolfo fattosi una mazza del calcio del suo fucile che ruotava da indemoniato, s’era slanciato in mezzo ad essi.

Al suo apparire sì improvviso un grido di terrore eruppe dal petto d’uno dei banditi che stette immoto fissandolo cogli occhi spalancati, coi capelli irti sul fronte!...

— Lui!... gridò egli.

Adolfo che stava per vibrare un colpo si rattenne colpito egli pure dalla sorpresa... Il bandito come se avesse veduto sorgere a sè dinanzi un’evocazione infernale si diè a tutta corsa a fuggire precipitoso giù per la vallata seguito dai due suoi complici che bestemmiando lasciavano la loro preda.

— Noi vi dobbiamo la vita... diceva il vecchio stringendo con affetto la mano di Adolfo, il quale s’accertava intanto nulla essere loro avvenuto di sinistro.

— Non ho fatto che il mio dovere, signori... potei scoprire per caso che si tramava un delitto, e quale ei si fosse, e su chiunque si potesse compire stimai mio obbligo oppormivi per quanto le mie forze me lo avessero permesso; il caso ci ha favoriti, perchè voi l’avete veduto, il mio colpo non andò in fallo, ed al mio solo mostrarsi quei banditi preser la fuga come se avessero veduto non so qual fantasma di morto....

I due cavalieri ricambiarono con infiniti segni di gratitudine le parole del montanaro. Questi dava mano intanto al più giovane aiutandolo a smontare dal cavallo ferito.

— Dopo un sì brutto incontro, disse poi loro, sentiranno al certo il bisogno d’un po’ di riposo... e se la mia casa può loro offrire un’ospitalità che offro loro di tutto buon grado, possiamo avviarci. Riprenderemo a cena i dettagli di quest’avventura....

Fu accettata l’offerta con pari lealtà come veniva fatta, si trascinò sul fianco della strada il cadavere del bandito, e prese a mano le cavalcature s’avviarono verso il paese.

CAPITOLO XVI.

In cui il Romanzo s’imbroglia maledettamente.

Margherita la vecchia governante che aveva veduto il giovane Adolfo correre a tutta furia fuori di casa colla sua carabina alle spalle, stava attendendolo con molta impazienza e s’andava intanto scervellando a tutta possa per capire qualche cosa; ma per quanto ci si mettesse non veniva certo a capo di nulla, e conoscendone l’umore fantastico che di giorno in giorno gli montava al cervello, vi attribuiva non sapea qual sua matta bizzarria a cui si lasciava andar di sovente.

Essa mandò un grido di gioja quando lo vide venir dalla strada, e neppur accorgendosi dei due forestieri che lo seguivano e di cui egli conduceva un cavallo gli saltò diffilata a bracciacollo con tutta l’espansione de’ suoi muscoli ancor ben in vigore.

Adolfo si lasciò abbracciar ben bene, le contraccambiò un bel bacio, proprio con quella gioja d’un cuore che è contento di sè dopo d’aver compiuta una buona azione ed a cui sembri che sia un suo diritto bell’e buono quello d’esser vezzeggiato, quando infine se ne abbia il merito!...

E in quel momento Adolfo pensava quello che non diceva, e lo diceva ricevendo quegli atti d’affetto della buona vecchia con tutta la compiacenza possibile.

I due forestieri stettero guardando quella scena coll’animo commosso ed intenerito. Eran cuori onesti e leali; non potevano non sentirsi compresi da un gentil senso d’ammirazione. V’aggiunga il lettore, che essi venivan dall’aver salva la vita per opera di quel giovane sconosciuto che loro offeriva ospitalità, e troverà che per essi non era allatto estranea quell’espansione, e vi partecipavano con tutta la soddisfazione dell’animo loro.

La buona donna fece tutta lieta le feste di casa ai due forestieri; lor preparò le più belle stanze, fe’ scontar al migliore dei suoi polli che correvano il cortile, l’impeto della sua dimostrazione; si diè tutt’anima a metter in mostra quanto vi era di buono e di bello con quella cura con cui un antiquario imprende le eterne riviste dei suoi quadri, e ne spiegherebbe le origini, e i come ed i perchè, trenta volte al giorno, se gli capitasser giornalmente trenta vittime su cui sfogare la tortura delle sue erudizioni storico-artistiche. — Per buona sorte erano di tutt’altro genere le dimostrazioni della buona Margherita, e non avevano a che fare colle dissertazioni storico-artistiche... Essa ci teneva a far un brodo che potesse esser trovato la fenice dei brodi dai suoi ospiti!... fe’ munger la sua manza favorita; loro ammanì un’eccellente frittura di sardine del lago; burro fresco della casa, e tutto quanto poteva insomma far tornar loro gradita quell’ospitalità che lor venia offerta col cuore sulle labbra, e con un cuore senza maschera di convenienze.

Quando la cena fu messa in tavola, la si onorò d’un appetito che compensava ad usura le premure della vecchia Margherita; Adolfo raccontò i dettagli di quella strana bizzarria che impedì per quella volta un assassinio; gli ospiti gli dimostrarono tutta la loro gratitudine e stabilirono che l’indomani egli li accompagnerebbe a Lugano dove si recavano per farvi l’acquisto a cui erano diretti.

Venne l’indomani; si sostituì una sedia da posta alle cavalcature che restarono in una scuderia del paese, ed accommiatatisi dalla vecchia Margherita a cui promisero un sollecito ritorno, preser le mosse verso Capolago.

Il tragitto da Capolago a Lugano che si fa oggi col solito termine medio dell’orario postale, si faceva allora sopra a delle barche a remi; vi si impiegava più tempo, ma non era men divertente: le amene sponde del Ceresio vestite della vaga verzura dei suoi colli lussureggianti al cui fianco contrastano quelle imponenti roccie di granito or nude e luccicanti sotto i raggi del sole, or folte d’abeti, e di noci, in mezzo alle quali saltella il camoscio, e squittisce il faggiano, sono nel loro insieme uno splendido panorama, dentro cui l’immaginazione si perde, e sol ne resta quel senso d’impressione profonda che si subisce innanzi a quel portentoso fenomeno che è la creazione!...

Il Ceresio svolta, si contorce come una serpe e scorre tranquillo e limpido, poi si fa scuro, cupo, verdaceo: è uno specchio che vi sorride e nella sua vaga ondulazione riflette la vostra immagine; è talora un abisso in fondo a cui sentite un fremito che vi spaventa.

L’orrido ed il sublime, l’orridezza del bello dirò così, e la bellezza del sublime, vi abbaglia e vi colpisce; passando in mezzo a quelle schieravisi innanzi una natura che vi si offre in tutte le molteplici sue forme... Avete alla vostra destra un’amena casetta inghirlandata da colli verdeggianti, sentite l’olezzo dei fiori, il belar del capretto; vedete il sorriso d’un bimbo accarezzato dalla madre, il sole indora questo vago spettacolo col suo raggio più bello, vi volgete a sinistra e sul vostro capo giganteggia orrendamente una nuda scogliera dal color del ferro, non vi vedete vegetare un arbusto, non vi sentite un canto d’uccello!...

Il nibbio vi volteggia intorno in larghe ruote... quell’immenso masso arde, quella parte di lago su cui esso projetta la sua ombra; è diversa da quella che voi scorrete, quell’ombra vi fa paura... quell’onda vi pare più fredda, il suo colore è cupo come il pensiero che vi corre alla mente... Avete vagheggiata la vita, e vi trovate d’innanzi la morte!...

Adolfo ed i suoi due ospiti lasciavano tante meraviglie di bellezza e di orrore dietro di loro; avvicinavansi a Lugano, facendo sosta nei varii paeselli che ne fiancheggiano la strada, ed avevan bell’agio d’intrattenersi delle loro cose.

In un viaggio di tal genere si discorre molto ed il discorrere invita alla confidenza.... Il vecchio seduto alla prua del battelletto che vogava tranquillo, disse quindi ad Adolfo il perchè del suo viaggio; Adolfo parlò della sua posizione, parlò di suo padre e di sua madre, con quell’affetto di cui si sentiva pieno e traboccante il cuore; parlò dell’uomo che gli era sfuggito di mano, e del proposito suo inalterabile di vendicare i suoi genitori vittime d’un odio vile come la persona che fu causa di tanto male.

Per mandare ad effetto questo suo voto non restavagli che un mezzo; la ricerca di questo scapestrato avventuriere che aveva lasciato il servizio del duca e di cui nessuno potè mai più sapere cosa fosse avvenuto.

Ma dove anderebbe egli?... a chi volgersi?... come rinvenirlo?...

Eran queste le domande affannose che succedevansi nell’animo del giovane, e che davan motivo a quelle sue impazienti fantasticaggini a cui doveva l’incontro dei due signori che il lettore avrà al certo riconosciuti per il padre e per il fratello di Angela che s’eran messi in cerca d’una villa onde tentare se era possibile un miglioramento alla salute della cara quanto amata giovinetta.

Il vecchio marchese Gian Paolo era uomo esperto delle cose del mondo, e dotato d’intelligenza non scompagnata dal cuore. Compiangendo l’infelice giovane a cui la vita appena incominciata era già causa di tanti affanni, lo fece forte di ragioni e di consigli, e gli propose anzi ove egli credesse d’accettare, di concambiargli la ricevuta ospitalità onde toglierlo per ora a quei luoghi per lui di penose seppur care memorie, per avvicinarlo forse ad una vita che potrìa più facilmente metterlo sulle traccie dell’uomo ch’egli cercava con tanta ansia e che non avrebbe trovato al certo in un paese, da dove le sue colpe istesse l’avrien tenuto lontano; per sè stesso essendo il male consigliere di prudenza, e nella tema poi di trovarvi un vendicatore, era più che certo, che egli ben si saria astenuto dall’andarvi incontro.

Al loro ritorno da... dove il marchese Gian Paolo aveva trovata un’amena villa situata sovra una delle sponde del lago più che adatta ai suoi progetti, ripresero la via per Milano; Adolfo, s’accommiatò dalla vecchia Margherita che lasciò custode delle sue cose, non senza ch’ella si disperasse con tutto lo strepito dei suoi polmoni pieni di fiato, e de’ suoi occhi ricchi di lagrime, e fece parte di quella nuova famiglia che a lui si era interessata con affetto, e nella quale entrava attorniato da tutti quei riguardi e da quelle premure che danno all’uomo la stima di sè stesso e lo fanno migliore!... Ma affè e più che pazza cosa la perfettibilità di questo logogrifo ambulante che dicesi uomo, mentre percorre le fasi di questa ridicola commedia che dicesi vita.. passando in mezzo a questa mascherata eterna che dicesi società!...

Al loro arrivo, la casa di campagna del marchese presentava uno degli aspetti più squallidi... Nel giardino incolto, languivano i fiori delle arse aiuole... serrate eran le griglie della casa, i fanciulli della corte non correvan come altre volte pel prato vicino inseguendosi l’un l’altro mandando dal petto il loro grido di gioja, briosi ed allegri come le vaghe rondinelle che volteggiando per l’aria si gorgheggiano le loro canzoni d’amore!... Tutto v’era triste; tutto inclinava gli animi a quel senso che vi dominava in tutte le sue dimostrazioni.

Angela!... il vago angioletto cullato dal bacio dell’affetto, cresciuto sotto la carezza, era peggiorata di mille doppi, dopo la partenza del padre e del fratello. Erale ora mai impossibile l’intraprendere un viaggio da cui speravano di veder rifiorire quella salute che lentamente moriva sulle sue guancie fatte ad ogni volger di giorno più pallide e macilenti... La vita fuggiva, e gli sguardi pieni d’angoscia dei suoi cari ne notavano il mortale progresso. Adolfo s’era stabilito nella casa del marchese e s’era dato tutto cuore e premura ad alleviarne le pene col dimostrargli la possibilità d’una speranza che non era del tutto perduta... Vegliava egli la povera giovanetta intanto che in essi col riposo succedesse nuova vigoria da continuare in quella pia opera... Egli fu presentato ad Angela con tutti i dettagli di quell’avvenimento che lo pose sul sentiero di quella famiglia, e che il buon marchese gli veniva raccontando in quelle ore in cui il male lasciava un po’ di tregua al suo spirito abbattuto... Egli le parlò del coraggio con cui s’era slanciato in mezzo a quell’orda di malandrini che avevan presa la fuga al suo comparire, come con un colpo della sua carabina ne avesse lasciato uno sul terreno: dell’ospitalità avuta, della buona vecchia che loro fu tanto cortese... delle sventure che gravarono sulla giovane sua vita tanto da lasciargli un retaggio di sangue!... A questo racconto fatto dal padre con tutta la foga d’un animo leale, e con tutto lo slancio d’una profonda riconoscenza, le guancie pallide della giovinetta si venivano animando d’un fuggitivo incarnato... Il suo occhio esprimeva quanto tesoro di riconoscenza e di gratitudine si svolgesse in quel giovane cuore; quanta ammirazione ingenua, ardente, abbracciasse il suo pensiero... E quando il giovane Adolfo, vestito colla sua bella casacca da montanaro, coi suoi bei capelli a nere ciocche che gli contornavan la fronte alta ed intelligente, gli fu presentato dal marchese, con queste semplici parole che terminavano il suo racconto... Ecco Adolfo... e mentre gli stringeva la mano conducendolo presso il letto d’Angela, la giovinetta levò di sotto alle coltri la bianca sua destra, lo guardò con quel suo sguardo così splendido d’espressione... con quello sguardo in cui pareva si fosse concentrata tutta la vigoria della sua anima per dar vita al palpito del suo cuore!... Signor Adolfo, gli diss’ella, colla sua voce a cui il languore dava una dolcezza indefinibile... mio padre e mio fratello vi devono la vita, vi devo quindi anche quella poca che mi resta perchè io sarei morta all’annuncio d’una sventura... che siate il benvenuto in questa casa che è vostra ed in cui siete per me un fratello... ed a mio padre un figlio!...

Come era bella la giovine fanciulla, schiudendo così dall’animo tanta cortesia d’affetto e di parole!... quel suo viso pallido che si tingeva d’un rosso sfumato, l’espressione angelica del suo grande occhio nero fisso nel volto del giovane, rendevano l’immagine d’un bello a cui il pensiero non s’avvicina che dandovi la forma ideale d’un sogno... il padre la contemplava, e gli parea di veder affluire la vita in quelle fibbre spossate dalla malattia... sua madre la baciò in fronte con quello slancio d’affetto che s’attacca alla speranza per non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Era un quadro di Rubens palpitante di vita; v’era uno strano contrasto di soavità e di tristezza, nella scena che si compiva in quella casa intorno a cui regnava il silenzio della campagna colle sue armonie di pace, col susurro delle sue fronde, coll’olezzo dei suoi fiori, colla splendidezza del suo cielo placido e sereno che pareva sorridere, vago della sua bellezza, ed inneggiare alla gioja, là dove l’arcano presentimento del cuore intravvedeva il dolore di sotto alla fatuità d’una menzognera illusione!...

E Adolfo?... Era la prima volta che egli stringeva colle sue mani avvezze al maneggio della carabina la piccola mano della giovinetta morente... Ei ne sentì la voce come s’ascolta un’armonia di cielo... fissò lo sguardo umile, bagnato di lagrime nei suoi occhi e vi trovò l’indefinibile senso di una dolcezza che intorpidiva le sue intellettuali facoltà... se è possibile essere sciocchi in quell’impossibilità d’esprimere ciò che passa nella nostra anima allorchè per la prima volta ci troviamo al contatto dell’ignoto, dell’inqualificabile, di una cosa di cui non sappiamo renderci ragione se non per il senso che esercita su noi... quella prima impressione che porta con sè lo sbalordimento... l’atonia... Egli fu tanto sciocco, quanto si possa esserlo nella sua posizione d’uomo per nulla affatto conscio d’ogni atto di convenienza sociale; ignaro di tutte quelle formule per cui si esprime gentilmente quello che si sente e quello che non si sente!... Egli fu un imbecille, secondo tutte le regole del Galateo moderno. Non trovò un complimento nella fraseologia convenzionale dell’etichetta per rispondere ad un complimento tanto gentile e compito... Egli non disse nulla, non rispose; si ritenne l’elogio come pagamento d’una cambiale girata a nome della gratitudine e della riconoscenza.

V’era però un fatto semplice che lo toglieva all’obbligo della fraseologia indispensabile in buona società per non passare da sciocchi; e per avere l’alto onore d’esser presi per uomini di spirito. Ed era questo; che le parole di Angela valevano quanto il silenzio di Adolfo... non erano un complimento, ma un’espressione pura e spontanea del cuore, come il silenzio d’Adolfo ne era l’accettazione riconoscente.

In un attimo, nel volgere d’un istante quei due cuori, giovani, vergini, leali, si compresero. V’era per essi una strana affinità; in Adolfo l’espressione d’una forza materiale esercitata alla vita, che permetteva al pensiero di svilupparsi allora nella sua potenza; che lo ridestava dirò così, appunto allora dal letargo dove si giaceva; animato dall’intuizione di ciò che era: creato in quell’istante dal soffio rigeneratore che v’era passato sopra a dirgli il _fiat_!... Egli amava!...

A riscontro di ciò, eravi in quella vece in Angela la debolezza materiale e fisica animata solo dalla vitalità del pensiero. L’amore si sviluppava aureola lucida d’intelligenza intorno quel decomporsi del corpo in cui tutta la vita altro non è che l’aspirazione morale che abbraccia l’infinito; l’ideale allora appunto che i legami materiali dell’esistenza si sfasciano avvicinando l’agonia della materia. V’ha nei moribondi quello slancio d’intuizione; quella pienezza di vita, dirò, resa spiritale, che cresce a seconda che scemasi la forza fisica, e conduce gradatamente a quello stato di estasi che gli antichi profeti si procuravano collo sfinimento del corpo onde lasciare più libero il senso dell’anima; pratica che portarono ad una formula religiosa e che loro serviva a lanciarsi per mezzo dell’astrazione nelle ideali regioni dell’infinito.