Il palazzo del diavolo, vol. 1/2
Part 3
Enrico pallido, affannato, usciva dalla stanza verso cui guardava la vecchia.
Buh, buh, buh, buh!.... non strider Uccellaccio della notte Senti?.... è il gemito del morto Che risponde a quel tuo canto. No, non strider — buh!... buh!... buh!... Quando i morti sono morti Va pur via, non tornar più.
Mandando dal petto la chioccia sua voce la vecchia Marta si era avviluppata nel bigio sciallo s’era ranicchiata nel suo seggiolone, lugubre profetessa di sventura, e pareva starsi là tremenda accusatrice d’un delitto che altero sfidava la legge, perchè la morte gli era eterno suggello.
— La pazza!... mormorò Enrico che gli passava vicino nel salir la scala che metteva all’interno del palazzo.
E l’eco dei deserti saloni pareva che ripetesse in tuon lamentevole come la voce della vecchia, Caino!... Caino!...
CAPITOLO VII.
In cui si parla di ciò che si dice.
Enrico era rimasto solo signore della Casa della valle; ei vi stette assente per molto tempo e tra le mura del vasto edificio non s’udia in allora dai passanti che la monotona cantilena d’una canzone che di tratto in tratto vi vagava come un lamento, era la canzone della vecchia Marta.... la pazza della Casa della valle, che sola vi abitava, ed a cui consentiva quella dimora la voce generale che tale la chiamò pel tempo che vi visse chiusa sempre in sè stessa, muto il labbro ad ogni inchiesta, se pur fuvvi qualcuno che avesse osato interrogare la vecchia custode d’una casa fatta segno dalla superstizione dell’epoca alle più assurde e strane dicerie.
Il signore di quel luogo v’era tenuto quasi per un essere soprannaturale che avesse stretto chi sa qual patto colle potenze infernali che gli davan mano a compiere le sue faccende, a voce bassa il popolo lo chiamava il diavolo nero; il vecchio portone del palazzo schiudeva i suoi battenti per lasciarlo passare montato sopra un nero cavallo, alto di forme, robusto, indomato, che scalpitava caracollando e via fuggiva portandosi sulla groppa il giovane cavaliere che i passanti stavano paurosi a riguardare da lontano, parendo loro di vederlo ad ogni sbalzo rotolargli tra le zampe; ma nulla di questo accadeva, ed ei noncurante, reggendolo colla destra leggiermente, via passava come una visione che impauriva i fanciulli e le vecchie della città. Di notte allor che cupo sibilava il vento o scrosciava la pioggia, sentivasi dagli abitanti che queti dormivano, batter l’ugna ferrata del suo cavallo il quale galoppava per le vie... e allora qualche finestra aprivasi furtivamente per tener dietro all’ombra che rapida passava di via in via finchè ogni rumore taceva, e bisbigliavansi al domani strane voci di fantasmi, e dicevasi che da un balcone fosse sceso uno spirito bianco che il cavaliere aveva portato con sè fuggendo a corsa verso il suo palazzo, e che quando il portone s’era spalancato da sè stesso per lasciarlo passare, una gran vampa di fuoco tutto lo avesse ravvolto... ond’ei scomparve non sapevan se sotterra, ma lo credevano i più.
Fuvvi qualcuno che disse arditamente dover la giustizia metter mano entro i misteri della Casa della valle; ma un tal fornajo che aveva parlato di ciò troppo forte e con troppo calore fu trovato morto sul ponte del canale là dove ove ora si fe‘ della vecchia casa che lo fiancheggiava il macello pubblico della città, e le voci si tacquero impaurite e tremanti, che dove c’entran le corna del diavolo diceva il volgo, il berretto della giustizia non può far capo.
Arrivati a questo punto del nostro romanzo a cui la leggenda presta le sue tinte fosche ed indefinite... ne è d’uopo portare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcuni fatti che accadevano prima ancora che queste varie vicende si fosser compiute nella Casa della valle... vale a dire quando appena lasciato il soldo del Visconti fra la cui sgherraglia militava Enrico a Milano, ei venisse a Mantova chiamatovi dal desiderio della vistosa eredità che sapeva spettargli dopo la morte dello zio e che da uomo della sua tempra, stimava non potergli sfuggire, qualunque fosse per essere il mezzo col quale avesse dovuto conseguirla.
CAPITOLO VIII.
Giulietta.
Era uno di quei bei mattini d’Italia, quali si ammirano col cuore sussultante di voluttà sulle amene rive del Lario; ove si ascolta il fremer dolcemente delle acque del lago contro i massi di granito di quelle roccie, sul cui dosso l’opera della civilizzazione ha coltivato leggiadri giardini e vaghi caseggiati, che si fiancheggiano l’un l’altro gareggiando in pompa di bellezza. L’usignuolo nascosto tra le verdi siepi vi trilla il suo gorgheggio, mesto talora come il sospiro d’un cuore che su quelle belle sponde venga a cercare l’oblio, e vi trovi rinvigorita la memoria. Ove l’amore martelli l’anima qual altra cosa che amore si può egli sognare sotto l’azzurro di quel cielo che si contempla in quello specchio lucente contornato da tanta magnificenza indefinibile?...
Faceva angolo alla strada che da Chiasso conduce a Mendrisio una modesta casetta; una delle sue finestre che dominava la campagna era aperta e vi vedevi ad ogni tratto apparire il bel sorriso d’un labbro roseo, da cui era animato, leggiadramente un fresco volto di fanciulla. Essa era bella!... aveva le guance paffutelle, occhio vispo e nero, capelli che le scendevano in ciocche d’oro sugli omeri tondeggianti; era un bel angelo, una di quelle care creature che crescono là, al rezzo di quelle arie imbalsamate dagli aromi della montagna, ove passano la loro prima età, correndo come vispi capriuoli su e giù per gli sdrucciolevoli sentieri delle amene vallate, inerpicandosi di masso in masso tra i pruni e gli sterpi, e riducendosi alle soglie delle loro case, con più di forza nel corpo, con più di fame allo stomaco, e con una salute cresciuta a norma delle trascuratezze d’una vita libera di quei tanti riguardi che intisichiscono sul fior dell’età quelle gracili complessioni che talora si svolgono tra le sontuose mura d’un palazzo, prive d’aria e di sole, come un fiore tra le vetraje d’una serra.
Giulietta era la figlia di onesti bottegai che facendo scrupolosamente il lor dovere avevan lasciata la vita, la madre l’aveva perduta in una malattia che da qualche anno infieriva nei dintorni del lago; il padre, perchè era arrivato a quell’età nella quale s’accetta la morte come una tassa che tutti s’ha da pagare a quel inesorabile doganiere che è il tempo.
Giulietta rimasta erede della casetta che abitava e di un piccolo censo, viveva tranquilla colle soavi memorie de’ suoi cari e colla vecchia governante che fanciulletta l’aveva cullata sulle sue ginocchia. Era la sua governante una buona pasta di donna, dalla voce burbera piuttosto che no, e dal cuore largo, aperto, per buttar fuori senza cerimonia quanto le passava nell’animo; tutto amore per la sua figlioccia, e guai a chi la toccasse!..., chè le comari del paese ne sentivan di sode allora!... Ma nessuno sparlava della bella bionda... e la sua vita scorreva tranquilla, come il rigagnolo che lambiva il margine del praticello che le aveva lasciato suo padre... Diceva qualche voce, sommesso sommesso, che una buona ragazza non deve far scapucci, e che chi si lascia andar giù per quel sentiero, è ben difficile che si rizzi in gambe, ed il suo scapuccio la Giulietta l’aveva fatto, e sulle ginocchia della mamma Gaetana, salterellava fatto baloccar dalla nonna un vispo fanciullino che aveva allora appena dai 4 ai 5 anni, e che la chiamava mamma con tanta grazia, che la Giulietta ne divorava coi baci il bel visino che le sorrideva tutto gioja ed amore.
Ma quei del paese che sapevan tutte queste cose, sapevan anche che Francesco il suo fidanzato era un bravo ragazzo, che aveva un buon cuore, buon nome di lavorante alla filanda di seterie, che il suo principale teneva ben montata in Como, e che se lo teneva a petto come il miglior capitale della sua fabbrica... I begl’imbusti dal canto loro l’avevan veduto più d’una volta che s’era trovato in qualche ingarbugliata faccenda uscirne a forza di braccia, che madre natura gli aveva fornito con vigorosa muscolatura, e tutte queste buone ragioni sommate insieme, facevan sì che di lui s’avesse quella stima che meritava il fidanzato alla bella bionda del paese, che l’avrebbe sposata appena avesse finito un suo affare.
Quella mattina pertanto la Giulietta apparentemente agitata spiava dalla finestra l’arrivo di Francesco che tardava d’alquanto, e ritirandosi dalla finestra guardava con sorriso più tristo del solito il suo vispo bimbo che giocava colla corona del rosario della nonna Gaetana.
Pareva che un qualche segreto pensiero turbasse il bel sereno della sua fronte sempre gaja, e questo senso d’ansia inquieta si faceva sempreppiù visibile a seconda che il pendolo d’un orologio situato sul davanzale del caminetto della stanza batteva monotono l’inalterato suono del tempo che scorre sempre così lento allor che deve avvicinare il momento della gioja, sì rapido quando affretta quello del dolore.
Non erano però scorsi che pochi istanti, dal labbro della giovine madre uscì un grido che parve il fremito d’una nota d’armonia sublime! corse al piccolo Adolfo, e se lo strinse al petto come per far argine ai battiti del suo cuore, e quasi volesse rispondergli il vispo angioletto gorgogliò nella sua lingua infantile uno di quegli affastellamenti di suoni senza forma che solo il cuore delle madri sanno intendere, e che essa concambiò con una pioggia di baci. Francesco svolgendo l’angolo della via l’aveva salutata dal balcone e saliva la scala.
Giulietta gli corse incontro festosa e lo accolse con uno di quei baci ardenti a cui l’anima affida tutte le espressioni che parola umana invano si studierebbe d’imitare...
— Quanto hai tardato, Francesco!... gli disse poscia accarezzandogli la fronte colla sua bella mano.
— Dovetti trattenermi in fabbrica per dare alcuni ordini, mia cara..., il mio principale andò a Milano per qualche sua faccenda di premura.
— E tu sei rimasto in suo luogo... direttore... non è vero?...
— Già... proprio, mia cara... non serve che tu me la dia lunga!... direttore!... è la vera parola...
Giulietta rispose all’apostrofe insolente con un bel bacio, che il giovane gli ricambiò di tutto cuore. Poi Giulietta tolse di mano alla nonna Gaetana il piccolo Adolfo, che stendeva verso l’artigiano le sue piccole manine, glielo passò sulle ginocchia, ei se lo mise al collo, poi gli parlarono come si suol parlare vezzeggiando con quelle gentili creaturine quando l’amore fa assumere alla parola le mille forme che ne sono l’indefinita ed indefinibile espressione, ed a cui egli rispondeva a suo modo, chiacchierando alla sua maniera e dicendo loro chi sa quante cose, onde il tempo scorse in modo da non accorgersi ch’ei passasse. S’eran portati al balcone, ed a pieno petto respiravano quell’aria vivificante, con quell’ebbrezza con cui pare che si guardi l’immensa opera della creazione quando egoisti della propria felicità si dica, è per noi tutto questo sorriso di cielo!...
Perchè tace sì repentino l’impeto di quella gioja così pura? perchè la fronte della giovane impallidisce, mentre per contrazione convulsa si stringono le pugna dell’artigiano, e il bimbo quasi avesse cognizione di quanto avvenga s’aggrappa impaurito al collo della madre?
Un uomo aveva attraversato la strada, aveva gettato uno sguardo alla finestra ed era scomparso scantonando.
— Lui!... mormora Francesco, levando il braccio in atto di minaccia verso la parte per dove era scomparso l’incognito, lui!... sempre lui!...
— Che hai, Francesco!... mio Dio!... che hai?... mormorò la giovane rattenendogli il braccio che egli lasciò ricadere come scoraggiato.
— Ho.... fremè egli con voce cupa, che non so spiegarmi perchè ogni volta che io sono vicino a te, e dimentico l’esistenza beato del tuo sorriso d’angelo!... quell’uomo sorge tra me e la felicità, e col suo ceffo beffardo e provocatore mi gela nell’animo lo slancio della fede, la speranza dell’avvenire!...
— Sei pazzo, Francesco!... si sforzò a dirgli Giulietta, la quale non potè soffocare un sospiro che le irrompeva dal petto agitato.
— Pazzo!... mormorò il giovane, oh no, Giulietta... perchè... non è forse vero che tu pure hai provato ciò che io provo?... perchè tu pure hai paura di quell’uomo?...
Giulietta si strinse al seno il bambino che mandò un lamento.
Successe un momento di silenzio. — Ti ricordi, Giulietta?... riprese Francesco a voce bassa quasi temesse di sè stesso... o del suono istesso delle sue parole... fu a Como che l’abbiamo veduto per la prima volta... tu pregavi, io ti guardava... eravamo nella casa del Signore, e il prete mormorava dall’altare le sacre parole del rito... ad un tratto un fremito corse le tue fibbre... il libro quasi ti cadde di mano... i tuoi occhi errarono incerti, vaghi a te d’intorno, io ne fissai la direzione e lo vidi; era là... ritto, immobile, appoggiato ad una delle colonne della chiesa... guardava in un modo che pareva non avesse guardo, io sentii un brivido corrermi per l’ossa... tu non avevi più letto sul tuo libro di preghiera, io non t’ho più guardata come prima ti guardava; uscimmo e fermo come prima, immobile a sinistra della porta egli era là...
— Siamo fanciulli Francesco, gli disse Giulietta con un sorriso; e che può egli su noi? che ci importa che ei sia passato?... saremmo noi meno felici di quel che prima non lo fossimo se non l’avessimo veduto?...
Francesco scrollò il capo. — È una fatalità mormorò egli... quell’uomo ci porta sventura!...
Si sentì battere alla porta.
La nonna Gaetana corse ad aprire, un fattorino della tessitoria portava una lettera per Francesco... Era del suo principale che lo chiamava a volo di corriere a Milano, i suoi affari eran minacciati di grave danno ed aveva bisogno che Francesco fosse all’istante presso lui...
Quest’annuncio imprevisto che gli giungeva in sì tristo momento, in tal momento in cui il suo animo era soggetto a così sinistri presentimenti, fu scintilla che s’apprende ad esca preparata. Mille strane idee s’affacciarono al suo spirito agitato, ei vagò di pensiero in pensiero fino alle più assurde fantasticaggini, se non che per uno di quei contrasti così fecondi nella psicologia delle umane passioni, a norma che più nell’animo di Francesco sorgevano queste febbrili immagini che sotto l’esaltazione della mente prendevano una forma ognor sì varia, forse perchè combattuti dalla stranezza istessa di quella specie di delirio febbrile, quei dubbi e quelle agitazioni scemavano nell’animo di Giulietta che si fe’ a persuaderlo con ogni modo dell’esagerazione dei suoi sentimenti, e come d’assurdo in assurdo vagasse senza tregua e senza confine, ond’ei si fe’ se non persuaso, almeno più quieto, a seguire il corso di quelle idee dolci e miti per mezzo delle quali essa combattendo le sue esaltazioni lo conduceva alla realtà delle cose, gli mostrava essere necessaria la sua partenza senza frapporvi indugio, che nulla aveva a che fare la presenza di quell’uomo misterioso con quanto riguardasse i suoi doveri, essere la lettera del carattere del suo principale che ben ei conosceva; invece delle chimeriche visioni della sua mente esaltata esser vero e reale il bisogno che egli aveva dell’opera sua... e che infine ella ben sapria nel tempo di sua assenza essere come lo fu altre volte, custode del suo onore contro qualsiasi attacco da chi si voglia mosso!... Lo accompagnò fin sulla porta con un bacio, gli fe’ prender la strada di Como, e colla mano ricambiando ai reiterati cenni del fidanzato, lo seguì collo sguardo fin che lo vide nello sviarsi del sentiero sparire.
CAPITOLO IX.
Il vendicatore.
Erano scorsi tre giorni, non si sapeva alcuna notizia di Francesco, il suo principale era tuttora a Milano, e nell’animo di Giulietta andavano formandosi le più allarmanti inquietudini.
Tramontava il giorno; le campane del villaggio suonavano l’ave maria della sera, e quel suono mesto e monotono scendeva sul cuore della giovane madre come l’incubo di uno di quei presentimenti contro cui la ragione non sa trovar argine per quanto essa sofistichi sulla incoerenza indefinita delle umane passioni. Si è tristi talvolta per qualcuna di quello impressioni di cui a sè stessi non si sa render ragione, ma egli è perchè talvolta si mente a noi stessi per farci d’un’illusione un conforto della vita. In queste apprensioni dell’animo, ove si cerchi v’ha sempre il perchè, come non v’ha moto senza vita, o vita senza moto... Il presentimento, la divinazione, non è una follia stigmatizzata dal materialismo che vorrebbe ridurre le aspirazioni dell’anima, a più o minori gradi d’azoto, o d’altro!... che costituisca l’organismo animale dell’uomo.
Come un corpo si compone di infinite particelle, corpi essi puri legati insieme da questo grande organizzatore della materia che è il tutto della creazione, il presentimento si forma ed ingrandisce o scema a seconda che i mille palpiti del cuor variano nel loro svolgersi a seconda che le impressioni dell’anima subiscono quelle modificazioni che sono prodotte dai fatti che le promuovono. È un senso dominante il pensiero che si forma coi varj sensi che vi danno vita, e che li riassume quando abbiano raggiunto il loro sviluppo; è una conseguenza psicologica delle relazioni della vita per la qualità dei fatti che le danno movimento.... E queste indefinite sì, ma pur reali cause ai presentimenti vaghi di Giulietta non esistevano forse negli strani incontri dell’incognito di cui subì sempre quell’involontaria ascendenza quasi che alla sua vita fosse legata qualche causa che lo riguardasse?... e le previsioni di Francesco non erano unite a quella lettera che lo separava da lei, nel momento appunto che la fatalità pareva ruggirgli sul capo minacciosa?... In tutto ciò v’era qualche cosa di più che non fosse il sogno d’una mente inquieta. Giulietta contemplava assorta in così tristi pensieri il sole che tramontava recando ad altre terre il suo saluto mattiniero e tingeva l’orizzonte di quel colore di fuoco onde rilucevano le vette della montagna.
Il suono dell’ave maria vagava giù per la vallata tristo tristo, s’udiva da lungi il tintinnar dei sonagli delle mandrie guidate alle cascine dalla lenta cantilena del mandriano che le accompagnava, e la vaga canzone delle spigolatrici che a frotte se ne ritornavano al domestico focolare.
Il fanciullo piangeva dal suo letticciuolo e respingeva le carezze della vecchia nonna chiamando la sua mamma con alte strida... Accorse Giulietta ad acquetarlo, ond’egli a poco a poco s’addormentò. Giulietta lo posò nella sua culla, lo baciò sovra i suoi labbruzzi di color carminio e si accinse a lavorare una sua cuffiettina di pizzo.
Si bussò alla porta della stanza; un fremito corse per le membra di Giulietta, ella si alzò di soprassalto, prima che ella avesse toccata la soglia, la porta si aperse ed un uomo le si affacciò; ritto sulla soglia, atteggiate le labbra ad uno di quei sogghigni che sono l’insulto beffardo che la forza lascia cadere sulla debolezza nella impudente violazione del diritto e della coscienza.
Era un giovine, bello ed elegante, nere ciocche di capelli gli sfuggivano sotto alle larghe tese del suo cappello andaluso, alla moda di quei tempi in cui tutto era infestato dalla Spagna che invadeva le nostre più belle provincie sotto il titolo di tutelatrice delle nostre franchigie, che manometteva a sua voglia.
Egli stette per qualche istante come assorto nella sua cinica ammirazione a contemplare la bella giovane che nel suo smarrimento era restata essa pure immobile nel mezzo della stanza e come annichilita da quella apparizione che realizzava tutte le vaghe paure della sua anima.
— Ebbene? siamo soli, mia bella fanciulla!... disse l’incognito avanzando d’un passo ardito...
Giulietta si slanciò verso il balcone.
— Non avrei che a modulare un fischio e i miei fidi mi attornierebbero, continuò l’incognito conservando una calma che più di qualunque trasporto spaventò la giovane.
La parola che era per uscire dalle sue labbra vi morì soffocata; un gemito angoscioso irruppe dal suo petto. — Deh, per pietà!... sono una povera donna e non vi ho mai fatto alcun male, mormorò essa fissandolo col suo sguardo umido di lagrime che a stento poteva trattenere.
Il bimbo mandò un grido dalla sua culla, la povera madre se lo strinse al cuore come volesse farsene egida, ella si sentì forte... e voltasi all’incognito che la guardava colla sua calma insultante. — Signore, gli disse, che volete voi qui? io sono donna, sono madre, e questa è mia casa, posso dunque imporvi di parlare o d’uscire.
— Eh, eh, mia cara!... non tanta furia se vi piace, seguitò l’incognito; se è una spiegazione per la mia presenza che volete, nulla di meglio, in quanto ad uscire poi ne uscirò siate certa... affè pare che quel marmocchio v’abbia cacciata di dosso la paura, ma siete bella anche così, forse più bella, e si può perdonarvi una trasfigurazione che non offende per nulla la plasticità dei vostri lineamenti da Venere.
Giulietta si strinse con angoscia al seno del bamboletto che le sorrideva; madre, si sentiva insultata nella sua creatura, donna nel suo pudore, e l’uomo che l’insultava era là, freddo, impassibile, col cinismo vigliacco sulle labbra impure, e ne godeva gli spasimi... ma perchè? che pretendeva egli da lei?... innocente creatura che passava sul cammino della vita ignara di tutto ciò che non fosse il suo amore... la sua famiglia!... la casa dove era cresciuta; che nessuno aveva mai offeso, che di nessuno avrebbe dovuto temere!... qual delitto era il suo?... che aveva fatto?...
— Sei bella!... gli mormorò vicino la voce dell’incognito, e questa volta quella voce aveva perduto quel suono freddo, ed accentato, quasi straniero; v’era la febbre della voluttà in quel monosillabo susurratole coll’alito ardente della passione. Giulietta tremò per tutte le membra.
— Uscite signore!... ripetè ella ritrovando nella sua disperazione la forza di reagire contro il senso del terrore che ne paralizzava la vigoria.
— Senti, Giulietta... le mormorò l’incognito a voce bassa, soffocata, e pure accesa d’un’espressione indefinibile; ti ricordi quel giorno che inginocchiata ai piedi dell’altare pregavi, non so chi, ma pregavi?... i tuoi occhi eran sì belli, la tua fronte sì pura!... Un uomo ti divorava collo sguardo ardente, fisso, rapito in te, era io!... uscisti dal tempio, e lo hai veduto muto ed immobile sul limitare della grande porta del santuario, era io, e per me nella casa di Dio non esisteva che un essere, eri tu!... l’avrei profanata, ed avrei fatto dell’altare il letto dell’amore!...
Giulietta mandò un singhiozzo dal fondo del suo petto convulso.
— Io ti ho seguito in ogni tuo passo, continuò l’incognito, mi posi fra te e l’uomo che era beato del tuo amore, come l’ombra che è indivisibile dal corpo che si agita in mezzo alla luce; t’amo, Giulietta... e vedi che qui nessuno può toglierti in questo istante al mio bacio...