Il palazzo del diavolo, vol. 1/2
Part 4
Egli aveva mosso un passo verso la giovane che stringendosi sempre più al petto il bimbo, si rannicchiava nell’estremo angolo della stanza, pallida di terrore, tremante, a cui la vertigine saliva alla fronte colle sue vampe di fuoco. Col voto del cuore ella supplicava Iddio a non assopire le sue forze, ella non volea cadere corpo inerte tra le braccia di quell’uomo che non l’avrebbe rispettata.... essa lottava, disperatamente lottava contro le sue forze che si esaurivano, e nella lotta lo sfinimento vicino intorpidiva tutte le sue membra, un sogghigno da demone contraeva i lineamenti dell’incognito che misurava con l’occhio avido l’agonia convulsa di quell’essere frale che si dibatteva contro il deliquio che gelava le sue fibbre spossate... già innanzi ai suoi sguardi scendeva una fitta nebbia, in mezzo a cui si elevava sinistra una figura di satiro che rideva un riso da demone, e vedeva tendersi su lei un’immonda branca, e sentiva l’alito infuocato d’una bocca soffocarle sulle labbra il respiro; mandò un gemito cupo, angoscioso, come d’un’anima che si schianta sotto la foga d’un dolore che mente umana non può ideare, protese una mano nel vuoto e serrandosi coll’altra al petto la sua creatura cadde.
Nel medesimo istante uno sparo rintronò nella stanza e ne fe’ tremare la vôlta, s’intese un grido di rabbia e di dolore, l’incognito che s’era inclinato verso la giovane donna riverso rotolò al suolo colpito dal piombo fulminatore.
Un uomo si slanciò verso Giulietta, era Francesco... non curandosi che di lei che vide stesa inanime sul terreno, egli la recò tra le sue braccia sul letto della vicina stanza; disperatamente egli la chiamava per nome, ne spruzzava coll’acqua la fronte coperta d’un pallore mortale; dal petto dell’infelice uscì un sospiro, il giovane alzò lo sguardo al cielo ebbro di tutta la viva riconoscenza della sua anima...
— A me, a me!... grida contorcendosi fra gli spasimi della ferita l’incognito; all’assassino!... all’assassino!...
La vecchia si precipitò dalla stanza ove Francesco stava prodigando a Giulietta le cure che la ritornavano alla vita; svegliata da quel frastuono, spaventata nel vedere un uomo giacersi in mezzo della stanza in un lago di sangue. — Essi vengono!... essi vengono, gridò essa presentendo vagamente l’avvenuto... fuggite, Francesco!... fuggite!..
Le grida degli assalitori si elevavano formidabili dalla strada... Francesco strappò la spada dal fianco dell’incognito che bestemmiando ruggiva come un tigre atterrato dal mastino, armò la pistola che gli rimaneva carica alla cintola, e gettò una furtiva occhiata dal balcone. — Una folla d’armigeri e di bravacci, che riconobbe per la sgherraglia del duca installata nel suo castello di Baradello, dove facevan gazzarra di tripudi, s’accalcava alla porta di strada; v’era ancora una speranza, ed essa lampeggiò nel pensiero del giovane, quasi nello stesso momento la porta cedette, e mossi da un solo impeto tutti vi si precipitaron contro slanciandosi su per le scale da cui irruppero. Francesco raccomandò con un cenno alla vecchia Gaetana l’infelice che rinveniva allora dal suo torpore, e ratto si slanciò dal balcone guadagnando in brevi istanti la montagna...
La sgherraglia penetrata nella stanza non appena egli era scomparso, non vi trovò che il corpo quasi esanime del condottiero ed una donna svenuta a cui la vecchia governante prodigava tutte le cure d’una madre; si caricarono del corpo del lor capitano e bestemmiando e ringhiando quai mastini cui sia mancata la preda lasciarono quella casa che fu campo a sì tristo spettacolo.
CAPITOLO X.
Schiarimenti.
La sera prima che avessero luogo i narrati avvenimenti, in una delle osterie del paese sedeva un gruppo d’uomini d’armi, dai ceffi abbronziti, dai folti mostacci, con larghi feltri sull’orecchio, che bevendo a piena gola battevano i loro lunghi spadoni con quell’aria da rodomonti ond’eran distinti quei mestieranti della spada, carne venduta a chi facea professione d’armar sgherri ed ammazzar gente per la tutela del pubblico bene, come dicevano gli ordini del giorno di quei tempi gridati a squarcia gola dai pubblici banditori.
Si discorreva tra un bicchiere e l’altro di molte cose, e si parlava a dritta e a rovescio di quanto loro veniva in mente, e siccome il vino scioglie la lingua, così d’uno in altro discorso, un motto venne fuori dal labbro d’un di loro; era un giovanotto dalla taglia robusta ed altera, più bravaccio degli altri, ed a cui pel primo il vino bevuto montava al capo a dargli volta.
— Enrico non viene!.... per bacco!... è mancar di galanteria far aspettare gli amici; maledette le bionde!... borbottò egli terminando la sua tazza.
Uno scoppio sonoro di risa seguì l’apostrofe semiseria del compagno!...
— Ha ragione Carlo, che il diavolo se lo porti!... gridò un altro battendo il pugno sul tavolo.
— Piano!... chè getti a terra i bicchieri...
— Pago io!... esclamò Carlo!.. alla salute della nuova bella del capitano. Tutti i bicchieri tintinnirono... Evviva!... si gridò in coro dalla avvinazzata congrega.
— Se egli è innamorato... buon pro!... e poi quand’egli scommette non paga!... riprese a dire Carlo.
Si fe’ silenzio nel circolo.
— Cos’ha scommesso?... domandò il gigante che aveva quasi sfondato il tavolo col suo pugno di ferro.
— Oh bella, non lo sapete?...
— Io, no... conta Carlone... conta
— Sarà una delle solite sue storie, mormorò uno dei compagni bevendo.
— La sa lunga lui!... sogghignò additandolo Carlo e diè in uno scroscio di risa.
— Silenzio... parla, Carlone, tuonò il gigante.
— Parlo io... grida Carlo levandosi per metà col bicchiere teso, e ricadde versando il vino sul tavolo!... Parlo io... ripetè egli... e vi dico che lo so io!...
— Ma cos’è che sai in tua malora?...
— So... che il capitano ha scommesso che domani salirebbe in casa della bionda.
— Ah, ah, dalla bionda!.. sei matto... col suo damo che le ronza intorno da non lasciarle tregua un istante!... gli ribattè il vicino urtandolo colla mano sul capo che gli si inchinò quasi fin sul tavolo.
— E se vi dico che il vagheggino viaggia per Milano con tutta buona pace?
— Non è allocco affè da pigliar in rete sì facilmente, il capitano!...
— Progetto in mente non è fatto compiuto, sofisticò il gigante.
— E la coda del diavolo non batte in fallo, mormorò Carlone lasciandosi cadere sul petto la testa grave dalle esalazioni vaporose del tracannato liquore.
Carlone non parlò più, ei dormiva il sonno dei giusti; s’era delle braccia fatto guanciale alla fronte madida di sudore, russava pacificamente e serviva d’accompagnamento al cicalio fragoroso della brigata.
Là in un angolo dell’osteria bevevano silenziosi due giovanotti del paese; essi parevano incuranti affatto di quanto avveniva d’intorno a loro, e solo occupati ad assaporare il fiasco che lor stava d’innanzi. Ma chi attentamente li avesse sogguardati si saria accorto che la loro apparente distrazione era invece una fissa concentrazione a cui non sfuggiva una parola del dialogo or ora narrato; sulla loro fronte corrugata ad ogni moto che usciva dal labbro degli avvinazzati bevitori che loro stavan di contro, riflettevansi le diverse sensazioni dell’anima loro, ed avresti detto che si ribellassero al ributtante cinismo di quelle labbra avvezze solo alla bestemmia od all’insulto!...
— Papà Giacomo!... il conto, e alla malora questo tuo vino da indiavolati!..., gridò uno dei due compagni alzandosi.
Papà Giacomo, un omaccione d’oste dalla faccia rubiconda, rossa, ubbidì tosto alla chiamata.
Quei della brigata li sogguardarono di sbieco, alzaron le spalle e seguitarono i lor discorsi ed a vuotare le nuove tazze che andavansi colmando d’innanzi.
Pagato lo scotto, i due amici uscirono; parve loro di respirare più liberamente appena toccaron la soglia dell’osteria... ed assorbirono colla forza dei loro polmoni da montanari quant’aria potè abbisognare il loro petto a riprendere i suoi palpiti energici che la bile soffocata dentro vi aveva repressi.
— Hai inteso, esclamò il più giovane dei due.
— La buona stella di Francesco l’ha voluto, replicò l’altro.
— Cosa fare?...
— Avvisare la Giulietta.
— Saria metterla in apprensioni e non scongiurare il pericolo, sarà anche troppo inquieta la povera ragazza.
— E come si fa allora?...
Entrambi ristettero pensosi per alcuni istanti.
— Non v’ha che un mezzo, soggiunse uno di essi, e la più spiccia. Fo sellare il cavallo di mio zio, e sbalzo a Milano; so dove trovare Francesco, e l’arrivo in tempo.
Una vigorosa stretta di mano rispose al nobile pensiero dell’amico, — E vedremo poi, gli soggiunse gettando uno sguardo minaccioso verso l’osteria, se la faremo tenere a questi cagnacci.
Eran giunti allo svolto d’una via, vi s’addentrarono mulinando sull’effettuazione del generoso progetto che arrideva alla loro mente.
Il lettore sa quali conseguenze ne avvennero, e come Francesco fosse giunto appena in tempo per strappare la povera madre al lascivo libertinaggio di tale, a cui non poteva esser freno valido all’occasione, che il buon colpo assestatogli dal giovane montanaro. Questi prodigiosamente erasi poi sottratto allo zanne di quei bracchi ingordi di sangue che irruppero nella casa di Giulietta ed ove trovaron ben poca ragione d’essere soddisfatti dell’opera loro.
CAPITOLO XI.
La trama.
Da quel giorno incominciò pel giovane montanaro, quella vita agitata del profugo a cui non dava tregua nè posa l’odio e la vendetta di tutta quella ciurmaglia temuta e più disprezzata, che erano le mille braccia per cui la forza brutale del potere dominava i paesi e vi facea gazzarra di ladrerie e di violenze d’ogni modo.
Errante di montagna in montagna, alla sfuggita egli era costretto recarsi in paese allorchè le tenebre della notte potevano favorirlo; dopo una breve ora di gioja passata con Giulietta nella quale cercava di quietare le pur troppo ragionevoli trepidazioni, e le paure che ne sturbavano la dolce quiete, ritornava di bel nuovo a quel vagabondaggio a cui maturava in pensiero come dar tregua.
Portar Giulietta lontano da quei luoghi dove ormai era loro impossibile sperare la pace... ma poi?... la strapperebbe egli alla casa dove era cresciuta pargoletta?... la toglierebbe dal tetto paterno?... la farebbe sua, per farle dividere, che?... le angoscie d’una vita di stenti?... il terrore d’un’esistenza di pericoli?... nelle lotte ch’egli aveva a sostenere, nelle imboscate che gli si preparavano ogni momento, non avrebbe potuto perdere la vita?... nulla di più certo!... e che sarebbe stato allora di lei?... di quella povera creatura esposta senza difesa alla fatalità della sua sorte?... abbandonata alle mani dei suoi nemici?...
Tutti questi pensieri s’affollavano inquieti, tormentosi, nella mente dell’infelice, onde ei se ne sentiva schiacciato con più s’affannava con tutte le forze dell’anima per uscirne.
Muto, freddo, impassibile scorreva frattanto il tempo e con lui l’incagliarsi degli avvenimenti che lo seguono, e le pene a cui non porta sempre rimedio.
Enrico, il comandante della sgherraglia del duca era stato trasportato al Castello Baradello, e guariva della sua ferita d’altronde non troppo allarmante.
Se la toccatagli lezione gli diè serii pensieri sul garbuglio in cui s’era cacciato, non gli tolse però di capo la caparbietà cocciuta di quel suo capriccio a cui vi s’era attaccato con una picca da indemoniato!... Ei capì soltanto dall’avvenuto che si doveva pervenirvi per altra via che non fosse quella che già aveva tentata e che poteva esporlo a chi sa che brutti rischi... e quando un uomo della sua tempra s’intesta di venir a capo di quei maledetti puntigli, non è da pensare che per poco smetta dal gioco... E qui è da notarsi come ci andasse di mezzo una sete divorante di trar vendetta dello smacco, e di far pagare a mille doppi al giovane ch’ei chiamava, gradasso, e peggio!... quella stoccata che gli diè misura quale fosse la mano esperta che gliela mandava come un saggio da farsene guardia.
Uno diverso dall’altro ei ruminò quindi nella mente un buon numero di progetti che gli servissero all’uopo; ma niuno faceva capo ove ei volea venire, e si diè ad almanaccar di nuovo con quanta forza di pensiero più gli consentiva il vigore della convalescenza che l’aveva omai tolto da ogni paura di mal giuoco.
In una delle sale del castello egli camminava a passi agitati come chi sia in preda ad interna ed irrequieta lotta; da un ampio balcone di forma gotica scorgevansi indorate da un sanguigno raggio di sole che volgeva al suo tramonto, le vette delle montagne verdeggianti di vigneti, ricche di olmi e di quegli infiniti boschetti di roveri fronzute che vi vegetano in tanta abbondanza, ed in mezzo alle quali volteggia gaja la cingallegra ed il capinero, e vi trillano lo loro canzoni, vaghe armonie della montagna che vi risponde col dolce fremito delle scosse fronde.
Enrico ristette a guardare dall’aperto balcone, ma non era il tramonto del sole circondato dal suo manto di porpora che egli ammirava, nè l’ammantarsi della natura nel suo drappo di tenebre... Il suo pensiero errava fantastico e torbido... si diè col pugno sulla fronte e stette per alcuni momenti immobile e muto.
Si batterono alcuni colpi alla porta della sala; chi è là?... gridò la voce aspra del giovane, corrucciato che lo si distraesse dalle sue meditazioni.
— Antonio, gli rispose la voce.
Un sorriso di gioja e di speranza brillò sulla cupa fronte del condottiero; a passo rapido ei mosse ad aprire, e stette spiando in volto al venuto colle nari aperte, a guisa di selvaggio puledro a cui s’infreni la corsa. L’occhio acceso, le labbra contratte parean favellare la domanda che si andava formando nel pensiero.
L’uomo che entrava allora coperto di polvere e spossato come da intrapresa fatica era di pessimo aspetto... aveva lunga ed incolta la chioma che gli scendea rabbuffata sulle spalle, coperte da una carmagnola di fustagno su cui il tempo aveva lasciato non dubbie impronte del suo passaggio; l’occhio aveva fosco, il labbro sporgente, la fronte bassa... Egli era quale in quel momento potevasi aspettare che entrasse onde far sorridere o di gioja o di speranza colui che solo nel pensiero d’un delitto poteva acquetare il fermento della sua anima.
— Ebbene, Antonio, quali nuove?... domandò egli infine con impazienza, come vide che l’altro appena entrato s’andava spolverando il largo feltro mentre si tergeva colla destra il sudore che gli gocciava dalla fronte arsa dal sole.
— Nulla!... borbottò con mal umore l’interrogato.
Enrico si morse le labbra a sangue... nel suo sguardo balenò un lampo d’ira.
— Nulla!... ripete egli... affè che vale proprio la pena di satollarvi d’oro!... Voi!... marrani poltroni!... a cui il diavolo al quale vi siete votati non sa nemmeno cosa suggerire... che non sia una bestialità!...
— Il diavolo!... il diavolo!.... mormorò Antonio colla fronte accigliata. Affè che se qui non c’entra non saprei dove ei potesse entrare, padron Enrico!... la ragazza la ci sguscia di mano quando meno la s’aspetta!... e quel indiavolato del suo sbarbatello, fa gazzarra di rodomontate da far credere che tutti i diavoli della terra gli dien mano a farci le ficche!...
— Dite piuttosto che tu e tutta la tua congrega avete paura d’un bambolo.
— Perdonate, padron Enrico... oh perchè se vi par cosa tanto facile torlo di mezzo alla spiccia, vi siete lasciato conciare com’ei v’ha conciato?...
Enrico si fe’ pallido come se un aspide l’avesse morso... Bada, marrano!... mormorò egli fremente... e portò la destra al pugnale.
— Dissi così per dire, eccellenza... s’affrettò a rispondergli mogio mogio lo sgherro, che s’accorse non esser momento da giuocar di parole... Quello che vi dico si è che s’ha bel fare a tendergli le reti, è merlo che non si prende in pania, e a torlo di fronte sa levar il volo in modo che non resta tempo a dargli la girata.
Enrico camminava impazientito mentre l’altro gli venia dietro guardingo ed alla rispettosa distanza di chi s’attenga, ove ragion non valga, al diritto d’usar altri mezzi che gli consentano uscir d’impaccio.
Tutto ad un tratto ei si fermò sui due piedi come colpito da un’idea; Enrico che lo seguiva con occhio inquieto lo interrogò rapido collo sguardo, parve che entrambi si fosser compresi, chè le loro fisonomie espressero simultaneamente la forma d’un pensiero.
— Ebbene, Antonio?... domandò Enrico con ansia.
— Ci sono! rispose l’altro... e affè!... che vostra eccellenza mi tolga la sua protezione se non glielo do vivo o morto fra tre giorni.
— Come?...
— È un mio segreto; m’occorre una somma che deve servire all’uopo.
— Quanto t’occorre?... presto.
— Quaranta scudi; ad opera compiuta, vostro onore provvederà.
— Cento scudi!... se non manchi, fremè con voce alterata il giovane il cui occhio si fe’ acceso come fuoco, numerandogli i quaranta scudi che l’altro s’intascò freddamente e come uomo sicuro di sè.
— Bada a te marrano!... se m’inganni!
— Vi gioco la testa, padron Enrico, e messa in bilancia non la darei, rispose Antonio che salutava dalla soglia.
— Dunque fra tre giorni
— Fra tre giorni.
— Chi va là?... gridò la sentinella del monte. Antonio usciva dal castello.
CAPITOLO XII.
La capanna del carbonaro.
Diluvia la pioggia. Il vento fischia lugubremente nelle gole della montagna; le acque del lago d’un colore verdaceo, cupo, si agitano, e le creste biancastre dell’onde che si frangono contro gli scogli della riva scintillano al guizzo dei lampi. Romba ad intervalli il tuono ed echeggia nelle lontane vallate; la folgore serpeggia scrosciando nello spazio e si spegne attratta dalla fosforescenza delle acque.
Per uno dei sentieri del monte, ad onta dell’imperversar del tempo, un uomo veniva da Como verso Chiasso. A poca distanza dal paese, sul fianco sinistro della via, in fondo ad una straduccola ripida da cui si sale alla sommità della montagna che si svia poi in mezzo ad una folta boscaglia di roveri vedevasi una capanna mezzo nascosta dai giunchi, e da varj frassini alti e ramosi.
L’uomo da noi accennato camminava a passo lesto, corrugata la fronte, e pareva tanto assorto ne’ suoi pensieri da non sentire la pioggia che gli ventava sul viso a scrosci violenti, or di faccia or di fianco a seconda che la spingeva qualche buffo di vento che veniva via sibilando dalle varie gole delle circonvicine montagne.
Quando ei fu giunto presso alla capanna s’arrestò, stette qualche momento sopra pensiero, poi vi si avvicinò, battè alcuni colpi col palmo della mano, e mandò dalla bocca un fischio acuto che si confuse ai mille della procella.
La porta si aperse, un uomo si presentò sulla soglia.
— Finalmente, Bortolo!... esclamò impazientito l’arrivato; affè credeva che tu mi lasciassi annegar qui fuori con questo tempo indiavolato.
— Sei tu, Antonio!... fe’ l’altro tra sorpreso ed impensierito; qual vento ti porta da queste parti?
— Lo senti?... un vento d’inferno... mormorò egli con voce cupa, ma entriamo presto, e fa fuoco che mi riscaldi... affè ne ho intirizzite le membra.
— Fuoco! fuoco! mormorò con sommesso brontolìo il carbonaro; non ho legna da far da mangiare pei miei figli, la legna è ancora verde e da qui al dicembre c’è tempo da morire!...
Gli occhi di Antonio lampeggiarono sinistramente; Bortolo l’aveva fatto entrar nella capanna. Era un bugicattolo da far ribrezzo. Sopra ad una stoviglia stesa in un angolo, dormiva una donna bella ancora di lineamenti, ma impallidita dalle sofferenze e dalle privazioni; si stringeano intorno al suo corpo coperto da lacere vesti, due bambine seminude, avevano bionde le testine e somigliavano due volti d’angelo che uscisser fuori da un ammasso di cenci, tanto eran luride e sporche le loro vesticciuole che altro colore non avevano tranne quello che su v’impresse l’umidità del terreno su cui dormivano, ed il fango della strada in mezzo al quale si saranno avvoltolate.
Il carbonaro aveva acceso un lumicino ad olio dentro cui ne restava appena appena tanto da mandar crepitando una sinistra e smorta luce su quel miserabile quadro... Il carbonaro dormiva sovra una panca, s’era fatto guanciale della sua giacca di fustagno tenuta su a rapezzi.
Ei tolse la giacca ed invitò il compagno a sedere; depose il lume sul tavolo, e stette aspettando muto ed astioso che l’altro parlasse.
— Di’ su, Bortolo... fin quando la dovrai durare in tal modo? gli domandò Antonio gettando una bieca occhiata sul canile dove dormivano i bambini e la donna del carbonaro.
— Affè lo so... io!... gli rispose questi alzando le spalle... sino al dicembre non si lavora, il legno deve maturare, dicono i padroni, e mese più, mese meno, vai meglio aspettar che sia tempo!...
— E si può crepare intanto in buona pace se vai di questo passo, concluse Antonio.
Il carbonaro lo guardò silenzioso. — Se sei venuto a mettermi delle pulci in capo puoi tornartene per la tua strada.. Piove e t’ho aperto, non posso darti di più di quel che ho, e se vuoi aspettar il sole, aspettalo.
— Ero al castello quando incominciò a far tempo.
— E a che ti sei messo in viaggio allora?...
— Per venir qua.. Alle corte, Bortolo... disse egli abbassando la voce; c’è quaranta scudi da mettere in tasca, e questo è un acconto che ti darà da comprar tanta legna da bruciare anche la tua capanna se non vuol perder l’umido... Ei si trasse di tasca la borsa che gli aveva dato Enrico, l’oro scintillò tra le maglie, l’occhio del carbonaro si accese come d’un lampo.
Uno dei vezzosi angioletti si mosse e mandò dal petto un lamento, Bortolo fremette come se il pensiero che era balenato alla sua mente e che fu nello stesso tempo accettato dalla sua coscienza, avesse avuto un testimone; spegnè rapido il lume.
Per alcun tempo si intese nella capanna un susurrìo di voci, poi più nulla, la porta si aperse, Antonio calatosi sugli occhi il largo cappello ne uscì come uomo che sia contento de’ fatti suoi; la voce del carbonaro commossa, quasi paurosa del suo accento istesso gli mormorò dietro racchiudendo l’uscio della capanna — Buon viaggio, Antonio.
— A domani!... gli rispose questi allontanandosi.
CAPITOLO XIII.
L’agguato.
Inconscio di quanto tramava contro lui l’astuzia e la vendetta a cui la frode accordava la sua patente di servizio, il giovane montanaro, con occhio vigile cercava però di lottare alla sua volta contro l’inesorabilità di quel destino che andava di giorno in giorno stringendolo sempreppiù nei ferrei suoi nodi.
Sull’alba del domani... scambiatosi nella capanna del carbonaro tra quei due sinistri patteggiatori del delitto, il giovane uscito da una casa di campagna che gli aveva dato ricovero, mosse verso il paese; ei s’arrestò sul declivio del sentiero dal quale vi si scendeva, poggiò i gomiti sul suo fucile, un piede incrociò sull’altro, e stette guardando una casa che scorgeva tra il verde dalla sottoposta collina... Come era bello il sole che entrando dalle aperte finestre poteva liberamente guardare il sorriso della madre che pensando a lui ornerà delle sue gaie vesticciuole il suo bambino e gli insegnerà colla prima preghiera il nome di suo padre!... Come vago sarìa poter fondersi in quel raggio che ne bacia le chiome d’oro!... a cui ella sorride e benedice come ad una speranza!... Erano questi al certo i pensieri che passavano nella mente di Francesco; egli pure guardò il sole, e parve gli volesse affidare il senso della sua parola, il pensiero della sua anima, poi declinò la fronte sul petto e si fe’ tristo.