Il palazzo del diavolo, vol. 1/2
Part 2
Il vecchio erasi sollevato sul letto grande d’una maestosa imponenza... L’avresti detto bello!... la lunga barba cadevagli sul petto e vi tremolava sopra; il capo maestosamente teneva alto, sulla sua fronte eransi appianate le rughe, il fuoco dell’animo ridesto come da focolare sotto la di cui cenere si rimuova la bragia, lampeggiava sinistramente... Egli lasciò il braccio di Marta che lo trasse intormentito e levò gli occhi al cielo quasi chiamandolo a testimone, giudice ei della colpa, a cui faceva tribunale la sua coscienza... La procella infuriava sempre più, Marta attonita guardava il vecchio alchimista la cui figura assumeva in faccia al suo spirito agitato strane e fantastiche forme... le parve intendere all’orecchio un ronzio di leggende, di fantasimi e di morti, e di diavoli che sulla groppa portavano le anime che avevano comperate, e si ricantucciò presso al fuoco ascoltando lo sbatter delle imposte scosse dal vento, il rimbalzar della pioggia sui vetri delle finestre, e sogguardando furtiva verso il letto, tal quale il vecchio si era disteso in un assopimento che assomigliava l’immobilità della morte.
CAPITOLO III.
La taverna del Gallo Nero.
Dove ora si distende fiancheggiata da modesti caseggiati la contrada anticamente _Via torre dello Zucchero_, ora _Via Tazzoli_, nome che prese da uno dei nostri più illustri martiri che col sangue consacrarono la grande opera del nazionale riscatto.
A destra volgendo verso la piazzetta del Bargello, esisteva un viottolo stretto stretto; i muri laterali degli edifici che vi facevano angolo sembravano combaciarsi all’estremità del tetto e formavano una specie di vôlta sotto cui echeggiavano or le frequenti risa, or le imprecazioni con buona volontà sonore degli avventori del Gallo Nero.
La taverna del Gallo Nero aveva una rinomanza _sui generis_, se ne discorreva molto, e talvolta a voce molto bassa; attorno ai tavoli forniti sempre di buoni boccali vedevi maschie figure dal colorito bruno e rosso, dai capelli arricciati, colle loro maniche rimboccate sul gomito che facevan sfoggio d’una nervatura da toro; vi si giocava pacificamente una partita di carte, si somministrava qualche ceffone e si tirava dritto, per una parola di traverso.... erano buona gente affè gli avventori della taverna dello Gallo Nero! E quel caro padron Tonio.... Aveva una moglie che la faceva in barba alle dame di città!... e alle castellane di provincia!.... pesava più di 200 chilogrammi!... senza l’aggiunta delle sue dieci sottane che le davano la periferìa d’un tino; era grossa come un frate, rossa come un cocomero!.... Sapeva la storia di Guerino.... e ti parlava a mena dito della grande spada di Bovo d’Antona primo cavaliere del mondo!.. e di cui diceva che si sarebbe innamorata morta, fregiandolo dei suoi colori in onore dei quali col suo spadone avrebbe ammazzato più Turchi che ella non ammazzasse polli per gli avventori del Gallo Nero....
Guai però se l’ottima mamma Gaetana, guardando fuor della bottega avesse susurrata una parolina all’orecchio dell’ottimo marito e se l’ottimo marito, quel dabben uomo del padron Tonio, l’avesse fatta correre per l’eccellente brigata... ogni mano lasciando la tazza o la carta si cacciava a frugare il fondo d’una tasca, ed in ognuna delle tasche di quei bravi figliuoli c’era da scommettere che non mancava un buon coltello o qualch’altra cosarella!... chè i tempi correvano calamitosi, dicean essi, e il pane costava caro.
— Porta da bere, vecchio orso!... gridò uno della brigata, battendo forte col pugno sul tavolo in modo da far traballare le colme tazze dei compagni.
— Ohè!... lì!... piano colle tue smanie, Enrico... gingillo mio! Affè, cos’hai stassera?... hai veduto l’orco per istrada?... gli borbottò un vicino a cui avea fatto spandere dal bicchiere un po’ del suo vino.
— Ho... ho... borbottò l’apostrofato con mal umore crescente, che m’avete fatto liscio come un uovo!... ma... dannazione dell’anima mia! che raddoppio la posta!...
— Raddoppia la posta... sogghignò un compagno urtando nel gomito un omaccione corpulento il quale andava sfogliando le carte in attesa che si sciogliesse la questione.
— Che ci hai a ridire tu... eh?... ribattè di nuovo Enrico a cui il mal umore montava al capo coi vapori del vino... tienti in gola quei tuoi sogghigni o che a quella tua strozza nata fatta pel boja, fo io un occhiello da cui tu abbia a tirar fiato più presto!...
— Eh, eh! come si galoppa, saltò su l’omaccione... la fai presto cogli occhielli tu... è vero che della forca non hai paura, che il Mago della Valle avrà ben qualche filtro per il suo giojello di nipote, per farlo tramutare in chi sa che arnese!... senti, Enrico! se fossi in te vorrei prendermelo il gusto di farla al compare!... che resterìa di stucco vedendoti sfuggirgli di mano come un’anguilla proprio allora che ti stesse facendo il tiro.
La facezia fe’ rider la brigata e calmò l’ira che s’addensava nel cervello del giovine.
— Va là... siedi qua e bevi... e lascia andare la fortuna per la sua strada!... la fortuna!... e tu vuoi dar di cozzo contro le muraglie se la non ti fa il viso dolce?... La è una maranna di strega da far ammattire san Giobbe che l’era quel santo che tutti sanno e che nessuno di noi lo somiglia... Corpo d’un otre!...
E porse la tazza ad Enrico che la vuotò d’un sorso.
— Hai ragione, Giacomaccio!... tanto fa!... quando si è rotto il capo bisogna tenerlo rotto, o pagar la fattura del medico, e al gioco quando quel birbo di satanasso dice di no... non c’è corna di santo che gliela faccia tener dura!... Ne ho perduti tanti stanotte da far baldoria per un secolo... Porta del vino... oste!... Compare Tonio!... orso!...
Il giovine che si scalmanava in tal modo, dando sfogo all’orgasmo che gli arrovellava l’animo, era uno dei due nipoti dell’alchimista; era venuto da Milano ove era stato al servizio d’uno di quei signorotti che reggevano con ferreo giogo quell’infelice paese!... s’era venduto per tanti scudi d’oro al mese, che aveva spesi orgiando e giuocando, ed imprecando ad ogni giorno che ritardava la morte di suo zio da cui sperava un’eredità che le dicerie del volgo dicevano favolosa, benchè patteggiata col diavolo. Seguitava la sua vita di prima, correndo dietro a tutte le donzelle che gli fosser date nell’occhio, frugando in tutte le bettole ove avesse stanata una bisca, e gozzovigliando colla peggior feccia della plebaglia, che non moriva sulla forca quando i signorotti dei dintorni ne facevano carne da macello per servire ai loro capricci in quelle eterne rappresaglie che per tanti anni insanguinarono la nostra povera terra.
Avvenente di figura, dalle fattezze regolari, dall’abito lindo ed azzimato, dall’occhio ardito, in cui il pensiero lampeggiava rapido, mobile, ardente, aveva fortuna come si suol dire, col bel sesso. Ond’egli pareva si fosse assunto la missione d’essere la pietra di prova sulla generale specialità di queste gentili eredi della seduzione, e che propendono tanto ad amare i cattivi soggetti, forse in omaggio all’antica Eva che scelse un serpente fra tutti gli angeli del Paradiso.
Dissimile da suo fratello Carlo, animo avido e cupo; chiuso in sè e dominato da una sordida avarizia, Enrico metteva nel fare il male quella sfrontata impudenza che talvolta lo rende scopo all’ammirazione. Egli faceva il male per il male, per la voluttà di compierlo, per poter dire a sè stesso, dovevo arrivare fin qui, e vi sono arrivato!... la donna da lui oggi tradita, non era domani per lui neppure una memoria, dacchè il suo nome non era che uno di più aggiunto agli altri che insultava col cinismo del labbro, e seppelliva col gelo del cuore.... Avrebbe ucciso un rivale, non per soddisfare al suo amor proprio oltraggiato, ma per far pesare un rimorso di più sull’animo di colei che giurava d’amare, ed a cui avrebbe portato in dono il suo pugnale tinto di sangue.
Mantova sotto la signoria del duca Ferdinando Gonzaga offriva ampio campo allo sfogo di un’indole di tal tempra; nato in un’epoca in cui l’audacia era l’arme più potente onde imporsi alla forza che gli stava ringhiosa di fronte, gelosa solo, non della giustizia che avrebbe dovuto difendere, ma di lasciarsi torre il passo!... cosa non era lecito a chi avesse animo d’osare tutto, sconoscendo tutto quanto non era l’impulso della propria volontà imposta a legge e conseguita coll’arbitrio?...
La superstizione popolare che almanaccava sui sortilegi del Mago della Valle, a lui suo nipote era più che egida, attorniandolo d’una tal qual paurosa trepidazione che non osava scrutare apertamente ne’ suoi atti per timore che ad un suo scongiuro il diavolo a cui la sua anima si doveva essere al certo venduta, gli comparisse fedel servo, e giocasse chi sa qual tiro a chi fosse stato da tanto da immischiarsi negli affari suoi!...
Tale era in faccia al volgo il più giovane nipote all’alchimista della valle, ed in faccia a sè stesso poi, un rompicollo che se non entrava nella casa di suo zio mentre stava morendo, lo faceva forse per togliersi alla tentazione di dargli un’ultima mano e con pietosa opera finir così la sua lunga e per lui molto seccante agonia.
Compar Tonio, l’oste del Gallo Nero, al sol sentirlo gridare da indemoniato, corse a spillar la sua botte migliore, e gli portò vino con umile sommissione.
— Bravo, compar Tonio... gli disse il giovane poi che ebbe gustato il vino, battendogli famigliarmente sulla spalla, acquetato forse nella sua rabbia dall’effetto che aveva prodotto sul vecchio ostiere che sapeva uomo di buona stoffa e degno di essere a capo della fida brigata de’ suoi avventori.
— Hai spillata una botte nuova eh?
— Padron Enrico!... è di quello che non tutti han la fortuna d’assaggiar troppo spesso!....
— Bene.... Tonio!.... lascia che crepi mio zio e te ne vo’ lasciar giù in questo tuo antro, di quei buoni scudi che tu fai suonar sì bene ammucchiati... nella tua cassa...
— Io degli scudi!... padron Enrico.... borbottò il degno compare che aveva provato un fremito al sentir nominare la sua cassa da quello stimato avventore che era padron Enrico, e facendosi piccin piccino seguiva: Madonna benedetta!.... l’assicuro io che si pena e come... a viver di pane con questi tristi guadagni!
— Non aver paura... no... che non voglio già mangiarteli i tuoi scudi!... vecchio orso... purchè tu mi dia vino, e non abbi ad aprir becco.... e voi qua.... bevete!... alla salute di Belzebù!... e che sulla sua groppa si porti presto l’anima del Mago!...
Le tazze furon vuotate in un sorso. La porta della taverna si aperse d’un tratto... e sulla soglia apparve un fantasima avvolto in una coperta di lana bigia che si confondeva colla oscurità dell’andito che dava ingresso alla taverna.
I bicchieri caddero di mano ai bevitori!... Enrico si volse e diè in una risata stridula e convulsa...
— Il vecchio muore!... balbettò la vecchia Marta dalla soglia sulla quale era apparsa in sì improvviso modo, e da cui ritta ed immobile avea ascoltate le ultime parole d’Enrico.
— Fratello che insulti tuo fratello, figlio che insulti tuo padre!... la vendetta del cielo sta sul tuo capo... ripetè essa con voce fessa ed acuta.
A quelle parole che parevan uscire dalla bocca d’uno scheletro, dalle cui occhiaje larghe, aperte e profonde scintillava un raggio di fuoco, Enrico sentì un brivido scorrergli le fibbre, un gelo rapido, improvviso, gli serrò il cuore; si alzò quasi involontariamente. La vecchia era scomparsa...
Degli avventori del Gallo Nero non uno trovò un accento.... quella strana apparizione aveva gelate tutte le labbra, gli occhi di tutti erano ancora fissi, immobili su quella soglia, sulla quale a ciascuno pareva ancor di scorgere quella forma di cadavere che pure avea una parola... e che pareva fosse sorta da sotterra per rispondere ad un insulto, sollevando la parola della minaccia fra il fragore dell’orgia.
— Al diavolo la strega e pace ai morti!... mormorò Enrico vuotando di nuovo la tazza che aveva deposta sul tavolo.
— Il vecchio muore!... gli ripetè una voce dietro di lui!...
Un pugnale scintillò rapido nella destra del giovane che si volse tremando per tutte le fibre.
Suo fratello Carlo gli rise in faccia in strano modo.
— Hai proprio paura dei morti?... gli disse egli mescendosi vino.
— Al diavolo anche tu!... Bel modo d’annunciarti, con quel maledetto ritornello.
Vieni fuori che il vecchio ci aspetta.
— Non ti vidi tutta notte.
— Ho passeggiata la campagna spiando il lume che arde nella stanza di nostro zio.
— Lascialo spegnere in buona pace...
— E s’io ti dico che è spento?...
— Sarebbe morto il vecchio?... esclamò Enrico stringendo la mano del fratello.
— La vecchia era uscita per chiamarci... ma il lume ardeva ancora nella stanza del vecchio, disse il fratello con lugubre accento.
La vecchia camminava per la strada avvolta nel suo sciallo grigio e pareva si confondesse colla nebbia... Il lume ardeva ancora, essa poteva tornare, e il tempo fugge sì presto!... aveva lasciata aperta la porta... io sono entrato... ed ora il lume non arde più nella casa del vecchio.
Ad Enrico si rizzavano sulla cute i capelli, l’occhio di Carlo facevasi fosco fosco, la sua voce cupa cupa.
La mano che gli serrava il braccio gli parve fredda come l’artiglio d’un demone, provò quel ribrezzo che si prova al sentirsi girare intorno alle membra le spire d’un serpe, gli sembrava di vedere il vecchio steso sul suo letto, e il lume crepitare debolmente, e un’ombra strisciare tra le tenebre, compiersi il delitto, e sul capo dei colpevoli gracchiare la stridula voce della vecchia... sinistra profetessa di sventura che sul capo degli assassini salmeggiava il versetto della Bibbia che chiama il cielo a vindice sui delitti della terra!...
CAPITOLO IV.
La ballata dei morti.
I due fratelli uscirono dalla taverna; eran cupi e silenziosi come la notte che s’addensava sul loro capo fosca di tenebre. Addentratisi per le varie vie della città, giunsero a Porta Leona quasi senza scambiare un motto; tutto taceva a loro d’intorno, dalle finestre non splendeva un lume, sentivasi solo il suono alternato dei loro passi al cui rumore si volgevano talvolta di soprassalto, poi riprendevano la via.
La casa dell’alchimista giganteggiava nelle tenebre, il vento della notte vi fischiava intorno, l’acqua del canale rumoreggiando seguitava il suo corso, essi ristettero, pareva che un arcano senso di paura li rattenesse dall’avvicinarla.
Enrico mosse per il primo con passo fermo, squassò le sue lunghe chiome che gli scendean sugli omeri a guisa di chi voglia scacciare un importuno pensiero o vincere un’infantile impressione dell’animo e si fe’ innanzi. Il portone era chiuso.
— Chi è entrato in casa? domandò al fratello.
— Sarà la vecchia Marta che venne a cercarti alla taverna.
Enrico diè di piglio al battente ed il silenzio della notte fu rotto dai reiterati e gravi colpi percossi sul maglio e che sinistramente echeggiarono nella valle.
Non un rumore interno vi rispose.
— Apri, strega del diavolo!... gridò Enrico con accento irritato.
Carlo stava immoto, con fissi gli sguardi al suolo, s’intese lo stridere d’un finestra che si aperse, egli trassalì, un lume brillò dall’aperto vano.
— Apri, Margherita, mormorò Enrico.
Il lume disparve ed indi ad alcuni istanti, dalla toppaja si vide splendere una luce, poi s’intese una voce chioccia in tuon gutturale cantare con monotona cadenza alcune strofe d’una vecchia ballata.
Buh! buh! buh! — non strider tanto Uccellaccio della notte!... Senti?... è il gemito dei morti Che risponde a quel tuo canto, Uccellaccio della notte No, non strider — Buh, buh, buh!... Quando i morti sono morti, Va pur via, non tornar più.
— Apri strega! borbottò ma più piano la voce d’Enrico, quasi che egli stesso ne avesse avuto paura.
La porta stridette sopra i suoi cardini arrugginiti, la vecchia sempre avvolta nel bigio suo sciallo, reggendo una lanterna che spandeva d’intorno una fiocca luce, diè passo ai due fratelli che entrarono e mossero verso la scala che metteva al solo piano di cui era formata la casa ripetendo fra sè mentre richiudeva la porta le strofe della sua lugubre ballata...
Buh, buh, buh!... non strider tanto Uccellaccio della notte.
Un guffo squittì dal comignolo come se volesse rispondere all’appello della vecchia... Essa rise mostrando i pochi e gialli suoi denti sotto la floscia epidermide delle sue labbra raggrinzate e smunte.
— Vuoi tacere, Margherita!... col tuo gingillo di canzone, gli gridò irritato Enrico.
— È la notte dei morti ed io canto il canto della morte, rispose la vecchia... Ardeva il lume nella stanza del vecchio, un soffio ha spento il lume, e l’assassinio ha soffocato il respiro della sua bocca...
— Che parli tu d’assassini e di lume?!... si volse a dirle Carlo con voce che appena appena poteva dirsi intelligibile.
— Il lume ardeva quand’io sono uscita dalla casa... non ardeva più quando sono entrata, l’olio non era consunto e il vecchio non poteva spegnerlo... La notte dei morti è fredda come questa notte, e i gufi cantano sui tetti delle case ove abitano i cadaveri.
Uccellaccio della notte No, non strider — Buh, buh, buh!... Quando i morti sono morti Va pur via, non tornar più.
— È pazza, mormorò Enrico... e trascinò pel braccio Carlo che pareva inchiodato sulla soglia della stanza verso cui movevano ascoltando la voce stridula della vecchia che si perdeva lenta e monotona come il lamento che si scioglie sopra una tomba.
CAPITOLO V.
Il Testamento.
L’indomani di quella notte tra le cui tenebre il delitto aveva compiuta l’opera sua, per tutta la città e pei dintorni si sparse la voce della morte del vecchio alchimista. Si parlava da per tutto d’un’ombra bianca che qualcuno mentre chiudeva le finestre per mettersi a letto, aveva veduto gironzare per le vie, e dicevano anche che cantasse uno strano canto, onde taluno credette fosse l’anima del mago che andasse chiamando lo spirito a cui s’era venduta. Quel che è certo si è che un vecchio notajo chiamato dai nipoti dell’alchimista a schiudere la stanza del morto trovò disteso sul letto il suo cadavere; gli occhi del vecchio erano aperti tuttora, fissi ed immoti nell’orbita spalancata enormemente, attorno al collo aveva delle violacee lividure, un braccio scarno e stecchito improntato ancora dalla violenta contrazione dell’agonia stava penzoloni fuori delle coltri arruffate, ond’ei si sorprese di quegli indizi quasi d’una lotta disperata con cui pareva avesse scongiurata la morte, mentre vecchio e debole come era avria dovuto addormentarsi tranquillo nell’eterno sonno. Che, che però avesse pensato tra sè il notajo, fu cosa che restò sepolta nel suo pensiero nè anima mortale lo seppe, chè i due nipoti dell’alchimista assistenti al funebre ufficio avean tali ceffi in quel momento da far gelare la parola sulle labbra di chiunque non foss’ei pur stato un dei notaj d’allora, avvezzi a ben strane funzioni inerenti alle pratiche del loro ministero, e benchè vecchio, il notajo ci teneva alla vita per non creder conveniente di sprecarla per pettegolezzi da donnicciuola. Egli trovò che il morto era morto, che il cadavere era quello di Marco il guardiano del palazzo, professo nelle scienze occulte, possessore della casa che aveva ereditata dal signor conte Paride Ceresara, morto perchè tutti devono morire, ed egli che passava gli ottant’anni di vita era giusto che morisse.
Il testamento del vecchio era chiuso in una busta di pelle di daino unito ad altre carte di famiglia. Lo dissuggellò in presenza ai nipoti e ne fe’ regolare lettura.
Consisteva in pochissime righe, scritte con mano sicura.
_All’ultimo vivo de’ miei nipoti Enrico e Carlo lascio l’intera mia sostanza di cinquantamila scudi romani chiusi nella cassa di ferro che sta a capo del mio letto._
_Io Marco Berlinghieri._
_L’anno di grazia 1517._
Fuvvi un lampo di sangue nello sguardo che si lanciarono i due fratelli alla lettura dello strano testamento, la vecchia che muta sedeva in un angolo della stanza rise di quel suo mal riso da meggera.... Il buon notajo sentì un fremito corrergli per l’ossa e gli sembrò mill’anni d’esser lontano da quella casa, di respirare un po’ più liberamente l’aria del mattino e di vedere all’aperto un raggio di sole. La sua mente agitata gli dipinse strane immagini di sangue... e rantoli d’agonia, e minaccie di morte... e ritto in mezzo a quella stanza vide il fantasma del delitto battere le negre ali, e assidersi cupo dominatore di quella casa maledetta... e gli parve che il braccio stecchito del vecchio volesse levarsi per segnare sul fronte un omicida... e quella bocca di morto mandar chi sa che strane accuse... e con quel cadavere stringersi un altro corpo in un abbraccio, ond’ei fuggì via spaventato, e non ebbe passata la soglia che un grido tremendo d’agonia gli ghiacciò il sangue nelle vene e il fe’ restare immoto, e ascoltò suo malgrado, e intese un dibattersi convulso come di chi lotti, e un lamentar di chi muore... e giù dal fondo del cortile intese di nuovo il ridere della vecchia, che andava ripetendo in tuon funebre la triste ballata dei morti.
CAPITOLO VI.
Il fratricidio.
Suona a morte il funebre rintocco d’una squilla... Dio!... come le tenebre son cupe!... Mai notte più grave di nebbia calò sulla terra... senti un vociar di salmi?... e la terra che cade sovra una bara?... Vedi i lumi del cimitero vagar tra le croci come anime di morti che escon fuor delle loro tombe?.. L’uomo della casa maledetta riposa sotterra... L’ultima vangata è caduta sul suo feretro, oramai non rende più suono.... è colmo l’orlo della fossa, il becchino vi distende sopra la smossa argilla, fra poco vi spunterà l’erba, e l’anemone vi olezzerà vicino fecondato dal sole.... Il giardiniere del cimitero è prodigo di fiori alle tombe. È un nobil cuore il giardiniere del cimitero.... se lo chiedete ai parenti dei morti vi diranno per quanti scudi egli coltivi i suoi fiori... per quanti scudi con cura più che pietosa copre di terra i feretri... per quanti scudi... vi sterra un teschio e lo imbianca colla calce perchè vi brilli liscio e lucido sullo scafale d’una biblioteca, o dentro un museo d’anatomia. È un uomo che si vende a buon mercato il giardiniere del cimitero!... ed egli non domanda altro che di stringere colla pietà pubblica i suoi contratti di mestiere... È il più onesto dei trafficanti, chè da alcuno dei suoi avventori mai fu mossa lagnanza sul suo conto!... Madre pietosa che vuoi spargere una lagrima sulla tomba della tua fanciulla... la vuoi tu vedere ornata dei fiori che tanto le erano cari?... Paga uno scudo al giardiniere del cimitero... per meno ei ti lasceria crescer le ortiche, e potresti pungerti le mani se il dolore ti facesse della terra un bisogno a sostenerti. Giovane innamorato, vuoi tu veder fiorita la tomba della tua bella che sapeva offrirti quelli del suo giardino con tanta grazia?... Dà uno scudo al giardiniere del camposanto... È l’ultima speculazione della vita il traffico del cimitero!... e costa così poco la tomba, se ne togli la tariffa del prete!...
S’udiva uno strano fracasso nella casa della valle; esso veniva da una camera che faceva parte dell’ala sinistra del cortile. Era una stanza senza arredi sotto cui passava l’acqua del Mincio; l’acqua si sentiva rumoreggiar di sotto e frangersi ai piedi dell’edificio che rasentava seguitando il suo corso. Era come un martellar di picca... lungo, continuato, monotono...
La vecchia Marta sedeva immota d’innanzi al portone e sogguardando dalla parte dove veniva quel rumore, mormorava a voce bassa:
— È passata l’ora in cui al cimitero si seppelliscono i morti... L’ora è passata, ma i morti non sempre si seppelliscono al cimitero.
S’intese un fragor sordo come di terreno che rovini... poi un tonfo nell’acqua.
— Caino!... Caino!... mormorava la vecchia la cui voce diventava più cupa, e dentro alle sue livide occhiaje balenò un lampo: Caino, Caino!... ripetè ancora fra sè.