Part 10
Il cugino di Gavina era furente. Già da qualche mese egli si era contenuto, vinto dalle preghiere di Anton Stefano, ma ormai l’aspettare più a lungo gli pareva vigliaccheria. Aveva sopportato abbastanza per amor della cugina i capricci del sordo-muto: e sebbene fosse sicuro dell’affetto di lei pure non era tranquillo. Nella condotta di Gavina vedeva una timidezza tale, che lo inquietava, e lo rendeva suo malgrado geloso di quel disgraziato, che credeva capace di qualunque tiro.
Egli ben lo ricordava: la suocera un giorno si era lasciata sfuggire una frase molto significante; — se il muto non si stancherà di frequentare lo stazzo, si cercherà un mezzo per farlo stancare.
La vista di Gavina che fuggiva, e del muto che la seguiva a breve distanza, gli fecero perdere la ragione: era sulle furie, e voleva approfittare del momento propizio. Era sicuro che Bastiano gli tendeva un’insidia, e pensò di prevenire il colpo.
Sedette fra due macchie di lentischio, poste sopra un poggio, dove la viottola faceva gomito. Per di là doveva passare il sordo-muto ed egli lo aspettò. Era trafelato per la corsa fatta, ma vi era arrivato in tempo....
Dieci minuti dopo si udì una detonazione.
Bastiano Tansu — che aveva oltrepassata di cinquanta passi la meta — sentì all’orecchio il fischio d’una palla. Agile come un capriolo, fece due salti avanti e si voltò. — Si udì un altro sparo, e una seconda palla andò a colpire il calcio del suo fucile, e glielo ruppe.
Questa volta, però, Bastiano credette ravvisare il suo nemico che saltava una siepe, e gli mandò dietro una palla, che non lo colse.
L’ira che acciecava i due rivali, e l’ora tarda, avevano mandato a vuoto i loro colpi.
Bastiano seguì con gli occhi l’uomo che si allontanava, guardò il calcio rotto del suo fucile e compose le labbra ad un riso infernale.
— Non ti ringrazio di avermi salvata la vita — pensò con rabbia — perchè della vita son stanco. Ti ringrazio, perchè poni in pace la mia coscienza. Miserabili! — aggiunse, minacciando con la mano l’Avru — voi mi avete sciolto dal più insensato de’ giuramenti!
E continuò la strada incamminandosi verso gli stazzi della Trinità d’Agultu.
XIII.
Vendetta
Era la notte del 5 al 6 luglio del 1857.
. . . . . . .
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri camminava per ore ed ore, senza sapere ove andasse.
Si aggirava inquieto intorno allo stazzo dell’Avru; ma finiva per ritornare ad uno speco, chiuso fra tre massi di granito, per poter fissare il pallido lume che vedeva sfavillare laggiù, in mezzo alle tenebre: stella funesta che annunciava una vendetta — punto luminoso che pareva additasse una vittima da colpire.
Dal giorno che Anton Stefano lo aveva coperto d’insulti; dal giorno che Giuseppe gli aveva spezzato il calcio del fucile, facendogli fuoco addosso, Bastiano non aveva più voluto metter piede in alcuno stazzo: nè in quello dell’Avru, nè in altri.
— Ormai son solo! — ei pensava — Non ho più sposa, non ho più amici, non ho più parenti. La sposa si è tolta dalle orecchie i miei orecchini per dirmi che tutto era finito; l’amico mi ha scacciato dalla sua casa come un cane; i parenti han fatto lega co’ miei nemici per perdermi. Han tutti congiurato la mia morte, dunque son solo!
E da quel giorno il muto aveva giurato odio alla sposa, agli amici, e più di tutti ai parenti: — ai parenti che gli avevano strappato il giuramento di non recare offesa alla famiglia di Anton Stefano, senza reclamare ugual giuramento dalla parte avversa. L’omissione di questa formalità poteva nascondere un perfido disegno, e riuscirgli fatale. Era mai presumibile che i parenti avessero dimenticata una promessa che garantiva la sua vita? O piuttosto, nell’ometterla, non avevano essi cercato un mezzo più facile di disfarsi di lui, perchè stanchi di sopportarlo? Eppure erano stati loro la causa prima d’ogni sua sventura! Cieco strumento dei Vasa nell’odio che nutrivano per i Mamia, per essi si era macchiato di sangue umano. Ecco la ricompensa che gli davano.
Rabbia, dispetto, vendetta: — erano questi i sentimenti che si combattevano nell’anima del muto nella notte che precedette l’alba del 6 luglio!
Chi aveva potuto armare il braccio del suo rivale? Anton Stefano e sua moglie! — così ragionava Bastiano. — Essi soli avevano congiurato la sua morte. Mancava loro un braccio punitore — e lo avevano trovato in Giuseppe, a cui si concedeva la mano di Gavina in premio d’un assassinio. « — E i miei parenti plaudirono alla trama infernale! Dopo aver approfittato della mia generosità, mi gettano ora in un canto, come uno strumento inservibile. E mi sta bene!»
E Gavina?
Al pensiero della figlia di Anton Stefano le smanie del muto parevano calmarsi; egli dimenticava gli odii, le vendette e i rancori, per non pensare che a lei. Richiamava alla mente il giorno felice in cui Gavina gli sedeva al fianco sotto l’ombra del cespuglio spinoso, e al ricordo di quel braccio nudo, sul quale aveva impresso un bacio ardente, sentiva il sangue affluirgli al cuore.
Ad un tratto i suoi pensieri presero un altro indirizzo. Gli pareva di veder Giuseppe, più fortunato di lui, stringersi al petto la bella cugina per baciarla in bocca. Allora digrignava i denti; levava al cielo i due pugni minacciosi, e si dava a correre come un disperato, volendo quasi fuggire quella visione infernale, che lo perseguitava dovunque. Il suo odio, come i suoi pensieri, si scatenavano allora contro i due vecchi, che riteneva unica causa della sua infelicità.
— Se Anton Stefano avesse voluto, Gavina sarebbe stata mia! Fu lui che si lasciò dominare dalla moglie; da colei che mi ha preso a gabbo: che mi ha restituito i doni, e che ha concesso la propria figlia al primo venuto, a patto che mi uccidesse! Su lei sola, dunque, dovrebbe ricadere tutta la mia collera; ma io non sarò così vile da macchiarmi del sangue di una femminuccia. Voglio colpirla, sì, nel cuore, ma in modo ch’essa viva per poter conoscere la mano che l’ha colpita. Le nozze di Gavina hanno da essere lugubri: il giorno dell’_abbraccio_ non dev’essere per alcuno un giorno di gioia — dev’essere per tutti un giorno di lutto!
E così pensando gettava uno sguardo terribile sullo stazzo; perocchè in mezzo alle tenebre che regnavano nella sua mente, egli non vedeva che quel lume lontano che altri forse avrebbe scambiato con gli astri del firmamento — non però lui che ben sapeva discernere le stelle del cielo dai fuochi della terra!
Erano stati per lui due giorni di agonia, quelli che precedettero quell’alba funesta! Bastiano vedeva tutto fosco; il cielo gli si presentava sotto un diverso aspetto, la terra aveva per lui nuovi linguaggi: la natura, invece di dargli calma, pareva volesse suggerirgli pensieri sinistri. Il giorno prima aveva errato nella foresta dell’_inferno_ — e forse l’Inferno aveva soffiato nella sua anima.
Tutto gli parlava di morte.
Strane paure, di cui non sapeva darsi ragione, gli si addensavano in cuore. Gli pareva che ogni cespuglio, ogni crepaccio nascondessero una creatura umana; che la stessa solitudine fosse popolata di lugubri fantasmi.
Tutto, a lui d’intorno aveva vita — tutto aveva una parola.
Quando attraversava qualche gola i grossi macigni gli apparivano come giganti minacciosi che aspettassero un soffio di vento per piombargli addosso — quando poneva il piede sulle pianticelle vermiglie che crescono a grappoletti sul muschio o sui licheni del granito, gli pareva di calpestare sangue aggrumato[25]; quando s’internava nelle foreste dei sugheri, trasaliva dinanzi ai tronchi rossi degli alberi a cui era stata tolta la corteccia. Avrebbe giurato che quelle quercie insanguinate storcessero le braccia per dolersi delle loro piaghe — oppure che gridassero vendetta contro gli uomini che le avevano assassinate.
E pensava raccapricciando:
— Dovunque passa, il Gallurese lascia traccia di sangue, — anche sui graniti e sulle piante!
*
Il lumicino si era spento, e lo stazzo dell’Avru era immerso nelle tenebre. Tutta la famiglia di Anton Stefano riposava — ma il muto vegliava per loro.
Accovacciato nello speco, ed in preda ad un tremito nervoso, Bastiano passò la notte a guardare le stelle, finchè le vide sparire ad una ad una.
I primi bagliori del giorno nascente cominciarono a tingere le creste dei monti d’un color scialbo.
Bastiano era stanco, pallido, intirizzito, ma non staccava gli occhi dalle casette dell’Avru, che cominciavano a rischiararsi a poco a poco.
Ad un tratto la porta dello stazzo si schiuse, e un uomo comparve sulla soglia.
Era il pastore Anton Stefano che aveva lasciato le coltri per esplorare il tempo. Era l’ora in cui le sue cure lo chiamavano alla campagna e il muto lo sapeva, perchè pratico delle abitudini di quella famiglia.
Al disotto dello speco che serviva di vedetta a Bastiano era un sentiero che conduceva ad un chiuso. Per di là doveva passare il povero vecchio.
Un’ora dopo il sole gettava i suoi sprazzi luminosi sulla campagna, che pareva destarsi alla vita.
Anton Stefano accese la pipa, montò sulla sua cavalla, s’incamminò, passo passo, per la viottola che rasentava la collina.
Il muto fremette. La vista di quell’uomo produsse in lui un effetto singolare. Mentre da un canto sentì riaccendersi nell’anima l’ira e la vendetta, dall’altra gli tornarono in mente l’affetto e la generosità di quel vecchio pastore, che un dì lo aveva raccolto, protetto, alimentato....
Un velo di sangue offuscò la sua ragione, e sentì mancarsi. Aveva un tremito alle mani, ed un cupo ronzìo alle orecchie.
Aveva sempre colpito le sue vittime con freddo coraggio... e questa volta si sentiva pusillanime.
Chiuse gli occhi spaventato di sè stesso — sperando quasi che il pastore potesse salvarsi oltrepassando la mèta. Li riaprì lentamente dopo alcuni minuti... e guardò.
Anton Stefano trovavasi sotto di lui — a tiro del suo fucile.
Bastiano era pallido, tremante.
Gli parve che uno spirito infernale fosse entrato nel suo corpo, e che operasse nel suo spirito indipendentemente dalla volontà.
Egli guardava a sè dinanzi, come inebetito, non opponendo alcuna resistenza alla forza misteriosa che ridestava i suoi istinti di belva.
Il fucile passò dalle sue ginocchia alle sue mani; ne montò il grilletto, lo spianò, puntò... e chiuse nuovamente gli occhi, quasi sperando che il colpo andasse a vuoto.
Si udì una detonazione.
Anton Stefano ebbe appena il tempo di girare la testa per sapere dond’era partito il colpo. Vide il suo feritore lassù, in piedi fra due cespugli, con gli occhi e la bocca spalancati.
Mandò un grido acuto, portando la mano destra al petto... Barcollò, si contorse, tentò afferrarsi alla criniera della cavalla, ma cadde a terra gridando _aiuto_ per due volte.
Il muto, svelto come un capriolo, era sparito fra i macigni ed i lentischi.
*
Allo sparo dell’arma ed alle grida del ferito, le donne, Giuseppe ed i servi, uscirono dallo stazzo. Essi presentirono l’accaduto quando videro la cavalla di Anton Stefano che tornava sola dall’Avru. La povera bestia era tornata indietro, quasi ad annunziare alla famiglia la disgrazia toccata al suo padrone.
In un baleno si recarono tutti presso al caduto, che si contorceva, tentando invano di puntellare una mano a terra per rizzarsi.
Furono pianti, urli, grida che straziavano l’anima.
Il vecchio fu sollevato alquanto. Aveva il viso color della cera, l’occhio vitreo, le labbra insanguinate. Volse intorno gli occhi, stranamente spalancati, cercando quasi di darsi ragione dell’accaduto.
— Chi ti ha colpito? Parla! parla! — gli chiedevano con ansiosa premura i servi!
— Il muto, non è vero? — esclamarono insieme Giuseppe ed i pastori, già resi feroci dal pensiero della vendetta. E avvicinarono con avidità le loro orecchie alla bocca del morente per raccogliere coll’ultimo respiro il nome dell’uccisore.
Il vecchio volse in giro gli occhi vitrei, e li fissò a lungo sul volto della moglie. Finalmente con un supremo sforzo pronunciò queste parole:
— Date uno scudo a San Gavino... Mi ha ucciso il muto... Dovevamo prevederlo!
Non disse altro.
La scena che accadde in seguito è più facile immaginarla che descriverla. Le figlie, la moglie, le serve urlavano disperatamente strappandosi i capelli e assistettero raccapricciando ad un’agonia straziante che durò due ore.
Uno dei più rispettabili pastori della Gallura, caro a tutti per bontà di cuore, per nobiltà di carattere e per onestà di costumi, era stato tolto dal mondo. Lo stesso Pietro Vasa, quando apprese l’accaduto, esclamò con risentimento:
— Per compensare la morte di Anton Stefano non basterebbe l’uccisione di diciotto uomini!
PARTE QUARTA
FINALE
I.
Sulla china del monte
Erano trascorsi dieci mesi.
La campagna, palpitante sotto le prime carezze della primavera, si era tutta ricoperta di fiori, quasi sposa feconda che sorrida all’amante.
Era l’ora dello sconforto, del silenzio, della solitudine. La natura, stanca, parea cercasse il riposo.
I monti prendevano colori foschi, fantastici; il mare lontano, sbiadito, pareva confondersi col cielo, nell’ampia distesa che divide l’isola Rossa da Castelsardo. Il sole era da poco calato dietro all’isolotto dell’Asinara, e lunghe nuvole infuocate listavano ad occidente l’orizzonte. Quella luce sanguigna tingeva di rosso tutte le vette dei monti, e fusa coll’azzurro purissimo del cielo produceva quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera un’intonazione calda, melanconica.
La solitudine era profonda. Non si vedeva alcuna foglia muoversi poichè nessun vento spirava. Solamente il timo e le altre erbe aromatiche, recavano in giro i loro profumi, destati dalle ombre che calavano lente. Le selve degli elci sembravano grandi macchie nere, compatte; i graniti mandavano l’ultimo scintillìo sotto i raggi infuocati, che andavano impallidendo. Le nuvole sottili che listavano l’orizzonte, da rosse si erano fatte violacee — da violacee turchine. E la natura diventava sempre più triste, più fosca, più misteriosa.
Le forme dei monti, dei graniti, e dei folti lentischi apparivano sotto profili incerti, indefiniti; e i colori si confondevano insieme, perdendosi in isfumature leggere, o cariche.
La canzone di qualche pastore gallurese, il quale guidava le mandrie all’ovile, si era perduta in lontananza, insieme al tintinnìo monotono delle campanelle.
Un uomo, tutto solo in quel deserto silenzioso, attraversava lo spazio che separa le colline di Petra Màina dal monte di Cucurenza.
Camminava lento lento, con passo incerto — col passo stanco del proscritto che si dà in braccio ad un cieco destino, senza lotta e senza tema d’insidie.
La notte lentamente calava, ed egli camminava sempre col proposito di fermarsi dove avrebbe trovato un giaciglio che lo riparasse dall’umido della sera. Non aveva casa, non aveva famiglia, motivo per cui nessuno poteva aspettarlo.
La campana della parrocchia d’Aggius suonava l’ave Maria, e quei rintocchi lontani, portati dalla brezza serale su quelle alture, si perdevano in un fievole lamento.
Quell’uomo, forse, avrebbe pregato all’annunzio dell’_Ave Maria_ — ma egli era sordo, e non udiva la campana; era muto e non sapeva pregare.
Bastiano — poichè era lui — levava di tanto in tanto gli occhi, quasi misurando la distanza che lo separava dal monte di Cucurenza, a cui pareva diretto.
Il monte aveva preso una tinta nera, e la sua vetta spiccava nettamente nel limpido cielo infuocato che le serviva di sfondo.
Tratto tratto il muto si voltava per gettare un’occhiata al colle di Petra Màina o alla catena dei monti d’Aggius, di cui vedeva appena le punte di tramontana.
Una forza misteriosa pareva spingerlo verso la vetta del monte, sul quale saliva; ma un pio desiderio, un ricordo lontano, un sentimento doloroso gli faceva volgere la testa per salutare quelle due montagne da cui si allontanava la crocetta e Petra Màina. Tutta la sua vita si era svolta là, fra quelle due punte che gli parlavano d’Aggius e dell’Avru, della patria e dell’amore — della madre e dell’amante, le sole donne che lo avevano amato sulla terra.
Bastiano pareva chiedere ai monti d’Aggius la benedizione di sua madre — e ai monti dell’Avru il perdono della sua Gavina.
Sogni! sogni! — La madre in quell’ora riposava nel silenzio del sepolcro — e la Gavina forse posava il capo sul petto del suo Giuseppe!
Ormai lo sapeva: Gavina non poteva esser più sua. Egli stesso aveva spezzato l’ultimo filo di speranza. Fra lui e la cara fanciulla sorgeva minacciosa l’ombra d’un vecchio canuto che gli rinfacciava l’ospitalità tradita. E Gavina non poteva più stendere la mano ad un assassino — a colui che le aveva ucciso il padre!
Bastiano era già arrivato alla metà del monte. Saliva lentamente, svogliato, senza fretta, come se poco gli premesse arrivarci presto o tardi. Poteva andare incontro a un agguato — o poteva anche sfuggirlo: poco gli premeva. Non aveva premura, tutto il tempo era suo, e nessuno poteva chiedergliene conto.
Quell’essere umano come un punto nero, si era confuso nelle ombre vaporose del monte.
Saliva, saliva sempre, volgendosi ad ogni istante per salutare le punte di Petra Màina, che spiccavano ancora in tinte rosee su cielo nero. Quelle di Aggius non le vedeva più perchè si erano nascoste dietro il Monte Spina. Prima dell’amore, era sparita dai suoi occhi la patria!
Strano contrasto! A ponente un cielo limpido, sereno; a levante le nuvole si addensavano minacciando un uragano.
Il muto giunse finalmente al culmine di Cucurenza. Uscito appena dal seno tenebroso del monte, il suo cappuccio accuminato si disegnò sul fondo rosso del cielo. Dalle falde del cappotto usciva la canna del suo fucile, ch’egli portava sotto il braccio. — Veduta da lontano, quella figura pareva il mezzo busto di un nero cappuccio, disegnato nel fondo trasparente di un cielo luminoso.
Quando raggiunse il culmine, stette alcuni minuti immobile, colla testa rivolta verso le punte d’Aggius e dell’Avru, ch’egli salutava per l’ultima volta poi parve sprofondarsi a poco a poco finchè non si vide il solo cappuccio accuminato. Poco dopo anch’esso si abbassò... e scomparve.
La bruna vetta del monte tornò a distinguersi nettamente sul limpido sfondo del cielo.
Dov’era andato Bastiano? era forse disceso nell’altro versante del monte, oppure si era fermato sulla spianata dove sorge la chiesetta di San Giuseppe? — Era forse un’ambascia senza nome che lo spingeva lassù, a chiedere il perdono dei suoi peccati? Oppure aveva proseguito il suo cammino fino a Paduledda, o a quella Cala falsa, dove nel 1671 furono tratti in inganno il marchese di Cea e i suoi compagni, dal traditore Don Giacomo Alivesi?
Le nuvole salivano sempre, e l’azzurro del cielo spariva a grado a grado sotto le loro spire.
La notte aveva tutto cancellato — tutto avvolto nelle sue ombre: l’uomo ed il monte!
. . . . . . .
Il _terribile_, il feroce bandito che dovunque aveva seminato lo scompiglio e il terrore era finalmente scomparso al di là di Cucurenza.
Gli abitanti tutti della Gallura, con grido unanime, avevano sempre imprecato al mostro, al dannato, al maledetto.
Ma chi mai era penetrato nel buio sepolcrale di quella coscienza che non s’era rivelata che a Dio? Chi mai aveva saputo leggere in quell’anima tribolata, per incidere una condanna infamante sul libro della storia? Gli uomini non certo. Il loro Codice, forse? No: il muto era fuori della legge, com’era fuori dal mondo; perchè le leggi sono fatte per gli uomini e Bastiano non era un uomo!
Colui che giudica questi disgraziati alla stregua della propria educazione, forte dei sani principi appresi dall’esempio della famiglia e dell’insegnamento della scuola, non può farsi un giusto concetto del loro valore — e ben di rado sa trovar una parola di compatimento pietoso, in favore di una creatura che, per avversità di fortuna o di destino, ha sempre vissuto nelle tenebre di una feroce ignoranza.
La società ha creato il maestro ed il giudice; il primo perchè insegni le buone regole del vivere civile — il secondo perchè applichi gli articoli del codice ai trasgressori delle leggi sociali. Ma il muto, a cui il giudice applicava le pene, aveva egli fruito, o poteva fruire degli insegnamenti del maestro? — A qual coscienza doveva attingere Bastiano i sentimenti nobili — egli nato sordo e muto, cresciuto nella miseria e nell’ozio, gettato in mezzo ai boschi, e condannato a vivere ramingo con l’odio nel cuore e l’urlo della fiera sulle labbra? Qual concetto poteva egli formarsi dei diritti e dei doveri sociali?
I diritti ed i doveri li aveva ben esercitati con lui la giustizia umana, quando per punirlo lo aveva perseguitato di balza in balza, di monte in monte. Ma, non so se il miglior vanto della legge consista proprio, come si crede, nella superba scritta incisa sopra il banco dei giudici! Se è vero che la legge è _uguale per tutti_, è vero altresì che non tutti sono uguali davanti alla legge; e la ragione potrebbe esser questa; che il Codice è uno e gli uomini sono molti!
D’altra parte bisogna pur convenire, che il Codice penale è clemente coi sordo-muti, e infatti coll’art. 92 li assimila ai giovani maggiori di 14 e minori di 18 anni, e commuta generalmente la pena di morte in quella della reclusione per anni quindici! E vi ha di più: risparmia loro la proibizione dell’uso della parola, che forma il principale supplizio dei reclusi!
Bastiano era come il granito dei suoi monti. Al silenzio che lo circondava non aveva risposto che col silenzio. Nessuno più lo comprendeva, ed egli non se ne dolse. Dopochè si era dileguata la speranza dell’amore, non sentì più il bisogno d’essere compreso.
Nel suo cuore senza speranze, come quella notte senza stelle, era sceso un silenzio sepolcrale.
Bastiano ubbidiva ciecamente al destino.
Ed era scomparso nell’ombra al di là del monte nero.
*
Appena scomparso il muto tre uomini uscirono da uno dei crepaci di granito che sono alle falde di Cucurenza. Erano tutti armati di fucile, e col cappuccio tirato sugli occhi.
Ciascuno di essi — il giorno prima — era partito da un punto diverso: da Bortigiadas, da Aggius e dalla Trinità di Agultu. Si erano trovati insieme la mattina seguente: verso sera avevano attraversato le vallate di Conchedda e di Chiligheddu, tra Muntlju di li Culzi, e il rio Pirastro, e la vista di Bastiano li aveva colpiti in un modo singolare, tanto che, istintivamente sentirono il bisogno di celarsi, per non essere veduti. Si sarebbe detto che l’improvvisa comparsa del muto, rispondesse, a completare un piano da lungo tempo meditato.
Fra quei tre uomini furono scambiate a voce bassa le seguenti parole, che io riporto fedelmente, lasciando al lettore, la cura di decifrarne il misterioso significato, a me ignoto:
— Pare proprio il destino — disse l’uno.
— Oppure il diavolo — soggiunse l’altro.
— Dunque?... esclamò il terzo con l’impazienza di chi vuol troncare ogni chiacchera per venire ad una conclusione.
— Dunque è intesa.
— A quando?
— A domani, se non avrò intoppi.
— Dove?
— Non lo so. Forse alla Trinità — forse allo Stagnone — forse a Littu di Zòccaru!
— Come?
— Ciò mi riguarda.
— È giusto. Dove hai attinto le informazioni necessarie?
— A Tempio.
— Perchè non ad Aggius?
— Perchè in Aggius le nevi si sciolgono molto prima che a Tempio.
— E vuol dire?...
— Che ad Aggius fa più caldo di Tempio.
— Ho capito. Io per tanto ritornerò in paese.
— Ad Aggius?
— Sì. Ditemi però: nel caso... chi di voi mi avviserà?
— Io no, perchè sono incaricato di recarmi sotto Castel Doria per riferire sul mio operato.
— Allora sarò io — disse il secondo. — Domani dovrò trovarmi sul monte della Crocetta, dove ho un appuntamento con un aggese.
— Ti aspetterò in paese.
— Dimenticate ch’io sono un fuoruscito?
— Come farai dunque?
— Aggius è alle falde della Crocetta.
— Ebbene?
Quest’uomo allora abbassando la voce, come se temesse che i graniti di Cucurenza gli facessero la spia, spiegò il suo disegno.
— Ben trovata!
— Siamo dunque d’accordo.
— Una pietra nel pozzo.