Il muto di Gallura

Part 11

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E i tre uomini si separarono. Due di essi fecero il giro del monte da parti opposte; il terzo tornò indietro, e a passi frettolosi prese la direzione d’Aggius.

II.

Il Gran Tamburo

All’indomani l’alba fu più tarda ad affacciarsi ai colli di Calangianus. Neri nuvoloni correvano il cielo, sospinti da un vento furioso di tramontana.

Era uno degli ultimi giorni di marzo. Le punte del Giugantino, ricoperte di neve, spiccavano nettamente nel cielo nerissimo, il quale somigliava ad un manto funereo steso sulla Gallura.

Lontan lontano udivasi un urlo cupo, prolungato, lamentoso. Pareva l’urlo d’una lupa che chiamasse al covo i lupicini, per metterli al sicuro dalla tempesta imminente, annunziata da un improvviso acquazzone.

Le aguzze creste dei monti d’Aggius — che prima parevano sfidare l’ira degli elementi — erano ad un tratto scomparse sotto una nuvola nera. Avresti detto che sulle punte maledette si covasse un delitto che si voleva nascondere all’occhio degli uomini. Il diavolo si compiace di lavorare nel mistero degli uragani.

Il sole, durante la giornata, non era riuscito a fare uno strappo al denso velo che ricopriva la volta celeste — ma l’orizzonte, a ponente, era solcato da spessissimi lampi. Gli uomini della campagna assicuravano che la sera sarebbe stata uguale al mattino, e la notte assai più tempestosa della sera. Ond’è che ognuno avea curato di mettere in salvo i propri armenti, ritirandoli negli ovili.

Gli aggesi erano rientrati nelle loro case, e si erano rinchiusi per mettersi al sicuro dalla collera di Dio — e da quella degli uomini, più temibile ancora. I bambini si erano rintanati in fondo alle stanze; le vecchie mormoravano una preghiera per gli assenti invocando tutti i santi del paradiso ad ogni lampo che faceva capolino dalle fessure delle porte e delle finestre.

*

Attorno a pochi tizzi che fumavano crepitanti sul focolare d’una casetta, posta all’estremità superiore del villaggio, stavano raccolte parecchie persone, componenti una famiglia.

La padrona di casa, piuttosto giovine e alquanto malaticcia, era già a letto, insieme coi suoi due bambini; la vecchia nonna, settantenne, si riscaldava dinanzi al fuoco; ed il capo della famiglia — un uomo sui trent’anni, dalla barba nera e dai capelli lunghi — era in piedi vicino a un cassettone antico, intento a ripulire le canne del suo fucile; perchè la ruggine non le danneggiasse. — I buoni aggesi non potevano dimenticare il loro fucile: era l’arma favorita, e sapevano che bisognava accarezzarla ogni tanto, per rendersela amica. Erano tali gli odi d’allora, che quasi si diffidava del proprio fucile!

Il tuono brontolava lontano; e la vecchia, ch’era seduta in un canto, co’ piedi sopra la cenere e col corpo chino sulle brace, non faceva che recar la scarna mano alla fronte, per farvi replicatamante il segno della croce, invocando ad ogni istante santa Barbara.

In quella famiglia notavasi come un’inquietezza paurosa. Non si osava parlare per timore di provocare il temporale.

Il capo della famiglia cercava infondere coraggio agli altri; egli si provava a sgridare le donne ed i bambini: ma in fondo era più impressionato di tutti. I suoi movimenti nervosi tradivano l’interna inquietudine, da cui pareva dominato.

I tuoni si facevano sempre più forti, e brontolavano sempre, come impazienti, ringhiosi. Il temporale si avvicinava. I lampi fendevano di tanto in tanto le nubi che si addensavano sul villaggio, e mettevano in mostra le punte aguzze della Crocetta, del Fraìle e di Tumeusoza, le quali apparivano improvvisamente sul nero fondo del cielo, tinti dal colore del sangue.

E la vecchia fremeva, rosariando, accoccolata sulla cenere. Si faceva piccina piccina — quasi sperando di sottrarsi all’ira celeste, col raggomitolarsi.

L’uomo dalla barba nera e dai capelli lunghi continuava a sfregare le canne del suo fucile con uno straccio intinto d’olio, e chiudeva gli occhi quando i lampi listavano di fuoco le fessure della porta e delle due finestre. La moglie con voce tremante rassicurava i bambini, i quali avevano cacciato la testa sotto le coltri ed i guanciali.

Il vento che ululava al di fuori pareva il gemito di un sofferente che chiedesse ospitalità per la notte. La fiammella della lucerna ad olio serpeggiava, mossa dall’aria che penetrava dalle fessure delle imposte; e tutti la fissavano; temendo che si spegnesse.

All’urlo del vento si frammischiava quello del tuono, che muggiva con maggior insistenza.

— Santa Barbara! — ripeteva la vecchia, scuotendo le pallottoline del suo rosario.

— Volete finirla, nonna? — aveva esclamato l’uomo dalla barba nera, impazientito. — I vostri guaiti non fanno che maggiormente spaventare mia moglie e i bambini. Lasciate che gli elementi urlino. Avete forse paura del tuono?

— Del tuono? — ripetè la vecchia; e lasciò uscire dalle labbra un gemito lungo. Voleva ancora parlare, ma le tremavano le mascelle come a persona colta dai brividi della terzana. Ella piantò i suoi occhi negli occhi dell’uomo barbuto, continuò a fissarlo, senza aprir bocca.

— Ebbene?... e che volete dirmi, adesso? Avete forse sonno?

La vecchia, senza rispondere alla domanda del genero mormorò tutta tremante con un filo di voce:

— Non è il tuono!

— Sarà il vento.

— Non è il vento!

— Allora sarà il cane che ulula.

— Non è il cane, non è il vento, non è il tuono!

Alla strana esclamazione la moglie ed il marito fissarono la vecchia con curiosa sorpresa; e quest’ultimo, ristando dal lavoro esclamò impazientito.

— E che cosa è dunque?

— Tendete l’orecchio e ascoltate — ripetè la vecchia raggomitolandosi, e tirandosi i due lembi della gonnella sul petto, come per nascondervisi.

Tutti tesero l’orecchio e stettero attenti.

L’urlo prolungato, lamentoso, si fece udire più distinto.

— È il vento che soffia fra le punte di Tumeusoza e del Fraìle — disse l’uomo alzando le spalle e rimettendosi al lavoro.

— V’ingannate tutti! — esclamò allora la vecchia, con forza e a bassa voce — è il gran tamburo!!

— Il Gran tamburo?! ripetè l’uomo vivamente, non potendo celare un movimento di soddisfazione. — Ne siete proprio sicura?

— Sì: è l’avviso misterioso che parte dai graniti maledetti. Non è il vento che fischia sul monte Crocetta — è lo spirito delle tenebre che vorrebbe abbattere lassù la croce di ferro!

Tutti tacquero. Benchè sapessero che la vecchia era molto superstiziosa, pure le sue parole, in quell’ora, con quella tempesta, produssero su loro uno strano effetto.

— Pregate — proseguì la vecchia — pregate, perchè l’ira celeste pesa sul nostro villaggio; pregate per l’anima di un disgraziato colpito da morte violenta. Noi siamo piccoli, ma la misericordia di Dio è grande; i giusti sono pochi, ma i nostri peccati sono molti!

L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, ma sentivasi in preda ad un’inquietitudine che non riusciva a dominare. Camminava da un capo all’altro della stanza, e gettava frequenti occhiate alla porta come se aspettasse o temesse qualcuno.

I tuoni si facevano sempre più spessi — la vecchia pregava a voce alta.

— Pare che il temporale stia per iscoppiare.

La vecchia prese la parola, interrompendo un’_Ave Maria_:

— Il temporale è scoppiato. Non sentite le misteriose parole che volano per l’aria? Ascoltate o peccatori.

Si fece nuovamente silenzio.

Non si udiva nulla, al difuori di quel brontolìo cupo lontano, continuato.

— Ebbene? è il tuono! — disse la donna ch’era a letto.

Non è tuono — continuò solennemente la vecchia. — Sono le parole del diavolo: — _Aggius meu, Aggius meu, e candu sarà la dì chi ti zz’aggiu a pultà in buleu?_

Nessuno rispose alla vecchia, la quale riprese la recita dell’_Ave Maria_, dal punto ove l’aveva interrotta.

Dopo un breve silenzio, la moglie dell’uomo barbuto esclamò, quasi parlando a sè stessa:

— Dove sarà Francesco? Voglia Iddio che il temporale non l’abbia colto in cammino!

— Via le paure! — rispose l’uomo dalla barba nera. — Francesco non è più un bambino: egli si sarà fermato allo stazzo. A tredici anni si ha abbastanza giudizio per non mettersi in viaggio con simile tempo!

Mezz’ora dopo, il temporale irrompeva. L’acqua cadeva a scrosci sul tetto della casa; e il forte scoppio d’un tuono atterrì le due donne e i bambini i quali mandarono acute grida.

Allo stesso tempo fu picchiato replicatamente alla porta.

L’uomo dalla barba nera, impallidì.

— Non aprire, non aprire! — gridò la moglie spaventata, ponendosi a sedere sul letto, e stendendo le braccia verso il marito.

— Misericordia di noi! — urlò la vecchia.

Si tornò a picchiare con più forza e con più insistenza.

— Aprite! aprite! — gridò una voce al di fuori.

— È Francesco! — esclamarono tutti in coro; e l’uomo andò a togliere la spranga, dall’uscio, e fece entrare Francesco, e rinchiuse prestamente la porta.

Un giovinetto sui tredici anni entrò nella stanza tutto smarrito, bagnato dalla pioggia e dal sudore. Egli ansava, poichè era venuto di corsa.

— Perchè metterti in viaggio con questo tempo?

Il fanciullo aveva il respiro affannoso, e non potè subito rispondere al fratello maggiore.

— Ebbene?

— Il temporale mi colse in cammino, a un ora e mezza da Aggius — rispose Francesco dopo alcuni minuti.

— E perchè non affrettare il passo per rifugiarti nello stazzo?

Il fanciullo non rispondeva.

— Tu mi sembri agitato. Che hai?

— Ho veduto... il diavolo!

— Il diavolo!? — esclamarono in coro le donne e l’uomo dalla barba nera; e la vecchia cacciò un urlo, celando la faccia tra le mani.

— Chi ti ha messo in testa simili corbellerie? — gli domandò il fratello.

— No, vi dico — era proprio lui — il diavolo in carne ed ossa!

— Raccontaci un po’....

— Taci, taci! — gridò la vecchia.

— Finitela, nonna! pare che questa sia la notte del diavolo!

E il fanciullo, tutto tremante, raccontò l’accaduto nel modo seguente:

« — Io m’incamminavo verso lo stazzo di Bonaita quando, oltrepassato appena il rio Turrali, sentii delle pedate dietro di me; mi volsi, e vidi un uomo lungo lungo, col cappuccio sul viso e col fucile sotto il braccio. Mi parve che egli venisse dalle falde del monte della Crocetta. Allora affrettai il passo per isfuggirlo, ma egli raddoppiò il suo, come se volesse raggiungermi. Spaventato della solitudine in cui mi trovavo, mi diedi a correre; ma quell’uomo mi gridò per due volte;

« — Fermati!

«Mi sentii tremare le ginocchia; la paura mi aveva inchiodato lì, nè potei muovermi. L’uomo non tardò a raggiungermi.

«Io abbassai gli occhi, nè osai guardarlo in faccia.

« — Dove vai? mi domandò.

« — Vado allo stazzo — risposi.

« — Sei aggese?

« — Sì.

« — Ebbene; torna in Aggius. Dirai al paese che il Diavolo ha portato via il corpo e l’anima di uno scellerato.

«Ciò detto quell’uomo scomparve.

— Non l’hai tu ravvisato? — domandò l’uomo dalla barba nera al fanciullo.

— Era chiuso nel suo cappotto; ma mentre parlava, un lampo rischiarò quel volto; e mi parve vedere sotto al cappuccio due occhi accesi, e due corna nere, piccole lucenti.

L’uomo dalla barba nera riflettè alquanto; poi disse al fanciullo, pacatamente.

— Sei tutto bagnato; spogliati subito, va a letto, e dormi. E bada di non raccontare ad alcuno simili fole! Potresti tirarti addosso il ridicolo.

La vecchia tremava anch’essa come una foglia e non cessava mai dal mormorare.

— Il gran tamburo ha parlato! Pregate o peccatori, perchè l’ira celeste pesa sul nostro villaggio. Noi siamo piccoli, la misericordia di Dio è grande!

L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, e andò a posare in un angolo della stanza il fucile ch’egli aveva pulito.

. . . . . . .

Due ore dopo in quella casa regnava un silenzio profondo. La famiglia era a letto, e riposava tranquillamente.

Gli elementi si erano finalmente placati — forse perchè giustizia era fatta!

III.

Pietro Vasa

Fin dalle prime ore del mattino del 19 febbraio 1859 si notava un insolito movimento nella città di Tempio. Era un farsi alla soglia delle porte, un affacciarsi alle finestre, un formar capannelli per le vie, un interrogarsi a vicenda, e domandar particolari.

Una notizia, con la rapidità del lampo, si era sparsa da un capo all’altra della città: e tutta la popolazione, impressionata e curiosa, si era riversata, per la via Runzatu, verso la strada che da Tempio conduce ad Aggius.

— Hanno ferito ed arrestato Pietro Vasa — si ripeteva da tutti con accento che rivelava ad un tempo compassione, dispiacere, e curiosità.

— E sarà poi vero?

— Alcuni aggesi, venuti stamane a spron battuto, ne hanno sparsa la notizia.

— E dove fu preso?

— In Nuragheddu, verso il mare.

— E non fece resistenza?

— Dicesi sia stato sorpreso nel suo stazzo, in mezzo ai figli ed alla moglie.

— Ciò si capisce. Gli aquilotti si colgono più facilmente nei loro nidi! Fu arrestato colà?

— No. Il Vasa era riuscito a fuggire dallo stazzo, ch’era circondato dai carabinieri; ma, rifugiatosi in un chiuso, verso Nuragheddu, ivi, — dicesi — fosse appiattato colui che l’ha colpito.

— Pietro Vasa lasciarsi cogliere così! È impossibile! Sotto c’è del torbido.

— Qualcuno, certo, avrà guidato i carabinieri.

Questione di vendetta.

— E i carabinieri, al solito si saranno vantati del bel colpo!...

— Il qual colpo — si capisce — non verrà loro contrastato dal vero feritore...

— Cosa vecchia!

Questi apprezzamenti si pronunciavano quà e là nei crocchi che si erano formati per le vie. Da tutti, però, non si udiva mormorare che una sola parola:

— _Lu colciu!_[26]

E, per vero, l’arresto di Pietro Vasa aveva prodotto una dolorosa impressione nell’animo dei tempiesi. Egli non era ritenuto come un assassino volgare, ma bensì come un traviato dalla fatalità degli eventi. Tanto l’Antonio Mamia quanto il Pietro Vasa, erano due uomini rispettabili, d’ingegno non comune, di sentimenti generosi, e di un criterio ammirabile; essi però si erano lasciati trascinare da un eccesso di malintesa suscettibilità, alla quale non vollero, o non seppero opporre resistenza. I loro errori, più che a individuale debolezza, debbonsi ascrivere alla natura di quell’alpestre regione; dove il sole scalda, più che altrove, il sangue gagliardo che scorre nelle vene dei galluresi.

— Eccolo, eccolo! — fu gridato da tutti; e la folla compatta irruppe come un’onda scrosciante intorno al gruppo di armati che circondava l’arrestato.

In mezzo ai sei carabinieri veniva condotto il bandito. Era stato trascinato, a piedi, da Nuragheddu ad Aggius, e da Aggius a Tempio. Lo seguiva una folla chiassosa, irrequieta, pazza.

Era proprio lui — Pietro Vasa; principio e fine, causa ed effetto: l’uomo che aveva aperto e chiuso il libro d’una storia orrenda, suggellandone col proprio sangue la prima e l’ultima pagina!

Pietro Vasa era stato assicurato con una corda a più giri che gli serrava strettamente le braccia al corpo. Il suo cappotto, lacero e infangato, ben rivela la disperata resistenza ch’egli aveva opposto, quando, ferito, si era dibattuto fra i suoi assalitori.

Quà e là sugli abiti, sopra il petto, sulla barba, e specialmente sul fazzoletto che gli avvolgeva il collo, vedevasi il sangue aggrumato, che usciva ancora dalla larga ferita che aveva alla gola.

Quell’uomo faceva orrore e compassione. Egli volgeva gli occhi all’intorno, fissandoli ferocemente sulla folla immensa che lo attorniava, e che a stento veniva trattenuta dai carabinieri.

Tutte le finestre e le porte della via Runzatu erano gremite di teste umane. Gli abitanti di Tempio erano accorsi frettolosi a vedere quell’uomo — non tanto il forte bandito della Gallura, quanto la causa prima della sanguinosa inimicizia ch’era durata oltre sette anni, e che aveva immolato più di settanta vittime.

Eppure, quell’uomo insanguinato, pallido, lacero, legato come una belva ai polsi ed alle braccia, strappò molte lagrime di compassione in quella memoranda giornata! Senonchè Pietro Vasa non aveva l’aria accasciata di chi sente paura perchè vede appressarsi il momento dell’espiazione. Più che la ferita mortale che egli aveva alla gola, lo pungeva e lo straziava la nervosità curiosa della gente che lo seguiva.

Con gli occhi fissi, pareva volesse dire agli astanti:

— Tremila contro uno? vigliaccheria! Provate a sciogliermi le mani e a darmi un fucile, ed io sarò capace di sfidarvi tutti!

Il sangue colava sempre. E faceva dolorosa impressione vedere il Vasa in quello stato, con le occhiaie livide, con le labbra violacee e la barba insanguinata. Pietro era stanco e molto abbattuto per il cammino fatto, per il sangue perduto e per la lotta impegnata dal suo corpo e dal suo spirito. La sua faccia era cadaverica, le sue membra fiacche, peste. I soli occhi conservavano un terribile lampo di alterigia, di sprezzo, di sfida. Un giorno egli aveva detto: «vivo non mi prenderanno mai» — e l’aver mancato alla sua parola era la più grande delle sue umiliazioni. Anzichè vedersi fra i carabinieri, avrebbe preferito presentare il petto ad un nemico: la sua morte sarebbe stata meno infamante! E col sogghigno che gli stava sul labbro pareva dire alla folla, che non era caduto per la bravura dell’_arma reale_ ma bensì per il tradimento d’un nemico.

La ferita del Vasa era gravissima, e poteva apportare funeste conseguenze. Una palla gli aveva traforato la gola parte a parte, senza però intaccargli la trachea — caso unico, più che raro. E fu constatato che quella palla non era uscita da un moschetto di carabiniere.

Pietro era rientrato in Tempio per la via Runzatu — per quella via che si soleva far percorrere ai malfattori, quando venivano tratti sul luogo del supplizio. E il lugubre pensiero si era in quel giorno affacciato alla mente del celebre bandito.

Sempre seguito dalla folla tumultuante e curiosa, Pietro Vasa fu accompagnato fino al carcere vecchio, dove venne rinchiuso.[27]

Lasciato solo nelle tenebre, Pietro stette in piedi alcuni minuti, volgendo gli occhi in giro per esaminare la sua prigione... ma non ci vedeva. Con le nari dilatate fiutò l’aria mefitica di quell’ambiente angusto, umido, tenebroso, e la comparò all’aria pura e profumata dell’aperta campagna, che per tanti anni aveva respirato. L’infelice presentì che la porta del suo carcere si era chiusa per sempre dietro di lui.

Solo, inquieto, ringhioso, Pietro aspettò per ventisette giorni il giudizio degli uomini; ma prima di questo lo colse il giudizio di Dio. In quel carcere, il 18 marzo 1859, spirò l’anima il celebre capo d’una fazione che aveva seminato la strage ed il lutto nei territori della Gallura.

Nelle ultime ore della sua malattia, presentendo la vicina morte, egli ebbe due gioie: quella di non dover ripassare per la via Runzatu seguito dal carnefice — e quella che nessuno lo avrebbe veduto penzolare da un patibolo con la faccia rivolta al suo paese natale.[28]

Pietro Vasa era sceso nella tomba, quattro anni dopo il suo avversario Antonio Mamia. I due capi, — il giovine ed il vecchio, il padre e il fidanzato — si erano forse ritrovati alla presenza di Dio.

Le due ombre sdegnose erano andate a raggiungere le loro vittime e i loro cari perduti. Ignoro se in Cielo abbiano fatto le paci; posso però assicurare che in terra le loro partite vennero saldate.

Mariangiola — la innocente e prima causa degli odi dei Vasa e Mamia — sopravvisse alla catastrofe — e vive tuttora, sposa ad un uomo ch’ella adora, e dal quale è adorata.

*

La vidi la prima volta nel luglio del passato anno 1883. Visitando una sera la chiesa parrocchiale di Aggius, notai vicino alla porta d’ingresso una vecchia accoccolata sul pavimento. Aveva le braccia tese con abbandono sul grembo, il rosario fra le mani e gli occhi rivolti all’altare, dove un prete dava la benedizione. Essa pregava con fervore; di sotto al bruno fazzoletto le uscivano alcune ciocche di capelli grigi: ma nei lineamenti del volto e nella grazia di tutta la persona si notarono ancora la vestigia d’una bellezza non del tutto distrutta dal tempo.

La fisonomia e l’atteggiamento di quella donna mi colpirono talmente, ch’io chiesi di lei; e allora mi venne narrata la storia che ho presentato ai lettori in questo libro.

La vecchia fissava con occhio spento l’altare maggiore — e recitava il rosario.

Povera Mariangiola! Quanti pensieri dolorosi dovevano affollarsi nella sua mente! Forse sulle spire d’incenso che uscivano dal turibolo per salire al Cielo, ella vedeva ad una ad una sfilare le ombre dei settanta morti che avevano attinto gli odi feroci ad un suo sorriso! — E l’ultima vittima trascinata nel vortice della vendetta era stato lui... Pietro — l’uomo che aveva mancato alla promessa d’amore, e che aveva tradito l’_abbraccio_. E lo vedeva sempre là, con la gola squarciata, tutto pallido e insanguinato! — e forse per lui solo erano le preghiere ch’ella mandava all’Eterno, perocchè la donna non niega mai il suo perdono all’uomo che ha amato — anche quando ella sa che ha ricambiato il suo amore con perfidia ed ingratitudine!

Ed anche la Gavina — la figliuola di Anton Stefano — sopravvisse agli odi delle due fazioni e vive tuttora a Bortigiadas, felice accanto al suo adorato Giuseppe e ai cari figli. Ma, in seno alla sua felicità, avrà ella dimenticato il muto, il maledetto dagli uomini, colui che come un feroce fantasma si era rizzato minaccioso in mezzo alle fazioni, strumento degli uomini e del destino?

Potenza della bellezza e dell’amore, supremi cardini della creazione! La natura si è rivelata in tutta la sua vigorìa nella campagna gallurese; ha estrinsecato la sua forza nei massi incrollabili di granito, nelle quercie secolari e nella robustezza degli uomini. Ha voluto però dare alle donne un’avvenenza, una grazia e un fascino tali da poter col lampo ardente delle pupille, fulminare i più forti figli della Gallura! E furono appunto due deboli e belle creature quelle che suscitarono l’acerba guerra che per sette anni sparse il terrore ed il lutto di quelle pittoresche regioni che sono la parte più eletta dell’isola nostra.

Ma l’ira che tutto distrusse e seminò la morte, rispettò la bellezza; quella bellezza che fu creata per apportare la vita.

Mariangiola e Gavina sopravvissero all’eccidio che fulminò la Gallura ed entrambe andarono spose ad un uomo che non era il primo amato. Pietro pagò il fio delle sue colpe terminando i suoi giorni nell’orrore di un carcere. Bastiano invece...

Che ne fu del povero muto?

IV.

Mistero

Il muto era scomparso nell’ombra — al di là del monte nero.

Nessuno di lui seppe più nulla; nè vi ha alcuno in Gallura che sappia darvi ragguagli sulla fine di quel disgraziato. Eppure il suo nome si ripete sempre con orrore, come quello di un vampiro assetato di sangue umano. I maggiori delitti a lui si ascrivono — ma nessuno saprebbe dirvi a punto fisso il nome delle vittime da lui colpite.

Bastiano Tansu veniva chiamato il _Terribile_, ed era sordo-muto.

Sordo, non doveva udire la calunnia — muto, non poteva rispondere alle accuse — _terribile_, non lasciava alcun dubbio sulla sua efferatezza!

Chi aveva colpito il muto? Dove, quando, come, perchè lo si era fatto sparire? Mistero.

Quando la notizia della sua sparizione cominciò a circolare per gli stazzi, non vi fu alcuno che si prendesse la briga d’indagare la verità dell’asserto: non un parente che sorgesse a vendicarlo; non un amico che corresse a domandarne il cadavere alle foreste di Cucurenza od alle spelonche di Petra Màina!

E chi doveva occuparsi di lui? Sua madre era morta: Gavina si era con altri fidanzata; gli amici lo avevano abbandonato — e i congiunti ringraziavano il cielo per la sua sparizione.

Era stato forse tradito, venduto, assassinato?

Fin dal giorno ch’egli si annunciò al mondo col primo vagito, gli venne negata la voce. Gli avvelenarono l’anima col fargli provare tutte le torture dell’inferno — gli avvilirono il corpo negandogli la sepoltura ed una croce — gli straziarono persino il nome, recandolo di bocca in bocca, come quello d’un condannato all’infamia.

Sparì — nè di lui rimane più traccia.