Il muto di Gallura

Part 9

Chapter 93,862 wordsPublic domain

E la fanciulla esitava.

— Finchè....

— Finchè il muto mi vorrà bene!

— Sei matta!?

— Non capite che giammai darò a Bastiano il dolore di un mio rifiuto, dopo che egli ha tanto bisogno del mio affetto, dopo che voi... sì voi!... gli avete fatto credere d’essere riamato? Sarò infelice, soffrirò per tutta la vita, ma non mi torturate più oltre. Finchè il muto vivrà nella speranza del mio amore, io sarò irremovibile nel mio proposito. Non sposerò nè l’uno nè l’altro — ecco il sacrificio che posso fare; ma non domandate altro da me!

La madre credeva di sognare; e stava già per rispondere alla figlia, quando d’improvviso questa si tolse alla sua presenza, e sparì nell’altra camera.

La vecchia volse uno sguardo alla porta, e vide il muto che si avvicinava allo stazzo, col fucile in ispalla e con gli occhi a terra. Non aveva veduto Gavina.

Fu allora che la vecchia prese un’istantanea decisione. Andò incontro al muto, gli fece capire che la seguisse perchè aveva comunicazioni da fargli, e lo condusse nel vicino chiuso, dove si trovava Anton Stefano, seduto sotto un elce.

Dopo averlo invitato a sedere, la vecchia cominciò a fargli capire co’ segni che gli avevano sempre voluto bene, e che sempre lo avevano accolto nello stazzo come un onesto e carissimo amico.

Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi occhi sfavillavano di contentezza, volendo dare un significato troppo benevolo a quella prima dichiarazione.

La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora avevano con lui scherzato a proposito della figliuola — autorizzati a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia ma che era tempo ormai di regolarsi perchè si trattava di cosa seria. Essi — i genitori — non potevan più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.

Quantunque la madre s’ingegnasse di far capire al muto simile proponimento con gesti abbastanza espliciti, perchè abituata da qualche tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera pareva nulla comprendere: forse perchè troppo lontano dalla crudele disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per mezzo di segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche sciagura gli sovrastava, poichè la fisonomia di quella donna era chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui, lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.

La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di cartone, e la consegnò al muto.

Quegli l’aprì, vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.

Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazione con gli occhi, con la bocca e con tutta la persona.

La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso di sè quegli oggetti.

— Per qual motivo?

— Perchè la comprometterebbero.

— Ma perchè allora accettarli? — fe’ intendere il muto.

— Per sola amicizia, per non offenderti.

— E perchè non può tenerli come dono di amicizia?

— Perchè un sol uomo può regalare simili oggetti; un promesso — e tu non fosti mai tale.

— Non gli si disse, che, se lavorava nello stazzo per conto loro, gli avrebbero concesso la fanciulla?

— Fu uno scherzo!

— Non gli si disse che Gavina gli avrebbe voluto bene?

— Fu uno scherzo!

— Perchè lusingarlo, accettandolo nello stazzo?

— Scherzo!

— E che male potrebbe venire a Gavina, se ritenesse, come una memoria, i suoi orecchini?

— Potrebbe spiacere all’uomo che la chiedesse in isposa.

— Ma quest’uomo non c’è!

— C’è!

— Chi mai?

— Giuseppe!

Questo dialogo era stato fatto a furia di segni e di urli — ma il muto aveva capito. Mandò un grido, gettò uno sguardo fulminante sulla coppia che gli stava dinanzi, e ripose in tasca con moto febbrile la scatoletta di cartone, che la vecchia gli aveva restituito. Era una fiera, un pazzo — e ne ebbero paura.

Il muto riflettè alquanto; poi, digrignando i denti, mostrò il pugno chiuso ad entrambi; afferrò con mano confulsa la canna del suo fucile; tolse di tasca il suo fazzoletto, lo lacerò coi denti, e lo gettò ai loro piedi; quindi strinse sul petto le due braccia in forma di croce, indicò il cielo, segnò col dito lo stazzo; e piegò leggermente la testa sulla palma della mano destra. Con tali segni egli aveva detto:

— Giuro di uccidervi tutti, se non manterrete la promessa, concedendomi in isposa la vostra figliuola!

E senza aspettar risposta, Bastiano si diede a correre verso la campagna, come se fosse inseguito. Non si volse, non sostò mai; andò sempre innanzi, saltando su per le rocce, senza sapere ove andasse.

Era nuovamente diventato una belva.

Anton Stefano e sua moglie lo seguirono macchinalmente con gli occhi per un buon tratto, poi si guardarono in faccia.

— Ebbene — disse la moglie.

— Ebbene... temo che la cosa vada a finir male!

— Lo credi proprio?

— Sì!

— Allora puoi toglierti i calzoni e metterti le gonnelle perchè non sei che una femminuccia!

X.

Un giuramento

Il muto era fuor di senno; e Anton Stefano ben sapeva di quanto sarebbe stato capace quel mostro per mettere in opera la sua minaccia.

Non frappose tempo in mezzo. Anton Stefano all’indomani, si recò negli stazzi della Trinità per conferire coi Vasa e con gli altri parenti di Bastiano. Espose lo stato delle cose: le minaccie e le pretensioni del muto, i timori e le inquietudini della famiglia.

I parenti, essi stessi, riconobbero le sciocche pretese del muto, e promisero d’intromettersi nella questione per scongiurare qualunque imprudenza. Essi assicurarono Anton Stefano, che avrebbero calmato Bastiano, strappandogli il giuramento che non avrebbe recato danno ai parenti della Gavina. E se riuscivano ad ottenere la promessa, si poteva star tranquilli, poichè Bastiano era scrupoloso nel mantenere un giuramento: avrebbe cento volte perduto la vita, anzichè mancare alla sua parola. In mezzo ai suoi vizi, il muto possedeva la virtù di qualunque sacrificio. Strano miscuglio di fierezza, di generosità e di ferocia!

Il muto — sollecitamente consultato — fu irremovibile nel suo proposito, e rispose ai parenti che l’insulto ricevuto era stato sanguinoso, e che il rinunziare alla vendetta era tal vigliaccheria che non entrava nel suo carattere e nelle sue abitudini.

Passarono alquanti giorni. L’ira del muto si era a poco a poco calmata, per dar luogo a riflessioni più ragionevoli.

Nelle sue lunghe solitudini, errante per la campagna, egli ripensò ai suoi casi: al suo primo incontro con Gavina — alle gentilezze della famiglia di Anton Stefano che lo aveva accolto nel suo seno come un figlio, senza badare ch’era un fuggiasco, un perseguitato, un assassino; pensò che nell’Avru aveva trovato asilo, pane, compassione; pensò alla bella fanciulla tanto cortese con lui, riflettè con mente serena all’accaduto, e si persuase che non era giusto prendere da quella famiglia il sacrificio di Gavina; non trovava giusto che quella ingenua e cara figliuola si vincolasse ad una creatura imperfetta, ad un sordo-muto condannato ad una vita errante, ad un colpevole inseguito dalla giustizia. Finì per persuadersi che non era stato un galantuomo; che doveva riconoscenza a Gavina — alla sola fanciulla che dopo sua madre, lo aveva amato; si persuase che non doveva rispondere con ingratitudine ai benefici ricevuti, recando la guerra dov’egli aveva trovato la pace — recando la sventura dove aveva trovato il conforto.

Stanco di aver camminato tutta la giornata in preda a tante emozioni, Bastiano sedette, chiuse la testa fra le due mani, e si diede a piangere forte a singhiozzi, come un bambino.

Si sentiva troppo solo, troppo abbandonato, non aveva più casa dove recarsi per riposare, per ricevere una parola di conforto. Cacciato dallo stazzo di Anton Stefano, non gli restava da invocare che la morte. Da un anno era stato un onest’uomo — ed ora era sul punto di diventare un assassino.

E fu appunto in uno di questi momenti di ambascia e di sconforto, in cui la creatura umana sentesi capace di slanci generosi, che il Vasa ed i parenti trovarono il muto, e lo esortarono alla pace, alla clemenza, ed all’oblio; fu in un di quei momenti che lo colsero e gli strapparono il giuramento di non mai recare offesa alla famiglia di Anton Stefano.

Bastiano giurò solennemente: ma non fu per riguardo a Giuseppe, suo rivale, che in grazia di Anton Stefano e della moglie, i quali lo avevano troppo offeso e quasi scacciato! — egli giurò per il solo affetto di Gavina che amava tanto, e che avrebbe per sempre perduta, abbandonando lo stazzo.

E quando Bastiano Tansu giurava, sapeva mantenere con la vita il giuramento; e i parenti lo sapevano — e lo sapeva tutta la Gallura!

XI.

Cuor di madre

Quando la famiglia di Anton Stefano seppe dai Vasa del giuramento strappato al muto visse più tranquilla.

La madre di Gavina cominciò a vedere il frutto de’ suoi raggiri — ma non era ancora soddisfatta. Il muto aveva tutto obliato — o almeno aveva finto di obliare; ma egli non aveva sospese le visite all’Avru, dove si presentava per passarvi al sicuro qualche notte, per chiedervi un tozzo di pane, o per lavorare volenteroso.

La presenza del muto nell’Avru non tornava gradita ad alcuno, poichè poneva inciampo alle intenzioni di Giuseppe, teneva in continua agitazione i due vecchi, e impediva alla Gavina di mostrarsi benevola col cugino. Essa lo aveva ben detto alla madre; «finchè il muto mi vorrà bene, io non sarò mai d’altri, poichè non voglio che soffra!»

E per vero era incomprensibile il sentimento che avvicinava Gavina a Bastiano! Era pietà, riconoscenza, rimorso, o paura? Forse un po’ di tutto. Da qualche tempo l’improvvisa comparsa del muto faceva in lei uno strano effetto. Dinanzi a lui rimaneva come paralizzata, subendo il fascino di quelle nere pupille che la fissavano, come la vipera fissa l’uccelletto per ammaliarlo. Ma perchè, poi? l’ignorava! Sapeva solo d’essere schiava di quell’uomo — e gli ubbidiva ciecamente come se lo riconoscesse per suo Signore. Non aveva paura, ma gli voleva bene, la sdegnava la sua presenza, ma si sentiva inquieta quando lo sapeva lontano.

Gavina, ormai, non comprendeva sè stessa. Giunse persino a credersi dominata dallo spirito infernale — e invocò il perdono di Dio, nel dubbio ch’ella fosse dannata. Pregò, stancò il Cielo — ma nessun santo le tolse dal cuore il misterioso sentimento che la turbava.

A Giuseppe avevano taciuto le minaccie di Bastiano e gli accordi presi co’ parenti. Nè Anton Stefano, nè sua moglie, avevano creduto conveniente informarlo dell’accaduto. Le circostanze erano gravi: il vecchio non era troppo alieno dall’accordare al muto la mano della sua figlia: la madre però, donna prudente, si era incaricata dell’assestamento delle cose e pensava a trar profitto della situazione.

Il muto, dal suo canto, non supponeva le cose inoltrate come lo erano: credeva anzi che Giuseppe ignorasse sempre le sue intenzioni a riguardo di Gavina.

*

Dal giorno che la vecchia gli aveva restituito i doni, il muto non si era mai trovato da solo a sola con la fanciulla; poichè la fanciulla aveva saputo trovar modo di sfuggirlo — come sfuggiva Giuseppe, di cui era seriamente innamorata.

Dacchè Bastiano aveva fatto ritorno all’Avru, si era notato un cambiamento nelle sue abitudini. Non scherzava più nè rideva come prima; sedeva in un canto del piazzale, e lavorava tranquillamente non preoccupandosi di nulla — neppure delle insidie che potevano venirgli tese come bandito. Ma da questo lato aveva sempre una misteriosa sorvegliante: Gavina — la quale, quantunque in apparenza distratta, non dimenticava mai di volgere uno sguardo all’ingiro, per far la guardia al suo protetto.

Una sera, mentre le donne erano raccolte nello stazzo, la moglie di Anton Stefano aveva trovato modo di appiccar discorso con Giuseppe, e lo aveva tratto seco, per la piccola viottola che conduceva all’ovile, poco distante.

Giuseppe quella sera era molto preoccupato; e la futura suocera ben sapeva il motivo della sua inquietudine.

— Cos’hai, Giuseppe? — le disse, fingendo un’aria distratta.

— Sono annoiato.

— Un po’ di pazienza, figliuolo mio! Le cose si appianeranno.

— Temo che la Gavina non mi voglia bene!

— Timori sciocchi! la Gavina non pensa che a te — e te ne darei le prove più convincenti, se delicatezza di madre non mi consigliasse di tacere.

— Quel muto che non vuol abbandonare lo stazzo m’indispone... m’irrita!

— Che vuoi? è un povero bandito che tutti siamo in dovere di proteggere.

— Mancano forse altri stazzi in Gallura? Perchè lo abbiamo sempre fra i piedi?

— Pazienza, figliuolo! Bastiano finirà per andarsene.

— Pare però che ne dimostri poca voglia.

— Si stancherà di venirvi.

— E... se non si stancasse?

— Allora si troverà il modo di farlo stancare.

La suocera pronunciò queste parole con un tono così secco, che Giuseppe si fermò di botto, e la fissò in volto.

— E qual modo?

La suocera lanciò un’occhiata al nipote, e si strinse nelle spalle.

Giuseppe capì — o credette capire. Capiva che non bisognava render la suocera responsabile di certi avvenimenti.

Camminarono insieme per un buon tratto di strada ma senza discorrere. Quel silenzio non faceva che far maturare nel cervello di Giuseppe l’idea che vi era stata gettata, come a caso, dalla futura suocera. L’eco delle ultime parole della vecchia non si era perduto nello spazio: si ripercuoteva ancora nelle orecchie dell’amante.

Giuseppe era sopra pensiero. Grosse goccie di sudore grondavano dalla sua fronte: ed egli le asciugava col fazzoletto. La vecchia finse di far cadere ad arte il discorso sopra ad altri argomenti — ma Giuseppe non sentiva; esso andava ruminando quella idea, quasi rivoltandola da tutte le parti, come per trovarvi il lato più comodo per realizzarla.

Dopo un lungo silenzio, la vecchia domandò a Giuseppe se nelle sue terre di Bortigiadas aveva seminato molto grano, e Giuseppe, che non sentiva nulla, le rispose cupo, con altra domanda.

— Ditemi... il muto ha proprio giurato di non offendere la vostra famiglia?

— Sì — rispose la vecchia; e siccome capì che il pensiero di Giuseppe non era uno scrupolo di coscienza, riprese: — però i parenti del muto non richiesero da noi un ugual giuramento.

— E come mai hanno potuto omettere una formalità così importante?

— Ma!... chi lo sa?

Continuarono a passeggiare, fecero ritorno a casa ma non pronunciarono nessun’altra parola sul muto.

Avevano detto abbastanza — e forse Giuseppe credette capire più di quanto la vecchia aveva voluto dirgli. Il geloso cugino pensava per proprio conto, ma voleva creare un pretesto per mettere in pace gli scrupoli della coscienza.

XII.

Si rompe ogni indugio

Era l’ora di stanchezza e di melanconia, in cui si ristà dal lavoro; quell’ora che non è giorno, nè notte troppo tardi per lavorare — troppo presto per andare a letto; l’ora in cui i grilli cantano con più sentimento e in cui le civette e i gufi della Gallura cominciano la monotona serenata degli sbuffi e dei fischi cadenzati; l’ora che invita le madri a preparar la cena, e le figlie a ricambiare una stretta di mano con l’innamorato.

Una quiete serena regnava per le campagne dell’Avru.

Anton Stefano e Giuseppe si erano allontanati per visitare alcuni terreni, verso l’Adu di Sarzughe. La mamma, con le serve, era in cucina, intenta a impastar la farina; le due figlie maggiori si pettinavano sul limitare dell’uscio e Gavina si era recata nel cortiletto, per spiccare dalle corde i pannellini che il sole con tutto comodo aveva rasciugato nelle sue dodici ore di viaggio.

Bastiano, seduto all’estremità del piazzale, era quasi solo. Col fucile fra le ginocchia e col volto fra le mani, pareva riflessivo, annoiato. La vecchia per un po’ di tempo lo aveva tenuto a bada; poi lo aveva piantato lì senza tanti riguardi, per accudire alle faccende domestiche. Voleva fargli capire che la sua presenza cominciava ad essere incresciosa, e che se veniva tollerato lo era solo per cristiana misericordia.

Il muto non era così gonzo da non avvedersi della diversità di trattamento che riceveva in quella casa. Capiva benissimo che nello stazzo era di troppo, ma si era rassegnato a subire qualunque umiliazione, pur di non rinunziare alla visita di Gavina. — Giacchè ogni altro conforto gli era negato.

La fanciulla dal suo canto, non faceva che contraccambiargli il saluto — senza trattenersi con lui, come per lo passato. Ella aveva disposto le cose in modo, che non le rimanesse un minuto di libertà. Era sempre affaccendata in occupazioni, create lì per lì per darle il pretesto di star lontana dal muto.

Bastiano fingeva non accorgersi di nulla; sorrideva mestamente al sorriso di Gavina, ma provava una stretta al cuore.

Stanco finalmente di rimaner solo nel piazzale, egli si alzò lentamente si accostò all’uscio dello stazzo vi cacciò dentro la testa, e mandò dalla gola un urlo. Quell’urlo era la _buona sera_ ch’ei soleva dare alla famiglia, quando lasciava lo stazzo.

La vecchia con le maniche della camicia rimboccate era venuta in sulla soglia per restituire il saluto a Bastiano; ma era subito rientrata in casa, perchè vi si faceva il pane, e non poteva abbandonare la pasta.

Il bandito prese a destra, verso Aggius; fece il giro dello stazzo, e passò dinanzi al cortiletto, dove Gavina ritirava i panni dalle corde.

La vide, e si fermò a contemplarla.

Gavina non aveva sentito le pedate del muto nè poteva immaginare che in quella sera l’ospite lasciasse lo stazzo prima dell’ora.

Dopo aver alquanto riflettuto, Bastiano si diresse pian piano verso di lei, e le si fermò dinanzi.

L’inaspettata apparizione fece trasalire Gavina; ma non ebbe il tempo nè credette conveniente allontanarsi da lui. Chinò gli occhi a terra, si lasciò cadere le braccia lungo il corpo, e stette immobile — come se aspettasse una condanna dall’uomo ch’ella aveva involontariamente lusingato co’ sorrisi e le attenzioni. Gavina teneva sempre la testa bassa; non guardava il muto, ma sentiva il fascino di quegli occhi lampeggianti che le metteva un brivido in tutta la persona. Il bandito non fece altro che allungare la mano verso di lei, e col pollice e l’indice le pizzicò dolcemente il lobo dell’orecchio, come per chiederle conto degli orecchini che vi mancavano.

La fanciulla comprese quanto il muto voleva dirle, levò gli occhi su lui, quasi per implorare pietà; e con le mani giunte, fissando il muto con uno di quegli sguardi che di consueto lo disarmavano, gli fece intendere che la perdonasse; che lei non ci aveva colpa che lo avrebbe amato sempre... ma come un fratello.

Ma Bastiano non faceva che guardarla negli occhi, dimenticando le promesse fatte e gli avvertimenti di Anton Stefano e della moglie.

La belva era domata. Bastiano si avvide ben tosto che aveva bisogno di allontanarsi da quella donna per gustare tutte le voluttà dell’odio. Dinanzi a lei non provava che amore — soltanto amore.

Fra le stranezze del suo sentimento, ve n’era una che non sapeva spiegare: egli non aveva mai nudrito odio nè rancore per Gavina — cercava sempre in altri le cause della sua infelicità, non mai nella figlia di Anton Stefano.

Finalmente — temendo di venir sorpreso da qualcuno, o di commettere qualche imprudenza — il muto stese la mano a Gavina, come per darle e ricevere un saluto — un addio. La fanciulla dopo aver esitato, si decise a mettere la sua bianca manina in quella ruvida di Bastiano — e allo stesso tempo portò il grembiale agli occhi, per asciugarsi le lacrime che cadevano copiose.

Allora il muto, con dolce violenza si recò alle labbra quella mano prigioniera, e v’impresse un bacio infuocato.

Ad un tratto però, Gavina levò la testa. La sua fisonomia si era d’improvviso trasfigurata: i suoi occhi scintillavano di gioia: le sue labbra tremanti si erano composte ad un ineffabile sorriso, mentre le sue orecchie tese parevano carezzate da una musica celeste.

Che cosa era avvenuto?

Bastiano ebbe un lampo di speranza!

Ma l’infelice si era ingannato! L’emozione di Gavina, che lo rendeva pazzo di gioia, avrebbe dovuto invece gettarlo nella disperazione.

La timida fanciulla aveva udito la voce di Giuseppe, il quale tornava dall’Adu di Sarzughe in compagnia del padre — e quella voce aveva la virtù di accenderle il sangue. Il suo Giuseppe cantarellava una strofetta che suonava per lei rimprovero.

Bedda, paichì tanti peni Senza muttiu mi dai? Sarà forsi paichì m’hai Siguru in li tò cateni?

Pallida, spaventata, misurando la gravità della sua imprudenza, Gavina tentò svincolare la sua mano dalla mano del muto; ma il muto non volle lasciare la fanciulla senza dirle coi segni:

— Non devi amar nessuno! perchè sarei capace di uccidere l’uomo che ti facesse sua!

Gavina mandò un grido d’orrore, si svincolò da quella mano d’acciaio, e fuggì verso lo stazzo.

Bastiano era sordo — nè aveva udito la canzone di Giuseppe. Acciecato dalla passione, si era lusingato del turbamento di Gavina; credeva l’insensato, che l’amore si destasse nel cuore della fanciulla, mentre invece esso andava spegnendosi.

Col cuore pieno di speranze, riprese la viottola tortuosa che conduceva alla valle di San Gavino....

Il canto di Giuseppe si era bruscamente interrotto.

Tanto Anton Stefano, quanto il suo futuro genero, avevano veduto nella penombra la Gavina correre spaventata verso lo stazzo; e poco dopo il muto che se ne allontanava frettoloso, prendendo la viottola dell’orticello. Entrambi immaginarono la ragione di quella fuga, e ne provarono dispetto e gelosia. L’uno però non comunicò all’altro l’impressione ricevuta. Giuseppe calmo in apparenza, disse al vecchio che era suo desiderio rientrare nell’Avru dalla parte del piazzale, non volendo incontrarsi col muto, e difatti prese la scorciatoia. Anton Stefano tirò dritto per la sua strada, volendo invece andare incontro al muto.

Gli tagliò infatti la strada, e gli si piantò dinanzi. Bastiano fu costretto a fermarsi.

— Donde vieni? — gli disse con un gesto e con piglio burbero Anton Stefano.

Il muto allungò la mano, e gli indicò lo stazzo.

— Non vuoi dunque capire che le tue visite sono importune?

Il muto allungò il collo e aprì la palma delle mani per domandargliene la ragione.

— Perchè mia figlia è fidanzata con Giuseppe, ed è tempo che tu smetta le molte corbellerie che hai per la testa!

— E che faccio a tua figlia? — continuò Bastiano sempre co’ suoi gesti abituali.

— Fai che m’indisponi il fidanzato, mi spaventi la figliuola, e mi turbi la casa, dove non siamo più padroni di vivere come ci pare e piace!

— E così... non devo più venire nello stazzo?

— No — fece Anton Stefano, dondolando l’indice della mano destra.

— E se io venissi?

Anton Stefano, infastidito, fece col piede il gesto di dargli un calcio.

— Hai capito, finalmente? Non ti voglio più trovare nello stazzo. È la seconda volta che ti ho avvertito; alla terza saprò come regolarmi!

— Mi ucciderete forse?!

— In casa mia non ti voglio nè morto nè vivo! Intendi?!

E senz’altro dire, nè aspettare risposta, Anton Stefano piantò il muto in mezzo alla viottola e s’incaminò verso lo stazzo.

Il muto si volse due volte per guardare il vecchio che si allontanava; indi si cacciò nel sentiero, come un disperato.

L’addio dato a Gavina, la vista del rivale, le minaccie del vecchio, gli avevano fatto salire il sangue al cervello.

Continuò la strada con la testa china camminando a balzi, con un tintinnio nelle orecchie, col fiele sulle labbra e coll’affanno nel cuore.

Giuseppe non era rientrato nello stazzo per la porta del piazzale, come aveva detto al suocero. Aveva fatte un lunghissimo giro, coll’intento di tagliar la strada al muto, verso la vallata.