Part 9
— Ma... sì! — rispose la signorina alzando gli occhi un po’ sorpresa. — Cercati una seggiola...
— Non è facile, non è facile... — canticchiò Aldo, girandosi da tutti i lati. Intanto, ritto, sulla sedia sfondata, scorse il ritratto della nonna, che guardava anche lui.
— Ve’, ve’... chi ha messo là quel ritratto della nonna?
— L’ho posato io là, ma per un momento. Scenderà nella mia camera. Era in quel canterano carico di polvere e di ragnatele...
— Somiglia poco... — osservò il cuginetto che s’affaticava a sbarazzare uno sgabello da una cassetta di vecchi ferramenti e di utensili da cucina fuori d’uso. — Ecco, guarda, Noemi... Ora tu sei la castellana, io il tuo paggio, — le disse accomodandosi sull’alto sgabello di legno scolpito, che aveva nettato alla meglio col fazzoletto.
Erano una graziosa cosa quei due fanciulli nel sole che inondava libero metà della cameraccia ingombra di vecchiumi, lei piccina e sottile, una figurina a toni delicati che occupava poco spazio nel gran seggiolone severo di cuoio; lui esile, aristocratico, sull’alto sgabello, con la testa bionda, ondulata, curva sui fiori: lo stesso colore dei capelli di lei, meno leggieri e più lucenti, la stessa tinta di carnagione diafana, la stessa magrezza gentile delle membra adolescenti. Parevano fratello e sorella.
— _Dites, la jeune belle, — Où voulez vous aller?_... — cominciò a cantare Aldo per rompere il silenzio.
— Se ti figuri d’avere una bella voce... — mormorò la signorina, dando una forbiciata agli steli troppo lunghi.
Aldo riunì due fiori: — Così? — chiese umilmente; — va bene, così?
— Copia quelli e non mi seccare! — rispose Noemi additandogli i mazzetti allineati; — non sciupare tanto cotone e non tagliare i gambi troppo corti...
Ancora quello sguardo intenso, strano, quasi furtivo di lui, ed ella riavvampò chinando il capo sui crisantemi. Poi, ad un rumore di carrozza giù nella strada, Noemi balzò alla finestra.
— Chi è, Noemi?
— La contessa Sangiorgi.... Quante visite ha oggi la mamma!
Aldo schiuse le labbra. Voleva dire: — Meglio! — ma si trattenne.
— Com’è che non ti chiama in salotto?
— L’ho pregata di lasciarmi in pace oggi, perchè dovevo fare la lezione inglese di due giorni.
— Ah! — Aldo le lanciò un’occhiata di sottecchi, sorridendo maliziosamente con una dolcezza segreta, come se quella bugia li riunisse in una complicità ch’egli vagheggiò satura dei romanzeschi misteri d’un convegno d’amore.
Noemi tornò al suo posto sul seggiolone respirando con un — ah! — prolungato, il sole e la luce.
— .... perchè, se la mamma sapesse che sono qui, — continuò come scusandosi del suo sotterfugio, — mi sgriderebbe di perdere il tempo, di tenere spalancata la finestra, di stare al sole.... io che l’adoro il sole! Vediamo che fai.... Sì, non c’è male, non credevo.... Ora continua tu a fare i mazzi, io comincerò a riunirli in ghirlanda.
Aldo continuò a fare i mazzi senza parlare. Sentiva il cuore traboccargli di soavità, e quella soavità scorrergli per tutte le fibre in una vita nuova che gli donava slanci, aspirazioni, desiderii indefiniti, ma alti e grandiosi. Nulla gli pareva impossibile o difficile nella mite ebbrezza di quell’ora; rinveniva in sè l’entusiasmo d’un apostolo e la stoffa d’un eroe, e non gli riusciva di spiegarsi perchè. Noemi canterellava o lo stuzzicava motteggiandolo. Ma anche lei quel giorno aveva certi turbamenti strani negli atti e nella voce, e molti rossori importuni. Poi, nel suo intimo, un eccitamento insolito, come quando si aspetta una felicità promessa e desiderata; un lieve eccitamento ricascante ad intervalli in una specie di melanconia che le dava voglia di piangere. Soffriva; pure non avrebbe rinunziato al diletto segreto di quella sofferenza, che le rivelava vagamente e nebulosamente il perchè della vita.
Presto i mazzolini furono tutti pronti e la ghirlanda arrivò a metà fra le sue dita destre; Aldo, rimasto in ozio, si mise a incidere colla punta delle forbici una iniziale sul tavolino.
— Ma che passatempi da monello! — sgridò Noemi debolmente, poichè aveva indovinato e veduto quel bell’_enne_ che si sviluppava. Egli sorridendo imperterrito lo compì e vi intrecciò bizzarramente un _A_. La signorina seguitò zitta e mogia la sua ghirlanda, ascoltando i battiti violenti del suo piccolo cuore.
— È la tavola vecchia della nonna, questa tavola, dì.... Noemi?....
— .... Sì. — Aveva tardato a rispondergli, perchè le si dilagava ancora nel cuoricino palpitante la dolcezza inattesa che le aveva procurato il suo nome profferito da lui.
— Me ne ricordo.... — sospirò Aldo continuando sempre nella sua artistica barbarie, che ora gli ispirava un cuore passato da un dardo. — Quante volte, da piccoli, vi abbiamo ruzzolato su i gomitoli, te ne ricordi, Noemi? La nonna ci lasciava fare, poichè i gomitoli non cadevano, imprigionati fra i bordi rialzati. A noi pareva una tavola dà bigliardo.
— .... Sì — disse ancora dolcemente lei. Poi esitando gli domandò le forbici, che Aldo le presentò con un atto cavalleresco, un riso luminoso ed eloquente negli occhi e sulle labbra schiuse. — Aspetta, aspetta, son qua per aiutarti, — soggiunse con un’adorabile inflessione di protezione affettuosa nella voce, vedendo che le proporzioni della ghirlanda incominciavano ad impicciarla sul serio. E ne sollevò un lembo reggendolo. — Quasi, ti soffoca, — mormorò col medesimo sorriso e sullo stesso tono.
— Grazie, — aveva detto Noemi. — È quasi finita, — aggiunse ora, malinconica; ed Aldo trasse un sospirone che le carezzò tepidamente il viso. Non parlavano quasi più, assorti nella loro vita interna tutta di sensazioni così rapide e nuove e intense, ch’era divenuta una pena. Egli stava rubando furtivamente alla ghirlanda un crisantemo rosa, piccino, dal cuore giallo come una margherita, poi con un atto riguardoso e delicato passò il fiore fra le trine del grembiule di lei.
A Noemi ricascarono le mani in grembo. Seria, muta, tremante, ella seguì con lo sguardo le dita di Aldo, e negli azzurri occhi, non più ridenti, vagava una soave tristezza come se l’anima sua fosse conscia di sprigionarsi dall’ombra della queta notte senza sogni, e per sempre. Nel silenzio affannoso, pieno di palpiti, ella alla sua volta trasse dalla ghirlanda un altro crisantemo rosa, per lui. Ma mentre le sue manine un po’ tremanti tentavano di fissarlo al colletto dell’abito del suo compagno, Aldo le prese i polsi, la attirò, e un bacio innocentemente ardente riunì i loro capelli biondi su quei fiori dei morti, nella tepida ondata di sole.
La nonna li guardava dal ritratto sorridendo.
Dietro le scene.
— Che? te ne vai, Carmelita? — disse col rammarico negli occhi e nella voce donna Luisa alla contessa, trattenendola per le mani; — te ne vai proprio all’ora del mio «_five o’ clock tea_?» Bada, sarei capace d’impermalirmi come Turiddu quando compar Alfio si rifiutò di bere il suo vino! — aggiunse in tono leggero di scherzo, poichè avevano chiacchierato sino allora nel salotto della Cavalleria Rusticana.
— Mi rincrescerebbe, tanto più che a me è interdetto quel famoso «_a piacer vostro_» che fa sempre tanto effetto, — ribattè la contessa Carmela, sorridendo tranquilla, mentre seguiva lo scherzo con la sua voce fievole. — Non posso mettermi a tua disposizione dacchè parto domani....
— È per domani irrevocabilmente, contessa? — deplorò il galante capitano Olimene.
— Sì, — disse solamente lei, che appariva alta e pallida nel suo abito nero.
— E.... non tornerai tanto presto, forse? — chiese con un’ansia non benissimo dissimulata, la voce melodiosa di donna Luisa.
— Non si torna tanto presto dall’Oriente, — rispose la contessa con la più perfetta naturalezza. — Quando poi s’ha a compagno di viaggio un viaggiatore esperto e spietato come mio zio che è capace di non farmi grazia nè d’un minareto nè d’una moschea...
— Perchè mai la contessa Sanlorenzo veste sempre di nero da un mese in qua? — chiedeva ingenuamente dal suo cantuccio la nipotina del commendatore alla sua vicina. — È forse in lutto?
— Forse, — rispose l’altra, a cui scintillavano due occhietti maliziosi; poi, vedendosi osservata dal marchese Arturi, soffocò uno scoppio di tosse nel fazzoletto, arrossendo un poco.
— Il nero le sta molto bene, la ringiovanisce, — seguitò l’altra ammirando coi suoi placidi occhi chiari la figura svelta della contessa Carmela che si disegnava severamente sullo sfondo artistico d’un arazzo luccicante di fili d’oro, e il viso pallido, ancor più pallido e fine sotto la tesa del gran cappello a penne di struzzo fra cui scintillava un fermaglio di vecchi diamanti.
— Ah... quando è così poi... non ho coraggio di trattenerti, — diceva ora donna Luisa perfidamente bella, piegando il capo di Ebe giovinetta, con quel movimento civettuolo che faceva perder la testa ai suoi adoratori; — trattandosi di un pranzo scientifico-letterario, e un pranzo d’addio, poi... Una cosa commovente.... Già mi ruberai qualche amico stasera, il professor Lapi, Modesti, Farigliano, non è vero? Cino De Romei... — continuò disinvolta, figgendo gli occhi ingenui in quelli dell’amica con raffinata crudeltà.
— Cino De Romei replicò la contessa tranquillamente, senza che la menoma contrazione del volto tradisse le sue sensazioni. Per essere ammessi a questa categoria dei miei pranzi bisogna avere l’età come per essere eletti senatori....
— Ma i suoi amici sono davvero _eletti_, — mormorò Olimene; — beati loro...
— Oh, non li invidii troppo, capitano. Sono i privilegi dell’autunno, della stagione dei frutti....
— Proibiti, — mormorò un freddurista ostinato che si nascondeva fra un vaso del Giappone e una giardiniera di rose.
— Addio, dunque, bella. Portami un paio di pantofoline dal tuo Oriente, — concluse allegra donna Luisa; e le due signore si baciarono, mentre la signorina dagli occhi maliziosi canticchiava sottovoce guardandosi la punta delle scarpette:
«Compar Turiddu, avete morso a buono... c’intenderemo bene; a quel che pare!...»
La contessa Carmela Sanlorenzo si congedava dagli altri con una graziosa parola e un sorriso per ognuno. Si era animata; pareva intimamente soddisfatta del suo viaggio in oriente; ma un momento in cui il sorriso cessò, i suoi occhi ebbero un lampo di luce sinistra e il suo volto un’espressione di odio e di dolore. Non fu che un attimo: prima d’uscire mostrò ancora in un ultimo saluto leggiadro e dignitoso il suo sorriso sereno, come sempre.
Il servo la seguì per la fila dei salotti, nell’anticamera, e incominciò a scendere dopo di lei, da un lato del largo scalone ornato di cactus e di palmizî. Ella prese a scendere lentamente, con pena, gli scalini nascosti dallo spesso tappeto. Il sorriso era sparito; tornava l’espressione dolorosa del volto, la luce fosca negli occhi grandi e neri cerchiati d’ombra, a cui s’aggiungeva un abbandono stanco della persona che la invecchiava, ora, di dieci anni. Scendeva; gli abiti scivolavano giù dagli scalini dietro la sua persona con un lieve fruscìo; il suo piccolo piede si posava quasi incerto sul liscio tappeto, la mano stringeva convulsamente il manico dell’ombrellino finamente intarsiato d’argento. Scendeva. Allo svoltare della scala, sul pianerottolo, dietro un gruppo di camelie, s’incontrò faccia a faccia con un uomo che saliva. Era Cino De Romei.
Si salutarono: ella col suo semplice e grazioso cenno del capo, egli mettendosi in disparte, per lasciarla passare, con un inchino e una premura alquanto esagerati. Fu tutto; nè l’uno nè l’altra udirono il suono delle loro voci: egli continuò a salire a testa alta; ella a discendere a capo chino, serrando come in una morsa il manico dell’ombrellino intarsiato d’argento.
La contessa Carmela Sanlorenzo continuò a scendere e pensava: — Ecco così, — pensava — ci siamo incontrati a uno svolto del cammino; così. Io discendevo già la vita col mio fardello di amarezze; lui saliva con la speranza che gli dava le ali. Abbiamo sostato un momento; poi lui ha ripreso a salire, io a discendere come prima, più stanca di prima, poichè neanche l’amicizia sua mi conforta più, divenuta impossibile, oramai, come una vergognosa transazione o come un’ipocrisia... Dunque più nulla: dunque dimenticare. Dimenticare tutto, dalle ore più soavi in cui l’amore non era ancora che un benessere affascinante, dolcissimo e ignoto, che avviluppava entrambi e che dava un’intonazione lieta ai discorsi e alle cose più futili; alle ore tempestose del desiderio e della passione...: dimenticare le buone serate che abbiamo passate nel mio salottino di studio, serate di lavoro coscienzioso che credevamo di prendere tutti due sul serio... Egli mi leggeva i suoi versi bellissimi, io i miei, molto mediocri, ma in cui diceva di trovare una finezza e una percezione profonda... Pure, siamo giusti: avevo incominciato in buona fede, la mia parte di amica saggia, di consiglierà, di mamma... Non fui io la prima a cambiar scena. Animandolo a venire da me a correggere i suoi lavori e a farsi aiutare a riordinare quel caos di foglietti volanti, pensavo proprio solamente di rendergli un servizio da amica vera, di offrirgli il mezzo che cercava per sottrarsi alle mille distrazioni oziose che lo tentavano, che lo attiravano suo malgrado e gli vuotavano il cervello e gli inaridivano il cuore. Era una dolcezza accogliere le sue confidenze, le sue confessioni, le sue speranze: sgridarlo, consigliarlo, animarlo... una dolcezza sempre più viva, sempre più profonda, sempre più invadente, finchè l’anima mia ne divenne satura e non vissi più che per lui... Quando non mi rimase più forza per fargli intendere ragione, si sommerse la rigida barriera dei quindici anni che ci separano, e invece del giovine poeta e della signora matura, si trovarono faccia a faccia due innamorati... ecco tutto. Ma la commedia è finita; io riprendo la mia parte di madre-nobile, egli recita da amoroso con una nuova attrice, veramente giovine questa volta. Non mi resta dunque che benedirli e andarmene a recitare altrove, e con più coerenza, un’altra parte di madre-nobile.
— Come è cangiata Carmelita; — pensava Cino De’ Romei continuando a salire le scale a testa alta con una luminosità di trionfo negli occhi: — oggi ha tutto l’aspetto di una signora matura. Fui il gran pazzo... Meritava proprio di bruciarsi il sangue di passione per un anno, di commettere tante follie, di gettare alla morte e all’infinito la sfida audace della felicità e dell’amore per arrivare, incontrandoci, a salutarci appena, come due estranei... Peccato! una bella amicizia guastata così scioccamente... e un’amica come Carmelita, un’amica schietta, spregiudicata, saggia, intelligente e buona così, non è facile da surrogare... Forse, quando parecchi anni saranno passati, ella mi permetterà di riannodare un’intimità innocente... Ed io, divenuto illustre e serio, anderò ancora da lei a correggere i miei versi... che non saranno più pericolosi... perchè allora sarà il tempo di comporre i madrigali ingenui e di celebrare in sestine l’amore ideale. Oggi la giovinezza mi tumultua nel cuore e mi inebria dei suoi inni, e una formosa Dea m’attrae con tutti i suoi fascini... Oh, donna Luisa! bellissima realtà, oggi la poesia, la gloria, l’arte sei tu!...
Cino De Romei giunse al sommo della scala. «Salve!» gli disse il cuore, dilatato dall’orgoglio e dalla felicità, mentre passava sotto la portiera di damasco dell’anticamera.
— Addio, — mormorava la contessa Carmela indugiando un ultimo momento sulla soglia, addoloratamente.
Mammole
_Douce est la mort qui vient_ _en bien aimant!_
La strada s’allungava a perdita d’occhio, bianca e diritta fra il verde, ed essi tornavano al villino lentamente, avvinti, col viso colorito dai riflessi del sole occidentale. Lei aveva appoggiato alla spalla del suo compagno la testa avvolta nella sciarpa a maglia di seta fine, e qualche momento chiudeva gli occhi languidamente, abbandonandosi tutta alla pace soavissima di quel memorabile vespro; godendo di ricercare nelle più intime fibre dell’anima esuberante d’amore, la vibrazione dell’eterno inno primaverile gioioso. E quando un bacio lieve su le palpebre la riscoteva, ella riaprendo gli occhi stupendi incontrava di nuovo quello sguardo continuo, amoroso ed ardente che la spossava di dolcezza... Parlavano poco, a lunghe pause, giacchè erano intensamente felici; e quella felicità negata e contrastata per tanto tempo, pareva loro così inverosimile ancora, che tremavano di affermarla, di rallegrarsene, per timore che al suono delle loro voci dileguasse, come un sogno. Finalmente egli le domandò sommesso, semplicemente, se aveva freddo, e le serrò più forte la vita col braccio, rimettendole intorno al collo un lembo indocile della sciarpa, mormorandole ancora qualchecosa che il vento si portava via; lei sorrideva senza rispondere, con gli occhi socchiusi nella vasta limpidezza lucente del cielo. Intorno a loro, nel verde tenero, c’era un senso gentile di frescura, e lontano, su in alto, s’udiva il trillo d’un’allodola invisibile.
— Ti ricordi, Arrigo, di quel primo giorno? Fu in un pomeriggio come questo...
Questa volta fu lui che assentì sorridendo in silenzio.
— Ti ricordi di quelle povere violette bianche?
Il giovane sostò, la sciolse dall’abbraccio e trasse da una tasca interna la serica busticina elegante, dove riposavano i fiorellini ingialliti.
Lei rimase muta, appoggiata all’ombrellino chiuso e gli occhi le brillarono: — Ancora con te? — mormorò poi, ma lo sapeva bene che c’erano ancora, che ci starebbero sempre.
— Anche dopo morte, — diss’egli; e baciò i fiori.
Laggiù all’orizzonte in quella festa di colori sfolgoreggianti fra i tronchi, in quel saettare di raggi aurei che sprizzavano tra le fronde, qualchecosa d’indistinto pareva muovere ed avanzare lentamente; ma essi non vedevano nulla, abbacinati dallo splendore, assorti nell’estasi del loro idillio.
— Avevo sedici anni quel pomeriggio, lontano, — continuò lei appoggiando la manina inguantata sulla spalla del giovine, — quel pomeriggio lontano in cui mi sorprendesti a strappare ferocemente le mammole che tu raccogliesti poi con tanta religione, ed ero ancora una monelluccia stordita che non si accorgeva di essere ammirata, nè se ne curava... Eppure in quell’odoroso giorno d’aprile, fra tutti quei trilli e quell’azzurro, piansi per la prima volta di tristezza, poichè mi rinvenni nell’anima un abisso in cui era un silenzio sconsolato...
— Eri sulla soglia del tempio d’un dio ignoto... — soggiunse lui piegando carezzevolmente il capo sulla morbida mano inguantata, abbandonata sulla sua spalla.
— Oh come sentivo la vicinanza di quel dio, come mi turbava quell’attesa solenne!... — esclamò essa, commossa; — poi, senti Arrigo, la divinazione venne improvvisamente... Capii che solamente amando sarebbero scesi nella mia anima, a colmarne il vuoto, quei trilli, quella luce, quei profumi che mi facevano piangere d’una strana malinconia: ascoltai il mormorio di voci che s’era levato intorno a me e compresi che le cose tutte parlavano, inneggiavano, deridevano la mia ignoranza.... Allora strappai le violette...
Egli le prese delicatamente fra le mani la testa, e la baciò senza parlare, con un sorriso intenerito.
— .... dopo salii nella mia camera, m’inginocchiai e in quell’ardore di fede che mi dava la tristezza chiesi a Dio ingenuamente di amare anch’io, di amare molto, con tutte le facoltà del cuore, della mente, dell’anima; con tutto lo slancio e la forza della mia giovinezza, e di essere riamata così...
— Dio ti ascoltò quel giorno... — cominciò lui con impeto, ma la piccola mano gli chiuse la bocca.
— Ascolta: fu un olocausto; chiesi a Dio di respirare tutto il profumo, di godere tutta l’ebbrezza infinita di questo amore sovrumano, non fosse che per un giorno; e gli offersi in cambio... la mia vita...
— Taci! — proruppe lui con un brivido; — perchè dir questo oggi, un giorno di nozze? perchè l’hai detta quella parola? perchè? — E la baciò a lungo sulle labbra come per cancellare quella parola funebre. Ella rideva, rideva, con la bocca schiusa, fresca come un fiore, gli occhi pieni di sereno; rideva sfidando il destino, forte di gioventù, d’amore.
E laggiù, tra gli alberi, la massa confusa veniva innanzi, insensibilmente, misteriosamente sulla bianca strada. La signora aspirava intanto nell’aria con delizia un odor acuto di mammole, e cercava sulla sponda erbosa del fossato, scostando le fogliuzze con l’ombrellino.
— Oh, delle mammole! — esclamò lieta; — delle violette bianche come quelle, Arrigo! Ecco un bell’augurio, vedi?... — E fece per slanciarsi dalla breve sponda; egli la trattenne facendole gli occhiacci, per usare subito della sua novella autorità di marito. — È così che ci si fa male, bambina! un minuto di pazienza e avrai le violette. — E scese destramente. Ella gli additava, con l’ombrellino, violette invisibili.
— Ma no, Arrigo... dalla parte opposta... laggiù sotto la siepe... bisogna passare attraverso la siepe, — concluse ritentando di scendere la sponda sdrucciolevole. Egli la prese risolutamente alla vita e la posò giù, accanto a lui.
— Vieni dunque, — disse aprendole un varco fra i rami di biancospino e staccando con tutta delicatezza un lembo della sciarpa fine impigliato nei rovi. — Non è una impresa facile; ti sfido...
— Davvero? Allora vedremo chi ne coglierà di più, — rispose lei gettando l’ombrellino, e levandosi un guanto in fretta. Intorno, la solitudine completa: e quello splendido tramonto fiammeggiante soltanto per essi sulla rigogliosa pianura. Ella si affrettava, ridendo a brevi trilli sommessi sotto la frondosa siepe fiorita, affondando la mano bianchissima nell’erba; lui non aveva mai colto mammole con tanto ardore. ma nonostante i suoi sforzi si trovava spesso a rallentare la foga di quel gioco, distratto dalla vista della breve mano agile, dell’errare di un ricciolino scompigliato dalla brezza, da una molle curva che si accentuava, da un tratto di calza di seta che disegnava l’attaccatura del piede, fine e nervosa. Così lei potè cantare vittoria risalendo sulla strada; aveva delle mammole nelle tasche, lungo la scollatura a risvolti del soprabito, negli occhielli, nelle pieghe della sciarpa, nell’ombrellino. Ne era imbarazzata, ed egli per vendicarsi le riempì anche le mani dei bianchi fiorellini odorosi...... La giovine signora vi immerse il viso respirando avidamente; poi reclinò ancora la testa sulla spalla di lui esausta dal tumulto di emozioni, di sentimenti, di ricordi, che le si levava in cuore al sottile profumo.
— Come sono felice!... Come siamo felici, Arrigo! — esclamò finalmente, non resistendo al bisogno di gettare quel grido alle piante, all’azzurro infinito...
Ma il suo compagno pareva preoccupato e intento a discernere sulla strada un convoglio che si avanzava lento, che era già a pochi metri da loro, socchiudendo gli occhi contro la fusione fulgida di tinte calde che lo abbarbagliava. Poi si fece riparo agli occhi con la mano e vide, e provò un rapido senso di gelo al cuore.