Part 8
Silvio richiuse l’uscio dietro di sè con bel garbo; poichè non era neppure un villano. Ma Mimì avrebbe preferito una sfuriata a quella superiorità noncurante che la umiliava e la desolava. Doveva essere trattata proprio sempre come una bimba? come un piccolo essere inconcludente la cui volontà non merita neanche dr essere discussa? come una scema? Che tristezza! che infamia! Si strinse la testa, tutta a riccioli brevi e scomposti, fra i cuscini soffici, nel silenzio vuoto che era rimasto dopo il tenue colpo dell’uscio che si richiudeva; un silenzio vuoto, freddo, indifferente, malinconico, in cui le si addentrava di più quella spina nel cuore.
«Perchè non vieni?» le aveva chiesto Silvio. Ma perchè non dirglielo prima? E perchè ripeterle invece tutta la giornata che le signore per bene non vanno al veglione? Certo era per questo che Silvio ci teneva tanto!... Ah, povera Mimì!
Anche i gingilli e i mobilucci, che conoscevano le sue manine sapienti e lievi, parevano compiangerla e avvilupparla d’un’intima tenerezza, nella luce tranquilla della lampada dal paralume color di rosa. Ma ella con gli occhi foschi, rigida, covava il suo rancore.
Ah se avesse osato!... Nei romanzi e nelle novelle si trovano le mogli che sguizzano al veglione per sorprendere i mariti infedeli; ma nella vita è un altro paio di maniche. Come procurarsi un abito e un cavaliere a quell’ora?... E il coraggio per pigliare una risoluzione così ardita?....
Pure, che sollievo, che acre voluttà misurare l’estensione della propria sciagura e drizzarsi davanti all’indegno come una apparizione di dolore, e atterrirlo, e annientarlo, e svergognarlo, e lapidarlo di rimproveri, e ridurlo nell’incapacità di scolparsi e di difendersi, e vederlo rodersi di rabbia e... di rimorso! Invece, nulla! Conveniva invece che lei si rodesse d’impotenza e di dubbio, accanto al fuoco, sola, come una Cenerentola....
.... Belle fantasie gemmate, colorite e luminose affollate di fate e di principi! Fosse venuta anche da lei la fata-madrina a farle una carrozza dorata di una zucca, e sei cavalli grigio-rasati di sei topi, e due paggi di due lucertoline; a renderla incognita e splendida! Come l’avrebbe ringraziata la piccola Mimì!....
Ma la fata non veniva, ed ella rimaneva accanto al fuoco, dolente; e si sentiva ben più mesta e povera della bella ignorante fanciulla che rigovernava le stoviglie fra la cenere del focolare: più mesta e più misera di Cenerentola, malgrado le pelliccie, e i cuscini di seta, e gli orecchini di brillanti; poichè il suo Principe innamorato le era appena apparso che lo perdeva per sempre.
Pensando così alla fiaba, Mimì si guardava malinconicamente i piedini giacenti fra le pelliccie della poltrona lunga, i piedini arcuati, sottili, minuscoli nelle calze di seta nera e così ben calzati dalle scarpette scollate a fibbia severa: stile Luigi XVI. Erano il suo vanto quei piccoli piedi che avevano una tradizione gloriosa d’ammirazioni, d’invidie, e di.... baci, un tempo! Ma quel tempo era passato, era già lontano, svaniva già nella nebulosa dei ricordi. E dire che era appena scoccato il primo anniversario delle loro nozze! Che sgomento!
Intanto per le contrazioni nervose dei piedini mèmori, una scarpa elegante era sfuggita sul tappeto del pavimento. Mimì la guardò appena, così affranta come era, e immerse il piede libero fra la folta pelliccia, asciugandosi per l’ultima volta gli occhi col fazzoletto ch’era divenuto una spugna. Non li poteva tener più aperti gli occhi; le bruciavano tanto! aveva tanto pianto! Anche la testa ora le ardeva e le doleva un poco, e tutti i suoi nervi, a lungo tesi ed eccitati, si rilasciavano gradatamente, abbandonandola ad una prostrazione quasi dolce. Si aggiustò meglio fra i cuscini di felpa con un movimento amoroso e inconsciamente civettuolo, un movimento di micio o di bimbo che vuol essere carezzato. Anche lei pareva domandare una carezza a quei cuscini morbidi e un rifugio a quel tepore molle di nido.
* * *
Come le era venuto tutto il coraggio per la grande impresa?.... Dove aveva trovato quell’ampio domino nero, che la nascondeva così bene? E chi l’accompagnava?... Se ne ricordava forse, Mimì? Poteva pensarci nello strazio in cui si dibatteva l’anima sua in quell’orribile notte infernale? Che confusione, che caldo, che frastuono, che volgarità! quel caos di gente e di colori, che le si stringeva addosso soffocando la sua personcina, la spauriva; quella ridda vorticosa, urlante, le dava vertigini dolorose. Serrandosi al suo compagno per sottrarsi agli urti, agli scherzi, alle mani di quella folla ubriaca, non distoglieva lo sguardo da un palco dove suo marito, il suo Silvio, beveva sciampagna accanto ad una procace «Follìa» dai biondi capelli disciolti sulle spalle nude. Che orrendo martirio!.... Aveva singhiozzato e riso sotto la maschera, aveva invocato Dio, inveito... ella, così mite e buona! E il suo strano compagno rimaneva muto, impassibile, misterioso, senza pensare a calmarla, a darle un po’ di coraggio o di rassegnazione. Un contegno inesplicabile che la esasperava di più....
.... Poi s’era messa a cercare quel palco affannosamente, inutilmente; aveva errato lungo i corridoi interminabili, involuti e semibui come catacombe; aveva raccolto tutte le sue forze per chiamarlo — una pazzia! — per gridare quel nome, e nessun suono usciva dalle sue labbra aride — una strana impotenza di voce che la strozzava....
.... Ah, finalmente, eccolo! eccolo con lei, l’indegno! lo spergiuro! Finalmente ella potè sciogliere l’orribile groppo, sollevare il suo cuoricino ferito con quel torrente caldo, vivo, abbondante, inestinguibile, furioso, di parole amare e ardenti che fluivano spontanee, alimentate dalla disperazione e dall’amore. Ed ora fuggire lontano, per sempre, non vederlo mai più.
.... Correva addirittura, trascinando il suo muto cavaliere, lungo i corridoi, lungo le scale, attraverso l’atrio, correva zoppicando poichè aveva perso una scarpina.... Che freddo al piede.... Ma che importa? L’essenziale era di fuggire, di fuggire, di fuggire....
* * *
Silvio tornò a casa dopo un’ora. Gli era bastato compier l’atto d’autorità libera e assoluta presso sua moglie e sentirsi sempre capace di quell’incrollabilità di propositi che era la sua gloria. S’era molto seccato a quel veglione più stupido degli altri; ed entrando nel salotto gaio, luminoso e tranquillo, nel tepore dopo il freddo aspro della via, provò una sensazione di piacere, quasi di sollievo. Mimì dormiva nella poltrona-lunga, fra le pelliccie, accanto al fuoco quasi spento. Proprio come una bimba bizzosa! La contemplò un poco alla luce mite della lampada velata di rosa. Era pallida, scarmigliata; aveva le palpebre livide e le sopracciglia ancora lievemente aggrottate. Sul tappeto del pavimento biancheggiava il fazzoletto di lei; Silvio lo raccolse, era umido di lagrime. Intanto vide anche una delle eleganti scarpette alla Luigi XVI giacere abbandonata... Un vero campo di battaglia. Qualche crisi nervosa, forse.... Sentì un tantino di rimorso... cioè rimorso, no, non sarebbe il caso! dì rammarico, via; poichè non era proprio un tiranno, sebbene quella grullina con le sue scene tragiche tentasse di farlo credere.
Non l’aveva mai veduta così desolata... che follìa!... Se avesse a soffrirne poi? Era così piccina, così fragile... Le toccò il piedino scalzo; — lo sentì di ghiaccio e lo ricoperse con un lembo di pelliccia, accuratamente. Certo non c’era un’altra donna al mondo con un paio di piedini uguali... Quante dolci pazzie gli avevano fatto commettere! Quella scarpetta pareva quella d’una bimba, d’una fata, di Cenerentola; proprio: la scarpina di Cenerentola. Invogliava di empirla di confetti, di fiori, di baci...
Mimì mormorava parole inintelligibili, si agitò con inquietudine e finì per rizzarsi di scatto, seduta, con gli occhi spalancati, non ancora ben desta.
— Sei tu, Silvio! — balbettò, poi, vedendogli la sua scarpetta fra le mani, continuò smarrita: — Ma dunque era vero... l’ho persa proprio al veglione....
— Sì, — disse Silvio ridendo, indovinando. Sei stata al veglione nella carrozza della fata Mab....
E s’inginocchiò cavallerescamente a’ suoi piedi.
— Ti ricordi la fiaba di Cenerentola?
«.... La signorina dimenticò ciò che la madrina le aveva raccomandato, di guisa che udì battere il primo tocco di mezzanotte, quando credeva che non fossero ancora le undici.
«Si alzò e scappò via come una gazzella; il principe la seguì e non potè raggiungerla, ma essa lasciò cadere una scarpettina di vetro che il principe innamorato raccolse e serbò.
«Era una scarpina così piccola, — seguitò Silvio quasi ridente, in un tono affettuosamente tenero, — così microscopica, che non andava bene a nessuna donna. Finalmente vennero a provarla a Cenerentola che stava sola accanto al fuoco.»
Cenerentola-Mimì si prestava male a quel gioco, così impermalita come era. Pure allungò a Silvio il piccolo piede che aspettava d’essere calzato. Ma il Principe-amante, questa volta, invece di mettere una scarpetta tolse anche l’altra, e in quell’attitudine d’amore e di penitenza le coprì i piedini di baci.
Romanze senza parole.
_List! Spirits speak!_
I.
MATTUTINO.
La camera è piccola, bianca, tutta bianca; velata di bianco al letto, alle finestre socchiuse da cui entra il pallore dell’alba. Pochi mobili, fragili, leggieri, sgombri. Su una pelle d’ermellino a piè del letto langue un mazzetto di viole; nel letto riposa un piccolo essere: una bimba, un fanciullo, una giovinetta: un viso roseo, una testa bionda; l’espressione è cancellata dall’abbandono del sonno, le palpebre velano l’anima. Nell’angolo più oscuro qualche cosa di massiccio, di cupo, di enorme si determina in quella tenuità; qualche cosa che s’agita, che vive in quel mistero blando. Sono due gattini che ruzzano su un antico seggiolone di cuoio. Due gattini color di nebbia, dagli occhi di turchese che si provocano, s’assaliscono, si rincorrono, si guatano con delle mosse inconsulte, grottesche; ignoranti la loro stessa volontà; comici nella leggiadra del nastro rosso troppo largo di cui hanno ornato il collo e che all’uno di essi è passato sotto il mento come una cravatta in caricatura; piccoli e deboli nell’ampio seggiolone austero che parla di forza e di grandezza.
L’alba inoltra una luce incolore nella stanza; quella giovinezza bionda respira placidamente, ritmicamente nell’incoscienza della vita. Uno dei gattini, nella vivacità irreflessiva delle mosse, è caduto dentro una scarpetta abbandonata ai piedi della poltrona e di là incrocia lo sguardo con l’avversario, che sosta sul limite del sedile guardando in giù con commiserazione profonda. Gioco, riposo, raccoglimento, candore, gracilità nella piccola stanza che pare un’oasi d’avvenire, dove il passato veglia in un canto, nell’ombra, solo come una sicurezza, un augurio.
L’aurora rosata è imminente nella camera bianca, tutta bianca. Fuor dei vetri pispigliano gli augelli su un ramo di mandorlo in fiore e tintinna il mattutino.
L’uno dei gattini mordicchia il nastro della scarpetta con una specie di voluttà; l’altro è sceso dal seggiolone, e coi movimenti snelli e feroci di una giovane tigre, si balocca con le viole morte fra l’ermellino....
II.
MERIGGIO.
Sulla stesa aromatica, molle, di fieno falciato, la giovine sposa ha dimenticato o gettato il suo ombrellino purpureo, tutto aperto come un calice sotto il sollione, tutto fiammeggiante come un’ara accesa. Una sciarpa di seta morbida e profumata e un piccolo volume di versi d’amore paiono ardere dentro l’ombrellino come in olocausto, e nella breve ombra serica, al di fuori, giacciono cuori dorati di margherite spirate in un’ultima parola di passione.
La giovine sposa non era sola. Una canna d’èbano è confitta lì accanto, vigile e altera, simile ad una piccola antenna; il manico d’argento fino sfavilla al sole. Così il gentile trofeo glorioso vive e s’infiamma nella calda luce meridiana, mentre tutte le campane si ripetono festosamente il saluto dell’ora feconda, mentre l’animuccia fragrante di mille fiori falciati s’invola dalle invisibili bocche moribonde nell’umido tepore della terra, e più innanzi un campo di grano, già raso e ancora biondo, sorregge i fasci della pingue messe, e una nidiata novella cinguetta fra i rami frondosi d’un olmo, e due farfalle tardive, dalle tinte calde, si rincorrono per distruggersi in un baleno d’amore.
Poi, all’improvviso, una folata di vento del Sud; una nube nera, la voce del tuono come un comando del destino; ed ecco il libro svolgere le pagine affannosamente e non quetarsi che a un canto di morte; ecco la fragile antenna oscillare, ecco la sciarpa candida sospinta irreparabilmente verso una siepe di spine; ecco una mandra di puledri inebriati, folli, passare sul gentile trofeo, lacerando, schiantando.
III.
VESPRO.
Dall’alto pendono grappoli d’uva di un fosco e tranquillo color di rubino. La vite, l’antica vite, riveste tutto il pergolato che si apre ad archi sull’orticello regolare, solitario. Ai lati dell’estremo lembo di sentiero che conduce dritto al pergolato, due aiuole di radicchio furono sacrificate e coltivate a fiori, i buoni ed ignoranti fiori degli orti, dalle tinte cariche passate di moda, dal profumo sgarbato o sgradevole.
Qualche rosaio piantato qua e là simmetricamente, ancora fiorito di alcune rose che non corrotte dalla soverchia civiltà hanno a gloria di non aggiungere titoli al loro nome e al loro colore che ha un patrimonio secolare di madrigali e di canzoni — ai loro piedi si stende il basilico aromatico che sa i drammi delle povere stanze, e la lavanda misteriosa che sa i segreti della notte di San Giovanni, e la minuscola maggiorana, eternamente infantile. Più oltre, cespi di garofano plebeo paiono raccontare gli idillî grossolani della scorsa estate, e due piante di gigli pensano al fiore assente, appassito fra le mani ceree di una monaca morta o fra i lumi di un altare consacrato a Maria; mentre i girasoli privi dell’ansiosa pupilla d’oro sembrano averla chiusa finalmente in una stanca rassegnazione.
Un’aura mista di verità e di favola spira nell’orticello solitario; una giovialità antica e innocente di epigrammi e di allegorie; mentre sulle nubi fioccose intinte nel tramonto, par di veder passar adagiata qualche deità dell’Olimpo migrante verso dolci nozze.
Sotto il pergolato c’è una sedia a bracciuoli dalle curve d’una arretrata eleganza, e un tavolino dai bordi rialzati tutt’intorno, previdentemente, come una tenue arginatura. Il queto recesso verde è deserto per poco: sul tavolino Ella ha posato, senza piegarla, la calza incominciata coi ferri irti, provocanti e insidiosi come un piccolo arnese di guerra montato per un assalto; il gomitolo è ruzzolato in un angolo e sarebbe caduto senza la provvida sponda; il libro ascetico, in cui ella leggeva placide meditazioni, è rimasto aperto sotto i suoi occhiali levati in fretta; la bellissima tabacchiera dalla miniatura inghirlandata di diamanti, ch’essa nasconde sempre come una vergogna, è pure dimenticata sul tavolino, ed anche una delle sue manopole di lana nera. Sulla spalliera della seggiola è rigettato lo scialle bigio. S’ella lo vedesse lambire il terreno umidiccio! Qualchecosa di estremamente dolce o di estremamente triste l’ha chiamata.
Il sole scende pomposo dietro i pioppi in una atmosfera di polvere d’oro, accompagnato dagli addii dei bronzi di un vecchio campanile, non mesti, ma gloriosi, come dopo una bella e buona opera coraggiosamente compiuta. Nella lor bonaria esultanza le antiche campane giungono perfino a ricordare ritmi e arie di danze perdute che udirono nella loro gioventù. Così non si affliggono della fine dell’oggi, poichè entrano nell’ombra celebrando la vigilia dell’indomani.
Un’allodola invisibile canta un epitalamio nelle regioni radiose. Una schifosa lumaca tenta il passaggio della tabacchiera.
IV.
CREPUSCOLO.
L’ombra della angusta cappella è rotta appena dalle due lampade veneziane di ferro, a vetri rossi, appese dinanzi all’altare. Fuori, la neve turbina nell’aquilone diaccio e si ammonticchia sul davanzale dell’alta finestra contro i piccoli vetri rotondi, imbiancando la luce come un’alba; il vento ulula, sbatte e flagella, ma nell’interno regnano supremi il silenzio e l’immobilità. L’altare verdeggia cupamente di semprevivi, ma dai gradini sale e si effonde un’acuta fragranza di giacinti e di viole da un indistinto cespite.
Una forma si agita sull’inginocchiatoio e si queta.
Subito una folata violenta si ingolfa e spalanca i vetri dell’antica finestra, come per dar adito a qualche cosa di spirtale. Le lampade oscillano — i semprevivi rabbrividiscono; un rosario penzolante dall’inginocchiatoio ondeggia: si discerne ora nel nuovo chiarore una gran ghirlanda di giacinti e di viole a piè dell’altare e una forma umana raccolta in una pelliccia, prostrata, col volto nascosto fra le braccia immobilmente. La neve entra dalla finestra e fiocca lenta e lieve sul pavimento; il vento spegne le lampade, arriccia i merletti dell’altare, sbatacchia rabbiosamente il rosario contro il legno dell’inginocchiatoio, disperde il profumo dei fiori, intirizzisce.
Tutto si lamenta o si ribella, eccetto la forma umana prostrata sull’inginocchiatoio, eccetto una lastra di marmo, dirimpetto alla finestra, che sta pallida e forte sotto il flagello della bufera. Nel chiarore nivale si legge su quella lastra: _Pax_.
Crisantèmi
Il giardiniere entrò senza troppi riguardi nella stanzaccia di sgombero che non aveva divani nè tappeti; ma appena vide che c’era la signorina, si fermò impacciato e confuso d’essersi arrischiato fin là con gli scarponi motosi e la giacca di bordato. Credeva di non trovare nessuno, tutt’al piú la cameriera. Si scusò.
— Chè, chè, vieni pure, Cencio! — disse allegra la signorina, da quella buona figliuola che era. — M’hai portato i fiori, eh? bravo! — E gli levò di mano senza tanti complimenti il gran paniere di vimini, dove s’affastellavano malinconici e stillanti i crisantemi. E il giardiniere non aveva ancora richiuso l’uscio dietro di sè, che le sue mani impazienti li avevano già sparpagliati sulla tavola quadrata, nel vano della finestra, in una tepida ondata di sole.
— Così — mormorò, arrampicandosi più che sedendosi sull’enorme seggiolone di cuoio usato, da cui scappavano bioccoli di crine; e cercò le forbici e il gomitolo sotto i fiori.
Quel seggiolone rococò e la tavola quadrata a bordi rialzati, intorno a cui correva una laminetta d’ottone arrugginita, avevano appartenuto alla nonna; poi, lei morta, erano stati relegati fra i vecchiumi nella stanzaccia di sgombero nuda e bianca, sempre inondata di sole; dove la signorina sgusciava spesso per frugare nei cassettoni zoppi o nei ripostigli dell’armadietto dalle tendine verdi, in cui scopriva sempre nuove bricciche curiose. Aveva trovato un vecchio almanacco che conteneva qualche sonetto del nonno; un passaporto ingiallito, dov’erano i connotati della nonna giovine; un pettine istoriato, qualche centimetro di trina antica, qualche ritaglio di damasco per i suoi lavorucci; perfino un ricamo a fiamme sbiadito, di cui aveva rivestito la cartella della sua scrivania. Intanto nella stanzaccia poteva cantare a pieni polmoni, e non quelle stucchevoli romanze a cui la condannava la mamma; cantare come piaceva a lei; musica e parole di sua fantasia, secondo le salivano dall’anima alle labbra; melodie e pensieri appassionati o gioiosi in una limpida e bizzarra vena inesauribile di rosignuolo. Anche, perchè negarlo? ci veniva volontieri per la ragione che dalla grande finestra, spalancata sempre all’aria e al sole, si scorgeva benissimo il lembo verde d’un giardino signorile, dove, a certe ore del giorno, si vedevano eseguire esercizi ginnastici sulle sbarre o sull’altalena due o tre monellucci snelli e agili come funamboli. Erano i cugini della signorina.
Però in quel momento il lembo di giardino rimaneva deserto col suo gruppo di semprevivi cupi che dondolavano le vette nella mitezza del sole autunnale, come vecchioni crogiolantisi a un tepore di stufa semispenta; nè la signorina pareva curarsene menomamente, intenta come era a raggruppare i crisantemi, non sollevando mai il capo, se non per lanciare qualche occhiata fuggevole contro la parete dirimpetto, dove fra due o tre gabbie rotte, un paravento, uno scaffale e una vecchia bandiera c’era una seggiola sfondata e su quella un ritratto a olio della nonna, che la guardava, voltando un poco il capo, col suo sorriso tranquillo e indulgente di vecchietta buona. La fanciulla proseguiva lesta l’opera gentile in quell’onda calda, abbagliante, di sole, che pareva insultare alla rovina austera del suo seggiolone rococò e stemperare nella fulgidezza aurea la personcina di lei, così tenue e delicata, quasi diafana, col visino e le mani trasparenti di biancore anemico, i capelli luminosamente biondi, le ciglia d’oro, come raggi sottili, intorno all’azzurro intenso dei suoi occhi in cui vagava sempre e solamente un riso gaio ed inconscio di giovinezza. I crisantemi smorti, i tristi figli della vecchia stagione vizza e stanca, rifiorivano sotto la carezza del sole, sotto le agili dita che li avvincevano sapientemente. E i piccoli mazzi s’allineavano lungo i bordi rialzati della vecchia tavola; il bianco dominava, ma un bianco gialliccio e senza profumo, che faceva pensare a una zitellona in veste di sposa. Accanto al bianco il rosso, cupo, vellutato, un rosso arcigno di tappezzeria; poi i crisantemi gialli, fiore e colore giapponese, alla cui vista balena alla mente un _Mikado_ grottesco, adorato come un dio fra gli splendori del paese più fantasioso del mondo. Infine i crisantemi rosa, i più piccini e i più graziosi; il rosa d’un bottone di margheritina, il rosa antico dell’abito della fanciulla nascosto dal grembiule di batista che s’allacciava sulle spalle sotto due voluminose coccarde di nastro e di trina, fra cui sortiva esile il suo collo nudo e bianco di adolescente.
Il saliscendi della vecchia porta, sollevato con un colpo secco, smorzò uno stornello in gola alla signorina, che ebbe paura di vedersi comparire la mamma o l’istitutrice, e trasalì.
Invece comparì uno dei suoi cuginetti, i ginnastici.
— Miracolo che ti si scova qui, Noemi! — esclamò con un gesto largo il giovinetto, mingherlino e biondo come lei. — Dovresti addirittura battezzarla per tuo salotto questa stanzaccia... Se i topi non ti facessero la concorrenza, quasi, quasi... eh?
Noemi sorrise tutta accesa, nel volto; nel collo e persino nelle mani, da una vampata di sangue.
— ... Si può sapere che cosa fai in quel seggiolone, dinanzi a quei brutti fiori? Mi sembri una maga che distilli qualche filtro per le sue stregherie...
La signorina gli diede un buffetto sulle mani, che si stendevano minacciose verso i crisantemi.
— Sarebbe meglio che tu m’aiutassi, Aldo...
— Che onore! E a far che?
— È una ghirlanda per la povera nonna, — disse Noemi a mezza voce, come gli confidasse un segreto; ma il cuginetto la guardò con le sopracciglia inarcate in comica sorpresa.
— Che vuoi che se ne faccia la nonna della tua brutta ghirlanda? La sua tomba è piena di fiori! Stamattina le nostre mamme ne hanno mandato al Camposanto una carrozza piena...
— Fiori comperati, — osservò Noemi. — Non è la stessa cosa. Voglio che la buona nonnetta abbia i fiori del suo vecchio giardino, intrecciati da me. E glieli porterò io con miss Annie domattina... Sono tanto brutti poi? Ti ricordi? la nonna amava i crisantemi...
Aldo non rideva più. Prese un fiore e lo lasciò; poi un mazzetto, e odorandolo guardò lei in un certo modo che la fece ammutolire. Ed ella si vendicò di quella confusione e di quel nuovo rossore con una spallucciata, come se Aldo la canzonasse. Intanto non finiva più di avvoltolare il filo sugli steli riuniti d’un gruppo di crisantemi.
— Dunque? — chiese il giovinetto con la voce tutta mutata e raddolcita improvvisamente; — posso aiutarti?