Part 7
Erano cresciuti assieme; si volevano bene come fratello e sorella; si vedevano tutti i giorni, a tutte le ore. Max non trovava ricordo dolce o triste della sua prima giovinezza che non fosse confuso alle risatine fresche, allo sguardo sereno, alle lagrime silenti, alla voce soave di Maria. Quante volte ella aveva spianato con le bianche dita una ruga precoce del volto, dileguato con gli occhi azzurri una nebbia uggiosa dal cuore del suo compagno! Quanti consigli miti, quante parole ragionevoli, quanta logica semplice adoperava per persuaderlo, per frenarlo, per animarlo, per fargli mutare un cattivo proposito di svogliatezza o di vendetta! Ed era cosa rara la sconfitta di Maria, giacchè anche lui allora era giovane, buono, impressionabile, pieno di entusiasmi e di fede. — Povera fanciulla! Come era leggiadra quell’ultima sera al suo primo ballo! come era lieta, spensierata e bella nell’abito bianco vaporoso, senza gioielli e senza fiori, lei, fiore e gioiello vivente con la carnagione d’una freschezza rosea e vellutata di petalo, le lunghe treccie di fili d’oro! Max ritrovava il fremito di delizioso sgomento che lo aveva assalito quella sera al contatto delle morbide treccie voluminose, quando volle puntarle un mazzolino in testa, proprio fra le ondulature delle trecce di fili d’oro. Rammentava il loro respiro ancora ansante dopo quel valtzer vertiginoso, il viso acceso, l’espressione ingenuamente maliziosa degli occhi color del mare, i movimenti della testolina irrequieta di Maria che si divertiva della goffaggine di lui, delle sue mani tremanti, del suo riso imbarazzato e nervoso. «Ora sei proprio bella!» le aveva detto poi, ed ella si era ammirata ad uno specchio, mormorando scherzosa: «Ebbene non lo leverò più!» E non lo aveva più levato, povera bambina! Si era ammalata l’indomani e la morte l’aveva portata via col mazzolino nelle treccie bionde... Ed ecco finalmente la tetra, la mestissima, l’incancellabile visione... il lettino bianco nella camera a colori ridenti, dove egli entrava per la prima volta e perchè ella moriva. Ecco il volto affilato, livido, in cui parevano sinistramente belli gli occhi color del mare; il sorriso buono; le piccole mani che gli si allacciavano al collo, la voce soave, fioca, all’orecchio: «Max, ho ancora il tuo mazzolino nelle treccie, vedi?... Quando non ci sarò più, riprendilo... ma pigliati pure la treccia, una delle mie treccie bionde che ti piacevano tanto: così il mazzolino non ne verrà separato e ti resterà qualchecosa di me...» Egli adolescente, innamorato, con la testa piena di romanticismo, nello strazio di quell’ora vagheggiò il suicidio; ed ella lo stringeva più forte con le piccole mani, persuadendolo, come quando faceva desistere da un cattivo proposito lo scolaro ribelle. «No, vivi, Max; vivi per i tuoi genitori, per mia madre... per la tua bell’arte vivi, lotta, studia, diventa artista, diventa celebre.... ma non ti dimenticare....» Ed egli aveva sentito sulle gote le lagrime di quella povera giovinezza morente — la sua ultima ribellione — il suo ultimo rimpianto alla vita.
..... Una fredda esistenza, un’esistenza di tumulti, un vuoto, un’aridità erano venuti dopo la morte della sua fanciulla... Uno sfrondamento di illusioni, di entusiasmi, di speranze... Un brulicame di basse passioni, di piccole menzogne... E quanto arrabattarsi per la felicità, per l’amore, per la gloria, veduti sempre all’orizzonte e sfumati sempre come splendidi miraggi! Oh se Maria non fosse morta, sarebbe la sua sposa, la sua difesa, il suo angelo custode, la pace e il riposo dell’esistenza sua. Ma la bionda visione era cancellata per sempre... Max, in quel cantuccio sommerso nell’ombra, con lo sguardo sulla treccia, viveva così nel passato senza più nozione del tempo e della realtà....
..... — Signorino, non mi comanda di accendere i lumi? — disse la voce tremula e discreta del vecchio servo dalla soglia della camera elegante.
Max diede un balzo e guardò l’orologio. L’ora del convegno era passata da quaranta minuti; l’ora attesa febbrilmente e sognata ardentemente aveva potuto dunque dileguarsi così? Egli non battè ciglio, non si mosse, ma qualche cosa moriva dentro di lui in tutti gli strazî di un’agonia disperata e tremenda. «Tu non lo vuoi, dunque, Maria; tu non lo vuoi! — » ripeteva il suo pensiero fra il tumulto de’ suoi sensi, fra quell’ultima lotta. E la bionda treccia, nel suo abbandono molle, pareva rispondergli, trattenendolo, tenue e possente come il braccio di un bambino che gli si fosse addormentato in grembo. Max chinò il capo come piegando ad una forza superiore. Una lenta stanchezza lo invase; uno scoramento, un languore indicibili; un senso di debolezza, d’impotenza a lottare col destino che gli si rivelava all’improvviso tremendo; un desiderio latente di finirla col dualismo che gli tendeva i nervi, gli assopiva le facoltà della mente, gli velava l’alta serenità fulgida dell’arte, in cui l’anima sua era solita a librarsi, a spaziare, a cercare le migliori compiacenze, le consolazioni più pure e più efficaci della sua vita tempestosa. Poi Maria era in lui; Maria, la bionda morta evocata: ed il basso brulichio delle passioni e dei desiderî sensuali non reggeva a quel confronto e fuggiva e si sperdeva da tutti i lati come le tenebre al raggio trionfale del sole. Le sue ebbrezze, il suo amore, la sua dissimulazione, tutta la miseria infine della sua condotta passata, lo disgustarono, lo umiliarono, lo nausearono come il ricordo d’un sogno oscenamente bugiardo....
Ebbene, no; non avrebbe da rimproverarsi una simile viltà: la viltà di prendere una povera donna debole e onesta; la viltà di tradire l’uomo che lo aveva beneficato. No, non avrebbe una macchia simile sulla sua coscienza d’uomo leale, sulla sua vita elevata dall’arte. Rialzò il capo alteramente, più calmo, poichè la sua immaginosa e mistica natura era già allettata dalla poesia del sacrifizio che gli aleggiava nel cuore sperdendo i resti di quell’ardente soffio di passione.
Uscì sul balcone e rimase là finchè la notte scese sul Canal Grande e nel cielo palpitarono rilucenti le stelle. Nessun lume nelle enormi masse nere dei palazzi dirimpetto; qualche gondola appariva e spariva col rosso lumicino riflettentesi in striscia purpurea, verticale e tremolante nell’acqua bruna. Un bisbiglio di voci, un tonfo di remo, un breve, mite sciaguattìo; poi il silenzio, ancora il silenzio delle notti veneziane pieno di misteri, di dolcezze, di malinconie.
Quando Max ebbe l’anima penetrata di quel silenzio e di quell’incanto; quando ebbe ascoltato tutto ciò che gli dicevano la notte stellata e i ricordi già lontani del suo grande amore domo dalla bionda morta innocente, passò nel suo salotto di studio ornato di opere d’arte antica e moderna, s’assise al pianoforte nascosto da vecchi arazzi e suonò. Suonò l’intera notte, nella sala semibuia, e cantò tutti i canti che gli fluivano dal cuore. Fu in quella notte che cominciò a comporre il capolavoro che gli diede la rinomanza e la gloria.
Romanze senza parole
I.
FUTURO
..... Nel salotto non c’era nessuno. Il salotto sontuoso, artisticamente ingombro, pareva riposare nella penombra, avvolto nella sua stessa morbidezza voluttuosa, infingarda, fatta di cuscini, di tappeti, di panneggiamenti, fra cui scendevano specchi, luccicavano trofei, si disegnavano fogliami esotici e mobilucci, strani come mostri, o severi, di classica antichità. Si udiva scoppiettare nel camino la fiamma velata fantasiosamente dal parafuoco di piccoli vetri policromi, fatto d’un’invetriata di chiesa; da ogni anfora, da ogni vaso, da ogni coppa, emergevano mazzi enormi di fiori di serra, stretti fra i cartocci di trina da un giardiniere sapiente; sul divano largo, di damasco, giacevano astucci, libri, cofanetti, gingilli, i doni di Capodanno ancora a metà involti nella carta di seta; dalla spalliera una magnifica sciarpa di vecchia blonda ricascava flosciamente, e due pantofoline minuscole di felpa avorio, ricamate d’oro, posavano sul tappeto, tutte piene di viole fresche: leggiadri cornucopia di felicità. Accanto al fuoco, intorno ad una poltrona, un angolo più abitato, una nicchia prediletta fra una giardiniera tutta verde, un’alta arpa dorata, un tavolinetto a due piani con su fotografie, un portafogli di raso contenente un fazzoletto di trina — la novità elegante — un volumetto di versi intonso — un libriccino per gli appunti dalle pagine candide, dalla copertina d’avorio, sulla quale si delineavano luminosamente in argento le cifre di quell’anno novello. Poi, nel piano inferiore, una cestellina da lavoro piena di colori ridenti e minuzzoli d’oro, bomboniere, giocattoli, inezie. Tutto un sonnecchiare infantilmente placido delle cose; un abbandono vergine, fidente, pieno di freschezza; un’ignoranza piena di pace. Ma accanto alla finestra, su un cavalletto di pittore, una tela bianca, vuota, e sulla scrivanìa molti foglietti lucidi, bianchi, parevano minacciare muti, aspettando...
II.
PRESENTE
..... Ancora nessuno nel salotto. Ma vaga tuttavia un profumo sottile, indefinibile, fatto di tutte le essenze e di nessuna. Il fuoco è spento, e dalla finestra spalancata il sole entra in un’ondata d’oro, abbagliando mobili, stoffe, cose, che rivivono folli e gioconde nella luce logorante. Sulla lastra d’uno specchio sono state incise due iniziali col diamante, e dalle anfore, dai vasi, dalle coppe, tutt’una fioritura d’un sol fiore: di rosa thea; una delle quali giace vizza sul divano largo, di damasco, insieme a un piccolo pettine di tartaruga ambrata. Accanto all’arpa, un violino, e un foglio di musica: un canto mesto, largo, ma d’una passione quasi trionfale; accanto alla poltrona prediletta, sul tavolino, non c’è più che una sola fotografia in cui sorridono accostate due giovani teste: l’una virile, bruna; bionda l’altra, e della femminilità più soave. Fra il volumetto di versi è rimasto dimenticato un fiore; dalla cestellina esce un nastro azzurro in cui si sta ricamando una data, un numero: prosa volgare o poesia sublime; — nel libriccino di appunti si legge un verso di De Musset scritto due volte da mano diversa:
«Comment vis-tu toi qui n’as pas d’amour?»
E la testa bruna, virile, si delinea sulla tela del cavalletto, e sulla scrivanìa fra i foglietti lucidi, bianchi, fa capolino una lettera di cui non si leggono che due ultime parole: Ora e sempre.
Tutt’un tripudio, un’ebbrezza delle cose in quel lieve disordine, nell’onda di sole che irrompe gloriosa, pennelleggiando, raddoppiando la vita, consumando come una fiamma...
III.
PASSATO
.... Il salotto è abbandonato, deserto. Dalla finestra aperta il plenilunio piove raggi nel buio come in una tomba violata; le cose tutte paiono dormire il sonno eterno nell’ombra densa intorno alle pareti, e rivivere in sogno nell’irradiazione spettrale di quel rettangolo di luce. Nei vasi, nelle anfore, nelle coppe, appassiscono tristi e foschi i crisantemi; dall’arpa alta, dorata, pendono rotte due corde, sul tavolino la fotografia è rovesciata come la pietra d’un altare distrutto da mano sacrilega; il volumetto di versi trascina lacerato a brani; la cestellina da lavoro è chiusa, negletta; sull’ultima pagina del libriccino di appunti, un altro verso di De Musset, vergato con calligrafia femminile:
.... «Elle songe une année a qui lui pense un jour.»
Sulla tela del cavalletto scende un velo di crespo; sul divano largo, di damasco, un fazzoletto di trina intriso di lagrime; sulla scrivanìa, accanto ai pètali fossilizzati d’una rosa thea, in un foglietto bianco, una sola parola:
«Addio.»
Pasqua triste
A destra del ponte che ricongiunge il villaggio diviso dal piccolo fiume, sulla spianata erbosa, dietro il circo in cui si accendevano i primi lumi, era il carrettone dei saltimbanchi: una minuscola casa mobile, verniciata di rosso, con le persiane verdi alle finestrette in cui non mancavano neppure le tendine di trina. Veduta di fuori faceva quasi invidia. Dentro era un laidume; cenci ammucchiati, suppellettili sudicie, arnesi logori d’ogni genere, qualche sedia sfondata. Era tutto. No... c’era anche un saccone sul quale stava accoccolata una donna a guardia d’un bambino lattante addormentato, supino, fra uno scialle scuro, con la faccetta terrea rivolta alla luce del vespro che pioveva dalla angusta finestra soprastante.
Di là si udiva il brusìo continuo e confuso della rustica folla sul piazzale, il vociare dei venditori, delle risa, qualche fischio, qualche suono rauco e stonato d’un gingillo infantile. Tutta la manifestazione dell’ozio gaudente d’una sera solenne aspettata un anno. Era Pasqua di Resurrezione.
La donna teneva il volto chino fra le mani che alla luce incerta parevano bianche. Ascoltava l’anima sua dolorare.
Gemeva l’anima: — ... dodici anni... un attimo, un secolo.... dodici anni che non respiro quest’aria, che non vedo questo cielo, che lasciai la mia casa fuggendo di notte, come una ladra, con lui che mi aveva sconvolto il sangue e la ragione... Un saltimbanco... quante me ne dissero per dissuadermi, quante! «È un demonio che ti tenta» diceva la nonna. «È un Arcangelo,» rispondeva io. Era così bello con quella maglia azzurra, luccicante, che gli disegnava la persona agile e vigorosa, con quella testa ricciuta, lo sguardo altero! Lo chiamavano il _Principe_. Aveva una destrezza, una forza, un coraggio... Gli altri uomini al suo confronto mi parevano pigmei... Aveva un certo modo di affisare che soggiogava... un modo di pronunziare il mio nome, di dirmi che ero bella, che m’illanguidiva di dolcezza... Non potevo pensare che a lui, vivevo di lui... Egli era padrone di tutta me stessa, mi aveva incantata. Così, quando partirono dal paese e il Principe mi disse «Vieni» io andai. Dodici anni sono passati... Il babbo, la nonna, riposano accanto alla mamma, laggiù.... sotto l’erba... i miei fratelli si sono ammogliati lontano... hanno venduto il podere e la casa... non resta più nulla... perchè rimango io? Perchè non sono morta prima di ricomparire come un’ombra fra queste rovine?... Di qui so che si vede la finestra della mia camera... Io non la guarderò, ma sento che lei mi guarda... Ci sarà ancora il gelsomino che la inghirlandava, o si sarà inaridito?... Era là che ricamavo al mio telaio, là nel vano di quella finestra... ricamavo sulla battista per ore e ore... alla domenica leggevo, e ogni tanto sentivo passare sulla mia testolina la mano della nonna in una carezza frettolosa... s’affaccendava sempre, lei... Verso sera m’appoggiavo al davanzale senza far nulla: la luce scemava, il sole andava sotto, rosso, dietro i monti; io guardava i campi rigogliosi e tranquilli, da cui saliva un senso di frescura, e coglievo i gelsomini con la mente piena di fantasticherie... Una sera, ricordo, passò un giovane e raccolse una ciocca che mi era caduta; io ne risi: la seconda sera egli ripassò, io non risi più: la terza, invece, gli sorrisi e gli buttai un’altra ciocca di gelsomini. Era un giovane onesto, serio, intelligente e mi adorava; la nonna era così contenta ed io felice... Poi la fatalità mise sulla mia strada quell’uomo che travolse tutto, come un turbine sradica e schianta... Chi sa se Andrea vive, chi sa se vive fra i vincitori o fra i vinti, chi sa se è qui... Dio, se fosse qui e che volesse... Oh non mi riconoscerebbe certo più. Eppure mi sarebbe dolce in ogni modo riudire la sua voce, senza vederci, così, traverso la parete, la sua voce insinuante e buona, che mi ridonerebbe nella realtà un’ora del mio passato. Vorrei che gli fosse rimasto di me solamente un ricordo di pietà, come di una morta che si è veduta lungamente soffrire. E anche il giovane innamorato dovrebbe esser morto; resterebbe l’amico per intendermi e compiangermi, l’uomo ritemprato dalle lotte e dal dolore. Io gli direi della mia immensa miseria presente, dei rimorsi che mi mordono al cuore appena oso rivolgere lo sguardo al passato, della mia espiazione di dodici anni per un momento di aberrazione; gli direi che ero pazza, e se egli ha amato, certo sa di che si può esser capaci quando l’ebbrezza d’una passione sconvolge la mente... Eppure non oserei scolparmi, fui un’indegna... Ma se ne ha versate, lui, delle lagrime sul nostro amore spezzato, ne ho versate tante anch’io, e giorno, e notte, e sempre, sulle mie pazze illusioni dileguate, sulle mie creature morte di fatiche e di stenti, sulla mia logora esistenza che non ho coraggio di troncare!... Ne ho versate di gelosia, d’umiliazione, d’odio per quei miserabili istrioni che mi circondano; d’impotenza per un amore che non si spegne, che non mi strapperò dal cuore se non con la vita... Ne ho versate tante!... Ora non piango più... non ho pianto neanche stamattina quando ho veduto di lungi il campanile del mio paese... Sono muta, impietrita come una statua, ma non divengo insensibile... È una tortura di cui nessuno può immaginare la raffinatezza...»
Un solenne e gioioso intervenir di campane fra la gaiezza oramai monotona dei rumori, mise in fuga da quell’anima indolorita gli amari ricordi e le visioni gentili. Le mani ricascarono, la donna rialzò il capo verso la finestrina dirimpetto, che inquadrava un lembo di cielo rosato ancora, la punta d’un pioppo e una stella. Le vecchie campane esultavano tentando di fondere la loro letizia bonaria e monacale alla trivialità umana. Fu dapprima uno sbadato preludio, poi un giocondo incalzare di suoni, ripetuto, insistente, una gazzarra di tutte le voci delle campane che parevano rifarsi delle ore di raccoglimento. Erano sempre le stesse, le loquaci e sapienti campane! quelle che la voce già tremula della nonna seguiva canterellando per rallegrare loro bambini, nelle lunghe e placide domeniche, seduta nell’orticello, mentre il loro padre fumava nella pipa, in silenzio, seduto un po’ più in là sulla sedia alquanto arrovesciata all’indietro, contro il muro... Di tutto, di tutto si ricordava; tutto si svegliava nel suo cuore al cicaleccio pio che riempiva le solitudini azzurre: e certi effetti di luce su certe pareti, e l’odor dei fiori che sfogliavano per le processioni; una coppia di tortorelle, e un quadro antico della Vergine, e delle ghirlande di crisantemi intrecciate insieme alla nonna in qualche vespro piovigginoso, già freddo... Ma sopratutto della dolce Pasqua casalinga che lasciava nella umile, queta dimora un cestellino di ova colorite in rosso, un ramoscello d’olivo, e una serenità più limpida, come dopo una buona pioggia. Dalle finestre spalancate al nuovo sole s’udivano le campane, così, nel pomeriggio, mentre il babbo trinciava l’agnello per la sua nidiata. Però le campane suonavano più raccolte, più gravi, allora; che si fossero dimenticate di suonare così?...
Ah no, eccolo, eccolo! Le campane infine scioglievano il classico doppio, il saluto di più solenne esultanza, l’onore magno, reso alla giornata regale che dileguava dopo aver dato il segnale della resurrezione, lasciando sulle sue traccie la primavera.
E la dolce pasqua casalinga, la pasqua che rinnovella i cuori come i giardini, la pasqua dell’olivo e dell’acqua lustrale e del perdono, passava memore e intangibile e vana su quell’anima sola, nell’ultimo e largo saluto di gloria che si effondeva dall’austerità del rustico campanile. Ma salutari lagrime scorrevano...
La scarpina di Cenerentola
— _Honny soit_... —
All’udire suo marito che ordinava la carrozza per mezzanotte, Mimì si rizzò un poco dalla poltrona lunga dov’era stesa accanto al caminetto, fra le pelliccie e i cuscini, freddolosamente.
— Dunque ci vai proprio? — gli chiese, appena scomparso il servo. Ed aveva la voce stonata per la penosa emozione che le toglieva ogni rimasuglio di speranza.
— Ma sì, proprio, — rispose tranquillamente il crudele, senza levar gli occhi dal giornale scelto a caso fra quelli che ingombravano il tavolino.
— E me lo dici così!?... — Mimì lo fissò ostinatamente coi begli occhi larghi, infantili, pieni di lacrime, stiracchiando nervosa una nappina del guanciale di felpa in cui affondava le spalle delicate.
— Come dovrei dirtelo? Non lo sapevi già? se ne è parlato fin troppo.... e anche un po’ vivacemente, mi pare. C’è bisogno che ti ripeta, tesoro, che nelle piccole, come nelle grandi cose, quando ho deciso, nessuno mi smuove dal mio proposito? È una dote o un difetto essenziale del mio carattere....
La piccola Mimì sentì salirsi alle labbra una ressa di parole amare e sprezzanti, ma non ne lasciò uscire neanche una. Si contentò di coprirsi gli occhi con la mano. Dunque tutta la sua fine diplomazia femminile, di cui aveva fatto spreco quella sera per trattenerlo, era stata inutile! Dunque le sue carezze, le sue ingenue civetterie, i suoi immaginosi pretesti, i discorsi piacevoli, i frizzi arguti, le discussioni sull’arte, sostenute con tanto stento per un unico fine, tutto era stato vano; tutto dileguava innanzi alla fermezza incrollabile di quell’uomo che aveva fissato di darle un dispiacere, che temeva di perdere un briciolo della sua autorità facendole il sacrifizio di una sera di carnevale, mostrandosi compiacente almeno una volta con lei, povera donnina debole e amorosa, che non aveva da rimproverarsi se non di amarlo sempre come nel giorno delle loro nozze...! Era una crudeltà, una durezza, una barbarie inaudita! Tutta la sua anima semplice e buona si ribellava, riboccante di amarezza e di sconforto. Frattanto la piccola mano tornita che nascondeva gli occhi tremava, la testa e le spalle avevano lievi guizzi convulsi, le lagrime cascavano silenti una dopo l’altra fra i cuscini e le pelliccie.
Egli la osservava ogni tanto, levando gli occhi dal giornale, con un misto d’inquietudine e di noia; la osservava brevemente, lisciandosi la barba bionda e fluente, nascondendo qualche impertinente sbadiglio. Gli dispiaceva un poco di vederla piangere, povera piccina. Una vera bimba, Mimì, piccola, mingherlina, rosea, ricciuta e... irragionevole. Non si ritrovava la donna che nelle movenze aggraziate, in qualche intonazione di voce triste e dolce, in qualche lampo dello sguardo. Egli l’aveva amata così, la amava tuttora; ma a modo suo: senza sacrificarle nessuna delle sue tendenze, delle sue abitudini, non curandosi di approvarla o di disapprovarla, di pensare un momento se ciò ch’ella gli chiedeva fosse giusto o meno. L’amava come una cosina leggiadra e fragile; sorrideva dei suoi entusiasmi, delle sue esultanze, delle sue allegrie chiassose; le donava un gingillo quando la vedeva triste; la ammoniva freddamente delle sue inesperienze, severamente de’ suoi capricci, come questo, per esempio, di scongiurarlo a rinunziare al veglione. Silvio continuava a difendersi fra sè; a pensare che non doveva lasciarsi imporre; che se avesse ceduto una volta era finita: Mimì ne approfitterebbe subito per ritentare la prova fin che sarebbe diventata la sua tiranna. Le donne sono così invadenti! Si provi a conceder loro un palmo di terreno, esigono dei chilometri! Precisamente come quell’astuto dio della mitologia indiana, che si rimpicciolì per ottenere tre passi di regno; poi, a grazia fatta, divenne così smisurato che in tre passi abbracciò terra e cielo e inferno.... Uh, niente, niente: aveva fatto benissimo a mostrarsi incrollabile anche per una cosa che a lui non importava affatto. Anzi, siccome ella piangeva, ora, col fazzoletto agli occhi e pareva far pompa delle sue lagrime, Silvio si alzò per andarsene. Non che temesse d’essere intenerito da quelle lagrime, oh no; Silvio era un uomo forte; voleva solamente levarsi da quella posizione ridicola e imbarazzante. Però non volendo neanche parere un tiranno le si avvicinò e scherzosamente le prese i polsi per forzarla a scoprire il viso; ma Mimì lo respinse sdegnosa, singhiozzando addirittura.
— Perchè non vieni anche tu? — disse allora lui in fretta, a scanso di rimorsi.
Inutile: Mimì scrollò le spalle e gli gridò dietro con la voce piena di stizza e di lagrime:
— Dimentica d’avere una moglie stasera... è il meglio che tu possa fare...