Il libro dei miraggi

Part 6

Chapter 63,330 wordsPublic domain

— Si può sapere a che pensi, Alda? — ammonì con la sua consueta terribile freddezza donna Laura, vedendo che dimenticava perfino di incrociar le posate sul tondo; e la fanciulla arrossì voltando il viso verso il Baby, occupandosi -di lui per disimpegno. Un viso intelligente e simpatico, un tranquillo viso di donnina che un neo sulla guancia abbelliva.

— .... sapete che cosa mi ha risposto? — continuava la voce aspra di Marta che si tagliava un’altra fetta di panettone: — «padronissima di andare; a una commedia di quel genere io non vengo!» E gli altri ridevano tutti, meno sua madre.

— Ah! proprio così? — fece il conte-poeta stiracchiandosi i baffetti biondi un po’ soprapensieri.

— Precise parole, ve lo assicuro. — Marta scrollava le briciole di panettone dall’elegante abito a ricami di passamanteria che le vestiva la figura svelta, nascondendole il collo troppo lungo. — Precise parole. E un’aria scandalizzata!... Credo che mi leverà il saluto...

— È una cretina, — dichiarò placidamente l’Orco.

— Oh, no, è furba! — corresse la brunetta con un movimento affermativo del capo e quello sguardo artificiosamente candido che la rendeva così graziosa.

— Oh infine poi, — entrò a dire donna Laura con calma, autorevole, — ognuno è padrone di condursi come meglio crede; rispettiamo le opinioni. Se quella commedia urtava le sue convinzioni religiose o morali, ha fatto bene a non intervenirvi. Aggiungete poi che con questa sconfinata libertà, che ora informa l’arte e la vita, nulla di più facile che passare dalla leggerezza alla sconvenienza... — finì voltando il viso aggrinzito e incorniciato dai capelli grigi, arricciati, verso la vedova e l’ufficiale che non se ne davano per inteso.

— Non lo credete? non lo credete? — mormorava sottovoce lui, infervorato, col viso acceso. — Gabriella!... scettica... cattiva...

— Baie... — rispondeva lei col suo spiccato accento fiorentino, scrollando, le spalle opulente e chinando il capo per osservare con gli occhi miopi le cifre del tovagliolo; — baie, caro mio... — E la signorina Alda daccapo a guardare fissamente, lungamente, con una costanza e un ardire quasi disperato, il cugino ufficiale. Baby, trovandosi trascurato, la scotè violentemente per un braccio, rovesciando nell’atto un bicchiere di vino.

— Ma quei bambini... sono d’un’indisciplinatezza... — cominciò donna Laura, rivolta a sua nuora, che fulminò con un’occhiata la governante, la quale a sua volta, col viso di fuoco, rimproverò in inglese il bambino.

La governante era una ragazza florida e bionda, nè brutta nè bella, impassibile e muta sempre, persino negli occhi, che pareva non avessero pensiero. Eppure il malestro di Baby l’aveva richiamata alla realtà di lungi, oh di lungi assai, dalle nebbie nordiche fra cui intravedeva un ramo di pino inghirlandato di lampioncini rossi, e molti visi noti e cari, e un bisbiglio di voci, nel linguaggio della sua infanzia, ripetere con un buon sorriso: _A happy Christmas, my dear!_

— Uh! se potessi andarmene prima di mezzanotte senza che mamma se ne offendesse.... — pensava il figlio giornalista, mettendo un chicco di zucchero nella sua tazzina di caffè, in aria meditabonda.

— Come lo chiamate questo profumo? — grugnì il generale, annusando l’aria verso la vedova che lo guardò un momento senza rispondere e poi disse: — Eliotropio! — voltandosi ad ammonire il suo turbolento compagno che le bisbigliava qualche cosa all’orecchio.

— Non sarà sempre Natale... — rifletteva fra sè per consolarsi, Alda, col cuore stretto da uno sconforto senza fine. Poi pensava che passato Natale anche lui se ne sarebbe andato, e il buio e il silenzio avrebbero soffocato il suo bel sogno. Allora si contentava di soffrire.

Mentre donna Laura dava dei consigli a sua nuora sul mezzo migliore per conservar fragrante il thè, il generale aveva trovato modo d’attaccare col conte Silvestri il suo discorso favorito:

— Un natale senza neve! ma che vuoi? non mi pare neanche Natale... Ci vuol la neve alta mezzo metro... allora si gode il ceppo. Mi ricordo che nel sessantadue... Ma a proposito. — ripigliò come chi non vuol differire una questione importante, — a proposito, Laura, chi sta di guardia stanotte al ceppo? hai stabilito?

— Ma chi vorrà! — rispose donna Laura un po’ seccata d’essere interrotta nei suoi ammaestramenti domestici; e se nessuno vorrà, il servitore....

— Ci sto io! — vociò con energia l’ufficialetto e, chi sà perchè? gli occhi gli brillarono come se avesse trovato la soluzione di qualche difficile problema.

— Ebbene, ci starai tu, — replicò tranquilla la padrona di casa, che riprese a sua nuora il discorso dianzi interrotto. Gli altri guardarono tutti, discretamente meravigliati, dalla parte dell’ufficiale: il giornalista ebbe un sorriso maligno che trattenne subito. Alda impallidì.

— Bravo, bravo, — approvò il generale. — Pare che il ceppo di casa Arnaldi sia destinato ad avere un servizio d’onore in tutte le regole. Fino a tre anni fa non ho ceduto a nessuno questo incarico... ed ora son contento che mi sostituisca un altro figlio dell’esercito. Anche l’anno scorso, mi pare...

— No, l’anno scorso toccò a Silvestri; non è vero, Silvestri? — chiese Marta, accendendo la seconda sigaretta.

— Chi? io? che cosa? — interrogò costui, cadendo dalle nuvole.

— Ma questi poeti! — esclamò allargando le braccia il generale, sfiduciatamente. — Che cosa maturavi, si può sapere? un sonetto o un’ode barbara?

— Un’elegìa, — mormorò quel monello di Silvestri, scambiando sottocchi uno sguardo d’intelligenza coll’Orco che sorrise.

— Un elegìa?... — ripetè il generale che non aveva capito niente, e tornò a centellinare il suo caffè.

La bella vedova pareva finalmente decisa a finirla col suo vicino, discorreva con l’uno o con l’altro animatamente: l’ufficialino intanto fumava con un’aria ingiustificabilmente radiosa. Gabriella parlava a donna Laura e alla brunetta di un abito, con quel suo fare risoluto, quei movimenti bruschi che facevano scricchiare il suo corsetto attilato di seta.

— È inutile; non mi va, non mi va... con un personale come il mio, un colore simile...

— _Fraise écrasée_... — disse in tono conciliativo l’elegante brunetta, che negli atti misurati, nella voce gentile, nella figura svelta dalle molli curve, era tutta l’essenza della femminilità.

— Ma convinciti, Gabriella, che non si può lasciar pieni poteri alle sarte, — sentenziò donna Laura, seguendo coll’occhio indagatore Alda che, dopo averne chiesto il permesso, si era accostata al caminetto.

Un camino all’antica, di pietra, che dava sempre un’impressione gelida con la sua impellicciatura di marmo bianco che non si riscaldava mai. Il ceppo fiammeggiava e crepitava gaiamente. Alda, col visetto serio, lumeggiato dai riflessi rossi, osservava gli ondeggiamenti leggieri delle vampe sul fondo fuligginoso. Presto donna Laura si alzò e gli altri la imitarono. Vennero tutti intorno al fuoco, meno il generale che sonnecchiava col tovagliolo al collo, dondolando il capo.

— Ora si farà il _grand bézigue_, e alle undici il _thè_, — annunziò donna Laura, mentre la governante si ritirava coi bambini. E il giornalista, che aveva azzardato una sbirciatina all’orologio, se lo lasciò quasi sfuggir di mano.

— Uff quella cambiale! che incubo... — pensava intanto Silvestri, ricaduto nelle sue meditazioni. — E Wera che si ostinava ad aspettarmi... Certo non la passerò liscia... Maledetto pranzo...!

— .... Eppure in queste circostanze fa piacere offrire una famiglia a chi non l’ha, — osservò soddisfatta la padrona di casa, parlando di Silvestri con sua cugina. — La riconoscenza rassoda l’amicizia....

* * *

La sala da pranzo era deserta da più di un’ora. Suonò il tocco. L’ufficiale aveva abbassato il gas e si era adagiato nella poltrona dello zio accanto al camino. Lo confortava la compagnia di qualche eccellente bottiglia e di un’appetitosa cenetta, messa là dal generale per alimentare la sua veglia. Nella penombra, con la gran tavola coperta dell’oscuro tappeto, la stanza appariva più vasta e più triste: il ceppo scoppiettava languidamente, proiettando bagliori purpurei e oscillanti sulle gambe di una sedia poco discosta e sul lembo cenerognolo dei calzoni dell’ufficiale. Le tende degli usci e delle finestre, tutte abbassate, ricascavano in fitte pieghe mantenendo un gradito tepore e il gran silenzio della casa addormentata. Il giovine, affondato nell’ampia poltrona che aveva la spalliera contro la porta, era pallido e nervoso, e pareva rimuginare un pensiero con ostinata intensità, mentre fissava, senza vederle, le maioliche biancheggianti in una rastrelliera che occupava tutta la parete di contro.

Rimase così a lungo, trasalendo però ad ogni menomo rumore, andando perfino a sollevare adagio la portiera dell’uscio di anticamera.... Si avrebbe scommesso che aspettava qualcuno.

— Grullo a chi ci crede, — concluse poi dopo un ultimo giro di ricognizione, ricascando nella poltrona; e con un breve gesto dispettoso strappò una nappina.

In quel punto avvertì dietro di se un lieve fruscio e un sottile profumo di Eliotropio...

Il poema dei bambini

FANTASIA.

Il libro è aperto e attende. Un gran libro niveo dalle pagine orlate di raggi. Ma chi lo scriverà il poema immacolato? Qual mano sarà così lieve e qual fantasia così alata per fissarlo in tutta la sua indeterminatezza misteriosa e divina?... La mano di un angelo, forse, e la fantasia d’una fata; le due figure vaporose fra cui si snoda l’innocente spira delle piccole anime che ingentiliscono il mondo. L’angelo, che veglia alto e fulgente a capo d’ogni culla, come sulla prora della navicella dantesca, potrebbe cantarci, forse, dei paesi dove vagano gli spiriti dei bambini addormentati sotto le cupole di trina o sotto gli scialli sdrusciti; ci dipingerebbe il paradiso che sognano, pieno di testine alate e di bambini morti che hanno portato fra le nuvole le loro bambole e i loro burattini, e danzano intorno ad un eterno Albero di Natale, e giocano con un Dio bambino come loro. Potrebbe rivelarci che cosa pensano quando esultano ad uno splendore o piangono ad una musica; quando rimangono assorti nella contemplazione d’un fiore e d’un viso; che avvertimenti ci danno quando la loro piccola mano ci avvince e ci trae; quando ci domandano una carezza e ci negano un bacio. L’angelo, forse, ci direbbe chi insegna loro a consolar così bene senza parlare, a persuadere, a riunire, a redimere, solo con la freschezza delle loro bocche, con l’espressione inconscia del loro sguardo, col profumo de’ loro riccioli, con la pace del loro respiro. Ci direbbe, l’angelo, come sanno certe parole così efficaci, così immaginose, così solenni, così tremende... ci narrerebbe le tristezze dei piccoli infermi, le malinconie degli abbandonati, le tentazioni dei vagabondi, gli odî degli oppressi, i rancori dei posposti: tutte le loro lotte, le loro vittorie, i loro martirii, i loro spaventi, i loro dolori, i loro palpiti, tutta la loro vita intima così pura, così vergine, su cui aleggia ancora l’alito di Dio! la loro vita che qualche volta non è che una breve sosta fra due voli — e l’angelo dalle grandi ali lo sa, egli che veglia sulle culle ridenti, sulle bare ornate come trionfi, sulle tombe infiorate e incise di nomi brevi che non hanno passato.

E la fata, la bella fata dall’abito di broccato e dalla corona di regina verso cui salgono le invocazioni, i sospiri, i desiderî di tutta l’umanità minuscola che s’agita nei palazzi e nei tugurî, sa bene, lei, gl’ideali infantili! A lei, la loro Musa, i bambini confidano i sogni di gloria e di felicità; lei aspettano centinaia e centinaia di scarpette fra gli alari di bronzo dorato, sotto le cappe gigantesche dei vecchi camini, nel povero focolare, accanto agli sportelli delle stufe, vicino alle bocche dei caloriferi, ad ogni varco del labirinto buio e misterioso e fantastico per cui sanno che Ella peregrina la notte dell’Epifania. Lei sperano i piccoli cenciosi rannicchiati, intirizziti e digiuni; i duchini, che hanno sorpresa la mamma a piangere fra i cuscini di raso; le bambine timide e sensibili, che si nascondono per pregare ginocchioni e affratellano la sua immagine all’immagine di Maria. La bella fata potrebbe ridirci gli sgomenti paurosi, i terrori di tante testine cacciate sotto le coltri per non veder giganteggiare l’Orco o il Lupo Manaro nell’ombra; i desiderî fervidi di galoppare sui cavalli di legno verso le plaghe incantate dai castelli di diamante e dalle arancie d’oro, le visioni di paesi della cuccagna, dalle case di confetti e dai mobili di cioccolata, dove i bambini non studiano, dove le mamme non sgridano; dove Cappuccetto rosso, Puccettino, Cenerentola, la Bella, si rincorrono in un gran prato fra tutti i giocattoli del mondo. E additandoci il suo gaio corteggio di gnomi, di burattini, di spauracchi, di falconieri, di geni, ci spiegherebbe, lei, perchè i bambini sono così adorabilmente grotteschi qualche volta, così comici, così iperbolici, così eleganti, così sovrumani. Ci direbbe, lei, il segreto della fantasia infantile, ingegnosa, gentile, che alimenta qualche volta il primo germoglio d’un fiore divino.

All’angelo e alla fata dunque, ad essi che sanno, il tracciare l’immacolato poema. E nei margini alluminati con le sfumature più ridenti, con le luminosità più gioconde, le figurine infantili lo ravviveranno. Tutti i bambini: dalle testoline idealmente bionde dei _baby_ nordici, ai musetti sudici degli spazzacamini, dai piccoli chinesi tutti goffaggine, giù giù sino ai corpicini agili e nudi dei bronzei marmocchi africani; tutti i bambini, di tutte le classi, di tutte le età, di tutti i tipi, di tutti i paesi: una fantasmagoria, una piccola moltitudine varia, innocente, primaverile.

E sera e mattina, dal poema immacolato fra la vivente ghirlanda, s’effonderà un effluvio refrigerante, poichè le piccole anime si schiudono nei crepuscoli, e gli affetti e le preghiere evaporano sino al cielo, avvolgendo il mondo d’un incenso ideale, purificatore; significante agli scettici, ai dolenti, che sulla terra c’è ancora qualche cosa di puro, di bello, di vero, poichè ci sono loro...

_Natale 1891._

Treccia bionda.

Max, il giovane compositore di musica, finiva d’abbottonarsi l’abito, ritto dinanzi al grande specchio nel tepore, nella luce blanda, nel disordine della sua elegante camera di scapolo. Voleva esser calmo, ma le mani avevano movimenti bruscamente nervosi; ma sul viso pallido e serio si diffondeva un’ombra cupa, forse il riflesso di un’interna lotta. Nient’altro che un’ombra; eppure era già troppo per lui giovane e ardente di passione per la donna che lo aspettava ad un convegno d’amore.... Quell’ombra pareva un tedio ed era rimorso; giacchè egli non era un seduttore volgare, e gli si affacciava spesso in tutta la sua reale crudezza il pensiero tormentoso di tradire quell’uomo... il compagno della sua giovinezza, dei suoi studi, delle sue speranze, dei suoi disinganni: l’uomo generoso che lottava con lui e per lui, per assicurargli i trionfi, l’avvenire, la gloria, nella carriera difficile e ardimentosa; l’amico che lo aveva sempre consolato e moderato, con la calma benevola di un padre amoroso, negli scoraggiamenti o nelle ebbrezze della sua impetuosa natura. Max doveva tanto a quell’uomo e lo tradiva; gli doveva la rigogliosa vitalità dell’ingegno che lo rendeva ricco e felice, e gli toglieva la sua ricchezza, la sua felicità. Quando gli si figgeva questo pensiero nel cervello Max si sentiva vile e miserabile; ma il dualismo gli tumultuava nel cuore, ed era una strana passione quella che gli paralizzava l’anima e gli accendeva i sensi, prestandogli mansuetudini e timidezze di fanciullo, ribellioni titaniche, gelosie feroci. Inoltre con tutta la sua fervida fantasia d’artista, continuamente eccitata dalla creazione musicale, credeva al fato, al fato dell’arabo, al fato del medioevo, e vi si abbandonava, e si saturava di quelle teorìe che lo spogliavano d’ogni responsabilità, che gli facevano compiere gli atti più importanti della sua vita dietro una causa futile e comune per ogni altro, ma in cui egli vedeva maravigliose predestinazioni. Se qualche ostacolo gli avesse attraversata dapprima quella via d’amore così facile, e così piana, forse la sua esagerata dignità sarebbe rimasta spaurita dalle finzioni volgari, e quel suo misticismo superstizioso lo avrebbe fatto trionfare nella lotta. Ma pareva invece che un destino dolce e tremendo avvincesse la sua alla vita di Giselda con un delizioso laberinto di fila segrete che si serravano ogni giorno di più. Nulla gliela contendeva oramai: nè la vigilanza del marito assurdamente fiducioso, nè apparente scrupolo in lei addormentata in un fascino profondo, nè circostanze difficili, nè contrattempi, nulla; Giselda era sua, egli lo sapeva. Vinta dal suo sguardo, dalla sua voce, dalle sue melodie, ella non si difendeva, non tergiversava, non lottava: si abbandonava anche lei a occhi chiusi, incrociando le braccia, alla corrente fatale. Non sapeva che tremare e impallidire; come la prima volta sulla terrazza deserta, quando gli abbandonò le mani e il capo sul petto, — nell’aria molle, nel profumo, nell’incanto di quella notte di primavera... Guardò l’orologio. Ancora un’ora, un’eternità.... Si buttò sul divano facendosi vento col fazzoletto, poi terse qualche stilla di sudore sulle tempie. E s’ella si fosse scossa infine? se le voci della dignità e del dovere l’avessero svegliata dal sogno oblioso e fiorito? se fosse partita come minacciava, come implorava, quasi, dalla sua stessa volontà?

S’alzò, si mise a passeggiare per la camera intorno ai mobili artistici di un gusto severo, passandosi le mani sugli occhi, ricacciandosi indietro i capelli convulsamente: il tappeto ammorzava i suoi passi; pareva un’ombra errante con l’alta statura, il viso smorto, l’abito nero. Passò davanti al balcone che si schiudeva sul Canal grande, ed ebbe appena uno sguardo indifferente, lui artista ed entusiasta della sua Venezia, per la lunga schiera incantata dei palazzi dirimpetto, sorgenti fra l’acqua e il cielo nel vasto silenzio e nella placida luce d’opale e di madreperla che solo i crepuscoli veneziani hanno. — «È meglio che mi levi di qui, — concluse; — almeno mi toglierò dall’inferno dell’attesa in questa solitudine...». — E s’avviò a pigliare i guanti sulla mensola, nell’angolo, ingombra di cofanetti e di gingilli: poi con lo sguardo vago, la mente assorta negli occhi neri, nel profumo, nel fascino di lei, pigiò macchinalmente il dito sulla molla di uno fra quei piccoli scrigni, lo aperse, vi cacciò la mano sbadatamente.... ma la ritrasse tosto con un brivido che lo agghiacciò, anima e corpo. Invece della liscia ed unita superficie del guanto, aveva sentito sotto le sue dita delle filamenta morbide e sottili come d’una matassa di seta.

— Ah, che sacrilegio! — esclamò con vero ribrezzo; poi tentò di superarsi e volle richiudere il cofano frettolosamente. Ma la treccia bionda della morta ricascava fuori dallo scrigno, sollevando il coperchio, ricusando di togliersi alla sua vista, di rientrare nella sua tomba — imponendosi....

Max era rimasto immobile, con gli occhi fissi, la fantasia, sàtura di fatalismo, paurosamente colpita. Per la prima volta gli accadeva di aprire storditamente quel reliquiario che conteneva la memoria più soave, più mesta, più santa della sua vita; memoria da lui custodita con tutta la venerazione segreta di cui era capace la sua natura dolorosamente sensibile e trascendentale. Povera Maria! che profanazione! Egli s’assise là, nell’ombra di quel cantuccio sommerso nel crepuscolo, levò adagio, con le mani un po’ tremanti, la lunga treccia voluminosa a cui era avvinto strettamente un piccolo gruppo di seccume — fiori in un tempo lontano — e la lunga treccia gli scivolò sulle ginocchia in un molle abbandono di cosa morta, spiccando opacamente bionda sull’abito nero.

Intanto, all’aprirsi del breve reliquiario, usciva lo sciame dei ricordi, e la memoria evocava fedele l’immagine della giovinetta: la delineava, come sempre, bianca, mite, gentile, sul balconcino gotico del vecchio palazzo tetro; nella gondola nera e slanciata fra la luminosità della laguna rispecchiantesi nei grandi occhi sereni di lei in tutte le sue misteriose e profonde trasparenze; nella vasta piazza marmorea sotto un cielo di cobalto, innanzi a San Marco scintillante di colori e d’oro, come un gioiello, nella calda fulgidezza del sole meridiano; mentre una frotta di colombi scendeva serrata, attorniava lei, bionda e ridente, poi si levava a volo sparpagliandosi con un brusco frullo d’ala. Rivedeva la sua fanciulla passare nelle tortuose, umide calli, benefica e soave come una buona fata; la rivedeva scendere e salire i ponti, lesta, leggiera, colla testa alta, il viso colorito, inebriata di gioventù, d’aria, di luce; la ritrovava prostrata sotto il lumicino rosso di una lampada moresca che faceva rilucere i mosaici nell’ombra della cattedrale bizantina; la ripensava come una sera estiva, ai Giardini, nel bianco lume lunare, appoggiata alla balaustra di marmo sulla laguna che si stendeva luccicante di riflessi d’acciaio; ricordava il lungo silenzio e il turbamento che li aveva colti all’improvviso in quella gran pace; ricordava il movimento quasi inconscio della manina sottile che sfogliava un fiore: persino le piccole fosforescenze dell’anellino di brillanti ricordava; e sopratutto di non averla veduta mai tanto idealmente bella come in quella sera, tutta irraggiata come una candida parvenza che dovesse svanire nelle ombre del Giardino, o nella serenità fredda del vasto plenilunio.