Part 5
— Il dottore non si trova... al solito... e la bambina si soffoca... Eppure ieri pareva nulla, ti ricordi? un po’ di febbre.... ma ora sta male... oh male... Ah, Vergine Maria, ascoltatemi, voi che siete madre...
Clotilde traversò il giardino sempre correndo e trascinando sempre l’altra ansante, lagrimosa. Traversarono così anche la strada maestra e giunsero quasi subito al casinetto dei Dardanelli, a due passi. Solamente varcando la soglia ella si risovvenne del padre, ma il pensiero che le attraversò la mente non la fece esitare. Entrò, salì le scale e in un baleno fu nella camera dove la bambina rantolava.
Dardanelli era là, presso la culla, tutto sbiancato. Essa agghiacciò scorgendolo. La signora Giulia si abbandonò sul petto di suo marito: — Enrico, coraggio.... c’è qui la Clotilde.... ce la salverà, lei....
Clotilde aveva spalancato la finestra e rialzato i cortinaggi della culla. Al solo vedere i lineamenti contratti della piccina capì. — Ah! la difterite... — disse dolorosamente nella sua inesperienza morale di neo-medichessa, e si strinse le mani alle tempie concentrando il pensiero con uno sforzo inaudito, in quel tumulto di sensazioni in cui pareva che il suo cervello riddasse. Poi la fermezza vinse. Volle ricordarsi.... si ricordava di una lezione del professore... della narrazione d’un caso consimile.... dell’eroismo d’un giovine medico, come lei ardente di carità....
— Presto, presto, una cànnula, — comandò; — una piccola cànnula purchessia, vuota, resistente... ma presto! — E mentre gli altri si affrettavano per la camera in disordine e per la casa, ella prese la bambina, la portò davanti ad una finestra, l’arrovesciò sulle sue ginocchia, le aperse la bocca.... Le membrane bianche si dilatavano sulla gola, maligne, tremende....
— Ah, ma presto — ella gridava ancora, ansiosa, quando la signora Giulia le tendeva già una piccola canna che serviva per le loro bibite in gelo, l’estate. E Clotilde, semplicemente, eroicamente, mentre gli altri tenevano la povera creatura che si dibatteva, le applicò la cànnula in gola aspirando forte con la bocca, a parecchie riprese e sputando mano mano delle chiazze bianche sul pavimento; ricominciando finchè la bambina potè respirare e piangere.
— Ecco, — disse dopo, livida come una moribonda, — mentre si stringeva al seno la bambina e l’avvocato e sua moglie non potevano che piangere — la Rachelina per questa volta è salvata. Però non bisogna indugiare a chiamare il medico per il resto della cura... io non posso assumerne la responsabilità. Chiamate De Carli; è uno specialista.
La signora Giulia scivolò per terra in deliquio baciandole le mani. Dardanelli rimasto immobile, ginocchioni sul tappeto, piangeva sempre, senza ritegno, silenziosamente, senza più curarsi di celare la sua debolezza. Clotilde pallidissima ma sicura e calma rimise in letto la Rachelina, le prestò ancora alcune cure suggerendo nel medesimo tempo alla serva smarrita i soccorsi per la sua padrona. E quando la signora Giulia inerte, fu adagiata sul largo letto matrimoniale e la serva fu uscita in cerca di qualche cosa, Dardanelli si trascinò in ginocchio vicino a Clotilde curva sulla culla; ella voltandosi lo vide così, ai suoi piedi, gemente, umiliato, implorante.
— Mi perdona? balbettava: Clotilde, mi perdona? lei è una santa, oh mi perdoni!.... in nome di quell’innocente che le deve la vita mi perdoni!....
Ma Clotilde si scostò con ribrezzo, raccogliendo le vesti perchè non la toccasse. — No, — proruppe brusca, altera, — mi ha fatto troppo soffrire; non posso, se ne vada....
E siccome lui continuava a supplicare, a invocare, ella lo respinse adirata: — Vada!, — esclamò vada piuttosto a cercare un medico per la sua bambina... S’alzi, vada... vada! — ripetè con la voce smorzata, in un impeto di collera che nell’agitazione di tutto il suo essere fra tante diverse emozioni, minacciava di crescere fino al parossismo, fino alla follìa....
.... E invece la sua eccitazione si rilasciò subitamente, come la vela sgonfiata da una tregua di vento. Una strana stanchezza la invase, un’indifferenza somma per tutte le cose.
— Ebbene sì, le perdono... — sussurrò pallida, debole, vinta — le perdono...
Ella sapeva che non uscirebbe di là che per porsi in letto e morire.
* * *
Le imposte erano spalancate al vespro tranquillo, aurato. Un raggio del sole occiduo entrava dalla finestra di ponente, lumeggiava un angolo del tavolino ingombro di libri e lambiva la parete dirimpetto, grigia a mazzi di rose. Il letto, nel fondo, era vuoto, senza guanciali e senza coltri, con le materasse abballinate come dopo una partenza; nell’aria vagava ancora un odor d’etere misto ad incenso, soverchiati ambedue dall’odor acre dei disinfettanti. Sul tavolino da notte era rimasto un bicchier d’acqua, un piccolo termometro misuratore della febbre, e uno strumento chirurgico che aveva servito per la tracheotomìa. Sul cassettone due o tre forcelline di tartaruga, lo stiletto d’argento col motto cavalleresco: «_Non ti fidar di me se il cor ti manca_», e la cintura di nastro nero: appesa all’attaccapanni la blusa di mussola blu che serbava tuttora l’impronta molle d’un corpo. Dalle finestre aperte veniva un gracidare di rane e lo stridere dei grilli, poi le tende alte e lievi come ali, gonfiate da un soffio improvviso di brezza uscirono fra le persiane e palpitarono, in alto, come se volassero via.
In quel punto se n’andava dal giardino una bara infiorata fra il biancheggiar delle cappe e le fiammelle rosse, irrequiete, dei ceri. Siccome i preti non avevano ancora incominciato a salmodiare, s’udiva lontanamente sulla via maestra un organetto suonare un waltzer.
Romanze senza parole
RESURREZIONE
Quand’egli non annunziato, non aspettato, sollevò adagio, da sè, l’arazzo che nascondeva la porta del bizzarro salotto, ella era seduta nella solita poltrona sotto la finestra e leggeva. L’altissimo schienale della sedia rivolto contro l’uscio l’avrebbe tutta nascosta, s’essa non avesse tenuto la persona inclinata un po’ a destra, verso il bracciuolo, a cui appoggiava il gomito reggendosi la testa con la mano, nell’atteggiamento antico della meditazione e del sogno. Era vestita come sempre di bianco, e di lei non emergeva che l’estremità dell’òmero, il braccio piegato, lo squisito contorno della testa bionda acconciata con una treccia scendente, piegata a metà e ricondotta sulla nuca. La sala tutta parata di vecchio damasco bruno, dai mobili di querce angolosi, artistici, colossali, nello stile del trecento, era in un’ombra fresca e severa di chiesa, mantenuta dalle vetrate di piccoli cristalli ottangolari legati di piombo, che chiudevano due delle grandi finestre ogivali; la terza finestra, a cui ella leggeva, lasciava entrare dallo spiraglio delle vetrate socchiuse un filo di luce più viva che le sfiorava i capelli, faceva sorridere un ramoscello di biancospino nell’anfora poco discosto e animava un grande affresco di Giotto sotto il quale stava un organo da sala. Da un anno nulla era mutato nel vasto salotto. Pareva che tutto quel tempo non fosse passato; che l’estate non lo avesse infiammato del suo soffio di passione, che l’autunno non lo avesse desolato col suo pianto, che l’inverno non lo avesse intirizzito col suo gelo. Eternamente l’incipiente primavera; eternamente i biancospini e le mammole profumavano l’ombra refrigerante, misticamente obliosa; eternamente lei, bianca e mite al solito posto, leggendo.
Era immobile e vaghissima come una figura dipinta. Quanto tempo resterebbe così? come sussulterebbe, come volgerebbe il capo, che direbbe udendo la nota voce mormorare il suo nome dolcemente, semplicemente, dietro l’alta poltrona? Allora il libro le cadrebbe ai piedi; ma un altro volume si riaprirebbe alla pagina dove fu abbandonato... ahimè all’ultima pagina: quella che non ha che una parola: Fine.
Rileggerlo dunque... E che avrebbe potuto dir loro di più soave di quello che aveva già detto? Che avrebbe cantato di più folle di quello che aveva già cantato? Che avrebbe lagrimato di più doloroso di quelle lagrime già piante? Tutto si rinnovella, anche l’amore; ma nulla rinasce, neanche l’amore. I fiori di questa primavera non sono più quelli dell’altra primavera morta; le farfalle che ripetono sulle ali velate i medesimi geroglifici come una lingua perduta nei secoli che nessuno più intende, non sono più le stesse farfalle; l’onda che è giunta affannosamente a baciare la spiaggia prima di svanire, non la ribacia una seconda volta, in tutta l’eternità. Però le cose belle e fragili che non potevano durare, che non hanno durato, che raggiarono e disparvero, non precipitano nel cieco infinito, ma salgono, salgono, salgono a rivivere più fulgidamente, più durevolmente nell’esistenza spirituale del sogno; mentre le altre, quelle che si poterono afferrare, quelle che rimasero, si corrompono e si sfasciano miserevolmente per vecchiezza. Nella vita o nel sogno. Egli aveva un’anima di poeta e disse: Nel sogno.
Ella stava immobile sempre come una figura dipinta. Immota e tranquilla e ignara dell’attimo solenne che passava; nessun presentimento, nessuna voce, nulla. Forse il suo spirito s’era involato e non rimaneva che il delicato involucro candido in quella oscura severità. Egli prese lentamente le due rose gemelle che s’inaridivano sul suo petto e le gettò ai piedi di lei come su una tomba. Poi fuggì.
Natale Romantico
Nella chiesetta del convento si celebravano le tre Messe di Natale. L’altar maggiore si ergeva nel fondo fra i rossi panneggiamenti di velluto, i veli cerulei e i galloni d’argento, illuminato dai ceri digradanti in una triplice schiera di fiammelle, coperto di lini e di merletti su cui scintillavano gli arredi sacri tra le palme di rose. Sulla gradinata nascosta dal tappeto, i sacerdoti s’inchinavano nelle gialle stole gemmate: fra la nebulosa profumata dell’incenso: una visione magnifica, che lasciava ancor più buia e nuda e povera la piccola chiesa in cui i soggoli e le bende delle monache impallidivano lontane, confusamente, come una coorte di larve. Giù per le navate solitarie interdette ai profani, l’organo versava torrenti sonori di melodie; ora formidabili come il clamore delle trombe d’una legione d’arcangeli giustizieri; ora dolcissimi, mormoranti appena, come in un sogno celestiale; ora appassionati e numerosi come mille e mille voci assurgenti e rincorrentesi nel delirio di un’estasi divina.
Un poco in disparte, sotto la lampada accesa all’altare semibuio di Michele arcangelo, era prostrata suor Raffaella — la povera monachina malata e bizzarra, a cui si perdonava tutto, ora che doveva morire. La mattina stessa aveva sputato sangue di nuovo, e tutto il giorno era rimasta a letto per obbedienza — ma la sera non le avevano impedito di levarsi e scendere in chiesa per assistere alle tre messe della mezzanotte, le tre messe del Natale.
Stava prostrata immobilmente sul duro inginocchiatoio di legno, con la faccia tra le mani gialle e scheletrite. E non aveva pregato, nè meditato, nè pianto. Aspettava con l’anima sospesa, l’invocato, dolcissimo prodigio. Oh Dio non l’avrebbe lasciata morire così, senza concederle di rivedere una volta il suo amore! poichè ella non domandava che di rivederlo un attimo, chinargli il capo sul petto e morire. Chi sà, chi sà! Forse non era caduto a Dogali, forse s’erano ingannati scrivendo il suo nome nel lugubre elenco, e bisognava cercarlo ancora, cercarlo invece fra i prigionieri delle tribù selvaggie, in qualche recesso ignoto della maligna terra dalle paurose leggende. Oh non poteva esser morto, lui! così ardito, così giovane, così forte, amato così!... E se era proprio morto, ebbene, lo rivedrebbe per miracolo; credeva piuttosto a questo che alla certezza di non ritrovarlo mai più.
Erano anni che aspettava quel momento; anni!
Da principio l’attesa placida, sicura, olimpica, coll’anima stemperata quasi in un immenso _nirvâna_; poi un periodo inquieto, dubitante, angoscioso, tremendo, a cui aveva seguito quell’attesa febbrile, inverosimile, ostinata, di ogni ora, di ogni minuto del giorno e della notte; un’attesa così intensa, nel fervido desiderare, che la sua vitalità vi si struggeva come in un crogiuolo ardente.... ed era la morte: essa lo sapeva, lo sentiva, pur non tentando di lottare: abbandonandosi anzi, quasi lieta di morire.
Però quella notte uno spiro novo e fresco di speranza la vivificava. Era la notte di Natale, la notte santa delle mistiche corrispondenze tra la terra ed il cielo. Gli angeli, quella notte, in infinite e diafane spire allacciano i mondi, osannando al Messia nell’immensità che si riempie di parvenze radiose e di musica. Forse Iddio aveva scelto quella notte luminosa per compiere il miracolo, per renderle il suo amore.
La seconda messa giunse a metà. Da piè dell’altare evaporò più densa e più odorosa la nube d’incenso; le campane in alto dindondavano solenni e gaiamente pie; dall’organo si effondeva sommessamente la cantilena agreste delle zampogne, la pastorale, semplice e sublime serenata della notte meravigliosa. E quella nenia ripetuta, ripetuta, ripetuta, nel ritmo ingenuo e amoroso di una ninna-nanna, blandiva i suoi tumulti, la cullava, la addormentava. Non aveva più senso di nulla.
Ma quando sentì toccarsi lievemente sull’omero, scattò. No... non era ancora lui; era suor’Rosalia, la buona giovine novizia, impensierita della sua immobilità.
— Si sente male, suor’Raffaella?
Ella la fissò con gli occhi spalancati e non rispose. L’altra, appagata di saperla ancor viva, si rimise a pregare.
Suor’Raffaella volse lentamente il viso aguzzo, che aveva una strana espressione di stupore, verso l’immagine dell’Arcangelo Michele che cacciava con la spada fiammeggiante gli angeli decaduti; e i suoi occhi neri e ardenti s’affisarono lungamente sull’immagine sacra che la lampadina faceva appena emerger dall’ombra.
— Suor’Raffaella è devota di san Michele — dicevano le suore. Infatti era sempre là che s’inginocchiava, là che pregava e piangeva, quando poteva ancora piangere e pregare. La gentile e balda figura del biondo spirito cavaliere le ricordava il suo amore, fior di gentilezza e tempra d’eroe; così lo prediligeva e si prostrava a’ suoi piedi umilmente anche ora, quasi soggiogata da quell’energìa celeste.... o vinta dalla languida dolcezza d’un sogno.
Questa volta lo affisò a lungo, intensamente, come se avesse dovuto stare un pezzo prima di rivederlo: poi reclinò ancora il capo fra le palme, esausta. Sentiva mancarsi il respiro e la vita; le voci dell’organo le ululavano confusamente negli orecchi, come il frastuono di un uragano; quelle campane alte e lontane le davano le vertigini; i vapori dell’incenso la soffocavano. Credette di morire, e la prese un folle desiderio d’aria, di libertà, di vita. Quelle campane insistenti, festose nell’altezza fredda e pura, le parlavano, la chiamavano, la volevano, l’attraevano irresistibilmente, la suggestionavano. Smemorata, quasi folle, staccò il rosario dal fianco, il rosario che sapeva le strette convulse delle esili dita che lo afferravano di notte sotto il capezzale o lo avvoltolavano con una monotonìa disperata nelle lunghe ore delle giornate vuote e silenti, e lo depose sugli scalini dell’altare; poi si alzò lieve e quasi incorporea, come un’ombra, e dileguò dalla porticina accanto all’altare, che conduceva al corridoio. Di là si saliva pure al campanile; l’uscio era aperto ed ella salì. Le campane con le loro vibrazioni sonore la volevano; lassù era l’aria, l’esultanza, la vita. Suor’Raffaella cominciò a salire la stretta scala a spirale reggendosi al muro, al buio, a tentoni, faticosamente; il respiro le diveniva ancor più difficile; la scala tortuosa e ripida le esauriva le ultime forze. Un’oppressione vaga incombeva su lei, un’oppressione che avanzando divenne un incubo, un terrore per quelle tenebre ignote e continue addensate nell’angusto spazio. La scala seguiva non mai interrotta, e nessun spiraglio, nessun lume; un’oscurità pesante di tomba. E ancora scalini e scalini ascendenti in una spira diabolica, interminabile. La testa le riddava vorticosamente, il suo respiro era un rantolo. Saliva, incontrando sempre nuovi gradini sotto il piede, incespicando, cadendo, rialzandosi, delirando, immaginandosi di uscire da un abisso sterminatamente profondo, di esser condannata a roteare così, innalzandosi nel buio, per l’eternità; sbarrando gli occhi, avidi d’un punto luminoso; spalancando la bocca, anelante di un soffio d’aria viva. Infine sostò, incapace di proseguire o di retrocedere, e s’abbandonò sugli scalini, sospesa in quel foro nero, fra due abissi....
Ma le campane la chiamavano, la volevano, le campane rimbombanti sonore e vicine, alle cui vibrazioni quel fragile edifizio pareva oscillare. E suor’Raffaella si levò, galvanizzata, e cominciò l’orribile ascensione brancicando nelle tenebre, oramai inconscia di sè, cieca, pazza, morente...
Improvvisamente, a uno svolto, un rettangolo di blanda luce argentina le s’aprì dinanzi ed essa si slanciò. Era l’uscio che dava sulla stretta terrazza circolare, a pochi metri dalle campane. L’aria pungente e mossa l’avvolse tosto in una gelida carezza che la rimescolò bruscamente. Le parve di svegliarsi da un sogno atroce; battè le palpebre e sorrise. Era l’aria, la libertà, la vita. Laggiù, laggiù, tutto intorno la pianura immensa, morbidamente bianca di neve sotto il vasto plenilunio. Alberi, case, strade, apparivano vaghi e indistinti a quell’altezza: non rimaneva che la pianura giù, all’imo, candidissima, e sul suo capo l’etere terso, profondo, gemmato, in cui le pareva d’essere librata meravigliosamente. Libera, sola, sullo stretto spazio di quel pinnacolo eccelso, penetrata dalla magica nebulosa d’argento fluttuante nello spazio, si sentiva ingigantire smisuratamente e sprigionare dal suo involucro materiale, per trasformarsi in una parvenza luminosa e fantastica, dileguantesi nell’infinito con le vibrazioni di quelle campane rombanti accanto a lei che si slanciavano nel vuoto, gioiosamente.
Finalmente non si ricordava più! non viveva più! non soffriva più! Era guarita. S’era immersa nell’altezza serena e fredda, come in un queto Lète dolcissimo e oblioso. L’immagine fascinatrice, abbarbicata da tanti anni al suo cuore con una tenacità così ardente da assorbirne la vita, l’immagine che l’inseguiva traverso le ore dell’occupazione, della preghiera, della meditazione, del riposo; nella veglia, traverso le lunghe notti invernali; nei sogni, in cui guizzava come uno sguardo, come una voce, come una parola; l’inebriante e fallace parvenza che la uccideva di desiderio cocente, l’aveva lasciata; era svanita; aveva dilagato nell’estasi di quell’ora vaga, fantastica, divina.
Poi il candore vastissimo, lo spazio infinito l’assorbirono interamente; si sentiva già pronta a librarsi, lieve e immateriale e vaporosa come un’angelica forma; si sapeva coronata di stelle rifulgenti; sorrise. Sorrise alle campane che continuavano a slanciarsi folli, sonanti, mentre lei si puntellava al parapetto, salendovi faticosamente in ginocchio, rimanendovi un attimo, per slanciarsi anche lei nel vuoto bianco e luminoso e profondo, nel plenilunio sacro.
Natale classico
Alle due estremità della tavola, che era tutta un candore rilucente di cristalli e di argenteria, sedevano i padroni di casa. Lui, un vecchio generale in ritiro, un po’ arrustichito dalla sordità; con un torace di Ercole e due occhietti chiari e placidi, affondati fra la rubiconda grassezza del viso e le folte sopraciglia: Lei, che della sua altera bellezza, quasi celebre, serbava ancora la figura giovanilmente snella e una certa espressione di superiorità, che il profilo dantesco e la durezza dello sguardo accentuavano. Pareva nata per agire e per comandare; infatti, per il prestigio della sua bellezza, e più per una tenacità di volere logica e calcolatrice, aveva sempre menato tutti per il naso, cominciando dal generale che si credeva un tiranno.
Povero generale! una buonissima pasta d’uomo e, malgrado i suoi settant’anni (anzi forse per questo), innamorato dell’ideale come uno scolaretto. La sua soddisfazione per quel pranzo di famiglia, a Natale, era profonda, sincera. Certe consuetudini tradizionali, certe solennità, le osservava e le rispettava come i suoi obblighi di cittadino e di soldato, ma con una dose maggiore d’entusiasmo e di convinzione, che le coloriva e le innalzava al grado di veri avvenimenti desiderati. I natalizî, gli onomastici, l’anniversario del suo matrimonio, Pasqua, Capo d’anno, Natale, costituivano per lui tante piccole oasi in cui pigliava fiato prima di rimettersi in via, scacciando, dimenticando, allontanando olimpicamente in quei giorni ogni preoccupazione molesta, ogni pensiero cruccioso. Ma il Natale era la solennità che preferiva, la solennità classica per eccellenza, che ogni anno gli faceva rovistare nel bagagliume delle memorie per arrivare a concludere con la narrazione di qualche episodio tragi-comico avvenuto proprio a lui e proprio per la sua ferma volontà di venirsene a Natale nel suo paese per mangiarvi, da buon ambrosiano, il tacchino e il panettone, e scaldarsi al ceppo tradizionale che doveva rimanere acceso fino alla mattina.
Sua moglie, donna Laura, da persona intelligente, aveva sempre rispettato quei gusti e quelle consuetudini, senza rinunziare però a discorrerne con quella cert’aria di compatimento che doveva mantenerla sul suo piedestallo. Per lei il Natale non era che un pretesto per affermare solennemente, almeno una volta all’anno, la sua autocrazia che non cedeva nè ai tempi, nè ai costumi. Se non era più possibile la famiglia patriarcale come ella aveva vagheggiato per alimentare le sue aspirazioni feudali, rimanesse almeno l’obbligo di quel pranzo di Natale che raccoglieva tutti intorno a lei come un tacito omaggio alla sua autorità. Ciò che sarebbe riuscito ad ogni altra naturale e gradito, costituiva per lei, quasi unicamente, una soddisfazione d’orgoglio. C’erano tutti intorno alla mensa: suo figlio, lo stimato e noto giornalista dai capelli già grigi, coi bimbi e la governante inglese; la nuora, una bruna vivace e astuta dagli occhietti di cingallegra; sua figlia Marta, una creatura bizzarra, un po’ esile, fumatrice arrabbiata di sigarette, e suo genero, alto e grosso e brutto come l’Orco; infine l’altra figliuola giovinetta, sgusciata appena dalle mani dell’istitutrice. Poi i parenti più lontani, quelli che formavano il maggior ornamento al carro di donna Laura: una cugina vedova che veniva ogni anno da Firenze, splendida figura di Giunone, dai movimenti bruschi, ridanciana, provocante; un nipote ufficiale arrivato da Massaua, la vigilia, per quel famoso pranzo di Natale, e il figliuolo di un’amica morta, considerato oramai come un parente: il conte Silvestri, uno scavezzacollo e poeta per giunta.
Donna Laura, naturalmente, dirigeva la conversazione anche a pranzo, intavolava i discorsi, lasciava cadere quelli che non le garbavano, ne troncava anche certi altri, risolutamente, qualche volta con un sol gesto o con uno sguardo insistente de’ suoi freddi occhi grigi. Quella sera però le sue armi cominciavano a spuntarsi contro quelle dell’ufficialetto, che tirava via a dialogare sotto voce colla sua bella vicina, la vedova, il cui florido busto si torceva per le risate frequenti, mentre gli occhi di lui luccicavano, fissi su quella nuca fresca e bianca che l’abito un po’ scollato scopriva. Il generale, col tovagliolo al collo, parlava poco e mangiava assai, occhieggiando spesso e volentieri verso la formosa vedovella e sorridendo del suo riso senza capir nulla; gli altri non badavano a loro. Ma, oltre gli occhi severi di donna Laura e quelli avidi del generale, altri due occhi spiavano, invidi e penetranti, quelli di Alda, un po’ troppo fredda e distratta alla mensa di Natale.