Il libro dei miraggi

Part 4

Chapter 43,751 wordsPublic domain

I due giovani inoltravano per la viottola fresca, tortuosa, affondata fra gli alti margini dei campi bordati di alberi, come una stradicciuola di montagna. Il verde chiaro e lucente delle biade novelle, dell’erba, delle fronde che s’intrecciavano, quasi, sul loro capo e frastagliavano la via d’ombra e di sole, mettevano nella fulgidezza del mattino una velatura di smeraldo, mite, un po’ malinconica ma soave, come una luce di Purgatorio Dantesco. Il rigagnolo scorreva sotto l’erbe, luccicando tra il verde e tra i fiori, a pause — un rosignolo gorgheggiava forte, gioiosamente, trionfando sul pispiglio e sui cinguettii sommessi, lontani e vicini di centinaia di uccelli che celebravano il maggio. Aroldo continuava a versarle sul cuore parole, senza tregua, senza pietà, teneramente.

— Se tu sapessi da quanto tempo immaginavo, sognavo di parlarti così! Ma come farlo nella volgarità di quel carrozzone di tram?..... Che conoscenza strana la nostra, non è vero? C’è tanta poesia e tanto mistero...! Io non so nulla della tua famiglia, tu nulla della mia; due veri pellegrini che s’incontrano e si riposano insieme... ma che non si lascieranno più... — finì sottovoce, guardandola amorosamente sul viso.

Clotilde a capo chino taceva.

— Debbo dirti una cosa — riprese dopo un momento Aroldo con una delle sue ruvidezze improvvise. — Io presto, presto, parto, vado lontano.... in America.... sì, fra due o tre mesi. Ho un cugino giornalista, laggiù, che guadagna a cappellate e non fa che invitarmi; mi dà speranza di metter in scena la mia opera, e mi ha già trovato degli scolari che mi pagheranno assai meglio di questi. Ho titubato un poco, poi mi sono deciso. O il viaggio e il clima mi uccideranno, e allora sarà una cosa spiccia; o mi fortificherò....

Clotilde, sempre in silenzio, con una mossa lenta di subita stanchezza, reclinò il capo sulla spalla di lui.

— La libertà.... l’amore.... la felicità, — disse Aroldo attirandola a sè. Le parole esalate nell’abbondanza del cuore sbocciavano in quella solitudine, nell’orezzo verde, come fiori spirituali. — Sarà un amore divino il nostro, laggiù, e, non aver paura, non muoio io.... Finchè sarai con me, tu, così forte, così bella, così buona, non morirò.....

Ella piangeva silenziosamente; piangeva, finalmente! col capo appoggiato alla spalla di Aroldo, già scheletrita; ed egli la baciava sul viso, sul collo, sui capelli, sulle mani, mani fredde, inerti.

— Verrai, verrai.... Non è vero che verrai? Sì, lo so, ma dimmelo, voglio sentirmelo dire... Clotilde... è una parola così breve... è una parola sola....

Aroldo implorava così, ed ella rimaneva nelle sue braccia, sotto i suoi baci, senza forze, senza parole, con un gran schianto interno, come se il cuore le si torcesse; una sofferenza quasi fisica, orribile, contro la quale si dibatteva come se qualcuno glie l’infliggesse. Eppure era un lieve sforzo che l’avrebbe liberata, un lieve sforzo di volontà, tenue, dolce, oh così dolce! verso cui le pareva che tutta la sua vita interna s’inchinasse come verso una valle fiorita e odorosa veduta giù, all’imo, da una sommità brulla e cocente. La sua volontà piegava fino a spezzarsi, ma Clotilde sapeva che non si spezzerebbe, che si risolleverebbe come una molla, scattando. Intanto fra i tormenti di quel minuto d’agonia della durata d’un’eternità e della brevità d’un sogno, nell’innocente voluttà di quell’abbandono lagrimoso, di quei baci fraterni, di quella parvenza d’amore, ella assaporò tutta la sua parte di gaudio e di vita. Quando si riscosse sarebbe stata pronta a morire.

— Addio — gli disse — non mi domandar nulla, io non mi appartengo più.

Le mani d’Aroldo la ghermirono ai polsi come una morsa — ed al contatto di quelle dita gracili e nervose ella agghiacciò come se uno spettro l’avesse ghermita. Chiuse gli occhi, ma aveva già veduto passare in quelli di Aroldo, spalancati, stupiti, una luce di follìa.

— No? — no? — no? — Fra lo smarrimento di tutto il suo essere, questa parola breve, soffocata, le piombava ad intervalli nel cervello, nel cuore, come i colpi di una mazza destinati ad ucciderla. Non aveva più lena. Le dita d’Aroldo si rilasciarono dopo un silenzio pauroso.

— Ebbene vattene, — le disse con la voce che tremava. — Non dirò una parola di preghiera; non la meriti, non hai cuore, sei già una scienziata egoista e fredda, incapace d’uno slancio, d’un sentimento. Vattene.... addio.... ma bada: se violenti te stessa, se respingi l’amore che Dio comanda, offendi Dio e la natura: il fuoco sacro non si lascia spegnere senza sacrilegio, bada!

Clotilde si strinse la testa fra le mani colpita da una sola parola: Non ho cuore, non ho cuore... — mormorò quasi inconsciamente. — Oh Dio, anche lui... Sarà vero dunque?... Non so amare... non ho cuore... — E si mise a correre, a correre come una pazza, giù per la viottola verde e romita. Dietro di sè udiva confusamente la voce di Aroldo che diceva ancora qualche cosa, poi uno scoppio di tosse, ed ella correva sempre e quella tosse dietro di lei s’affievoliva, ma continuava, continuava....

* * *

Clotilde si trovò, quasi senza accorgersene, sotto il loggiato che girava intorno al cortile interno dell’ospedale, spazioso, freddo, in cui mormorava una fontana fra un gruppo di pini. Due uomini, reggenti una barella coperta, sparivano per una porticina; i carri mortuari, sempre pronti, attendevano. Apparirono una suora e un infermiere con le braccia cariche di biancheria; la suora, passando oltre in fretta, salutò la fanciulla. Dallo scalone di marmo intanto scendeva gente chiacchierando: erano il professore e gli studenti che venivano nell’anfiteatro per la lezione. Ella si riunì ad essi entrando; la Ginoli le sorrise con un cenno; Serralta, il gobbino, le si accostò annunziandole sottovoce che finalmente avevano un bel caso di _ipertrofia_.

Ma gli infermieri avevano appena recato il letticciuolo su cui posava l’ammalato, che Clotilde svenne.

* * *

..... Finalmente la sera, finalmente sola! Ella si richiuse nella sua cameretta con una specie di esultanza triste, di voluttà dolorosa, sperando un conforto dalla solitudine, nell’ombra. Andò a sedersi automaticamente, per consuetudine, dinanzi al suo tavolino di studio tra le due finestre, e rimase così, con le mani inerti in grembo e gli occhi chiusi. Ma il conforto non veniva. Anzi il suo pensiero, più libero in quel vuoto, s’indugiava più a lungo e più profondamente sugli avvenimenti della giornata. La viottola verde, certi effetti di luce, i profumi, i cinguettii, le tornavano in mente con un’evidenza così lucida e acuta da farla trasalire; e la voce di lui, udita a lungo in quella quiete dirle cose sì insolitamente dolci e paurose, le risuonava dentro stranamente, come se con le sue parole avesse bevuto il suo spirito, e lo tenesse, ora, imprigionato nel cuore, di dove continuasse a parlarle soavemente o rudemente, spossandola. Si sentiva ancora tentata di domandare pietà.

Nella pace delle cose, tutt’intorno, le giungeva continuo e monotono il gracidar delle rane dagli stagni, laggiù; poi il festoso schioccar della frusta di qualche carrettiere lontano; poi il rosignolo che lanciò qualche nota nell’ombra e tacque subito, come se qualcuno l’avesse interrotto. Clotilde sentiva accrescersi sull’anima l’affanno opprimente, quasi sinistro: e non poteva scuotersi, nè piangere che qualche lagrima, rada, dagli occhi ardenti. Pure dentro di sè gemeva, piangeva, si ribellava a quell’amarezza invadente che si addensava come se la seppellisse giù nel buio d’una tomba. Si sciolse gli abiti e andò a sedersi a piè del letto, appoggiando la fronte sulle coltri fresche e bianche da cui le venne un vago senso di sollievo, e la memoria confusa d’una notte insonne per la vibrazione dei nervi troppo eccitati dal lavoro e da visioni dolorose. Quella notte, si ricordava, l’immagine di lui le aveva blandito i terrori, calmato i tumulti, le aveva dato il sonno e un fragrante sogno d’amore. Ora quella figura s’ergeva minacciosa, terribile, nella sua forza di malato, di moribondo, di cui lei accelerava la fine, che aveva forse già ucciso, là, sull’erba, fra due colpi di tosse e uno sbocco di sangue.... Un gelo la paralizzò e s’aggrappò alle coltri come presa dalle vertigini. Senza cuore! senza cuore dunque! Eppure tutta la sua vita non era che abnegazione e pietà. E si uccideva, e uccideva....

La disperazione le diede una forza quasi selvaggia. Ebbene, sì, avanti ancora, ad ogni costo — malgrado la tortura, malgrado la morte. Non si vince senza lotta, e non si diserta senza vigliaccheria. Seguendo il suo impulso di compassione verso quell’uno, ella seguiva l’amore, ella sostava in un’oasi refrigerante e queta, mentre un popolo di sofferenti errava nel deserto ardente, lei aspettando. No, essa non si apparteneva più, non poteva più disporre del suo cuore; il suo cuore era di tutti gl’infelici, di tutti i malati, di tutti i dolenti; non poteva defraudar tutti a vantaggio di quell’uno...... La melanconica pace dell’invincibile aleggiò infine sull’animo suo. Il dolore andava spegnendosi dalla forte volontà, dalla grandiosità del suo bel sogno umanitario; rimaneva il rammarico, luttuoso, profondo, dell’infelicità altrui; la tristezza di questo accumularsi di crucci intorno a sè, proveniente da lei, involontariamente, inevitabilmente, come per un’influenza maligna; rimaneva la titubanza e il desiderio ardente del neofita nell’ultima lotta che precede il martirio.

In questo rilasciarsi delle sofferenze e dei dubbi che l’avevano travagliata, visioni tenui, antiche, della sua vita di studiosa le balenarono alla mente e si dilatarono come ripigliando il loro posto in lei, come immigrando da paesi lontani in cui fossero state esiliate da un usurpatore, ingiustamente. Rientravano a stuoli, le visioni antiche, buone, a ripopolare il suo cuore dopo l’uragano. Era la parola d’un maestro venerato e prediletto che aveva schiuso nuovi orizzonti; era il ricordo d’una difficoltà vinta, d’uno studio finito, d’un progresso, d’un trionfo dell’intelletto, d’una vittoria della scienza, d’una fratellanza simpatica e gaia e gentile; poi la falange delle speranze baldanzose, sante di pietà amorosa, che alleviavano la grave fatica e precedevano sicure quella gioventù nella lizza severa. E i bambini, tutti i bambini che aveva veduto languire malati o correre sani; tutti i bambini che conosceva e che immaginava; il suo minuscolo popolo di clienti avvenire, a cui lei avrebbe ridonato il vigore e la vita, si affollò nella sua mente inondandola di purezza, di pace; un mare di piccole teste, una selva di piccoli mani tese verso di lei, imploranti, fidenti, accennanti; e lei, simile alla buona Fata, inoltrava beneficando fra le giovani vite che sbocciavano come asfodeli al suo passaggio, mentre le madri da lungi mandavano un’armonia di benedizioni.

... Clotilde, affranta, si addormentò così, sulla sponda del suo letto, ninnata da tutta l’infanzia del mondo, come dagli angeli.

* * *

Era il luglio, afoso. Clotilde da quel giorno memorando aveva deciso di non riveder Aroldo mai più; e per non incontrarsi con lui, scendeva in città col primo tram e aspettava l’ora della lezione in casa della Ginoli. Infatti non si erano più trovati; ella lo aveva però riveduto un giorno, di lontano, sulla porta d’una birreria fra un gruppo d’amici. Rideva forte, chiassando. Clotilde ne aveva provato un’amarezza somma; poi, mano mano che quel giorno si allontanava, un sollievo sempre crescente, come se le avessero tolto un rimorso. Oramai era in pace. Le pareva che qualchecosa finalmente si fosse addormentato in lei, forse per sempre, e ne risentiva un riposo mesto, infinito.

Dopo gli esami aveva continuato a studiare assiduamente nella tranquillità ombrosa della villetta, tanto più che la nonna le lasciava, insolitamente, un po’ di tregua. Al riaprirsi dei corsi, sarebbe entrata in quinto anno, nel penultimo anno di studi. Sarebbe ammessa alla Clinica regolarmente, avrebbe potuto formare le diagnosi, eseguire qualche operazione elementare e le varie medicazioni negli Ambulatorii; le avrebbero affidato qualche malato, le avrebbero lasciata più libertà d’andare, di studiare; avrebbe così cominciato a sentire la responsabilità, le soddisfazioni del suo ministero; avrebbe potuto agire, cimentarsi, misurare le forze del suo ingegno, dei suoi studi, della sua volontà; cominciare ad occuparsi specialmente del suo ramo di medicina prescelto: la cura delle malattie delle donne e dei bambini, per i quali sfogliava già da tempo dei grossi volumi di Pediatria. E qui la realtà sfumava nel sogno. Se fosse stata ricca a milioni avrebbe voluto inaugurare un grandioso ospedale per i bambini e per le loro madri, un ospedale tutto bianco di marmi e di cortinaggi, luminoso di sole, ridente di fiori: tutto scale, terrazze, fontane e giardini, sontuoso e romito come un’antica villa papale. Ma ahimè, non era ricca, e aveva dovuto ridurre il suo sogno a proporzioni più modeste per sperare di vederlo avverato. Lei, la Ginoli e Serralta, il gobbino, pensavano già sul serio a comperare qualche casamento del sobborgo, isolato e non discosto dalla città, per ridurlo ad ospedale infantile. Essi ne avrebbero la direzione, terminati i loro studi, e gli darebbero un indirizzo eminentemente moderno, occupandosi più dell’igiene che della cura, più dei preservativi che dei rimedi. Ci sarebbe anche una sezione per le donne, in un angolo appartato e tranquillo, dove tanta femminilità timida e sofferente potrebbe nascondersi fiduciosa e serena di sapersi affidata a mani sorelle. Tutto un rinascere di speranze, un germogliare di forze, un trionfo della vita fra gli effluvi dei fiori e delle benedizioni. Oh il bel sogno! Clotilde non poteva più passare una volta dinanzi al casamento adocchiato senza risentire un certo palpito, un certo rispetto per quel futuro santuario della scienza, in cui sapeva che rassicurerebbe tante madri nient’altro che con un sorriso e un bacio sui capelli delle loro creature; sorriso e bacio provenienti da un cuor di donna, in cui vigila la tenerezza materna, anche quando dorme la maternità.

Ancora due anni di tirocinio penoso, poi la libertà di beneficare, di amare, di profondere i suoi tesori di carità. Clotilde ci pensava quella notte buia, affannosa; appoggiata ad una finestra spalancata della sua camera mentre la nonna dormiva. Non l’avrebbe abbandonata, la nonna, oh no: e se Roberto non ne avesse voluto sapere, avrebbe presa con sè la povera vecchina in una bella camera allegra del suo ospedale a raccontar le fiabe ai bambini.

Pensò un momento a suo fratello che viaggiava: in cerca di un editore, diceva lui, e affermava la nonna. Ma Clotilde sapeva bene che si dimenticherebbe dell’editore alla prima stazione balneare. Non sarebbe la prima volta, e la nonna continuava a illudersi e Roberto a sbizzarrirsi, scusato, protetto. Pure non lo invidiava e non avrebbe dato, per un mese di quegli ozî gaudenti, neanche una delle sue giornate laboriose, così rapide, così feconde; che malgrado la sua naturale semplicità la facevano avvedere d’acquistare una superiorità sempre crescente, un’indulgenza sempre più serena.

Clotilde leggeva un articolo in un giornale letterario che le aveva prestato Serralta. I suoi studi faticosi le facevano ricercare la cultura del bello come un riposo. Leggeva accanto alla finestra, alla luce della lucernina posata sul tavolino. La notte era scura, opprimente, greve; neanche uno spiro d’aria; la fanciulla soffocava anche così, un po’ discinta nella sua blusa di mussolina blu, tutta increspata, che lasciava indovinare solamente le forme bellissime del suo corpo; il nodo dei suoi capelli, fermati dal pugnaletto d’argento, si allentava; tutta la sua persona aveva quell’aspetto di languore molle che danno le sere d’estate molto calde, tutte piene d’insidie e di viltà. Clotilde s’era appoggiata al davanzale. Il giardinetto s’addensava nell’ombra; all’orizzonte i baleni si seguivano a pause come guizzi convulsi, le rane gracidavano forte, alla distesa, implacabilmente. La ragazza aguzzava lo sguardo per penetrare l’ombra, laggiù, poichè le era parso che qualcuno o qualcosa vagolasse nel giardino. Ma la sua miopia le nascondeva ogni cosa e quelle rane assordanti le impedivano di ascoltare. Sporgendosi con un movimento brusco le scivolò giù il giornale.

«Benissimo,» pensò; «almeno ci fosse qualcuno davvero per rendermelo». E rimase ancora qualche tempo, spiando attenta, immobile. Ma non intravide più nulla. «Saranno le ombre dei miei occhi,» concluse. E si dispose a scendere per raccattare il giornale, poichè ell’era molto gelosa della roba che non le apparteneva.

Accese la candela, traversò la stanza che divideva la sua dalla camera di suo fratello, ora vuota; scese le scale adagio, chetamente. Le faceva impressione di errare a quell’ora nella casa buia e silenziosa; e, coi nervi e la fantasia eccitati dal lavoro intellettuale, s’immaginò un momento di recarsi a un convegno furtivo. Allora il cuore le battè come se fosse vero, e ne sorrise, da sè, nell’ombra. Poi, una tristezza improvvisa le piombò sull’anima e l’immagine di Aroldo, in quell’attimo di spontaneità che non ebbe il tempo di domare, le apparve con un rimpianto. Inoltrò, sgomenta, come le accadeva sempre ogni volta che i sensi la soverchiavano all’improvviso — posò il lume per terra nella saletta d’ingresso e aperse l’uscio che metteva in giardino, chiuso diligentemente dalla nonna nella sua ultima ronda. Era agitata, nervosa; intuiva vagamente un pericolo — non sapeva quale, nè perchè. Scese lo scalino di pietra con precauzione poichè non ci vedeva affatto, e fece qualche passo verso la finestra della sua camera. Di colpo si sentì ghermire da due braccia robuste e un fiato ansante le alitò sul viso.

— Ah, lo sapevo! — mormorò lei col cuore tumultuante per l’emozione inattesa e pur preveduta; — Aroldo!

Ma poi dopo quel momento di silenzio rabbrividì. Aveva indovinato, più che intraveduto, l’avvocato Dardanelli.

— Clotilde.... Clotilde.... — mormorava la sua voce che a quell’ora e nel buio assumeva un’intonazione strana; — non ne posso più, Clotilde... da due ore sono qui a misurare quella finestra... volevo salire.... io sono pazzo, Clotilde....

La fanciulla istintivamente cercò di svincolarsi, ma quelle braccia erano di ferro; ella ebbe allora la rapida percezione che lo smarrimento e la paura l’avrebbero perduta. Con un atto della sua forte volontà rispose calma, irrigidendosi: — Via mi lasci, è un cattivo scherzo... M’ha fatto avere uno spavento terribile; mi lasci, mi fa male a stringermi così...

Ma egli la serrava più forte, inebriato di quella giovinezza opulenta che sentiva contro il suo corpo.

— Mi lasci, — disse ancora Clotilde irata, puntellando le mani contro le spalle di lui e arrovesciandosi per allontanarsi da quel viso, per sottrarsi a quei baci; — mi lasci o grido!

La sua calma fittizia era sparita: oramai non si dominava più, si dibatteva furiosamente, disperatamente, mentre egli la trascinava stringendola come fra una morsa, mormorando incoerenti parole di tenerezza.

— Grido, grido.... — minacciava lei, con la voce strozzata dall’angoscia, quasi piangendo.

E l’uomo cercava di farla tacere, di calmarla coi suoi baci impuri, e continuava a stringerla, a trascinarla... Clotilde non aveva più forze per lottare, ma la sua ira cresceva dalla sua debolezza.

— Vile!... infame!... — esclamò, e gli sputò sul viso. Poi esasperata si strappò il pugnaletto dai capelli e glielo conficcò a più riprese in un braccio finchè le braccia si allentarono.

Un lamento, un rantolo di rabbia, d’agonìa, chissà? la seguirono nella sua corsa rapida verso la casa dove giunse ed entrò e richiuse l’uscio, proprio mentre Dardanelli che la rincorreva, vi appoggiava le braccia nerborute per forzarlo, per ripigliarla ancora. Clotilde lo udì tempestare di pugni la fragile barriera, bestemmiando, con una voce che non aveva più nulla d’umano.

Ella si lasciò cadere su una sedia semisvenuta, atterrita, esausta. Un rombare di tuono che crebbe e scoppiò in un fragore di fulmine soverchiò ogni rumore. Il temporale s’annunziava.

* * *

— Signora dottoressa, — disse il giorno dopo la nonna a Clotilde quando furono sedute a tavola, — c’è un ferito da curare. Cerchi di guarirlo bene, le faranno poi i sonetti...

Ma siccome la ragazza, un po’ pallida, s’affrettava a inghiottire una dopo l’altra le cucchiaiate della minestra scottante, per evitare di rispondere, la signora Rita smise quel tono sardonico e disse naturalmente:

— Davvero, sai, l’avvocato Dardanelli s’è ferito a un braccio. Me lo ha detto la Giulia poco fa. Stamattina s’era levato molto presto per lavorare in giardino, e nel rialzare i rami del gelsomino è caduto dalla scala a piuoli e s’è stracciato manica e carne contro i chiodi del muro. Sua moglie era tutta nervosa pensando al pericolo.... Se si fosse trovata presente, quella cadeva in convulsioni....

Clotilde respinse la scodella vuota e disse ad occhi bassi:

— Spero che l’avvocato non mi aspetterà per curarsi....

— Pare di sì, — continuò la nonna, — giacchè non ha voluto chiamare il dottore. Fra lui e sua moglie hanno fasciato il braccio.... Dardanelli seguita a dire che è una cosa da nulla... Però gli è venuta la febbre.

Clotilde era stata assalita da un dubbio repente, angoscioso. Dov’era il suo pugnaletto d’argento? se lo avessero trovato in giardino, insanguinato.... Lo aveva gettato via o no? Non se ne rammentava.

— Non ci mancava che questa, povera gente; continuò la signora Rita trinciando il lesso. — Ce n’era d’avanzo della bambina malata... ha un febbrone, povera creatura.... ma già quando l’incomincia a dar dietro non si finisce più. Poi, già, la civetta s’è fermata due notti, due notti in fila, capisci? a cantare sulla finestra... me lo raccontava la Giulia.... S’ha un bel dire che sono scempiaggini, ma poi i fatti.... E tu hai sentito che temporale, stanotte? Che tuoni e che lampi.... Gesummaria, pareva il finimondo... Poi ha durato tutta notte a piovere... Bada qui, Clotilde, ohi a che pensi? è un ora che ti stendo il piatto....

La ragazza si scosse arrossendo; levò i tondi, ne rimise, si prese il lesso, ma non potè mangiare. Quel pensiero la torturava. E dovette rimanersene cheta fino al termine del desinare, ascoltando le ciarle della nonna che di quando in quando la pungeva col sarcasmo o col dispetto. Allorchè le fu possibile d’uscire, barcollava.

Trovò il pugnaletto sotto i rami spezzati d’un geranio. Il vento e la pioggia avevano pestato le aiuole a segno che non era possibile scorgervi traccia di passaggio o di lotta; pure ella si sentì mancare scorgendo luccicare il suo gingillo fra la terra umida, in quel luogo. E come le accadeva sempre, il contraccolpo dell’emozione la terrorizzava. Lo raccolse con uno sforzo della sua volontà avvezza a superare le ripugnanze insuperabili, ma sentiva che se vi avesse trovato traccia di sangue non sarebbe più stata padrona di se. Nulla, invece. La tenue arma lavata dalla pioggia era forbita, riscintillante al sole. Clotilde salì in fretta nella sua camera e lo gettò sul cassettone come se le scottasse le mani, poi si abbandonò sul letto, bocconi, con le tempie, il cuore, le arterie tutte che le pulsavano violentemente.

Si rialzò soltanto quando udì qualcuno bussare all’uscio e chiamarla angosciosamente. Andò ad aprire intontita, come balzata dal sonno. Vide la signora Giulia piangente, pallida, scarmigliata, senza lena.

— La mia bambina muore! Clotilde, presto, aiuto, oh Dio, la mia bambina muore, aiuto!...

Fu come il bicchier d’acqua che dissipa i fumi dell’ebbrezza. Clotilde si riprese in un attimo — Andiamo, andiamo — rispose energica, pronta, risoluta; e si mise a correre tenendo per mano la signora Giulia che si lasciava trascinare, spiegandosi fra i singhiozzi, a stento: