Il libro dei miraggi

Part 3

Chapter 33,655 wordsPublic domain

— E lei non viene a prendere il caffè? — le chiese, andandole incontro col viso rosso e gli occhi lustri, sbuffante ed eccitato dalla digestione.

— Sì, sì, — gli rispose la ragazza soffermandosi ridente, gaia, a braccia alzate per rafforzarsi il nodo de’ capelli con lo spillo d’argento, mentre i fanciulli le davano ancora delle strappatine provocanti al vestito, scappando.

— Fermi, monelli! — urlò l’avvocato facendo gli occhiacci e accostandosi sempre più a lei. Clotilde fioriva in quella tinta strana e calda d’un tramonto nubiloso. I suoi capelli scompigliati, sfuggenti, parevano oro fulvo; il volto quasi sempre sbiancato era tutto roseo, gli occhi ancora tutti pieni del riso di quell’ora di spensieratezza obliosa.

— Che cos’ha? un pugnale fra i capelli? — E le mani di Dardanelli la sfioravano.

— Sì, — rispose Clotilde, secca, scansandosi.

— Serve anche quello per i suoi studi di medicina? — chiese ancora l’avvocato, ridendo scioccamente.

— Potrebbe guarire anche questo... — ribattè pronta la giovinetta con la sua voce sicura e il suo sguardo misterioso.

Sedette su uno sgabello rustico vicino alla signora Dardanelli, che le sorrise. Ella aveva molta simpatia per la fanciulla e non si era mai accorta delle intenzioni poco oneste di suo marito, che credeva volesse bene a Clotilde come ad una figliuola. La signora Giulia fra i lillà fioriti pareva una Flora, una di quelle Flore formose e grossolane che servono qualche volta per ornamento dei giardini. Aveva i lineamenti regolari, la bocca ombrata da una lanugine bruna, gli occhi neri di taglio perfetto, ma sempre spalancati in un’espressione di meraviglia sotto l’arruffio di riccioli neri sfuggenti di sotto al _foulard_ rosso, annodato elegantemente sul capo come una cuffia. Quel fazzoletto, i cerchiellini d’oro alle orecchie e l’abito bianco s’addicevano assai al suo genere di bellezza forte, meridionale.

Clotilde aveva appena appressato la tazza alle labbra, che la Rachelina le irruppe addosso strillando perchè era inseguita dal fratellino. Ell’ebbe appena il tempo di salvare la tazza dal naufragio e accolse la bimba sulle ginocchia.

— Lascialo venire, ci difenderemo! E si difesero infatti con molta agilità e molta gaiezza dagli assalti bruschi di Nello, che si vendicò della sua disfatta contro un formicaio.

La fanciulla teneva la testa della bambina appoggiata contro il seno rigoglioso, amorosamente, e Rachelina si abbandonava tutta, con quell’aria di riposo fidente che prendono i bambini fra le braccia di chi li ama assai.

— Sei proprio nata per i ragazzi tu, — osservò la signora Giulia.

— Per quelli degli altri... — aggiunse pungente la nonna.

— Ci sono tanti bambini senza mamma, ci sarà una mamma senza figliuoli, — rispose subito Clotilde, dolce, risoluta.

La signora Dardanelli, vedendo che la nonna faceva il viso arcigno, credette di sviare la tempesta chiedendo alla ragazza se non le pareva che Rachelina avesse l’aria abbattuta da qualche tempo. Clotilde rialzò il viso della bambina e le esaminò gli occhi, le gengive, le labbra.

— È anemìa incipiente — rispose. — Bisogna consultare il medico per qualche ricostituente.

La vecchietta si sfogò con una risatina ironica.

— Ma e tu che sei una medichessa? Fa dunque una ricetta, da brava! Dì dunque qualche altra bella parolona.... _Anemìa_.... _incipiente_.... somiglia a un arnese di cucina.... Saranno vermi, dia retta a me, Giulia, un po’ di santonina o di calomelano e la bimba è bell’e guarita....

— No, no, — ribattè Clotilde con forza; — sarebbe una scimunitaggine.

— Che? — gridò la signora Rita; — scimunita a me? Vergogna! Come vuoi che faccia a stimare la tua scienza se non t’insegna neanche a rispettare i vecchi? Già tu non hai un briciolo di cuore, nè per i tuoi, nè per nessuno... sei una saccentuzza arrogante, un’egoista di prima riga... — Clotilde pigliò in collo la bimba e fece per andarsene.

— Va, va a stuzzicare anche tuo fratello ora! — le strillò dietro la vecchietta in collera, vedendola avviarsi verso il viale che Roberto misurava in su e in giù, fumando. — Almeno lui lascia in pace! rispetta almeno quel povero martire che si scervella per qualche cosa di bello e di buono....

La ragazza sorrise sarcasticamente e si diresse verso il cancello d’uscita, perseguitata dalla voce stizzosa della nonna, che finiva il suo sfogo con la signora Giulia. Sedette sul muricciuolo di pietra, al di fuori, stringendosi sempre alla bambina, ricacciando con sforzi inauditi le lagrime che le empivano gli occhi accecandola. Ecco la giustizia del mondo! Lei era una creatura indegna, senza cuore, una saccente boriosa, disutile e infingarda; e Roberto un martire glorioso, lui, che trascinava le giornate intere fra il fumo delle sigarette e le fantasticherie per concludere con qualche sguaiato verso d’amore, o qualche veemente tirata contro tutto e contro tutti, senza che si sapesse troppo bene il perchè, senza che lo sapesse neanche lui.... Roberto, che con la scusa d’esser poeta si faceva perdonare ogni stravaganza, ogni birbonata, ogni indelicatezza; e comandava e s’imponeva come un essere superiore, arbitro di tutto e degno di adorazione. La nonna lo giudicava una cima senza capir molto dei suoi versi e meno delle sue prose, condannate tutte, prima di nascere, al cestino delle redazioni. Roberto, a sentir lei, era un grand’ingegno, un talento disconosciuto; già, i grandi uomini hanno cominciato tutti così, poveretti, purtroppo; e qui la nonna non mancava mai di tirare in ballo Colombo e Galileo, senza che ci avessero troppo a che fare, veramente; ma lei non ne conosceva altri: e concludeva che se le creazioni di Roberto non erano accettate, voleva dire che i giornalisti erano ciuchi o invidiosi di lui che li metteva in sacco tutti quanti. I versi, oh i versi poi erano destinati senza dubbio a mettere a soqquadro il mondo...., solamente mancava l’editore.... E così a furia di batter questo tasto, Roberto, che non era un cretino, cominciava a diventarlo, convincendosi che lui solo aveva ragione e gli altri tutti torto, e tirava via a regalare qua e là ai giornali le sue sgrammaticate invettive o le sue insipide pornografie, che ognuno si guardava dal mettere alla luce, e s’atteggiava di più in più a genio incompreso.

Ingiustizie! Clotilde baciava sui riccioli la bambina, piangendo. Ella, così forte, così padrona di sè, aveva di queste debolezze improvvise quando le tristezze le venivano da chi avrebbe dovuto raddolcirle la via già così scabrosa, già così triste. Era dunque una colpa consacrarsi ai dolenti? Una colpa seguire quel interno impulso, che la sospingeva ogni giorno più, riverente, ammirata, verso la scienza, l’iddia severa e bella che non abbaglia con promesse vane, che conquide lenta, sicura, formidabile?... Una colpa rinunziare per il trionfo d’un’idea, forse alla felicità, certo alla pace serena e ridente della vita? L’arte, oh! un’egoistica magnificenza che fa molti disgraziati; la scienza, una gran carità distribuita a tutti gli umani per farli meno poveri, meno infelici! Ed era ancora la pietà che le traboccava dal cuore.

Roberto veniva verso il cancello: ella s’asciugò gli occhi in fretta, furtivamente, e si mise subito a parlare alla bambina sorridendo. Il giovine senza curarsi di lei venne a sedersi sul muricciuolo di fronte stiracchiandosi i baffetti con lo sguardo vago. Il sole, laggiù, all’estrema plaga serena, pareva stemperarsi in una fulgidezza aurea, incandescente. La nuvolaglia bigia si accavallava più in alto, come una rovina strana ed enorme di qualche costruzione ciclopica; si andava diradando verso levante in chiazze dense, fumose, in diafani lembi d’un velario fantastico stracciato dal vento, in una linea sinuosa e allungata, come di una costa lontana, avvolta nelle brume e nel mistero d’un paese di leggende e di sogni, popolato di larve. Tutto un altro mondo pieno di laghi, di terre, di edifici, di mostri, di forme tenui e gentili, veduto in miraggio come una gran promessa di purezza, di pace, di silenzio, come la visione apocalittica d’una patria diafana, destinata ad accogliere le anime che volano via dalla terra.

Nella bianca strada battuta, e di là dalla siepe di biancospino, di là dal filare dei pioppi, su tutta la pianura vasta che verdeggiava appena, il vespro calava così, con una delicatezza muta, soave e triste, opprimendo. La primavera ha di questi silenzi eloquenti in cui par di sentire il germoglio interno di tutta la vita della natura, come si ascolta col volto indifferente il fermento di tutte le passioni latenti nell’anima. Clotilde calma, quasi sorridente, spasimava.

La Rachelina le scivolò dalle ginocchia e scappò. Roberto e lei rimasero soli, muti, assorti; seduti, e appoggiati con le spalle ai pilastri del cancello. Roberto anzi si era steso sul muricciuolo come in un letto, con una gamba allungata e l’altra piegata, il sigaro in bocca; Clotilde seduta un po’ di traverso, con le braccia cadenti, senza atteggiamento alcuno.

Improvvisamente le prime note d’un coro agreste si diffusero sonore. Le parole si perdevano così allungate nelle note tenute, lente, nelle parti divergenti e fuse in un’armonia melanconica e dolce, piena di maestà. Erano contadini che tornavano dal lavoro: le donne tenevano gli acuti, gli uomini i bassi, e le parti s’allontavano adagio, digradando melodiose, per riunirsi e risolvere diversamente, come una fuga. Un classicismo ingenuo, misto a un non so che di languido, di carezzevole; solenne ed umano.

Roberto si rizzò e tese il braccio accennando a sua sorella d’ascoltare. E Clotilde ascoltava, immobile.

La frotta dei contadini passò dinanzi a loro, a piedi nudi, sollevando un po’ di polvere. Prime schierate in fila, coi rastrelli sulla spalla, le donne, che scorgendo i due giovani ammutolirono ridendo e motteggiando fra loro un po’ vergognose; poi gli uomini, che continuarono a fare i bassi, impassibilmente, levando il capo, scamiciati, con la giacca sull’omero. I più vecchi invece di cantare dialogavano: qualcuno rimasto indietro per accender la pipa, raggiungeva correndo i compagni. A venti passi dopo il cancello ripresero tutti il coro; Roberto ricadde con gli occhi socchiusi, fumando, nella sua posa pigra di sognatore — Clotilde si levò adagio per seguire ancora i contadini con lo sguardo. Repente una soddisfazione, viva come una gioia, le aveva alleggerito il cuore. Era la coscienza di sentirsi anche lei, come quei suoi fratelli, degna del riposo.....

* * *

Il tram si fermò come al solito al cenno di Clotilde che aspettava sul cancello, tutta fresca nella freschezza stillante del mattino. Ma Aroldo non c’era, dovette salire senza che nessuno l’aiutasse e sedersi accanto alla ragazza malinconica che indovinando qualche tristezza le rivolse un’occhiata di simpatia. Il carrozzone si mosse fra il cicaleccio della lattivendola e della serva del parroco, che pareva un papavero, con la sua blusa nuova di mussola rossa a mezze lune gialle. Uno dei scolaretti riprese col portalettere la discussione un momento interrotta sulle collezioni di francobolli; e il vecchio sonnacchioso, vedendo Clotilde sola, non pensava più a richiudere gli occhi.

La fanciulla sorpresa, ferita, si richiudeva tutta, lei, nell’inquietudine amara che le gravava sul cuore. Il suo amico non l’aveva abituata a queste assenze, ed ella si trovava a dolersene come d’un convegno svanito: e mille dubbi la travagliavano. Ammalato? partito? in collera? una tortura intima, inesprimibile, nel buio, nell’ignoto, a cui si aggiungeva un senso doloroso di meraviglia come per un inganno immeritato e beffardo. E a poco a poco, continuando quella pena opprimente, da quello stupore ne nasceva un altro, pauroso e dolce, al quale tutte le sue fibre rispondevano con una spontaneità ribelle che la sgomentava profondamente. Era l’amore dunque? Ma l’amore poteva cogliere così all’improvviso, insidiosamente, fra un bisticcio e una risata? Oh no, no, non era ancora l’amore! Un’amicizia viva, un fascino, una consuetudine soave, nient’altro. Oh l’amore no! E pareva implorare.

Il sole le raggiava in volto, mitemente, si diffondeva ambrato nell’aria limpida, sulla doppia giovinezza della primavera e del mattino, chiara, cristallina, odorosa. Clotilde seguiva coll’occhio abbagliato il binario che si allungava sulla strada bianca, al sole, luccicando. Giammai quella gita le era parsa più lunga, più monotona, più triste; giammai aveva sentito come in quell’ora l’aridità lugubre dei suoi studi, la solitudine della sua vita. Un principio di rivolta fermentava in lei e germogliava e minacciava sbocciare nella luminosa complicità gaia di quel tripudio d’Aprile. Tutto intorno a lei le cantava la vita ed essa andava a chiudersi nel melanconico asilo della miseria e della morte. Un brivido le corse il corpo alla visione delle corsìe bianche, nude, silenziose, che l’aspettavano, popolate di sofferenze e di severità; al pensiero di andare a respirar quell’aura fredda di chiostro che raccoglieva l’ultimo soffio dalla bocca dei moribondi, che passava carica di lamenti, di spasimi, di sospiri, di imprecazioni....... al pensiero di tutte le fragilità e le miserie della mirabile macchina umana che si disfaceva ogni giorno sotto i suoi occhi, che si ricomponeva così a fatica, che si rivelava ognora più sotto la sua mano, sozza e divina. Membri sanguinolenti, faccie livide, muscoli contratti, rossori febbrili e pallori di morte passavano in una lucida fantasmagoria, come in sogno, ed ella si sentiva debole e ripugnante come il primo giorno che si recò all’ospedale. Un momento la visione si fece così intensa e inesorabile che Clotilde presa da una specie di terrore dovè superare con uno sforzo di volontà l’istinto di levarsi, di scendere, di fuggire attraverso i campi, di immergersi nel verde, nella fragranza, d’inebriarsene, per dimenticare. E ancora tornava l’immagine di lui. Che bel sogno andarsene così, soli, liberi, lungo qualche viottola romita, appena chiazzata d’ombra dalle fronde novelle, una viottola dai margini fioriti di viole e di margheritine, una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, da riempir tutta di dolcezze e di sorrisi, che resterebbero dietro di loro come se sfogliassero canestri di rose per una ridente seminagione di petali. Il viso d’Aroldo radioso e gaio come nei bei momenti di spensieratezza, in quell’attimo le balenò così evidente ch’ella ne ebbe un palpito e un sorriso.

In capo alla strada si profilava, con le sue cupole e le sue torri, la città, rossastra, che acquistava una strana tenuità nei vapori del mattino. Di là dalle siepi gli orti sfiorivano, invasi già da l’uniformità del verde. Un capinero nascosto vicino alla siepe gorgheggiava forte, melodiosamente. La ragazza malinconica raccolse pensosa un fior di pesco che il vento le aveva portato in grembo.

Clotilde non reggeva più. L’agitazione nervosa la invadeva così violenta ch’ella temeva di tradirsi. Alla barriera fece fermare e scese bruscamente, lasciandosi dietro i commenti delle due donne, i sorrisi del portalettere e la curiosità del vecchione che si scomodò per seguirla con lo sguardo. Entrò sotto i portici dì quella via deserta e si mise a camminar lesta per dominarsi, ma giunta al primo palazzo dovè fermarsi, impedita da un crocchio di curiosi che facevano ala al portone. Una folla signorile usciva, le signore a braccio dei cavalieri, frettolose, pallide, scomposte, nelle sciarpe e nelle pelliccie gettate sull’abito da ballo. Molti equipaggi in fila aspettavano, e le carrozze si movevano subito dopo il colpo secco degli sportelli richiusi fra i complimenti, le celie, i saluti, lanciati a voce alta con l’audacia e l’eccitazione, che durava ancora, di quella nottata di veglia. E le voci rauche e stonate si soverchiavano, qualche fiore volava: un bel giovane bruno, senza soprabito e senza cappello, con la marsina coperta di decorazioni da _cotillon_, corse per un tratto di strada con la mano attaccata allo sportello d’un coupé da cui pareva non si sapesse staccare; poi rientrando, scherzoso, rubò il boa ad una signorina che indugiava sulla soglia per raccogliere un lembo strappato del suo abito di velo. «È il conte Villi!» si mormorava intorno al portone, nel pubblico composto in massima parte di serve e di bottegai. Ma Clotilde, che non voleva e non poteva mischiarsi al crocchio, cercò di farsi largo, e attraversò proprio nel momento in cui l’ultimo sciame delle signorine si sparpagliava, chiacchierino, gaio, in una varietà di veli, di trine, di sciarpe tramate d’oro. Ella, passando col suo abito nero, severo, chinò il capo come vinta da quel tripudio giovanile, da quella stanchezza folle, da quella fatuità brillante che le doveva rimanere ignorata sempre. Pure era un’eroina e una martire che passava.

* * *

... Andavano soli, liberi, lungo la viottola romita, dai margini fioriti di viole e di margheritine, appena chiazzata d’ombra dalla frondosità novella; una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, che Clotilde aveva veduto, non si ricordava dove, forse in sogno. Il mattino era tanto puro, ed essi così solleciti, che Aroldo le aveva proposto di scendere in città a piedi invece d’aspettare il tram; e dopo un bisticcio sulla scelta della strada, si erano rappacificati e venivano innanzi riuniti, egli col braccio sotto quello di lei, confidenzialmente, come due sposi. L’anima di Clotilde traboccava d’una dolcezza languida, penosa; egli appariva nervosamente vivace, e ciarlava esageratamente; pareva che il silenzio o un pensiero gli facesse paura.

— ...... Dicevamo dunque?... ah, che ieri sera, stanotte anzi, ho terminato il Minuetto. Sono così contento... Sa che mi metterò subito a scrivere una Giga?.. Voglio provarmi nella musica antica; è una semplicità che riposa da tutto quel Wagnerianismo invadente... Dopo scriverò una Gavotta, poi forse un tema con variazioni, e mi piacerebbe anche un coro a sole voci rincorrentesi come un canone perpetuo. Vorrei poi comporre qualchecosa di sacro: un Offertorio, un’Ave Maria...

— Troppa carne al fuoco, troppa.... osservò lei tranquilla, seria, crollando il capo. Ed egli fece una risatina di fanciullo, stringendole il braccio furtivamente:

— Vedrà, vedrà, sentirà anzi.... Ma già, dimenticavo che lei odia la musica. — Che orrore! — E si sciolse sdegnosamente.

Clotilde lo guardò un po’ sorpresa e si curvò a cogliere due violette bianche sul margine del fosso. Due o tre raganelle, spaventate, balzarono dall’erba nel filo d’acqua luccicante.

— Fa orrore perfino alle rane.... — osservò Aroldo battendosi i piedi con un vincastro. Ma Clotilde non era in vena di scherzare e si fermò le mammole sul petto, tutta accesa nel volto, quasi vergognosa e ferita dall’atto e dalle parole d’un momento prima, più di quello che egli potesse credere.

— Io amo i waltzer suonati dagli organetti, lo sa, disse poi, levandogli in volto gli occhi con uno sforzo di sincerità che si tradiva dal rossore insistente. — L’altra musica non la capisco tanto; poi ho così rare occasioni di udirne.... I waltzer suonati dagli organetti mi piacciono per quel non so che.... quella specie di cascata a intervalli regolari.... come spiegarmi?....

— Il ritmo, dica il ritmo....

— Sì, dev’esser così; il ritmo, dunque, che insiste, avvolge, folle e mesto ad un tempo, come una tentazione e una preghiera trascinate insieme in un’onda di passione; carezzevole e perfido, insidioso e vano come tutte le ebbrezze che vi fanno riddare fino al cielo e vi abbandonano in un cerchio di spuma.

— E che ne sa lei di ebbrezze? interruppe Aroldo con uno de’ suoi scatti quasi brutali dopo aver ascoltato quella fanciulla parlare così, con crescente meraviglia. — Lei non ha diritto di parlare di queste cose...

— È vero — rispose subito Clotilde francamente, ingenuamente; — ma mi pare che debba esser così, come ho detto io.

Aroldo con la sua verga dava delle scudisciate alla siepe; i petali del biancospino piovevano lievi, odorosi.

— ...... Però ho avuto torto a parlarne, — insistè lei arrestandosi, — ho avuto torto come sempre quando parlo di me. Volevo dire solamente che i waltzer mi piacciono.... perchè mi parlano un linguaggio tutto nuovo che m’affascina e m’impaura.... È come uno spiraglio da cui mi balena la vita... Oh Dio! — esclamò con tutta semplicità; — e avevo detto di non parlare di me!

— Oh ne parli invece, ogni espressione è una meraviglia — soggiunse lui con una passione dolce, improvvisa. E abbandonandosi all’impulso di quel momento le allacciò la vita e la baciò sul viso, naturalmente.

L’atto era stato così pronto e delicato che Clotilde non aveva potuto sottrarsi. Dopo chinò il capo e si velò la faccia con umiltà, come una colpevole, senza un atto, senza una parola. Aroldo aveva ancora passato il braccio sotto quello di lei e le parlava sommesso, dolce, come se fossero già amanti.

— Voglio scrivere dei waltzer ora, per te, tutti pieni di passione e di languore e di carezze... come quelli di Strauss... Poi cercherò dei versi malinconici e ardenti e li dirò su quella musica, li dirò fin che ti abbiano vinta, finchè ti diano l’ali per slanciarti da quello spiraglio nella vita. La vita è bella, sai? ed è breve; tanto breve, che non c’è tempo di dormire.... E tu, che vuoi ostinarti nel sonno, sei colpevole, Clotilde....

Ella fece un movimento per sciogliersi da lui, ma Aroldo la strinse più forte: — Sei colpevole, sì! le gridò rudemente. — L’amore è la luce, è l’aria, è la bellezza, è l’anima dell’universo, è la parola di Dio e tu neghi tutto questo e tu ti seppellisci viva fra l’aridità della scienza che atrofizza la tua gioventù, la tua bellezza, il tuo cuore, che in cambio del tuo olocausto, ti lascierà il vuoto e la tristezza dell’imperscrutabile o ti spezzerà l’esistenza così, senza amore... Oh vivere senza amore, ma non si può, Clotilde, è vano: non senti che è vano, tu che parlando del ballo, dianzi, avevi senza volerlo, senza saperlo, gli accenti della passione?

Clotilde camminava a occhi bassi, tanto pallida che pareva livida su quell’abito nero: con una ruga verticale sulla fronte, profondissima, che la invecchiava. Non trovava parole per rispondere e non rispondeva — poi le pareva che qualche cosa le gemesse nel cuore sotto quel gran giubilo che la staccava dalla terra, e la faceva inoltrare macchinalmente, come, abbagliata da una gran luce, che le nascondesse tutte le cose intorno e le affievolisse stranamente anche il suono delle parole che le giungevano solamente come una voce, come una melodia che l’avviluppava. Oh la dolcezza dolorosa di quell’ora, confusa, lieve, fluttuante, piena di profumi e di ebbrezze indefinite e inafferrabili come quelli di un sogno! Il nuovo perchè della vita che la avvolgeva nelle sue spire iridescenti! Le nuove speranze e i nuovi orizzonti mai conosciuti, eppure non incogniti, che ridevano da ogni lato fra i lembi della sua esistenza vera che si stracciavano, si sbandavano, si dileguavano come la nebbia ad una mite irradiazione di sole! La nuova maraviglia che la assaliva — una maraviglia soffusa di riverenza come dinanzi a un prodigio, come se fosse stata trasportata per incantamento in un pianeta splendido e ignoto, destinato per la sua patria, per la patria di tutti i felici.....