Il libro dei miraggi

Part 2

Chapter 23,708 wordsPublic domain

..... Oh le povere piccole membra contratte dallo spasimo...! oh il martirio intimo, muto di quella madre, e la voce del professore così calma...! e le sue dita così rapide e sicure quando avevano guidato il piccolo bisturi....! Quella visione d’angoscia non le si levava dalla mente. Anche la Ginoli, l’altra studentessa, era assai pallida: gli assistenti si affollavano, come se la curiosità vincesse la pietà. Ma non era curiosità soltanto, lo sapeva... Qualche profilo caratteristico o amico le si delineò nella mente: Santarelli biondo e scialbo col suo collo d’oca; il testone d’Embrici così timido e goffo, martire dello studio e dei compagni; Altarini, un saccentuzzo dalla voce stridula che soverchiava sempre; il bel Raimondi, che faceva perder la testa alla Ginoli; Serralta, detto il gobbino per la sua imperfezione che gli valeva qualche riguardo dai compagni, i motteggi della Ginoli e la compassione di Clotilde che si sapeva adorata in segreto da lui. Un viso da scimmia quello di Serralta, dai lineamenti continuamente in moto per una specie di tic nervoso, dagli occhietti maligni che si illanguidivano incontrando quelli della fanciulla, che col suo contegno severo non aveva mai incoraggiato quell’amore.

Finì di spogliarsi in fretta e si cacciò fra le lenzuola candide e ruvide del suo letto duro. Ma non aveva sonno. La stanchezza e la veglia, che per solito la facevano cader giù addormentata come un masso, quella notte la tenevano desta in una lieve eccitazione di nervi tormentosa e dolce. Le pareva che una forza invincibile la obbligasse a tener gli occhi sbarrati e la fantasia in azione. Tutte le sue fibre vibravano, e nella sua mente era una ridda faticosissima d’immagini, di pensieri, di formule, di nomi tecnici, di visioni... Quel piccolo paziente e quella madre...! Clotilde non sapeva spiegarsi come mai quell’episodio le fosse rimasto impresso così vivamente nel cervello, mentre non ne aveva risentito sul momento una scossa esagerata. Non sapeva come mai quel quadro penoso, sopito nel resto del giorno, giganteggiasse ora nella solitudine della sua stanza così paurosamente da diventare un incubo.

Seduta sul letto, con le braccia in croce contro il largo scollo della camicia che le scivolava dalle spalle, vagava con gli occhi spalancati negli angoli bui e cheti della sua stanza dove tutto pareva dormire: i libri ammassati sul tavolino, i mobili ordinati, la lucernina spenta, i suoi abiti ricascanti su una sedia in atteggiamento di abbandono, perfino uno de’ suoi stivalini rovesciato per terra. E le bianche tende, lievi e alte come ali, scendevano come per proteggere il sonno di tutta quella cameretta innocente. Ma lei no, non dormiva; e la candela accesa sul tavolino da notte, che dava delle luminosità auree alla treccia molle e cadente de’ suoi capelli, delle morbidezze alla nudità delle sue braccia e del suo collo torniti, dei candori languidi alle coltri e ai guanciali, pareva vegliare anche lei, maliziosamente.

Poi, Clotilde lasciò ricascare la testa e le braccia sulle ginocchia piegate e si mise a piangere silenziosamente, senza perchè, senza motivo, così, per tristezza, per la gran tristezza arida della sua vita che minacciava di atrofizzare il suo cuore; per le scene lugubri che riempivano quelle ridenti giornate primaverili, giovani come lei; per quell’atmosfera sinistra d’ospedale e di morte, da cui si sentiva penetrare ogni giorno più, paurosamente. Intanto quelle lagrime le rilasciavano i nervi, le facevano bene, ed essa lo sapeva e ne provava un sollievo sempre più dolce, poichè attraverso alle lagrime che empivano le sue palpebre chiuse, su quel fondo di malinconia stanca, una figura virile andava delineandosi, nascondendo gradatamente orrori e tristezze, fondendo la sua angoscia lugubre in una soavità delicata e tranquilla che era quasi una gioia. Come l’aveva guardata quella mattina!...... Strano quello sguardo, che pareva una impertinenza ed era un’ingenuità. E quel sorriso muto, quando le aveva nascosto tra un libro il ramoscello di biancospino... E quell’atto sgarbato accompagnato da una parola che pareva una carezza... e quel saluto lungo, esitante, scorato; e quella voce armoniosa piena d’impazienze e di tenerezze. Quanti tesori da contare quel giorno e quanti forse anche per il giorno dopo, ancora e sempre, tutti i giorni, fino alla morte, fino all’eternità. Tutti i giorni così, una o due ore con lui, liberi, tranquilli, senza desiderare di più, senza sperare di più. Sorrise da sè col capo nascosto, poi si lasciò andare all’indietro sui cuscini, coll’anima alleggerita, la mente riposata in quell’unico pensiero blando. Il biancospino e le mammole, invisibili nell’ombra, dal loro vasetto sul tavolino effondevano una fragranza lieve nella camera chiusa. Clotilde la sentiva aleggiare su lei, come se tutti gli spiriti della primavera avessero invaso la sua camera per calmare i suoi tumulti e cullare il suo sonno con l’emanazione di tutti gli amori della natura. E si addormentò, con la candela accesa, la testa rovesciata da un lato, le dita intrecciate al cordoncino d’oro che le scendeva dal collo fra le pieghe della camicia. S’addormentò, ed ebbe un sogno d’amore tutto fiorito di mammole.

* * *

Contro il solito, Roberto scese quella mattina prima di Clotilde e uscì in giardino a passi lenti, cogli occhi stretti in aria meditabonda, la sigaretta fra le labbra, il ciuffo biondo de’ suoi bei capelli più scompigliato che mai. Andò a sedersi sul sedile di ferro fra il gruppo dei sicomori ancora sfrondati, ma già tutti ricchi di gemme e di bocciuoli. Ogni immobilità rigida e muta dell’aria, delle piante, della materia, pareva animarsi all’alito della primavera come al fiato di Dio. La nova stagione sorrideva tra timida e ardita, tutta grazie selvaggie, gentili sorprese, contraddizioni e stonature adorabili: come un adolescente. Dai rami secchi della siepe, ancora stecchita nel sonno invernale, sbocciavano fitti ed innocenti i fiori di biancospino; sotto il seccume antico dell’autunno odoravano invisibili e tepide le mammole; i grappoli della glicine ricascavano sul muro nudo della villetta fra le due ramificazioni spoglie e nodose. Roberto fissava, con la mente lontana, una finestra spalancata, che la glicine inghirlandava e in cui si gonfiavano alla brezza, come vele, le tende bianche, leggiere.

Clotilde apparve sulla soglia della saletta d’ingresso con un libro sotto l’ascella, abbottonandosi un guanto. Ma Roberto non la vide, o finse di non vederla, se non quando gli passò vicino.

— Che miracolo... — disse lei.

— Miracoli della primavera, — rispose Roberto con un accento ispirato; ed essendogli caduto ai piedi il lapis di Clotilde, lo raccolse e glielo rese. — C’è da sperare che ne faccia un altro, — aggiunse dopo un’occhiata esaminatrice; — quello di farti smettere quel cencio di vestito che fa orrore.

Ella si guardò, indifferente, una manica: — È poi così orribile? Io non me ne accorgo; non ci sono macchie, quindi..... Povero Roberto! — continuò sorridendo. — E dire che ti piacerebbe avere una sorella elegante che sfoggiasse abiti ogni settimana...

— Dallo sfoggio alla miseria c’è tutta una sfumatura, — riprese lui, piccato. — Questa tua fissazione del nero, con quelle pieghe diritte come quelle delle monache, con quell’eterna cintura di nastro; quel cappellino che vorrebbe aver un’aria maschile, quella giacchetta che ti vedo da tre anni... andranno benissimo, non lo nego, per affermare le tue idee d’emancipazione, ma danno anche il diritto di deplorarle e la forza di bandire una crociata contro di voi, rinnegatrici d’ogni grazia e d’ogni gentilezza, refrattarie a ogni seduzione... profanatrici dell’eterno femminino...

Clotilde lo affisò, incerta se scherzasse o se parlasse sul serio; ma Roberto non sorrideva, non scherzava. Gli era rimasto, solo, sul volto un’ombra dell’intima compiacenza per aver trovato quelle belle frasi d’oratore. Però seguì su un tono meno aspro:

— Voi donne possedete sole il segreto delle raffinatezze delicate, delle sfumature indefinibili, delle armonìe indistinte, di tutte le finezze, di tutte le fragranze sottili, di tutte le cose immateriali e colorite e luminose che adornano il mondo. È come una grande volatilizzazione della bellezza che le donne fanno fluttuare su di noi, inafferabile, divina, inebriante, di cui esultiamo ignoranti e felici come i fanciulli che non sanno il perchè delle cose. Se rinunziate o sdegnate questa vostra missione stupenda, chi vi sostituirà? Che sarà del mondo? che sarà di noi? che sarà di voi, che perderete tutto il vostro fascino di delicatezza e di leggiadria, senza poter uguagliarci mai in quella forza, che a torto o a ragione ci rende alteri?

Clotilde non amava le discussioni. Le scansava. Con suo fratello sapeva poi che non poteva ingolfarvisi senza che uno dei due ne uscisse ferito sul serio. Egli era troppo innamorato di parvenze, lei della verità.

Rimase a capo chino, guardando il libro nell’attitudine d’una colpevole. Roberto aveva rimesso tra le labbra la sigaretta e mandava fuori in silenzio le nuvolette di fumo: — Via, — aggiunse sempre più dolcemente, — un po’ di rosa, un po’ di viola, un po’ di fiori, un po’ di primavera su quel vestito!

Clotilde posò il libro sul sedile e s’inginocchiò per terra. — Ecco, — mormorò affondando la mano nel muschio umido e tepido fra cui spuntavano mammole, — ecco la primavera! — E si infilò le violette in quell’eterna cintura di nastro nero che si vedeva fra la giacchettina aperta.

Un trotto cadenzato sulla via maestra la fece balzare. — Il _tram_, — disse, — bisogna spicciarsi; se no rischio di rimanere a piedi; addio! — E si mise a correre col suo libro verso il cancello nel lume biondo del sole mattutino, pronta e gaia al principio della sua giornata faticosa, mentre Roberto sul sedile, avvolto nella frescura profumata, vagava con la fantasia intorno a visioni di bellezza e a rime d’amore.

* * *

Si salutarono con un sorriso e cogli occhi radiosi per la gioia dolce sempre rinnovellata di quel primo vedersi. Egli, al solito, le prese il libro, la aiutò a salire sul _tram_, le fece posto accanto a sè sulla panchina in silenzio. Pareva ormai una cosa convenuta, e per una specie di tacito accordo o di complicità indulgente, quel posto rimaneva vuoto finchè ella saliva, oppure chi lo occupava se ne ritraeva subito premurosamente. E Clotilde non ne rimaneva imbarazzata e lui neppure, tanta schiettezza mettevano in quel sentimento che li avvinceva; un po’ più dell’amicizia, un po’ meno dell’amore. Da un anno continuavano a incontrarsi così tutti i giorni, i giovani, in quella breve gita mattutina, da quando lui era andato ad abitare una casetta fuori di porta per consiglio dei medici, che avevano raccomandato a sua madre l’aria libera della campagna per quel figliuolo, l’ultimo dei cinque che la tisi aveva spazzato via.

Aroldo dava lezioni di musica; quindi ogni mattina era obbligato a scendere in città come Clotilde. Questa abitudine comune li aveva affratellati, poi era divenuta un sollievo per entrambi, poi una festa. Aroldo saliva alla stazione del _tram_, che era a due passi da casa sua, e dopo un mezzo chilometro saliva anche la fanciulla che attendeva il passaggio del carrozzone fuori dal cancello bianco del piccolo giardino. Quei due chilometri all’aria viva e fresca su quella panchina di tram, fra un chiacchiericcio animato, le risa, le discussioni gaie, le canzonature, sfumavano in un baleno; pure essi ne attingevano una forza insperata per le fatiche della loro giornata operosa: una specie di elasticità gioconda, che alleggeriva a lui la monotonia triste delle lezioni, a lei l’oppressione cupa dell’ospedale. Qualche volta i loro bisticci erano così ameni e le loro risate così spontanee che gli altri si voltavano a guardarli e sorridevano. Del resto, non erano numerosi i loro compagni di viaggio e sempre gli stessi: la serva del parroco col cesto delle spese; due scolaretti di ginnasio; una ragazza pallida e melanconica collo scialletto tirato sugli occhi, che andava a lavorare a giornata; il portalettere, un magrolino che aveva l’argento vivo addosso; un vecchione sonnacchioso; una lattivendola. Tutta gente che parlava poco, meno il portalettere che sfogava la sua parlantina toscana coi conduttori del _tram_. Entrati in città, al primo crocicchio, Clotilde e Aroldo facevano fermare e si lasciavano quasi senza salutarsi, in un’ultima risata, scendendo uno di qua l’altro di là, come se scappassero e senza voltarsi indietro. Lei svoltava subito nel vicolo che fiancheggiava l’Università; lui infilava i portici ampi, lucenti di marmi e di vetrine.

— Come stanno i suoi malati? chiese Aroldo, appena Clotilde si fu seduta, colorita e palpitante ancora per la corsa.

— Non mi faccia arrabbiare; oggi non ne ho voglia....

— Come me, dunque! Queste prime giornate di primavera mi mettono un’uggia addosso, inesplicabile; le lezioni mi diventano un supplizio... Se sapesse quante volte al giorno mando al diavolo scolari, musica, compositori, istrumenti, perfino Guido d’Arezzo... anzi, prima di tutti lui...

Clotilde rise.

— Sì; è una miseria, — disse poi, — questa svogliatezza e questa tentazione di vagabondaggio in primavera. Almeno piovesse; i nervi sono più tranquilli....

— I nervi? — ripetè ironicamente Aroldo; — lei non ha diritto di parlare di nervi sensibili.... con quei suoi bei studi.... ricostituenti....

— Già, — ribattè Clotilde con flemma incrociando le braccia; — ha ragione.

— Meno male! I nervi? oh! come una damina fragile, lei che deve essere corazzata contro tutte le debolezze....

— Ha ragione.

— Lei che adesso con tutta disinvoltura va ad analizzare freddamente tante sofferenze.... a dar dei nomi tecnici al dolore.... ad insozzarsi in un carnaio....

— No, il rispetto almeno! — interruppe lei, seria, posandogli una mano sul braccio. — È il mio pudore, la mia sensibilità....

Aroldo si tirò il cappello sugli occhi e seguitò a guardare contro il sole che gli coloriva il volto sbiancato. Le siepi che fiancheggiavano la strada luccicavano di rugiada e in un orto al di là era tutta una fioritura bianca e rosea, tenue, ridente sulla sfumatura cerulea del mattino come un bosco incantato, come un fantasioso sogno di redenzione.

— Ma sa che lei è un miracolo? — esclamò a bruciapelo lui, rimandandosi indietro il cappello sino a metà del capo. E siccome Clotilde lo guardava tranquillamente coi suoi occhi miopi, velati, sibillini, senza parlare, egli proseguì brutalmente: — Un miracolo.... un mistero.... non so.... qualche cosa di strano insomma. Alle volte lei è di ghiaccio, altre volte ha certe risposte che ammutoliscono.... E tutto ciò senza una parola inutile, con un laconismo terribile e, scusi, non femminile.... Dopo tanto tempo che ci troviamo insieme ogni giorno, non so ancora nulla di lei, io.... di lei non ho colto nè un’impressione, nè un sentimento, nè un’emozione.... Vuol che le dica che questa freddezza feroce... romana.... mi fa quasi paura?

— Mi onora troppo, — balbettò Clotilde arrossendo e celiando con un po’ d’imbarazzo. E cacciò le mani nelle tasche della giacchettina nervosamente, mentre ripigliava guardando dritta innanzi a sè nella strada bianca fra il verde tenero, rado, della vegetazione novella. — Ma chi le prova che io sia... quello che mi crede?.... Non mi piace parlare di me, ecco tutto, nè con lei, nè con nessuno. Tengo a rimpicciolire la mia personalità più che posso, per tentare di convincere le persone che amo, della verità, della serietà, sopratutto, della mia vocazione....

Aroldo corrugò le sopracciglia con un’espressione di dolore e fece un gesto come per parlare. Ma lei non gliene lasciò il tempo:

— Ci sono dei ragazzi forti, dei giovinotti spregiudicati, perfino dei vecchi medici, che soffrono di tutta quella miseria; non ne dovrei soffrir io, donna? Sarebbe una mostruosità. Oh se ho sofferto! orribilmente, atrocemente... tanto più che erano obbligata a nascondere i miei terrori che avrebbero dato ragione a quelli che mi contrariavano... Quante notti senza dormire, tutte piene di incubi sanguinosi...! Quante giornate piene di nausea, di tetraggine...! Ma la notte sopratutto, oh la notte era orribile... E qualche volta ancora... sebbene siano due anni che vado al teatro anatomico... Ma non mi ci avvezzerò mai, temo...

Aroldo si lisciava la barba breve, biondiccia, ricciuta, fissandosi le punte dei piedi. Clotilde parlava sommessa e con uno sforzo palese, arrossendo e impallidendo. Qualcuno de’ loro compagni di viaggio s’era voltato a guardarli, con una certa aria meravigliata per la apparente serietà dei loro discorsi di quella mattina. Negli occhi della ragazza malinconica passava qualche lampo d’invidia, e la serva e la lattivendola avevano scambiato una parola all’orecchio e un sorriso.

— Eppure ho sempre vinto ogni ripugnanza, ogni debolezza... Ah, quando si vuole proprio! Neanche uno svenimento, sa? La Ginoli ha durato otto giorni a svenire... le bastava vedere la tavola di marmo... E gli studenti anche non scherzano... Ogni volta bisogna accompagnarne fuori uno. Ma io mai. Pure mi venivano i sudori freddi...

Aroldo, immobile, a occhi bassi, taceva.

— Gli è che, — continuò Clotilde, — a me accade una cosa strana. Quando risento un’impressione violenta, non è mai sul momento che mi accorgo di provarla, è sempre, dopo. Sul momento una forza insperata m’irrigidisce; ma il contraccolpo mi accascia. Durante le prime lezioni clinico-chirurgiche o le sezioni, mi serbavo fredda e tranquilla; alla notte battevo i denti dal terrore e ne avevo la febbre...

Aroldo appoggiò le mani e la fronte al pomo del suo bastoncino d’ebano.

— E la prova più rude, chi lo crederebbe?, non è per me l’anfiteatro. È la visita che faccio nella infermeria dei bambini. Tutti quei poveri corpicini travagliati, addolorati, straziati, quegli occhietti che supplicano un sollievo, che non sempre possiamo dare, quelle vocine che non sanno esprimere, se non piangendo le loro sofferenze e che sembrano ribellarsi al loro male come ad una crudeltà, a un’ingiustizia... che non vedono nel medico che un nemico barbaro e nei rimedi che un tormento... mi fanno l’anima così triste ed oppressa che qualche volta mi par d’impazzire d’ipocondria... Eppure è per loro che lotto... per loro che voglio vincere... a loro che sacrifico senza esitare tutti i sorrisi della vita... e non ho che ventiquattro anni....

Aroldo le afferrò il polso così improvvisamente e così forte da farla trasalire. I suoi occhi lampeggiavano; i suoi occhi belli e strani che avevano languori e tempeste inattesi.

— No! no! — esclamò sottovoce, concitato:

— No! — E la fissò negli occhi senza lasciarla, con un’espressione di sfida, che ella sostenne arditamente, ancora tutta rosea nel volto del suo entusiasmo di carità.

La ragazza malinconica si voltò un poco sgomenta e il vecchione sonnacchioso, che dondolava il capo sul petto, aperse due occhietti imbambolati. Aroldo le lasciò il braccio per nascondersi il volto.

— Non mi parli più di queste cose — pregò prostrato, vinto.

Il sole all’Est li colpiva in pieno corpo e intiepidiva i loro abiti. Le violette, alla cintura di Clotilde, odorando acutamente, s’appassivano.

* * *

Il giorno dopo, lei affettò un po’ di sussiego, lui una disinvoltura esagerata. Aveva una parlantina facile, briosa, un’aria birichina e tanta comicità nei suoi atti, che Clotilde dovette finire per riderne schiettamente. Aroldo contraffaceva una sua scolara, la contessina sentimentale che da tre mesi rodeva un notturno di Chopin senza riuscire a far capire che cosa suonasse, neanche approssimativamente.

— ..... allora si dispera, — continuava imitandone le pose languide. «Ah, professore..... non lo imparerò mai questo notturno indiavolato... e dire che lo _sento_ tanto.....» Ed io: «Coraggio... studî... riuscirà...» Ma questa è la risposta delle giornate buone. Quando poi ho la luna di traverso le rispondo brusco brusco: «Signorina bisogna decidersi, o avanti o indietro; lei non riuscirà che a farmi odiare Chopin a questo modo...» Proprio così, sa?

— E quella povera signorina allora?

— La signorina piange invariabilmente. E alla prossima lezione, trovo invariabilmente la contessa madre in salotto, sola, con una cera tra il gendarme e la vittima, che mi prega di mettere un po’ di zucchero nelle mie correzioni, perchè Maria è d’una sensibilità così eccessiva, così nervosa, che finirebbe per ammalarsi davvero... Uh, quelle mamme...! Sono il mio spauracchio le mamme, lo crede?... Vi appostano, vi assaltano, vi circondano per farvi subire interrogatorî senza fine, e domande suggestive e cortesie insidiose, e tutti i loro pettegolezzi e i loro apprezzamenti e le loro confidenze; vi mischiano ai loro puntigli, alle loro gelosiole, alle loro vendette... vi compromettono, vi tirano in ballo con un accanimento e una ferocia così sbalorditoia che non c’è forza umana capace di resistere... Altro che sabba Romantico!...

Clotilde rideva col gomito sul ginocchio e il mento nella mano. Gli scolaretti, che avevano udito, volgevano altrove la faccia per ridere anche loro. Aroldo li fece osservare alla fanciulla.

— Lei finirà per compromettersi coi suoi sfoghi, — gli disse Clotilde ridivenuta seria. Egli fece un moto di noncuranza.

— Già, un giorno o l’altro ho fede di smettere questa vitaccia da cani... Potessi solamente trovare il modo di far rappresentare la mia opera... ah! — E giunse le mani lanciando in un sospiro quel desiderio e quella speranza che erano l’aspirazione della sua vita.

— Io ci credo; ci creda anche lei, — sussurrò Clotilde con quella intonazione franca e sicura della sua voce che, unita allo sguardo velato de’ suoi occhi, faceva delle cose ch’essa diceva una specie d’oracolo: — La fede smuove le montagne....

— Sì, ma gli impresarî e gli editori sono peggio delle montagne! — ribattè lui con una serietà comica e desolata. — Intanto lavoro — aggiunge dopo un momento; — lavoro con un accanimento che dispera la mamma. Ma come fare?... ho tanta roba qui..... in testa, che mi opprime; che mi canta, che mi assorda, che frulla per sprigionarsi, per pigliare il volo..... Ed io m’affretto, m’affretto come se avessi paura di non arrivare in tempo a cantar tutti i canti che mi fluiscono dal cervello. L’ora fugge... bisogna spicciarsi a raccogliere la mèsse... perchè l’avvenire è lungo... è breve... chi sà...?

Clotilde ebbe un brivido sottile, doloroso. Aroldo teneva le mani senza guanti aperte sulle ginocchia, due mani scarne, giallastre, uh po’ adunche. Ella ne vedeva tutti i giorni di quelle mani all’ospedale...

— Forse è un avvertimento, — continuò lui, quasi serenamente. — I miei fratelli, quattro, sono morti tisici come il povero babbo. Il più giovine aveva diciotto anni, il maggiore è vissuto fino a trenta. Io ora ne ho ventisei. Ancora quattro anni, forse...

— Ma non dica così! — esclamò Clotilde con la voce tremante. — Non sa che questo pensiero solo basta ad uccidere?

Aroldo la fissò con rapida intensità; e negli occhi, parlando di morte, gli raggiò la vita poichè l’anima della fanciulla in quell’attimo era riflessa dal volto. La pietà l’aveva tradita...

* * *

Erano tutti in giardino dopo il desinare. Tutti, anche la famigliuola dell’avvocato Dardanelli, che veniva spesso, da buon vicino, a bere il caffè con la signora Rita. La vecchina seduta sul sedile di ferro fra i sicomori oramai tutti in fiore, metteva la quarta pallottola di zucchero nella sua tazza con le piccole mani scarne e tremolanti ascoltando la moglie dell’avvocato, la bella signora Giulia, che le parlava in fretta con la sua voce grossa e sgradevole. Roberto passeggiava fumando nel viale più appartato; Dardanelli, al solito, guardava avidamente Clotilde che chiassava coi bambini.