Il libro dei miraggi

Part 1

Chapter 13,742 wordsPublic domain

JOLANDA

Il Libro

DEI MIRAGGI

ROCCA S. CASCIANO LICINIO CAPPELLI EDITORE 1894

Proprietà letteraria

Rocca S. Casciano Stab. Tip. Cappelli.

_Al principe Aprile_ _la Dama d’Autunno_

_Dal Regno delle favole, 1894._

Forte come l’Amore

Clotilde entrò un poco sbadatamente, cantando, nel salotto terreno della villetta dove accanto alla nonna che raccomodava il bucato, suo fratello declamava con molto fervore, leggendo. C’era anche il loro vicino, l’avvocato Dardanelli.

— Ssss! — le fece questi con un’energia così brusca che la inchiodò sulla soglia, muta, sorpresa. Ma Roberto aveva già lasciato ricascare sulle ginocchia le mani, che reggevano il manoscritto, in atto di scoraggiamento.

— Quella sgarbataggine... — cominciò a rimproverare seccamente la nonna, levando la testa piccina e ossuta dall’enorme lenzuolo che la seppelliva ammonticchiandosi su una sedia di contro. E dopo un momento di silenzio generale disse a Roberto, guardandolo attraverso gli occhiali amorosamente: — Continua.

— No, è inutile, — mormorò il giovane con languore annoiato; — già a me quella spensieratezza ignorante mi fa sempre l’effetto di una secchia d’acqua sul capo. — E corrugò le sopracciglia, passandosi una mano fra i capelli biondi e fluenti, come se la secchia lo avesse inaffiato davvero. — Io son fatto così, che vuole? — riprese sorridendo a fior di labbra all’avvocato e alla nonna che lo guardavano costernati; — un nonnulla, in certi momenti di emozione artistica intensa, basta a smontarmi, a prostrarmi per chi sa quanto... — E dopo un guizzo nervoso piegò il manoscritto dispettosamente e si levò.

— Questi poeti moderni sono pile di Volta, — osservò blandendo l’avvocato, mentre la nonna continuava a fissar Roberto con un po’ d’inquietudine.

— Se avessi immaginato, — entrò a dire la ragazza punto intimidita, — non sarei certo comparsa e, se volete, me ne vado...

Roberto fece una mossaccia ed uscì.

— Ci siamo! — sbuffò la vecchina. — Tu, cara Clotilde, fai e dici sempre delle sciocchezze. Mi pare che oramai dovresti conoscere tuo fratello. Già, non c’è rimedio, ci vogliono dei riguardi... Quella gente là non è come noi, è fatta ad un altro modo, vive in tutt’altro mondo. Con tutte quelle idee nel cervello, sfido io! E pur troppo in ogni tempo e in ogni luogo ci fu e c’è qualcuno che li disconosce, che li deride... Pare impossibile! Roberto, che, per buona sorte, è cresciuto in un ambiente dove tutti lo apprezzano e lo ammirano, deve aver per sorella quella monellaccia là che non capisce niente....

Clotilde non sorrise e continuò a tagliarsi le unghie con le forbici della nonna, ritta in faccia a lei, contro lo stipite della porta che s’apriva sul giardino, più seccata dalla presenza e dagli sguardi dell’avvocato, che dalla ramanzina della signora Rita. Gli occhi di Dardanelli, tondi, piccoli, bruni, maliziosi nel faccione paffuto, quegli occhi impuri che parevano denudarle corpo e anima, la urtavano terribilmente. Quindi con bel garbo gli voltò le spalle, borbottando più per disimpegno che per altro: — Roberto _posa_, nonna mia...

— Sentite chi parla di _pose_! — esclamò la nonna con un atto di desolata meraviglia. — Chi parla di _pose_! L’ha intesa, avvocato? Lei che fa la donna emancipata a quel modo! Lei che ha suscitato un mezzo scandalo con la fissazione di quegli studii... Zitta, zitta per carità!

Clotilde sorrise, questa volta, continuando a rimaner voltata in là a capo chino. Intanto l’avvocato mangiava cogli occhi quelle spalle svelte, quella vita sottile, tutto quel bel corpo giovanile e fiorente costretto nell’abito nero da cui usciva libero e nudo il collo fresco, velato di capelli biondicci sfuggenti al voluminoso nodo fissato con uno spillo d’argento sulla sommità del capo.

— Va là col tuo tanfo d’acido fenico — brontolò la nonna con disgusto. — Non mi ci avvezzerò mai.

Clotilde scese il gradino di pietra e fece qualche passo nel giardino verde, fiorito, odoroso. Era un tramonto di primavera, roseo, diffuso, come un’aurora. Ma la nonna la richiamò quasi subito, ed ella dovè voltarsi, tornare indietro. L’avvocato la guardava avvicinarsi lenta, a capo chino, occupata sempre delle sue unghie, spiccando nettamente nella limpidità dell’aria; un ultimo raggio d’oro rosso le ravvivava il biondo scuro dei capelli. Si fermò a piè dello scalino senza sollevare il viso nè gli occhi; era assai pallida, sbattuta, e le lentiggini della sua pelle fina apparivano tutte su su fino nella fronte, che i capelli rialzati alla giapponese lasciavano scoperta.

— Signora medichessa, faccia il piacere di terminare quest’orlo intanto — disse più ironica che scherzosa la nonna cedendole il suo posto accanto alla finestra, e uscì.

La ragazza sedette un tantino soprapensieri e si tirò metà del lenzuolo sulle ginocchia. Poi si avvide di esser troppo vicina all’avvocato e con un moto quasi di ripugnanza ritrasse la scranna fin sull’estremo dello scalino di pietra.

— Perchè s’allontana? — le chiese Dardanelli con la sua voce fessa e nasale che aveva una intonazione di dolcezza.

— Cerco la luce, non lo sa che sono miope? — e il volto di Clotilde si colorì leggermente, fuggevolmente.

— Non sarebbe una qualità per una medichessa, — seguitò l’avvocato, accostando ancora la sua sedia a quella di lei.

— Non mi chiami così, la prego! — Ell’era quasi supplichevole. — Peno abbastanza a sopportare tutti i giorni le canzonature stizzose della nonna e le smorfie sprezzanti di Roberto, senza contare tutta la buona gente che scandalizzo e che mi regala le sue meraviglie, le sue disapprovazioni, i suoi consigli... Come se non sapessi ancora ciò che faccio, come se fosse peccato... — La sua voce oscillava. — E anche sua moglie, sa, anche lei...

— Oh lasci stare mia moglie; è una grulla — s’affrettò a dire Dardanelli, che le alitava il suo fiato caldo sul viso. — La nonna è una vecchina all’antica. Roberto è tanto nelle nuvole... A me invece piace che le donne, quando sono belle come lei, s’emancipino così. Se ci saranno molte medichesse come lei, vedremo i medici in liquidazione... e gli ammalati maschi in aumento — finì sorridendo.

Clotilde sentì l’offesa e fece spalluccie. Dardanelli le sfiorava la persona col suo corpo obeso. — Io ammalerò di certo... Se ammalerò verrà a curarmi? — le chiese ancora con la sua vocetta che si stemperava nella tenerezza.

— Io no. Mi dedico alle malattie delle donne e dei bambini, lo sa pure... — cominciò lei, ruvida; ma s’interruppe con un sussulto. Il braccio di Dardanelli le allacciava la vita.

— Impazzisce? — gridò Clotilde indignata, ribellandosi; — impazzisce? — E siccome l’avvocato la stringeva più forte, essa con l’ago gli punse la mano, violentemente.

Dardanelli si ritirò subito con un moto frettoloso e grottesco, soffocando un’esclamazione di dolore. — Quanto male mi ha fatto!... — mormorò poi, occupandosi della puntura con quell’importanza esagerata e quell’inquietudine propria del sesso forte per le ferite di questa arma esclusivamente femminile, un’arma da silfo, fatta d’un minuzzolo di raggio siderale: — Guardi quanto sangue! lei che doveva guarirmi...

— Ho imparato che si guarisce anche facendo del male, — ribattè la ragazza, rude, andandosene. — Si badi; — è un saggio.

Ella non sapeva d’esser tanto indovina dicendo queste parole.

* * *

A notte alta, Clotilde, vegliava sola nella sua camera. La lucernina a petrolio, velata d’un bianco perlaceo, pioveva una luce chiara e tranquilla sulla giovine testa bionda china sul libro, e si diffondeva mite a lambire le pareti grigie a mazzi di rose. Nel fondo biancheggiava un letto stretto, monacale, su cui era un gran quadro di cui si vedeva soltanto rilucere la cornice. Un altro quadro stava appeso nell’angolo dov’era il tavolino di Clotilde, tra le due finestre: il ritratto a olio d’una donna giovine vestita di velluto nero con un piccolo collare di trina.

All’abito austero, alla posa rigida e convenzionale faceva contrasto il volto quasi infantile, dall’espressione dolcissima e dallo sguardo amoroso rivolto verso la fanciulla con quel non so che di mesto, di stanco, di assorto, che hanno i ritratti dei morti non dimenticati. E sulla fanciulla, che studiava assidua, protetta da quello sguardo, fra i cortinaggi di velo delle finestre, alti e candidi come ali, nella solitudine feconda di quelle pareti gaie e silenti, parevano scendere benedizioni.

Sul tavolino, fra l’aridità dei libri di scienza, dei trattati di patologia e di farmacologia, dei cartolari, delle boccette d’inchiostro, la nota delicata, femminile: un mazzolino di viole e un ramo di biancospino in un bicchiere.

Clotilde leggeva, segnando in margine qualche periodo o qualche parola colla matita che si picchiettava poi sui denti stretti con un movimentino che pareva distrazione, ma che in lei caratterizzava il massimo dell’occupazione del pensiero in qualche cosa. Le viole e il biancospino odoravano forte sotto il calore del lume che li avvizziva; in lontananza, nella campagna, un cane abbaiava con insistenza noiosa e s’udiva fioco e continuo il gracidare delle rane. A lungo la testa bionda giovanile rimase china sui libri e sui quaderni di appunti; a lungo la lucernina diffuse luce e tepore nel silenzio che, inoltrando la notte, pare addensarsi sempre più come un velario invisibile e isolatore, intorno a chi veglia nelle case addormentate; Clotilde non ebbe uno sbadiglio nè un atto di stanchezza. Quando guardò l’orologio nascosto nella cintura, fece un atto incredulo di stupore. Erano le tre.

Possibile! le tre? quasi cinque ore di studio continuo sfumate in un baleno! Era proprio una vera passione la sua, oh si! tanto forte da raccogliervi intorno tutta la sua giovinezza rigogliosa, fiorita di sogni. Sogni strani, d’una purezza immacolata, un po’ livida, un po’ mesta, un po’ fredda, come ogni grandiosità: imprese, uomini, cose. _Pace summa tenent_ era il motto che aveva scelto: pace, ma non quella di morte! La morte essa l’avrebbe combattuta, accanitamente, con tutte le forze del suo ingegno e della sua vita, l’avrebbe vinta, incatenata, fugata sventolando il vessillo della scienza in cui credeva con la fede ardente e cieca di una neofita; a cui benediva come ad un ideale di verità e di bellezza; a cui tendeva le braccia come alla felicità.

Forse l’avrebbe trovata, lei, la felicità. L’avrebbe trovata in quel romitaggio splendido e austero dove sono così pochi gli eletti, così pochi quelli che vi ascendono, molto amando! La gloria, una posizione rispettabile, l’interesse materiale, ecco, — pensava Clotilde, — l’esca di quasi tutti i giovani studenti di medicina; ed anche quelli che hanno la vocazione vera, viva, sincera, sfrondano così presto i loro begli entusiasmi! perdono così presto la loro fede gioconda! — Ebbene, lei no: lo sentiva. Aveva un tesoro di volontà tenace e di amorevolezza; queste doti eminentemente muliebri, che fanno le eroine. Poi, la pietà. La pietà, la nota fondamentale del suo carattere, affinantesi qualche volta morbosamente. Da bambina era svenuta vedendo dei monelli tormentare un cagnolino cucciolo; e quando la nonna portava, implacabile, al gatto la trappola che conteneva il topolino smarrito e umiliato, c’era ogni volta una scena di singhiozzi e di preghiere che lasciavano la bimba nervosa per tutta la giornata. Si ricordava anche di aver vuotato tutto il contenuto del suo salvadenaro nel grembiule di un manovale, per riscattare un passerotto intirizzito, ed anche, lei, così mite e tranquilla, d’aver amministrato una buona dose di scapaccioni al fratellino che strappava le ali a una farfalla viva. Quando cominciò a frequentare la scuola e a formarsi la sua piccola esperienza intorno alle ingiustizie e alle miserie della vita, le generosità spontanee, le delicate abnegazioni divennero per lei un’abitudine, una necessità. Compagne scusate e protette, merende divise, compiti fatti di nascosto per qualche bambina poco intelligente e volonterosa, regalucci, elemosine, e con tal frequenza che la nonna aveva dovuto avvertir la maestra, poichè le bimbe più astute, con un po’ di commedia, la svaligiavano. Una sera, in principio d’inverno, era tornata a casa coi piedi nudi negli stivalini perchè aveva dato le sue calze nuove di lana a una bambina che piangeva dal freddo ai piedi. I suoi giocattoli, specialmente le bambole, andavano tutte, una dopo l’altra, a consolare qualche dolore infantile, a rallegrare qualche malatina, a far dimenticare qualche digiuno... pronta a pigliarsi poi con filosofica rassegnazione i rabuffi della nonna ed anche qualche correzione più spiccia dispensata dalle mani della vecchietta, niente affatto entusiasta di quel lusso di filantropia.

A nove anni suo padre la mise in collegio, e ne uscì a quindici con tutti i primi premi per gli studi e per la buona condotta; lasciando edificate dietro di sè maestre e compagne per la sua intelligenza viva, la sua persistenza tenace nell’operosità, la dignità serena delle sue maniere che le attiravano intorno una deferenza che pareva rispetto. Una sol volta fu punita severamente, e fu per aver trasgredito l’ordine assoluto di non salire a certe camerette dell’ultimo piano, dove stava rinchiusa da anni una monaca pazza, «pazza per amore» bisbigliavano fra loro in segreto le educande. Clotilde era salita da lei una volta, poi due, poi dieci, poi aveva finito per visitarla regolarmente ogni giorno in un momento o nell’altro, quando poteva sfuggire alla sorveglianza, mettendo tutta la sua diplomazia e tutta la sua fredda volontà in quella disobbedienza, dopo che si era accorta d’un lievissimo miglioramento dell’infelice accarezzata dalle sue cure. Poi un bel giorno costei le si era avvinghiata al collo, tempestandola di baci con una furia così selvaggia, che la guardiana se ne spaventò e a scanso di responsabilità avvertì la Direttrice. Clotilde non potè veder la pazza mai più. Qualche tempo dopo, la monaca moriva.

Rientrata in famiglia, fra sua nonna, suo padre, un militare in ritiro, e suo fratello, la giovinetta andava dicendo di volersi far suora di Carità. Ma la nonna, che odiava le romanticherie, fu la prima ad opporsi con una risolutezza che le accendeva il desiderio continuamente, più forse delle elette e spirituali figurine che vedeva passare nei discorsi di suo padre, quando evocava con lei i suoi ricordi di campo e di ospedale. L’attraeva il mistero gentile delle bende, quel mistero in cui non raggia che un viso e un nome: un viso sempre dolce, un nome soave che le fa migrare attraverso il mondo invisibili e sconosciute come una falange di angeli custodi scendenti dalle regioni in cui non c’è patria nè personalità. L’attraeva quella gran pace attiva nell’oblìo e nel riposo e nell’ignoranza d’ogni cosa, come se una blanda riviera letèa avesse dilagato sulle passioni e sui ricordi della vecchia vita naufragata; l’attraeva sopratutto l’abnegazione efficace, la carità feconda, la castità austera di quelle esistenze. Ella, che sognava di avere le braccia della Provvidenza per attirare e consolare tutti gl’infelici e i dolenti della terra, avrebbe potuto finalmente profondere quel tesoro d’affetto e di pietà che le si accumulava nel cuore. Oh esser utile e benefica! ardente e pia! Il miraggio tranquillo di quella vita turbava i suoi sonni di vergine come un desiderio d’amore.

A deviare quella corrente che minacciava di portare serie burrasche in famiglia, venne un vecchio medico, amico di casa, una simpatica figura di patriota e di cavaliere, volta a volta brusco e cortese, un po’ strambo anche, ma sempre ameno e arguto come un monello.

— Ebbene, — aveva risposto alla ragazza che gli confidava i suoi crucci; — ebbene, studia medicina. È press’a poco la stessa cosa, sai. È un apostolato filantropico e consolatore come l’altro e d’una carità più militante. Una donna vi può far miracoli. Prova.

Ed avendo lei addotto timidamente la difficoltà degli studi, del tirocinio, egli le rispose con uno sguardo ironico e una scrollata di spalle: — Dell’ingegno e della volontà ne hai da dare a me; di freddezza e di una certa disinvoltura spregiudicata e dignitosa non devi difettare, se ti sentivi pronta a peregrinare per il mondo sola, pronta ad assistere a tutte le miserie degli ospedali e dei tuguri. Fa la medichessa.

Questa volta Clotilde non aveva risposto nulla ed era rimasta un po’ di tempo a guardar diritto dinanzi a sè co’ suoi occhi larghi e neri che la miopia rendeva misteriosi. Forse si sarebbe limitata a pensarci su, se un incidente non l’avesse decisa. Furono i pettegolezzi di una vecchia serva. Essendo un giorno rimasta in casa sola con lei, la donnicciuola incominciò non richiesta a narrarle molti particolari della malattia che aveva spinto nel sepolcro la madre di Clotilde nel fiore della giovinezza. Clotilde, a cui avevano lasciato credere che il tifo l’avesse uccisa, seppe così che la mamma era morta dopo aver sofferto lungamente, eroicamente, di un male interno, cancrenoso, che nascondeva a tutti come una vergogna per non farsi curare da un uomo. Quando se ne accorsero era già tardi e ancora nessuno potè vincere quella ripugnanza invincibile, selvaggia. E il pudore la uccise.

Clotilde a questa rivelazione rimase scossa rudemente, profondamente, intensamente, e tutta la pietà del suo cuore si sollevò come di fronte ad un’enorme ingiustizia. Una cosa orribile, inumana, il lento suicidio pieno di spasimi di quella madre che voleva vivere, in lotta con la donna che si lasciava morire avvolgendosi nell’ultimo velo della sua castità. L’anima delicata della fanciulla vibrò dolorosamente, senza che le lagrime o le convulsioni di compassione della sua infanzia sensibile si rinnovassero in questa grande amarezza, nella più grande compassione della sua vita.

Rimase tre, quattro ore in camera, sola, in ginocchio dinanzi al ritratto della sua morta senza pregare nè piangere, muta, intontita, come se l’avessero appena portata al cimitero; rimase là con un un gran peso sul cuore, e nel cervello una fissazione sottile, acuta, insopportabile. Sua madre avrebbe potuto non morire dunque! Bastavano due mani bianche e una dolce voce femminile sul suo letto di dolore, nient’altro... E il mal di cuore non tormenterebbe il babbo incanutito innanzi tempo, e lei avrebbe veduto vivi, animati, per la casa quel sorriso e quello sguardo che erano un compendio di tenerezze e che oramai non ricordava che immobili così...

Quando si risollevò, la sua decisione era presa. Studierebbe medicina. La mamma, Dio, glielo suggerivano, glielo imponevano come un dovere, come una missione. Era una specie di rivendicazione del suo cordoglio, una vendetta spirituale contro la morte, cui avrebbe tolto cento altre madri se le aveva rapita la sua. Il babbo la appoggiò e la nonna non osava opporsi troppo, pensando forse che era meno male medichessa che suora di Carità, o meglio, sperando che la via lunga e ardua la stancherebbe. Ma ciò non fu. Tutta la forte volontà, la prontezza dell’ingegno, la memoria viva, l’elasticità della fibra, tutta la ricchezza dei suoi quindici anni la fanciulla donò alla sua idea. Lo studio divenne la sua distrazione, il suo rifugio, il suo conforto, la sua dolcezza. Quando il babbo, che languiva, si spense, dopo le prime giornate di desolazione, Clotilde si rimise allo studio con più ardore, domandandogli l’oblìo come ad un’ebbrezza; e sovente, nelle ore che le ravvivavano il ricordo della sventura sofferta, le accadeva di reclinare la fronte con un lieve singhiozzare su qualche grosso trattato di Patologia che rimaneva aperto sotto quella testa bionda come per accogliere il suo dolore.

Così fece tutti i corsi insieme agli studenti, ed ogni esame era per lei un trionfo. Riservata, semplice, modesta, i professori la preferivano francamente, e nessuno dei suoi compagni pensava a serbarle rancore, anzi pareva che cercassero anche loro di favorirla; forse per quel tal sentimento quasi di protezione cavalleresca che nasce dall’affratellarsi dei due sessi nella medesima scuola. Le altre studentesse erano meno indulgenti; ma poi Clotilde non si poteva dir bella e si vestiva e si pettinava così dimessamente che pareva lo facesse apposta per non dar nell’occhio, quindi in grazia di ciò, molto del suo talento le veniva perdonato.

Entrata all’Università, le opposizioni della nonna ricominciarono. Clotilde, che non poteva contare sull’unico appoggio rimastole, quello del fratello, un egoista inutile, assorto sempre nelle sue visioni di gloria, si limitò a tener sodo senza difendersi; e questa resistenza silente e tenace irritava la vecchietta già inasprita dalla sventura. Se avesse usato un pizzico di diplomazia, l’urto sarebbe stato attenuato; ma la fanciulla era troppo franca, troppo fiera per fingere o anche solamente esagerare una sommessione affettuosa che avrebbe rasentato l’ipocrisia. Tutte le tenerezze della nonna erano per Roberto, ella lo sapeva bene, nè se ne lagnava per una gran dose d’alterezza e di filosofia, forse anche per un fondo d’indifferenza ch’era nel suo carattere. E non le aveva mancato di rispetto mai: nè con un atto, nè con una parola.

Eppure la nonna, con quella minuta e fredda crudeltà che hanno talora i vecchi, non lasciava di stuzzicarla e di mettere a prova la sua fermezza, affidandole mille faccenduole da sbrigare, o noiosi lavori d’ago che le rubavano quasi tutte le sue ore di riposo ed anche qualcuna di studio. Clotilde tranquillamente si rifaceva vegliando. E la signora Rita, che non sapeva come fare a pigliarsela, si sfogava coi vicini, atteggiandosi a vittima di quella stramba ragazza che si impuntava a correr su e giù in tram dall’Università alla villetta e viceversa, mentre avrebbe potuto viver agiata e tranquilla fra il suo telaio di ricamo e i suoi fiori aspettando un marito, qualche buon giovine assennato e danaroso che certo non le sarebbe mancato. Ma così! chi doveva aver coraggio di avvicinarla? Una ragazza che studia medicina! che deve veder tutto e saper tutto... Uno scandalo, uno spino continuo, il cruccio della sua vecchiaia. E i vicini compiangevano in coro.

Clotilde si spogliava nell’intimità della sua camera. Aveva spento la lucerna e acceso la candela sul tavolino da notte; la sua ombra sulla parete volteggiava lieve ed enorme. Che giornata faticosa! E quelle ore, là al teatro anatomico con quell’odore... E poi alla clinica quel bambino che urlava e quella madre così pallida e il professore che non finiva più di dimostrare, di spiegare... Ebbe ancora un brivido, ripensando quella scena che aveva scosso così rudemente, così dolorosamente la sua sensibilità femminile; e un vago sgomento le stringeva il cuore, pensando alla lunga serie di miserie, di strazi, a cui avrebbe dovuto ancora passar in mezzo, ancora e sempre, tutta la vita, come in una corsia infinita d’ospedale; cloroformizzandosi spiritualmente per non turbare con le sue sensazioni l’opera della scienza; scacciando le emozioni come un egoismo, la compassione come una crudeltà.

Era rimasta con la sottanina breve di flanella a righe azzurre e bianche e con la sottovita di maglia grigia. Si spettinava, e così con le braccia levate in un atteggiamento grazioso di sirena o di dea, tutte le forme opulente del suo bel corpo sbocciavano. Il nodo dei suoi capelli era fermato da uno spillo d’argento, una specie di pugnaletto donatole da suo fratello che vi aveva fatto incidere su un motto cavalleresco: «_Non ti fidar di me se il cor ti manca._» Levato lo spillo, il torciglione si allentò mollemente ed ella con una mossa del capo lo fece ricascare sulle spalle allargandolo con le dita, sciorinandolo prima di farsi la treccia per la notte. I suoi capelli non erano lunghi, ma fini, abbondanti, ondulati e d’un bel castano che al sole s’indorava.