Il libro dei miraggi

Part 10

Chapter 103,683 wordsPublic domain

Il povero feretro veniva innanzi portato da due robuste campagnuole vestite di mussola bianca, scortato dal chierichetto che inalberava gagliardamente sull’asta la piccola croce; un prete a fianco borbottava le preghiere col libro aperto e altre due ragazze in abito bianco seguivano per dare il cambio. Nient’altro; non un fiore sulla lugubre coperta nera che dissimulava appena la bara; non un salmodio diffondentesi sonoro e poetico nella pace vespertina; non un parente, non un amico, non un senso di tristezza o di pietà: si leggeva la noia nei volti rubicondi delle ragazze, sull’emaciato volto del prete, sul viso infantile del chierichetto roseo; solamente la noia e il desiderio di sbarazzarsi al più presto di quell’incomodo. Chi era steso la dentro? Un bimbo? una fanciulla? una giovane sposa? la conclusione tragica d’un rustico romanzo d’amore, o una prima pagina candida su cui il destino aveva scritto «fine»?... Essi non lo domandarono, ammutoliti in un superstizioso sgomento... Ma poi quella povera bara d’un essere sconosciuto che passava fredda e nera nella campagna verde, piena di vita, di palpiti, di profumi sotto il cielo soffuso dell’ultima luce fiammante; attirò la pietà dei due felici rimasti immobili e stretti l’uno all’altro... Quando il feretro passò, rasentandoli quasi, il prete lanciò verso di loro una rapida occhiata, e la signora con un atto gentile ma pronto come uno scongiuro, gittò sulla bara tutte le sue violette. I fiorellini piovvero costellando lievi il rozzo panno nero: qualcuno cadde, altri il vento disperse, e il rustico corteo inoltrò misterioso e silente. Presto scomparve nella nebbia che già nascondeva la strada a settentrione, mentre i giovani sposi, strettamente abbracciati, ripresero la via, adagio, verso il sole.

Romanze senza parole.

ORME.

Sull’orlo estremo del lido sabbioso, soffice, umido, incrostato di conchiglie, si mescono e si seguono orme di passi umani interminabilmente: l’ombra d’un filo di vita svolto fra la solitudine sterile e una moltitudine invisibile, — fra la sosta immemore d’un limbo che tutto cancella e un’azzurra eternità. Gli umani sono passati in lunga teoria sullo stretto sentiero, avidi d’oblìo, di speranze, di sogni. Le orme narrano: alcuni ritornarono dopo breve cammino delusi; non poterono dimenticare, nè chiedere, nè illudersi: altri proseguirono per lungo tratto insieme, come sfidando con balda audacia la vicenda delle cose perchè riuniti; poi uno ritorna, è stanco, sfiduciato; un altro si smarrisce nella sabbia fine, asciutta, infida; un terzo si scosta ed erra finchè la spuma delle onde lambe e rode le traccie del suo passaggio; l’ultimo inoltra solo, accanto al solco leggiero e continuo d’un bastone. Poi anche il solco cessa, e l’uomo inoltra ancora senza appoggio, ancora, ostinatamente..... Infine le alghe brune e muschiate si dilatano, tutto nascondendo. Orme d’un piedino minuscolo, spesse, irregolari, seguite da orme larghe, sicure: i primi passi. Altre orme irregolari con un seguito di piccole buche: gli ultimi. Le orme dei ricchi, tenui, dai tacchi che scavano fossette; le orme dei giovani, lievi, discoste; quelle dei felici, attraversate ogni tanto da un’iniziale, da un zig-zag; e, finalmente, orme di piedi veri, ignudi, grossolani, a una distanza tanto regolare da parer calcolata con una precisione matematica: il passo della gente che sa cosa vuole e dove va. Dinanzi a quelle orme le altre si scansano. Sono le orme faticate del lavoro.

Gli umani sono passati così fra la solitudine e l’eternità. Domani un soffio di brezza solleverà forse le grigie sabbie volubili che ne cancelleranno ogni traccia; ma nella loro evoluzione le onde affaccendate si dilateranno per raccoglierne nel grembo azzurro, maternamente, l’ultima memoria.

VENDETTA.

L’ultima finestra della casa, al primo piano, verso ponente, s’apriva fra le rame flessibili del gelsomino. Una mano delicata le dirigeva, le domava, le dissetava, le intrecciava in riposo, le avvinceva in catene fraterne. Quando le piccole costellazioni bianche si staccavano, erano raccolte con tanta sollecitudine che non una veniva contaminata dal fango del terreno o dalla bava dei ragni, che anelavano a quel candore.

Ma nell’ombra fresca dai riflessi di smeraldo serpeggiava un soffio vivo, indomabile, che si sfogava in cento insidie piccine, malignamente. Gli olezzi diffondevano la più eloquente delle serenate; qualche tralcio ribelle dava ogni dì la scalata e s’insinuava a spiare nella stanza, avido: le ciocche fiorite si protendevano, offrivano i mazzetti naturali, desiderosi di avvizzire su un seno ardente; alla brezza, che le carezzava, le foglioline rispondevano acconsentendo con un fremito novo; al vento che passava fischiando, i rami si dibattevano desolatamente.

La finestra s’apriva di buon mattino e l’alito verginale che ne usciva, blandiva il soffio maligno, stornava le insidie, mitigava le ebbrezze. Quando un fior di cardenia apparve sul davanzale.

Quel fior di cardenia venne disputato alla distruzione a lungo, tenacemente. Tutta la notte l’anforina di cristallo rosa che reggeva la corolla rimaneva sul parapetto, fuor dell’imposte chiuse, assistendo al colloquio della cardenia con la luna piena; candida e sola come lei. Il gelsomino fu negletto; le rame crebbero vagabonde e selvagge fino a ricascare su loro stesse stanche del vano errare; le stelline bianche emigrarono liberamente, ma per posar presto in un molle strato odoroso sul terreno, come un sudario mistico; qualcuna s’indugiava, si smarriva nei meandri verdi, s’impigliava fra le ragnatele lievi, iridate, luminose, in fondo a cui il ragno attendeva.

Infine il fior di cardenia ingiallì del tutto e fu portato via. Ma venne poi una gabbiuzza popolata di colibri, poi un pappagallo fiammante, poi una scimmietta freddolosa, poi un virgulto di rose, poi una coppa riscintillante di pesciolini d’oro. Inutile; la morte spazzava tutto via. Qualche cosa dava il malocchio a quella finestra che s’apriva fra le rame di gelsomino.

Nell’inverno la camera fu rimessa a nuovo: cortine azzurre, lievi, scesero lungo le doppie vetrate dov’era una fioritura di mammole, e una lampada ardeva tutta notte, velata e misteriosa, come in un santuario. I viandanti che passavano intirizziti levavano lo sguardo sorridenti o sospirosi e bisbigliavano: «Là regna Amore...»

Ma il gelsomino non udiva; era atrofizzato dal gelo, e ignudo, inerme, dormiva. Quando il bacio pietoso della Primavera lo destò, ahimè! si vide mutilato e inceppato vigorosamente contro il muro! Invano si ribellò, invano i mazzetti implorarono sotto il davanzale il rifugio tepido, consueto; invano la fragranza dispersa nell’aria si diffuse in elegie amorosamente, e le stelline erranti si posarono fra le stecche delle persiane come per esplorare, e i tralci più arditi si svincolarono e bussarono stimolati dal vento; la finestra dalle cortine azzurre irrideva, soave, al loro dolore. Così trascorse l’estate, una lunga estate.

In ottobre, mentre le prime pioggie scendono a risvegliare inesorabilmente dal sogno di una tornante primavera, nella lotta fra le illusioni che evaporano con gli ultimi profumi di tutti i fiori della terra, e le gelide realtà che piovono con le fredde lagrime del cielo, — la finestra rimase chiusa, triste, e i rami ingigantiti infransero i loro ceppi, e la flagellarono sera e mattina ululando ferocemente.

Dopo molti giorni la finestra si riaprì, in un vespro d’oro, nell’assenza degli olezzi e nell’immobilità delle fronde che oscillarono estatiche, quasi spaurite della conseguita vittoria. La finestra rimase vuota e aperta fino all’alba, con le cortine calate e le imposte che gemevano sui cardini in uno sconsolato abbandono. Nell’alba nebulosa, livida, fredda, le cortine azzurre tremolarono, uscirono e palpitarono in alto, come due aluccie impazienti di volar via. Allora pel varco libero, simile a un piccolo stuolo vittorioso e invadente, entrò nella camera della morta uno sciame di gelsomini.

Ultimi bagliori.

Il conte Alberto Farigliano di Roccamare rientrava intirizzito dal nevischio pungente d’un uggioso pomeriggio di Febbraio. Gettati al servo pelliccia e cappello biancheggianti di diaccioli, traversò lesto l’appartamento in cui il calorifero diffondeva un tepore più che primaverile e giunse al remoto salottino di sua moglie. Era sicuro di trovarla laggiù. La contessa infatti pareva addormentata nell’ampia poltrona di broccato nero, quasi bocconi, col volto nascosto in un piccolo guanciale morbidissimo posato sul bracciolo. In quell’atteggiamento, coll’abito sciolto e lucente di felpa bianca dai riflessi madreperlacei, nella luce azzurreggiata dalle tendine abbassate, diede ad Alberto l’idea d’una perla nella sua nicchia. Egli inoltrò chetamente: nel ricco salotto ondeggiava un acuto profumo di cardenia. Non si vedeva nulla del volto di lei; solo l’ammasso dei suoi capelli fini, castani, allentati con un po’ di disordine, e le sottili mani aggrappate al cuscino. Alberto la contemplò lungamente. Poi si mosse per andarsene, ma nel movimento un po’ brusco urtò una sedia leggiera, fuori di posto, e la signora sussultò forte, levando il viso sbiancato e fissandolo sbigottita, come se nel primo momento non lo riconoscesse.

— Dormivi?

— Sì, forse... da quanto tempo sei qui, Alberto? — chiese alla sua volta lei, che abbozzò un sorriso, subito dileguato come un ombra sulle sue labbra tremolanti, e le bianche mani passarono e ripassarono sugli occhi. — Ho un po’ di emicrania oggi; — aggiunse con un fil di voce.

— Tieni troppo caldo e troppi fiori intorno a te, mia cara. Or’ora stavo per farne un fascio. Tu finirai per asfissiarti, esagerando così.

Essa stava immobile, con le mani serrate alle tempie, gli occhi fissi sui meandri del tappeto. Poi, risolutamente, si alzò e venne fin presso la scrivania d’un squisito stile del Rinascimento, sulla quale si mise a frugare senza scopo.

Nella penombra, fra i larghi fogliami esotici e i mobili artistici, quell’alta figurina bianca pareva svanire come una parvenza. Suo marito le cinse la vita con un braccio e l’attirò a sè, dolcemente.

— Sai, Letizia, ho una cattiva notizia da darti. Mi tocca partire....

La contessa trasalì ancora, lo guardò rapidamente coi bellissimi occhi, e si sciolse dall’abbraccio.

— Dove vai?

— A Berlino... Sono incaricato di una missione di qualche importanza dal ministero e, capirai, col ministero non si scherza. Parto lunedì.

— .... Starai lontano molto tempo?

— Temo di sì. L’affare per cui vado non è da sbrigarsi in poche ore... Tre, quattro, cinque mesi.... ma poi vedremo.... Non ne so nulla insomma.

La contessa Letizia rimase a capo chino e fra loro vi fu un prolungato silenzio. Eppure era lo stesso impulso che lottava nei loro cuori con degli ostacoli suscitati dalla loro diversa debolezza: era lo stesso sottile sgomento pauroso per una parola ch’egli avrebbe voluto sentirsi dire da lei che rimaneva muta, per una parola che Letizia aveva terrore di sentirsi dire, in quel giorno, in quell’ora...

— Pensavo che tu potresti.... — la contessa ebbe un piccolo moto di altera meraviglia — tu potresti passar questo tempo dalla zia Fanny o pregarla di venirti a tenere compagnia. Per rispetto alle convenienze non sarebbe bene che tu rimanessi sola....

Letizia continuava a guardarlo come se pensasse a tutt’altro. — Sì, — mormorò poi; — riflettevo anch’io a questo.

— ..... allora siamo perfettamente d’accordo, — concluse Alberto con la sua freddezza solita. Ed uscì.

— Come sono vile, ah come sono vile! — disse in cuor suo la giovine contessa; e si lasciò andare sulla seggiolina della scrivania, tutta pallida, a occhi chiusi; mentre due grosse lagrime le rigarono le guancie e caddero in bollicine sulla sua cartella dalle cifre d’oro. Ma ecco che dinanzi alle palpebre abbassate, come se un velario fosse calato dinanzi alla realtà della sua vita per lasciarla vivere più intensamente nel sogno, le ricomparve repente la balda e bionda figura d’uomo, di un uomo che non era suo marito, fissa come l’aveva avuta inesorabilmente in tutta quella penosa giornata, ed essa, questa volta per cacciarla spietatamente, aperse gli occhi.

Fu un rimedio vano. Se la visione svanì, i suoi pensieri seguirono fluenti il loro corso, come l’onda del ruscello gira intorno ad un debole ostacolo messo per arrestarla....

Lo aveva riveduto dopo quattro anni, improvvisamente, quel giorno stesso, nell’uscire dal salotto d’un’amica, mentre egli vi entrava. E nello scoprirsi il capo biondo, cedendole il passo, l’aveva misurata con lo sguardo sàturo d’una tal curiosità volgare e galante che Letizia aveva arrossito. Ma aveva arrossito meno per l’indignazione che per il colpo di trovarselo lì dinanzi quando meno ci pensava, e con lo stesso fàscino irresistibile ch’era stato il tormento e il sorriso dei suoi sedici anni. Un vanesio, del resto, quel tenentino di cavalleria! Non aveva il capo che a far la corte alle signore eleganti, mentre le signorine gli sospiravano dietro: ella lo sapeva; lo aveva già giudicato col suo nascente senno di giovinetta, da quel contegno irragionevolmente mutevole con lei, innamorata di lui da morirne, sempre.

Era così spigliato, così attraente, così carino! Una volta, l’ultima volta che si erano incontrati le aveva giurato che se il padre di lui non desisteva dall’opporsi al loro matrimonio, si sarebbe ucciso... Uno spavento, un supplizio... una dolce e tremenda e insistente tentazione di fuggirsene davvero attraverso l’Europa, com’egli le proponeva.... Ma aveva troppo pensato al dolore dei suoi; le era mancato il coraggio. Poi quell’amore tempestoso, a pause, nutrito di stranezze che non capiva e di audacie che la rimescolavano, le faceva paura..... Era così ingenua e così giovine! Dopo, non si erano più riveduti, ma essa sapeva che non era morto, che viveva come prima, più di prima.

A diciotto anni aveva sposato, senza entusiasmo, ma con affezione profonda, il giovane diplomatico che suo padre le presentava. Quell’amore gentile, rispettoso, cavalleresco, quasi tutto fiori e delicatezze, le era parso un refrigerio, e la sua anima ancora un po’ malata e la sua gracile fibra di damina spirituale, vi avevano trovato una soavità infinita. Meno qualche vampata di quando in quando che le portava un palpito e un malessere d’un minuto, al tenente biondo non pensava più.

...... L’oscurità aveva invaso il bel salotto profumato di cardenie, quand’ella, levandosi svogliatamente, si avvicinò alla finestra e rialzò le tendine. A Roma la neve non dura; non se ne vedeva più traccia: pioveva. Pioveva monotonamente, tranquillamente. Letizia rimase con la fronte che bruciava, appoggiata ai cristalli, lo sguardo smarrito. Ancora una lotta. Anderebbe o no al _Bal-en-rose_ dell’ambasciata di Francia, quella sera? Da un lato l’aspirazione alla pace, all’oblio, il presentimento vago di un pericolo....; dall’altro il desiderio stesso di questo pericolo, il fascino d’un’emozione nuova, il piacere acre di riaprirsi una ferita nel cuore per sentirlo palpitare più forte.....

— Il pranzo è servito, — annunziò la voce indifferente del domestico dalla soglia.

La contessa si scosse. Erano soli, suo marito e lei, quella sera a mensa. Dio! una lunga, penosa dissimulazione..... Si ravviò alla meglio i capelli, al buio, per non chiamare la cameriera e s’avviò, lenta, per le stanze illuminate verso la sala da pranzo.

* * *

Si fecero servire il caffè accanto al fuoco nella sala da pranzo vasta e severa. Letizia, seduta un po’ di traverso sul seggiolone dall’alta spalliera, appoggiava sul paracenere i piedi, piccoli, calzati di raso color madreperla, come l’abito a cui la fiamma prestava strani bagliori; Alberto, vestito come sempre, correttamente di nero, nella sedia di fronte centellinava il caffè fumante, odoroso. Erano soli, silenziosi; un’atmosfera di noia e di tristezza gravava. Durante il pranzo, fra il via vai dei servi, avevano scambiato qualche osservazione, qualche frase insipida; ma ora non si pigliavano neanche più la briga di fingere e la loro tormentosa preoccupazione rispuntava evidente.

— Riuscirà molto bene a quel che pare il _bal-en-rose_ dell’Ambasciata francese, — uscì a dire finalmente Alberto, posando il tazzino; — le sale sono addobbate con buon gusto ed hanno trasformato la grande terrazza in una grotta fantastica dove sarà bello riposare. Tu ci vieni? — seguì col tono più naturale del mondo, ma che alla contessa Letizia, per la disposizione d’animo in cui era, parve un abile quesito indagatore. La lotta che ancora era in lei, cessò bruscamente.

— Sì, vengo, — rispose con alterigia senza alzare gli occhi.

— Hai dato gli ordini in proposito? — chiese il marito senza scomporsi.

— Sì... Ma perchè mi chiedi se vengo? Ti dispiace forse? — ribattè la signora sollevandosi un poco e ritirando i piedi dal paracenere, i piedini nervosi che s’agitavano continuamente, mentre negli occhi neri e grandi era una cattiva espressione di sfida.

— Perchè dovrebbe dispiacermi, Letizia? Te lo chiedo, ricordandomi d’averti sentito parlare di emicrania poco fa, e notando in te infatti un aspetto un po’ sofferente.....

Quella compostezza, quel tono di voce tranquilla le fecero dare una strappata ai cordoni del bell’abito dai riflessi di madreperla, irritata, impaziente. Sentiva dentro di sè un fermento di rivolta, un incalzante desiderio di ricatto, senza saper bene perchè.

— Invece io sto benissimo... — la sua voce risuonò stonata nell’ampia sala; — ti prego di credere che sto benissimo e che non ho punto bisogno di riposo....

— Quando è così, mia cara, — fece lui guardando l’orologio, — mi pare che faresti bene ad allestirti. Le signore ci mettono un po’ di tempo... — finì sorridendo.

La contessa si levò, gli passò davanti senza guardarlo, e quella vaga figurina bianca scomparve, come una visione luminosa, sotto l’arco dell’alta porta, dalla camera vasta e severa.

Alberto affisava il fuoco, immobile.

* * *

— ...... ebbene, contessa, si va all’assalto di cotesta grotta ideale? — le chiese con allegra baldanza il tenentino biondo, che non si era più scostato da lei dopo quella fine di valtzer ballata intensamente, in silenzio.

— Avanti, _en marche_! — rispose Letizia scherzosa, balzando in piedi.

Traversarono la gran sala da ballo, splendente, gaia d’abbigliamenti in tutte le gradazioni di rosa come un gran roseto vivente, ella al braccio di lui, animata, ridanciana, con uno scintillio negli occhi neri. Non era più la languida signora che qualche ora prima nascondeva la testa nei guanciali in atteggiamento sofferente; nel suo incedere, nei movimenti, nelle parole aveva un’insolita vivacità. Eppure, una delle mani sottili e bianche, nascosta ora dal lunghissimo guanto profumato, brancicava nervosamente fra le pieghe dell’abito e sgualciva alquanto l’ideale vaporosità della garza appena soffusa di color roseo, come un’aurora.

Quel monello di tenente non smetteva intanto di susurrare tante paroline belle col capo chino su lei fino a sfiorarle i riccioli, paroline belle e spiritose, forse, giacchè ella ne rideva di cuore, crollando la testa vezzosa e distribuendo saluti e sorrisi alle amiche e ai conoscenti che incontrava e che la osservavano con una punta di malizia negli occhi.

— Eccoci nel «regno delle favole» — canterellò sull’aria del _Mefistofele_ il tenente De’ Falchi, entrando con la sua compagna, dopo un giro abbastanza lungo attraverso l’infilata di sale, sulla terrazza dove non c’era quasi nessuno.

Una ridente illusione. Una grotta scavata in qualche blocco enorme di cristallo rosa. La luce viva, diffusa, dietro le pareti, ne faceva spiccare il colore e la velata trasparenza. Rosai fioriti s’arrampicavano qua e là fra i sedili di pietra nera, e i fili d’argento delle fontane luccicavano misteriosi nei cespugli verdi, ricascando con un sommesso mormorio nelle vasche seminascoste dalle larghe e strane foglie di molli piante aquatiche. In terra uno spesso tappeto bianco, vellutato, che in vari punti i pètali delle rose sfogliate ricoprivano.

Quella luce opacamente rosea, dopo tanto sfolgorio di arazzi e di festoni, riposava l’occhio e faceva pensare ad un paese misterioso di sogni e di pace. Eppure Letizia non si sentì più tanto padrona di sè come laggiù nelle sale rumorose, dove aveva risposto coi frizzi e col sarcasmo brillante alle galanterie del giovane ufficiale. Le parve che in quel silenzio tutta la sicurezza, di cui s’era compiaciuta in segreto, vacillasse, e ne fu seccata. Ma non volle farlo supporre e si soffermò ammirando.

— Il regno delle favole...! E la regina? — diss’ella senza nessuna intenzione, ingenuamente, non dubitando di parer lei davvero l’incarnazione della bellezza, della gioventù, della poesia, così graziosa, bianca, delicata nell’abito vaporoso, stellato di brillanti. De’ Falchi non si lasciò sfuggire l’occasione per dirglielo e lo fece con parole così blande e così dolci che parevano carezze. La contessa con piccole mosse comiche d’esagerata modestia si velava il volto col ventaglio di trina. Poi, rannuvolandosi in un subito fra il gioco, ebbe un sospiro.

Anche lui era bello, bello come un giovine Nume! Anche lui pareva un eroe degli antichi tempi con la divisa luccicante, la bionda testa irrequieta, gli occhi vivi, il personale slanciato. Come era bello così! più bello nel suo meriggio di giovinezza, che quando, ancora adolescente, quasi, le aveva parlato d’amore.

La musica che si udiva lontanamente, come un’eco, aveva ripreso. Un crocchio di persone che conversavano laggiù si sciolse. La principessa Montegaudio, passando accanto ai due, ebbe un’occhiata severa, ma il vecchio generale ch’era con lei quasi sorrise. Letizia e De’ Falchi rimanevano soli.

— Ce ne andiamo? — diss’ella con un tono indolente simulato: e lo trasse con delicatezza dietro gli altri. Ma il tenentino fece due passi, poi s’arrestò.

— Guardate prima nel _carnet_, vi prego! — disse come se domandasse la proroga d’una sentenza crudele.

Guardarono insieme, mentre nella fretta del cercare le loro mani si sfioravano. Non c’era nessun nome. Egli ebbe un profondo respiro di sollievo.

— Non importa, non importa, — soggiunse Letizia, che pareva contrariata. — Andiamo in un altro luogo.

— Dove trovare un luogo più bello per la vostra bellezza?.... per la mia ammirazione?..... Io passerei la vita, qui, con voi....

— Prima di tutto le ho proibito assolutamente di darmi del _voi_! — e Letizia gli battè il ventaglio sulle dita, — damerino incorreggibile...

— Pardon, Contessa! — disse subito De’ Falchi con una lievissima intonazione ironica. — Ogni tanto mi dimentico che sei anni sono passati.... Ho la memoria un po’ logora, vedete..... in certi casi. E trovandoci insieme ancora, in questo luogo di sogno io sogno d’avervi ancora accanto libera, amante, mia....

Letizia, già presso alla soglia, si fermò ancora, tornò indietro. No, così non andava proprio. Darle del _voi_ e rievocare il passato! Erano le condizioni del loro trattato di pace, queste? Un ufficiale dell’esercito mancare di parola così! Vergogna, cento volte vergogna!

Ma De’ Falchi s’impadronì della terribile manina e la imprigionò sotto il suo braccio senza staccarne la sua mano.

— Contessa Letizia Farigliano di Roccamare, — cominciò con quel suo fare tra ardente e sentimentale e scherzoso, irresistibile per lei, — mi dica dunque che cosa debbo fare per ottenere perdono...... Vuole tutte queste rose in omaggio? Vuole che le dica dei versi, dei bei versi? Una volta le piacevano e mi sgridava perchè non li sapevo mai... Ora ne so.

La signora ebbe ancora un moto di ribellione, di sdegno, ma non resistè al suo compagno che l’allontanava dalla porta d’uscita, stringendole più forte la mano.

— Senta, — continuò de’ Falchi, — sono versi che sembrano scritti apposta per lei e sembrano scritti da me, per dirli adesso. — Poi seguì a voce un po’ bassa, con appassionata dolcezza: