Il castello di Trezzo: Novella storica

Part 12

Chapter 123,896 wordsPublic domain

Enzel, che venne riconosciuto da loro per sapientissimo, siccome esperto nell’astrologia, nelle arti di formare secreti farmaci e pozioni, fu ricercato si portasse un giorno nel luogo del loro convegno, ed egli v’acconsentì. Era questo un giorno sul finir di novembre; giusta il convenuto Enzel sul far della sera s’appostò presso la muraglia dell’orto del Monastero Maggiore, e quivi attese un altro aríolo di nome Gallinaccio. Allorchè questi passò, avvertito dal di lui fischio, Enzel il seguì, ed uscì seco da Porta Vercellina, che trovavasi, come abbiam detto altrove, nel luogo in cui ora sta il ponte del Naviglio, che a que’ tempi non era che una larga fossa la quale si passava sovra un ponte levatoio: fuori della porta incontravasi il Borgo delle Grazie, al terminar del quale non eravi, come al presente, una strada diritta, solida, larga, ma bensì una ristretta via, guasta, avvallata fra due alte sponde, tutta ingombra di sassi e pantani.

Giunti al cominciar di questa via Enzel e Gallinaccio si riunirono, non essendovi persona alcuna a cui questi due insiem congiunti potessero cagionar sospetto. Quando ebbero fatto qualche tratto di strada entrarono sulla destra in un piccolo sentiero che s’innoltrava fra alte piante. Il giorno non era caduto affatto, ma la nebbia che s’alzava oscurava l’aria, e la rendeva umida e fredda; a traverso ai nudi rami degli alberi, da cui il gelido soffio del vento staccava le ultime foglie disseccate, appariva un cielo di tristo color cenericcio, alcun poco biancastro ad occidente, verso cui camminavano gli aríoli. Dopo alquanti passi il sentiero cessò, il bosco divenne più folto, ed essi entrati in quello giunsero alla sponda dell’Olona. Sopra un dossetto presso a quel piccolo fiume stava un diroccato edifizio cinto da rottami incespati di spine e di roveti; dal lato da cui vennero que’ due, scorgevasi un elevato muro che aveva costituita una parete di quel fabbricato, e che ora stava solo eretto fra le ruine, e dalle finestre del quale vedeasi l’opposto cielo. Gallinaccio condusse Enzel fra gli spinai verso questa muraglia, e pervenutivi dappresso, discesero in un fossato asciutto che circondava l’edifizio, nel quale scorsero una porta, dalle cui fessure intravedevasi un lume lontano. Gallinaccio bussò tre volte a quella porta, e diede altrettanti fischii; si udì taluno appressarsi, che tolse ai battenti una spranga, e li aprì. Entrarono que’ due, fu richiusa la porta, ed essi, passando sotto una lunga oscura volta, giunsero in un’ampia stanza, la metà superiore della quale era ripiena dal fumo che tramandava un gran fuoco acceso in mezzo ad essa. Dintorno a questo stavano molti aríoli disposti in variate posizioni.

Taluno era sdraiato sul pavimento, altro seduto sovra le legna che servivano ad alimentare il fuoco; questi incrocicchiava le gambe alla turchesca, quegli rannicchiato sporgeva il capo fra i ginocchi, ma tutti però tenevano il volto in verso alla fiamma, la quale, secondochè risplendeva vivace, od andava calando, ne illuminava variatamente le strane fisonomie e gli abbigliamenti, progettandone le ombre, fatte per la distanza gigantesche, sulle ruvide pareti di quella camera, o direm piuttosto cantina o sotterraneo.

Vestivano essi tutti in foggie particolari. L’uno andava coperto da una zimarra a doppio colore, rossa sul petto, verde sul dorso, ma lacera e rattoppata; l’altro aveva sul corpo un saione fratesco, questo indossava una schiavina; portavano tutti però o gabbani, o casacche, o tabarri di colori oscuri, rossi o cilestri, ma di grossolani tessuti. Alcuni coprivansi la testa con cappe e cappucci, altri la tenevano scoperta, e mostravano calve fronti od irte e scarmigliate capellature, e ruvidi crini cadenti in ciocche a mischiarsi colle scomposte barbe e le folte basette.

«Ecco una nuova volpe che viene al covo (disse una rauca voce rivolta ad Enzel appena questi fu colà entrato). — Nuova a questo covo (egli rispose), ma vecchia per i pollai e le lepri. — Ti conoscono assai bene (disse Gallinaccio), e puoi stare fra noi ed esserci maestro. Ti ritira (soggiunse ad uno che stava più degli altri presso la fiamma), e lasciaci, o Calabrese, sedere vicini al fuoco, perchè veniamo da dove spira un’aria di neve che ci ha intirizziti.» Si ritrasse il Calabrese, ed accovacciatosi in altra parte: «Prosegui (disse con accento di sua nazione), Masiello, a raccontare come sia finita la storia della regina Giovanna.» Masiello, che stava a lui di prospetto, e verso cui tutti rivolsero ansiosamente gli occhi, con voce di chi riprende una storia così parlò: «Andò all’inferno nell’istesso modo che vi aveva fatto andare otto de’ suoi innamorati e due mariti. Due giorni dopo che fummo giunti ad Aversa, Cecarello, che ivi ne aveva condotti, eseguendo l’ordine del signor duca Carlo Durazzo, mi palesò cosa avessi a fare, e mi fece aprire l’uscio della camera della torre ov’ella dormiva. Vecchia così come era tentò trarmi ai lacci, e vedendo di non riuscirvi invocò il cielo e tutti i santi; ma Cecarello m’avea prefisso il tempo, e il di lei collo era sì sottile, che non sudai a sbrigarla. Mi fu dato per sì picciola fatica più oro che quando venni mandato da Napoli, attraversando di verno gli Appennini, a Bologna a prendere da certo speziale un’acqueruola che non seppi poi mai chi l’abbia bevuta. — Per quant’oro toccasse allora la tua mano, o Masiello (riprese un altro), non sarà certo stato tanto quanto quello che un barone Piccardo tolse al duca d’Angiò ch’era venuto per quella stessa regina in Italia, e metà di quell’oro lo recai io a Venezia, dove il Francese mi fece seco a parte a scialacquarlo. Ma ti debbo però dire che me lo era guadagnato con maggior fatica della tua. Il Papa d’Avignone mi avea spedito a Parigi a portare lettere al duca d’Angiò, imponendomi di servire ad esso di guida a discendere per l’Alpi: eseguii tale comando, e quando fummo di poco col Francese inoltrati in Italia, il duca d’Angiò mi diede ordine che mi recassi a Roma dai Colonna, ed a Napoli da Giovanna per certe intelligenze: giunto nella prima città, il Papa di Roma mi fece prendere, e voleva mi appiccassero in castel Sant’Angelo, ciò che avveniva di certo se non mi fossi calato per le mura; ma finalmente arrivai anche a Napoli, ed adempiute le commissioni, a traverso all’armata di Carlo Durazzo pervenni a Bari, dove il duca d’Angiò m’aveva imposto di recarmi; egli era colà, ma più non aveva nè soldati nè danari, e null’altro possedeva di tutto ciò che aveva recato di Francia fuorchè la spada e il valore: perciò senza nulla darmi, ma facendomi grandi promesse, pregommi riconducessi nella sua terra il barone Piccardo, che avrebbe recato molto oro e soldati: il feci infatti; e il Piccardo, giunto a Parigi, ebbe l’oro dal re e dai fratelli del duca; ma soldati non ne ricercò, nè volle, perchè piacevagli marciar spedito: quest’oro ce lo distribuimmo sulla persona e sui cavalli, e per le vie diaboliche del paese degli Svizzeri tornammo in Italia, ed andammo a Venezia; dove lo si profuse _gaîment pour dames et bon vin_, come soleva dire il Piccardo; e il duca d’Angiò seppi poscia che morì a Bari di fame.»

Dopo questo racconto, l’un l’altro eccitandosi, narrarono moltissimi fatti da essi loro eseguiti, o di cui erano stati spettatori: quasi tutti consistevano in astuzie, raggiri, insidie adoperate per impedire od anche agevolare conquiste di terre e castelli, incendii, assassinii, rapimenti di donne e fanciulle; ciò che rendeva singolari quelle narrazioni, era l’influsso sugli avvenimenti umani che attribuivano ai prestigi, ai pianeti ed alle magiche virtù di molte sostanze naturali preparate con certe arti o segni stravaganti.

Poscia che ebbero a lungo favellato, l’ultimo che parlò disse ad uno che gli stava di fianco: «Andreazzo, è tempo oramai che ci bagniamo la gola; non hai tu portato qualche poco di vino? — Non beveremo, per Satanasso, sin che non abbiamo detto qualche cosa di meglio delle ciancie che si son fatte finora.» Così pronunciò con voce grave e rude, che non s’era mai intesa durante i ragionamenti, una persona la quale, involta sino alla metà del viso in un mantello a lungo pelo nero, e tenendo calato un berretto pur di pelo sino alle ciglia, movendo sotto assiepate palpebre due bigi occhi feroci, s’aveva la forma piuttosto d’orso che d’uomo. «Non abbaiare, Can-di-monte (a lui rispose Andreazzo), se bevessimo anche tosto, io tengo qui tal liquore che non ti parrà certo decotto amaro, ma se tu hai a dire alcun che d’importante, dillo col malanno che ti porti, che ti ascolteremo.»

Can-di-monte, che tal era il soprannome di quell’ispida figura, volse ad Andreazzo uno sguardo minaccioso di sdegno, quindi disse: «A ciò che è avvenuto io non penso mai, e lascio ai cantafavole le parole o le novelle: io voglio fatti ed azioni, e perciò bado a quel che faccio o che dovrò fare; il passato è come se non fosse mai stato. Voi v’avete stancata la lingua con vecchie storie, e nessuno ha palesato ancora ciò che farà domani, onde possiamo porgerci mano a condurre a buon fine qualche impresa.»

— «Hai ragione, Can-di-monte (soggiunse l’un d’essi); io non so come mai m’abbia a lungo garrito in inutili baie, mentre ho un rilevante messaggio da farti da parte di un tale, che ieri ritrovai presso Magenta, e che mi disse che ti risovverresti chi fosse, rammentandoti il Frate Rosso. — Oh! il conosco assai bene, è Aldobrado Manfredi; e che ti disse egli per me? — Ei mi ha detto che domani a notte ti attende nelle valli di Ticino, presso al gran pioppo nel bosco del Crocifisso, dove saranno seco lui i soliti amici. — Ma non sai tu, Squarcia (chiese Can-di-monte), per qual motivo? — Te lo dirò, ma non lo seppi da lui: esso vuole appostarti sulla strada di Novara per dargli segnale del momento in cui passerà il duca Lodovico di Francia, e gli altri signori i quali vengono a Milano a nozze, poichè egli ha disegno di guardar loro ne’ forzieri per vedere quali doni rechino alla signora Valentina. — Si è assunto un difficile impegno (disse quello che aveva narrata la storia del duca d’Angiò), poichè conosco i cavalieri di Francia, ed hanno spade affilate, e le menano di taglio e punta, che guai dove colgono. — Sappi (gli rispose Can-di-monte), che Aldobrado non mette rete che non prenda pesce; sai che è stato più anni confidente di Bernabò: allora ho fatto per suo comando delle operazioni che s’avevano altre spine, ed egli ha date prove sufficienti di quanto valga. — Mi fu narrato (proseguì Squarcia) che, dopochè il suo padrone venne mandato a Trezzo, si è dato a condurre una masnada a svaligiare i passeggieri, e non vi sono fanti che battano la sua traccia, perchè si è reso formidabile. — Ma come deve esser ella la faccenda dei Francesi? (disse Enzel Petraccio, che si fece attentissimo a raccogliere tutte le parole su tale argomento). — Come vuoi che sia? Aldobrado fu avvertito che il duca Lodovico volendo far grata sorpresa a Giovan Galeazzo, onde giungere inaspettato a sposarne la figlia, passerà fra tre giorni con pochi cavalieri e senza scorta dalla strada di Novara, ed Aldobrado co’ suoi li assalirà, perchè miglior bottino a’ nostri giorni non si potrebbe sperare.» Can-di-monte volgendo ad Andreazzo gli occhi, da cui trapelava l’allegrezza recatagli da tale notizia: «Porgi ora da bere (disse), e se è vino che mi piaccia, ti voglio fra quattro giorni donare una delle più belle gioie del duca Lodovico. — Potresti anche fra quattro giorni (disse Andreazzo) lasciare il pelo sotto il rasoio del boia;» e in così dire s’alzò, e venne in un angolo di quella stanza, smosse una tavola dal muro, e levò un gran vaso che a due mani portò in mezzo al circolo presso al fuoco: molte legna furono gettate ad avvivare la fiamma, ed una scodella di terra girò d’intorno, riempiendosi ad ogni istante del vino che quel vaso conteneva.

Riscaldati da quel liquore, lunga pezza fecero i socii parole, risa e gridi; ma a poco a poco i più s’addormentarono, altri rimasero ragionando a bassa voce: la fiamma mancando d’alimento si spense, e restarono nell’oscurità rotta solo dal rosseggiar de’ carboni attizzati di quando in quando da alcuno de’ più vigilanti con una palla di ferro. Sorto finalmente il mattino, ad uno ad uno uscirono tutti da quella casa, e si dispersero disgiuntamente.

CAPITOLO IX.

Ma qui pur gli oppressori omicidi Or s’accampan la legge insultando; Qui si sente un tumulto di stridi Prorompente lontano lontan. ........................... E non sai che col vanto di prode Or sovente dal laccio si pende? GUIDOBALDO IL CACCIATORE. _Mel. Lir._

L’antico arco, che in Milano dicesi volgarmente _voltone_, che sta al ponte del Naviglio di Porta Ticinese, formava a’ tempi de’ quali parliamo la porta stessa, per cui la chiesa di Sant’Eustorgio e l’unito convento di Domenicani, che sono alquanto al di là di quel voltone, si ritrovavano in un sobborgo della città. Per entro un’appartata via di questo sobborgo, alla quale facevan parete da un lato il muro del cimitero posto a canto alla chiesa di Sant’Eustorgio medesimo, e dall’altro San Barnaba al fonte, con varie antiche case, s’inoltrava a passi rapidi Palamede. Era esso ravvolto in un mantello che scendendogli al ginocchio lasciava vedere al di sotto una parte della lunga spada che teneva sospesa al fianco, e il suo capo era coperto con un berretto senza piume od altri adornamenti. Camminò egli frettoloso sin presso alla metà di quella via, poscia ad un tratto soffermossi in atto pensoso.

Già spuntato era il sole, ma il cielo nebbioso rendeva incerta la luce: rade persone scorgevansi passare per quella via, e queste erano o villici o servi che recavano le provvigioni al convento. Palamede girò lo sguardo, investigando se alcuno lo tenesse di mira; indi, colla risolutezza di chi prende irrevocabilmente un partito, proseguì il cammino. Giunto al terminare di quella strada, stava per porre il piede sul limitare d’una casa, quando sentendosi afferrare pel mantello, udì dire: «Dove andate, cavaliero?» Ei si rivolse con isdegno; ma veduto chi era, «Che vuoi tu, Enzel Petraccio? (gridò con sorpresa). — Io voglio, signor Palamede (disse Enzel con certa voce di preghiera e di comando insieme), che voi non andiate in questa casa.» Un lampo d’ira balenò a questi detti in volto a Palamede; poichè un cavaliero armato non era uso soffrire da altri il benchè minimo contrasto senza por mano alla spada; ma riflettendo tosto che l’aríolo non poteva aver così parlato che col pensiero d’arrecargli vantaggio, «Sai tu (disse rappacificato) perchè io qui venni a quest’ora? — Non v’ho io provato che sapeva tante altre cose che v’appartenevano? Or vi persuaderò che non ignoro neppure la causa per cui siete qui venuto: in questa casa prese alloggio Gherardo Cappello, il quale è stato mandato a Milano dal signor di Verona per ragunare e disporre alla rivolta i nemici di Giovan Galeazzo: così egli fa credere ai varii che diedero retta alle sue parole, e voi, uno fra questi, venite a riporvi nel novero dei congiurati. — Sì tu lo sai (rispose Palamede): io vengo a congiungermi a quelli che hanno giurato di vendicare Bernabò; ma è Giovan Galeazzo stesso che mi vi spinge. Egli, non sazio d’usare del suo tirannico potere contro quelli che potrebbono a buon diritto disputargli l’usurpato dominio, sta fermo per crudeltà in negarmi una fanciulla che è a me legata per sacre promesse, oh! sentirà quando questo ferro gli passerà il cuore, che non stanno tutti nel castello di Trezzo quei di cui deve paventare. — Ah, signor Palamede, che dite mai! (esclamò l’aríolo, fissandolo con occhi pel terrore di tale idea allargati con ispavento) questo pensiero vi fu al certo posto in cuore da uno spirito infernale: tutti i segni del cielo stanno contro di voi se durate in tale proponimento. Allorchè mi deste l’incarico di gire scoprendo quali cose si dicessero dal popolo in riguardo di Bernabò e di Giovan Galeazzo, non v’ho io rapportato, siccome aveva udito, che tutti mostravansi accaniti contro l’antico, ed affezionati al nuovo signore? Or bene, non pensate voi che assalire Giovan Galeazzo è lo stesso che rendersi tutto il popolo nemico, dalle cui mani non riesce facile il sottrarsi, e quindi la corda o la ruota sarebbe il genere di morte men doloroso a cui anderebbe incontro chi attizzasse la rivolta?»

Si accostò in così dire all’orecchio di Palamede, che alle di lui prime parole s’era fatto meditabondo, stando immobile colle braccia incrocicchiate sul petto; e traendolo dolcemente lontano da quella casa, con voce a cui, sebbene sommessa, cercava dare un tuono profetico e misterioso: «Ancorchè aveste certezza (disse) di compire da voi solo il vostro disegno, non vi fidate di questo Veronese. Dove sono i suoi soldati, i capitani atti a resistere a quelli del conte di Virtù? Credetemi! egli cerca di attirarvi nella rete per darvi nelle mani di Giovan Galeazzo, onde renderlo amico del suo signore.» Palamede, colpito da tali detti volse uno sguardo fiero a quella casa, indi disse con instanza all’aríolo: «Sai tu questo di certo?» Ed Enzel, sempre traendolo più da quel luogo lontano: «Dovreste essere persuaso che io non soglio ingannarmi; ma vi lascio supporre che il Veronese abbia realmente a sostenervi in un tale fatto: non è egli inevitabile che al primo manifestarsi d’un movimento di ribellione Giovan Galeazzo fa togliere la vita a Bernabò, ai figli, a Ginevra? — Qual via dunque mi rimane per ottenerla? (proruppe con forza il cavaliero, interrompendo l’aríolo, quasi non potesse sostenere ch’ei proseguisse con tali per lui terribili parole). — La via (continuò l’aríolo, contento del trionfo che conobbe di aver riportato sull’animo di Palamede), la via si troverà; forse essa non è tanto discosta o difficile come potete credere: per ora però è d’uopo che facciate forza a voi stesso, e vi astenghiate da qualunque tentativo.»

Un atto d’impaziente dispetto s’appalesò sul volto a Palamede; e il di lui mantello, che s’aprì, lasciò vedere la sua mano, che portata all’elsa della spada la premeva con forza al fianco: involontario moto che indicava l’interno sforzo nel comprimere l’ira, che tante opposizioni alle sue brame gli destavano in seno. Enzel, il quale penetrò che la mente del cavaliero era agitata da fiera tempesta, pensò essere quel momento opportunissimo a prepararlo ad un progetto che egli aveva in suo capo formato nella congrega degli aríoli; quindi, «Non dovete (disse) rimanervi frattanto in un ozio che la vostra abitudine alle vicende delle armi vi renderebbe penoso. Io voglio darvi una notizia che vi porgerà campo di vendicarvi d’un traditore e di reprimere l’audacia di un ribaldo assassino.» Palamede gli chiese ansiosamente chi questi si fosse; e l’aríolo palesando essere Aldobrado Manfredi che a lui aveva tentato togliere la vita nel bosco di Trezzo, narrò il divisamento che quegli avea fatto d’assalire sulla strada di Novara, presso al Ticino il duca Ludovico di Francia, che veniva alle nozze della signora Valentina, figlia di Giovan Galeazzo. Gli ascosi e secondarii pensieri che la narrativa delle disposizioni dell’assaltamento del duca aveva fatti nascere nell’animo dell’aríolo, non sorsero a tale novella in cuore a Palamede, la cui mente fu invasa da tutto lo spirito guerriero e di vendetta, di cui in quella età non andavano esenti anche i più umani fra quelli che facevano professione delle armi. Tutto pieno del desío di trovarsi al cimento, e concentrando in questo solo ogni altro pensiero che lo conturbava, rifece a passi rapidi, seguito dall’aríolo, quella stessa strada per rientrare in Milano.

Pervenuti alla via che passando innanzi a S. Eustorgio metteva a Porta Ticinese, videro un improvviso accorrere di popolo, uno affacciarsi di genti alle finestre, ed udirono le campane di quella chiesa dare in suoni festosi. «Arriva il signor Giovan Galeazzo da Pavia (disse l’aríolo a Palamede); ora che qui sta solo a far da padrone, troverà nelle sale dei ricchi palazzi, e fra le dame di Milano, un più aggradevole soggiorno che nelle sacrestie della sua chiesa del castello e tra i monaci di Pavia.» Si vide infatti il principe coperto da un fino drappo orlato di pelliccia venire sovra un bianco destriero: gli cavalcavano al fianco alcuni nobili capitani d’armi, e lo seguivano molti militi armati in tutto punto. Il popolo, che stava stivato in ale lungo la strada, faceva eccheggiare l’aria di evviva al suo passaggio. Quando Giovan Galeazzo fu giunto dappresso al tempio di Sant’Eustorgio, rivolse verso la porta di quello il proprio cavallo, e così fecero gli altri. I frati Domenicani usciti dalla chiesa gli vennero incontro: due persone del suo seguito, balzate da sella, si recarono a lato del di lui cavallo; e tenendogliene le staffe, gli diedero braccio a discendere. Egli porgendo con affabilità il saluto a que’ frati, che con atti di umiltà e di sommo rispetto lo accoglievano, s’avviò alla chiesa, dicendo essere desideroso di assistere alla celebrazione d’una messa avanti all’altare de’ tre Re Magi, per rendere grazie a Dio della sua felice venuta.

I battenti della porta della chiesa furono spalancati, e Giovan Galeazzo col seguito vi entrò. Un inginocchiatoio adorno di preziosi ornamenti, con cuscini di seta frangiati in oro, venne recato innanzi alla cappella dei Re Magi; e il principe piegato su quello, fosse abitudine, fosse sincero sentimento di religiosa pietà, si compose in attitudine d’intenso pregare.

Da tutte le celle e le stanze corsero alla sagrestia i frati ed i servi del convento, e si affaccendarono ad allestire speditamente quegli oggetti che potevano servire a rendere più splendido l’altare e pomposa la celebrazione della messa: venne accesa gran quantità di lumi; si scoprirono le più belle reliquie, e tra tutte la più preziosa, quella di S. Pietro martire, racchiusa in aurea conserva da molti gioielli coperta; si trassero i più ricchi paramenti e gli abiti sacerdotali di maggior riserbo, e col massimo decoro incominciò la religiosa funzione, che l’incessante suonare dei bronzi annunziava.

Le porte della chiesa eran rimaste aperte; e il popolo, cui i militi impedivano d’entrarvi, stando al di fuori affollato, rimirava con divozione e maraviglia quegli splendori dell’altare, ed il raccoglimento di Giovan Galeazzo e de’ nobili suoi seguaci. Palamede e l’aríolo trovaronsi essi pure frammisti a quella turba, e guardavano anch’essi curiosamente il principe; ma i loro pensieri erano d’assai diversi da quelli delle persone da cui erano circondati. L’aríolo, astuto e conoscitore siccome era delle altrui ipocrisie, non lasciavasi dalle apparenze sedurre, e stimava entro di se che quel fervor religioso del conte di Virtù fosse, piuttosto che al vero scopo della preghiera, diretto ad ingannare il popolo; nell’animo del quale quegli esterni atti di pietà sì pubblicamente praticati infondevano venerazione, e recavano convincimento essere dotato di grande bontà chi li eseguiva. Nel cuor di Palamede all’incontro quella vista non mosse che sdegno: egli teneva per fermo che l’eccesso della tirannia fosse stato da Giovan Galeazzo consumato contro di lui in rifiutargli replicatamente la prigioniera di Trezzo; quindi si persuadeva che avendo esso un animo così duro e cattivo, falsa e simulata era l’aria di divozione con cui stava innanzi agli altari; e poco avvezzo a frenare l’impeto de’ proprii sentimenti, «Cuor di serpe (esclamò), i santi non ascolteranno i tuoi bugiardi voti....» ed avrebbe proseguito imprecando contro di lui, con pericolo d’attirarsi l’attenzione e l’ira degli astanti, se Enzel noi costringeva con rapide parole al silenzio, ed aprendogli un passaggio in mezzo alla folla, nol traeva di là lontano; per buona sorte nessun individuo del popolo aveva prestato orecchio a que’ detti, per cui, senza che persona al mondo loro abbadasse, ripresero la strada di Porta Ticinese e rientrarono in Milano.