Il castello di Trezzo: Novella storica

Part 13

Chapter 133,776 wordsPublic domain

L’aríolo, cui pressava sommamente l’impresa del cavaliero contro l’aggressione del duca di Francia, meditata da Aldobrado, si diede con ogni studio a ricercar di sapere il giusto momento in cui questi sarebbe passato presso il fiume Ticino, luogo ove l’assassino ritrovavasi; e col mezzo degli altri aríoli venne a capo d’aver notizia che il duca Ludovico era pervenuto di già a Novara, e il giorno seguente sul far della sera sarebbe giunto a Milano: fece per ciò calcolo che al mezzodì all’incirca dovea giungere al fiume, e corse ad ammonirne il cavaliere, che ansiosamente ne attendeva l’istante.

Appena comparve l’alba di quel giorno, Palamede abbandonò tacitamente le piume e il palagio del marchese Azzo Liprando, mentre, per non cagionare in quella casa agitazioni per lui, avea già mandato lo scudiero coi cavalli e le armi in una lontana abitazione. Quivi l’attendeva l’aríolo che si era svisato addossando abiti da taglialegna e portando una scure, onde mischiarsi, se ne veniva il destro, fra i ladri, per meglio spiarne i moti senza essere riconosciuto. Palamede vestì la sola armatura del petto, chè non stimava degno di prode guerriero l’armarsi a tutto punto per combattere assassini; ricoperse il capo con una celata lombarda senza cimiero, e con visiera e fori traversali; prese una lunga spada, non volle nè scudo nè lancia; e salito in arcione, seguito dallo scudiero, armato esso pure, e dall’aríolo, prese via ver Porta Vercellina.

Lasciate le mura della città, Enzel si pose di buon passo a camminare a fianco del cavaliero. Indurata dal gelo era la strada, gli alberi e il terreno biancheggiavano per le brine; sorgeva il sole come un rosso disco, ravvolto nelle nebbie, dietro le torri di Milano. L’aríolo, per distrarre Palamede dai tristi pensieri che la melanconica vista dell’invernale squallore e il languire della natura gli andava aumentando, si fece a narrare varii racconti tratti da storie, vere in parte ed in parte con fino artificio da lui adattate alla di lui situazione di animo; e frammezzando queste narrazioni col dispiegare il modo a cui dovea egli attenersi nell’eseguire l’impresa alla quale si era accinto, manteneva nel di lui cuore un entusiasmo che lo spirito d’avventure dei tempi e il desiderio di vendetta facevano ancor più vivo.

Passata a guado l’Olona, povera d’acque nella stagion delle nevi, incontrando qualche rustico casolare e villaggio di distanza in distanza, pervennero presso Magenta. Enzel consigliò il cavaliero di non passare per quel borgo, onde non dar sospetto di ciò a cui intendevano; ma ponendosi per un sentiero che correva fra i campi ne andasse oltre al di fuori: «Io (disse) che con questi abiti sarò sconusciuto, entrerò nel borgo e andrò nella casa dell’oste, per osservare se vi si trovino persone le quali sappiano quanto sta per accadere; e ci porrei il capo che alcuno della squadra d’Aldobrado vi sta in sentinella per correre a recar avviso a compagni se mai apparissero sgherri o soldati.»

Il cavaliero seguì il consiglio di Enzel; ed attraversando collo scudiero, rasente una siepe di piante, alcuni campicelli, riprese al di là dell’abitato la strada principale; soffermò il cavallo attendendo l’aríolo, il quale dopo alquanti minuti il raggiunse a frettolosi passi; ed appressatosi gli disse: «Due spioni dei ladri, travestiti da miserabili storpi, stanno appostati alle estremità del borgo; e fingendo chiedere l’elemosina, si accostano alle persone che vi entrano od escono, e le esaminano attentamente: io li ho ravvisati sotto i loro cenci, ma essi non conobbero me al certo. Nell’osteria, ho chiesto carne di cervo all’oste; ed egli mi rispose che già da qualche tempo più non ne cuoceva, a causa che occupando gli assassini i boschi e le vallate d’intorno, nessuno oramai s’arrischia girne alla caccia; e soggiunse che i signori del contado ed i villici, che talvolta sono da loro molestati nelle proprie case, hanno fatta determinazione d’armarsi in massa e sterminarli. — Troncherò io la testa del serpente (disse il cavaliero, che la vicinanza del cimento rendeva più ardente d’incontrarlo): presto, o aríolo, mi guida sulla traccia di queste vipere; saprò io rintuzzarne le velenose loro lingue.» Indi, alzando gli occhi al cielo, con voce solenne: «Siccome (disse) i più nobili cavalieri non isdegnarono mettere le loro spade nel sangue degli scellerati per liberare innocenti vittime dalle oppressioni, così io voto il capo del traditore Aldobrado al glorioso Sant’Ambrogio ed alla mia Ginevra.» Ciò detto, ripresero cammino alla volta de’ boschi.

Quanto però s’era aumentato l’ardore del combattimento nell’animo del cavaliero, altrettanto se n’era scemato il desiderio nell’aríolo; pensava egli che trovandosi senza elmo e corazza, la punta d’una squarcina o d’uno spuntone gli potevano entrare nel corpo agevolmente; giacchè se i ladri erano in gran numero, Palamede avrebbe trovato molte faccende alla spada per proprio conto, senza vegliare alla di lui difesa; ed Enzel teneva assai poca fidanza nella bravura dello scudiero. Tali riflessioni agitavano la mente dell’aríolo, e stava avvisando ai modi di scansare il periglio, allorchè guatandosi dintorno vide che i coltivati campi andavano terminando, e la strada s’inoltrava fra un’alta selva. Un tremito di paura l’invase tutto; ma mirando al cavaliero che ancor teneva la visiera alzata, vedendone il contegno fiero e sicuro, e temendone le rampogne se mostrasse viltà, riprese coraggio, e nello scaltro spirito fece calcolo dei mezzi di porsi in salvo senza guastar l’impresa; s’accostò quindi a Palamede, e disse: «Non è convenienza il rimanere su questa strada, poichè io so che poco lungi deve ritrovarsi Can-di-monte, posto a guardia per dar segnale ai ladri, che saranno appiattati in vicinanza della strada del momento in cui passeranno i viaggiatori Francesi; se esso ci scorge, darà loro qualche segnale; ed essi rientreranno nel bosco, e il colpo ci va fallito: meglio si è che cerchiamo di guadagnare la sommità della valle di Ticino; tenendoci così alle loro spalle, noi potremo vedere l’avvicinarsi di questi signori di Francia, e appena verranno assaliti, accorrere improvvisi al luogo della zuffa.» Sebbene il cavaliero fosse impaziente d’adoperare la spada, ed avendo in costume di combattere il nemico di fronte in campo aperto, stesse qualche istante in forse che quel prendere nascoste vie non offendesse le leggi del valore; pure, persuadendosi che tale si era l’unico modo di venirne a capo, piegossi alla proposta dell’aríolo, e pose il cavallo nella selva. Gli alberi spogli di fronde, le boscaglie e gli spineti disseccati e rotti non frapponevano che lieve ostacolo al loro passaggio; essi si diressero alquanto all’interno: indi ripresero via in direzione della maggior strada, e dopo non lungo andare pervennero al margine superiore della gran valle, nel mezzo della quale scorre il Ticino.

L’aríolo, fattosi innanzi, trovò un luogo eminente nel terreno; ed ivi chiamò il cavaliero, e glielo additò siccome opportuno ad arrestatisi. Libera da quel sito scorrea la vista sovra la sottoposta valle, che più estesa che erta s’allarga d’alcun miglio; i contorni occidentali di essa si disegnavano sul lontano giogo delle alpi candide di neve, che il sol meriggio irradiava. Selvaggi come natura li giva creando, s’appresentavano per l’inclinato piano immensi boschi; le elci e pochi altri alberi, che il verno non spoglia, porgeano all’occhio qua e là le loro verdi foglie tra le altre infinite piante che i nudi rami intrecciavano. Nel fondo della valle scorgevansi per varii tratti le azzurre acque del fiume di cui i boschi impedivano di vedere la continuità.

Poco al di sotto dell’elevato luogo ove trovavasi Palamede, la strada per Novara scendeva verso il Ticino, e se ne seguiva coll’occhio lunga pezza il giro: indi essa perdevasi, e ricompariva al di là del fiume salendo l’opposto lato della valle; ma la distanza e le folte selve ne la celavano tosto interamente.

«Vedete voi là (disse l’aríolo al cavaliero) quell’uomo con nera giubba e cappuccio che stando sulla strada taglia lentamente colla falce i rami sporgenti degli alberi, quello è Can-di-monte che attende i passeggieri per avvertirne la masnada d’Aldobrado che certamente sta in agguato poco lontano da lui, e forse tra quella massa d’alti alberi. — Il veggo (rispose Palamede, cui scorgeasi in volto che gli era penoso il più oltre frenarsi); ma dimmi, Enzel, or che sappiamo dove Aldobrado si trova, perchè mi trattieni dal ritrovarlo anzi che giungano questi passeggieri? Essi incontreranno più facile cammino quando il ribaldo sarà ucciso.» L’aríolo, al compimento de’ cui disegni ed alle precauzioni per la propria sicurezza premeva l’intervento dei nobili francesi, con tutta la propria facondia si fece a dissuadere il cavaliero da quella richiesta, e guardando il sole: «Già da un’ora (disse) è passato il mezzodì; d’assai non ponno stare a pervenire in questi luoghi.... Ma.... non m’inganno.... eccoli.... eccoli.... li vedete voi?.... là.... dicontro a noi.... tre.... quattro.... cinque uomini a cavallo.... discendono verso il fiume. Che c’è dietro a loro?... Una _paraverèda_... donne.... dame sicuramente, e poi tre cavalli con altre some.... È il duca Lodovico senz’altro. Che bottino per Aldobrado se potesse riuscire a porvi le mani! Presto scendiamo: entrate in questo letto di torrente, esso giunge vicino alla strada: quivi attenderemo il giusto momento per uscir loro addosso. Se ci scoprissero, perdiamo tutto il frutto della nostra fatica.»

Veduti i viaggiatori da lungi ed udite queste parole, Palamede mosse il cavallo: lo scudiero il seguì, e l’aríolo si tenne dietro a loro: per greppi e ciottoli discesero sin dove aveva indicato Enzel, e quivi si fermarono cheti. Pochi istanti erano scorsi, quando uditosi uno appressarsi di cavalli e di ruote, s’intese un fischio; un rumore gli successe di genti accorrenti, ed un gridare improvviso, e percuotersi di armi. Palamede diè di sprone al cavallo, calò la visiera, sguainò la spada, e in pochi slanci fu sulla strada; il seguitava lo scudiero, ma l’aríolo era scomparso. Di rapido galoppo il cavaliero fu in mezzo alla zuffa. Presso un cavallo atterrato, stava facendo forza per rialzarsi uno de’ passeggieri giovane e riccamente abbigliato; ma un ladro, tenendolo a terra, gli misurava al cuore una pugnalata: il cavaliero con un fendente spaccò a questi il capo e lo stese al suolo. Tre altri viaggiatori assaliti ciascuno da più assassini, tratte le spade, s’andavano difendendo; e un quarto più vecchio, già disarmato, veniva violentemente strascinato da cavallo; altri ladri s’erano posti intorno alla _paraveréda_, e ne discendevano le donne; ed alcuni, scaricate le some, scioglievano i forzieri. Palamede, slanciatosi fra loro, menando colpi maestri con vigoroso braccio, quanti colpiva, tanti poneva a terra. Gli assassini, sopraffatti da questo inatteso assalto, avevano abbandonati i passeggieri; e già ritraevansi al bosco, quando l’un d’essi coperto da una pelle di lupo che vestivagli le spalle, il petto e la testa, alzando furiosamente una mazza di ferro, con voce orrenda gridò: «Giuro per l’inferno di fracassare il cranio a chi non mi segue: stringiamoci insieme; uccidiamo.» Tutti a queste parole corsero dintorno a lui; e in tal modo congiunti, scagliatisi con estrema forza contro il più prossimo de’ passeggieri, lo rovesciarono a terra in un fascio col cavallo. Palamede, udendo quelle voci, e vedendo l’inferocito capo degli assassini, «Ti conosco (esclamò), ribaldo traditore; ora tu stesso non potrai sottrarti alla mia vendetta.» Così dicendo, verso di lui precipitando il destriero, mirògli colla punta alla gola. Aldobrado iscansò il colpo, che venne a ferire un altro di sua schiera, ed «atterriamolo, atterriamolo» gridava disperatamente. Tutti gli assassini furono colle armi addosso al cavaliero, che roteando la spada rapidamente d’ambo i lati, ribattè una tempesta di colpi; e cogliendo il destro, e pungendo a due sproni il cavallo, drizzò al volto d’Aldobrado sì giusto l’acciaro, che coltolo alla guancia, lo traforò, facendoglielo uscire per la nuca; e così trafitto il trascinò per la violenza della spinta più passi lontano; ove cadendo, gli si scopersero i rossi capelli del capo, ed il feroce viso apparve deforme e insanguinato.

I passeggieri, vedendo gli assalitori tutti dintorno al cavaliero, si slanciarono essi pure alla lor volta contro di loro. Questi mirando ucciso il condottiero, e sentendosi da forti spade incalzati, si diedero alla fuga, cacciandosi verso i boschi; ma a toglier loro tale scampo, sbucarono fuor della selva improvvisamente molti taglialegna, che atterrando i fuggenti a colpi di scuri, li presero presso che tutti, e con forti lacci gli uni agli altri avvinsero, onde non potessero più sottrarsi al destino che li attendeva. Primo fra loro fu Enzel Petraccio, che innanzi a tutti uscì dal bosco gridando: «Vivano i prodi cavalieri! Viva Palamede!» il che gli altri ripeterono con alto frastuono.

All’aríolo era dovuta la presa dei ladri: egli mentre faceva via pei boschi, udendo un lontano succedersi di botte per la selva, persuaso che fossero villici intenti ad atterrar piante, aveva formato il progetto di condurli alla zuffa, onde prestar soccorso se per avventura Palamede perigliasse. Infatti mentre questi discendeva dall’alto della valle pel letto del torrente alla strada, s’allontanò da lui; e dirigendosi verso il luogo d’onde partiva quel martellare di scuri, vi trovò molti taglialegna. Ansante e premuroso, come chi rechi notizia di grande avvenimento, a loro narrò che quella banda di ladri tanto in que’ boschi terribile era stata da valorosi guerrieri sorpresa, e posta in ispavento e fuga; che oramai gli assassini non potevano aver salvezza che ritraendosi pei boschi, e che essi accorrendo avrebbero loro tolto questo rifugio, e sarebbonsi liberati da sì funesti vicini. Con tali detti destò in quei lavoratori gran curiosità e coraggio, e li guidò correndo in truppa giù pei burroni al sito dell’assalto, ove giunse al momento che il successo aveva fatte verificare le sue parole.

Grandissima, come è da credere, fu la sorpresa e la maraviglia de’ nobili viaggiatori francesi per questo evento. Il repentino assalto da tanti uomini contro di loro eseguito, lo sconosciuto guerriero che con stupende prove di valore li rese salvi da sì grave periglio, avevano ad essi recata l’impressione che far sogliono i più straordinarii avvenimenti; e la comparsa in quel momento quasi magica di molti villici la fece loro ancor più sorprendente. Allorquando di quella schiera di ribaldi molti furono uccisi, e il dar delle armi cessato per la presa degli altri, essi si fecero intorno a Palamede, e in lingua di Francia gli porsero, colle lodi per sua bravura, le più grandi attestazioni di riconoscenza, ed il pregarono a render loro manifesto come fosse sì singolare accidente accaduto: quegli però le cui parole appalesevano maggior gratitudine, e che colle più affettuose espressioni dicevasi al cavaliero debitore della vita, si era il più giovane fra loro, e lo stesso che stava sotto il pugnale d’un assassino quando primamente sovraggiunse Palamede. Non difficile fu l’accorgersi ch’egli era il duca Lodovico, poichè gli altri, vedendolo a terra, erano tutti discesi da cavallo, a gara ciascuno offrendo a lui il proprio, e gli stavano a fianco con atti di rispetto e premurosa attenzione: istantemente questi chiese a Palamede che alzasse la visiera e si desse loro a conoscere. Palamede, il quale era istruito della lingua provenzale, poichè le amorose e cavalleresche canzoni che si cantavano per le corti d’Italia erano pel maggior numero in tale idioma, intese il loro parlare; e levando la visiera dal volto, loro rispose, con simil favella, ch’era dovere d’ogni cortese cavaliero il distruggere gli uomini infesti, e ch’egli così operando s’era vendicato d’un traditore; poscia, rivolgendo da se il discorso, disse ch’era d’uopo per l’istante dar opera a rincorare le dame da quel trambusto agitate, ed assettare gli equipaggi, onde riprendere cammino per abbandonare il luogo di così orribile scena.

A queste parole i nobili Francesi, cui quel solo sommo dovere della riconoscenza aveva fatto per un momento dimenticare la galanteria, si volsero frettolosi alla _paraveréda_; ma le dame in numero di due, con due damigelle, erano di già discese da quel cocchio, e stavano intente a soccorrere il viaggiatore più vecchio giacente al suolo, poichè la furia de’ ladri nell’istrapparlo da sella lo aveva in più parti offeso.

A tal vista fattisi tutti a lui vicini: «O mio Montaigu (disse con grave cordoglio il giovane duca Lodovico), sei tu ferito? — No (egli rispose con una serenità che nel di lui animo, sempre lieto e inalterabile, non valeva quel lieve disastro a turbare): io sono smontato da cavallo un po’ sgarbatamente; ma starei ritto e franco sulla persona come sta qui avanti a me il cavaliere di Beaumanoir, che ebbe pochi momenti sono la mia stessa sorte, se non mi tenessero a terra gli anni, doppii de’ suoi.»

Mentre i Francesi ragionando intorno al conte di Montaigu davansi mano a recarlo nella _paraveréda_, e le dame lo interrogavano delle circostanze di quel fatto e dello sconosciuto loro difensore, Palamede ordinava all’aríolo ed allo scudiero di fare da alcuno di que’ contadini ricaricare le some sui cavalli de’ viaggiatori, e spogliare dai ricchi arnesi l’ucciso destriero del duca, riponendoli fra gli altri loro oggetti. Di que’ taglialegna, varii infatti si fecero a raccogliere gli sparsi forzieri e rinchiuderli; altri ricercavano le armi dai masnadieri perdute, e frugavano loro ne’ panni per levar ad essi i denari o gli oggetti preziosi che possedevano. Alcuni stavano a guardia di quelli presi e legati, ed andavano con poca umanità ingiuriandoli, rinfacciando ad essi i commessi delitti, e minacciandoli di prossimo patibolo; alcuni altri finalmente, levando sulle spalle gli uccisi, gli appendevano ai rami delle piante di lato alla strada; ed un di loro arrampicandosi ad alta quercia, trasse per una corda a quella sommità il cadavere d’Aldobrado, e lasciollo quivi legato pendere penzoloni.

Allorchè furono le cose rimesse in ordine, e i viaggiatori risaliti in sella, tutti presero insieme cammino, salendo la vallata. Precedevano i taglialegna conducendo i malfattori annodati; seguivano a qualche distanza i nobili Francesi, frammezzo ai quali stava Palamede; indi venivano le dame nella _paraveréda_, e dietro più lentamente seguitavano i caricati cavalli.

Enzel Petraccio camminava presso allo scudiero, restando il più che gli era possibile inosservato: poichè essendo il di lui piano riuscito felicemente, temeva che venendo egli veduto colà da alcuno degli aríoli che erano stati in quella notturna adunanza presso l’Olona, avesse a segnarlo qual traditore, che aveva tratto profitto d’una notizia quivi palesata per far distruggere quella masnada d’assassini fra cui ve ne erano molti stretti con essi in amicizia; e paventava, se ciò avvenisse, di essere vittima d’una loro secreta vendetta.

In un tratto essendosi sparsa la voce di ciò ch’era avvenuto, tutte le genti del contado si recavano in folla sulla strada ad incontrare quella comitiva, e numerose voci applaudivano ai cavalieri, ed obbrobriavano i ladri. Gli abitanti del borgo di Magenta rimasero stupiti che uomini stranieri avessero così prestamente ed a loro insaputa eseguita un’impresa ch’eglino stessi stavano con gran sollecitudine disponendo: andavan essi chiedendo come fosse avvenuto quel fatto, e sebbene ne fosse la storia di già travisata in mille guise, pure una voce generale ne indicava Palamede come autor principale: onde tutti si affollavano ad ammirarlo, e facevan le maraviglie per la sua prodezza. Egli però, poco ambizioso di que’ popolari applausi, giva sollecitando i Francesi ad affrettare i cavalli, poichè essendo il giorno avanzato assai, necessitava far veloce cammino per giungere pria che fosse notte alle mura di Milano. I Francesi infatti seguirono il di lui consiglio, e di buon trotto tutti si tolsero alla vista di que’ terrazzani, i precipui fra i quali stavano divisando di festeggiarli; ma non potendo ciò eseguire, occuparono il rimanente di quella giornata all’orribile spettacolo di vedere innanzi alla casa del comune torturare ed uccidere gli assassini stati presi.

CAPITOLO X.

Qui sono le famose e sacre soglie Di Giovan Galeazzo primo duce Che è de’ Visconti ancor splendida luce, Unde ogni esemplo di virtù si toglie. BERNARDO BELLINZONE, _Sonet._

Gastone conte d’Armagnac, che era stato spedito da Carlo re di Francia a Milano per trattare le nozze del di lui fratello Lodovico colla figlia di Giovan Galeazzo, abitava in una magnifica casa di questa città. Egli aveva avuto secreto avviso che il giovane duca sarebbe giunto a Milano all’insaputa del Visconte, a cui voleva, coll’improvviso suo comparire, recare grata sorpresa; ma ignorava però il giorno in cui doveva pervenirvi, imperocchè la malagevolezza delle vie non permetteva di formar calcolo esatto del tempo ch’era d’uopo impiegare nel viaggio. Fu questa la causa per cui non si recò ad incontrarlo, e che col maggior contento lo accolse coi cavalieri e le dame che ne formavano il seguito, allorchè giunsero a sera avanzata nella di lui abitazione.

Palamede aveva accompagnato il duca sino alla casa del conte d’Armagnac, e quivi preso da lui congedo ritirossi nel proprio palazzo. Il valore di lui, e forse più di questo la dolcezza congiunta alla nobiltà della persona e dei modi, si erano sì addentro impressi nell’animo di Lodovico, che spiacevole sommamente gli sarebbe stato il distacco del cavaliero, se non avesse questi data parola di venire nel seguente giorno a visitarlo.

Il dì appresso infatti Palamede recossi alla dimora di Gastone, ove il duca e gli altri cavalieri e le dame di Francia lo ricevettero con somma cortesia, presentandolo al conte siccome quel prode cavaliero che era stato loro liberatore nel tremendo periglio che avevano corso nel viaggio, e di cui, appena giunti, fecero ad essolui minuta narrazione. Il conte rese esso pure le più vive grazie a Palamede per sì segnalato favore fatto al fratello del suo re, e mostrò molta meraviglia per non aver mai veduto alla corte di Giovan Galeazzo un cavaliero lombardo di tanto valore. Lodovico, nel cui animo la giovanile età e l’affetto che gli si era destato per Palamede, producevano un entusiasmo di riconoscenza, dichiarò che se un sì degno cavaliero non veniva dal Visconte onorato, egli lo avrebbe condotto seco a Parigi, ove sarebbe stato ricevuto fra i più distinti baroni della corte di re Carlo.

Palamede, protestandosi a Lodovico gratissimo, rispose che egli non ambiva distinzioni dai principi, poichè la sua spada e il suo braccio erano i soli mezzi a cui affidava la propria gloria; ma, soggiunse, che Giovan Galeazzo, ben lungi dal porgergli segni d’onore, era ver lui crudelissimo, offendendolo nel più vivo del cuore.

A questi detti, tutti mostraronsi compresi da sdegno e da dolore, e Lodovico istantemente pregò il cavaliero a palesare per qual causa il conte di Virtù fosse a lui nemico, e qual modo tenesse nell’essergli tiranno. Con quella veemenza ed espressione che il risentimento d’un’offesa congiunto all’idea della propria forza accendono in un animo vigoroso ed ardente, Palamede, svelando il proprio lignaggio, narrò la storia dell’amor suo per Ginevra, e rammentando il rovescio della fortuna di Bernabò, disse come Giovan Galeazzo tenesse con irremovibile ferocia quella sua fidanzata rinchiusa in un castello per null’altra cagione che per farla languire disperatamente, onde accrescere per tal barbaro modo il dolore ed accelerare la morte del padre di lei, di cui si voleva spenta nella mente di tutti la memoria.