Il castello di Trezzo: Novella storica
Part 11
Lunghi e dolorosi scorrevano i giorni pei prigionieri di Trezzo. Il destino di Bernabò e de’ suoi congiunti formava argomento al ragionare di ogni persona. Era pensiero di tutti che da Giovan Galeazzo non sarebbesi giammai ridonata loro la libertà, e quindi facile il prevedere che avrebbe cercato ogni via di togliersi la briga di custodirli. Chi passando pe’ boschi d’intorno, o battendo i sentieri che salivano le alture vicine al castello, vedea la sommità delle torri e delle mura merlate sorgere fra gli antichi alberi che il circondavano, anzichè ritrarne pensieri di caccie, di feste, di principeschi passatempi che soleva quella vista produrre, non provava che sentimenti di pietà o di soddisfatta vendetta, secondo che amava od odiava quel principe; ma tutti però i riguardanti risentivano una certa impressione di meraviglia e tristezza che le disavventure di personaggi potenti sogliono infondere nell’anima, forse per le secrete riflessioni che ci destano sull’instabilità delle umane sorti, e fors’anco perchè mettendoci colla mente in loro, pensiamo quanto debba riuscir doloroso il rapido passaggio da uno stato di impero e ricchezza a quello di soggezione e miseria.
Nell’interno del castello regnava di continuo una tristissima quiete. Abbenchè racchiudesse molti abitatori, avea esso l’aspetto d’un castello deserto: solitarii se ne vedevano i cortili, gli atrii, i porticati, ed il silenzio che per tutto si manteneva non era interrotto che d’ora in ora dal risuonare dei pesanti passi degli uomini d’armi che distribuivansi per scolta alle porte, alle torri ed al ponte dell’Adda. Ciò solo che recava qualche movimento fra quelle mura, si era al cader del sole il suono della campana della chiesa, alla cui chiamata tutti attraversando il maggior cortile venivano nel tempio. Vero è che la mestizia che scorgeasi dipinta in volto ad ognuno, il procedere lento e taciturno di tutti, in vece di porgere conforto, aumentava il cordoglio ne’ cuori.
Dopo quel giorno che nel castello s’era sparsa la voce d’una notturna apparizione che aveva dato motivo a quanti vi abitavano di formare diverse congetture, a norma delle proprie speranze o timori, un avvenimento era seguito per cui s’accrebbe d’assai l’amarezza di quel soggiorno in Bernabò e negli altri ivi seco rinserrati. Il capitano Gasparo Visconti avea, come vedemmo, creduto, coi principali de’ suoi armati, che quell’apparizione altro non si fosse che un tentativo per liberare il principe prigioniero. Venne in tal sua opinione confermato dalla scomparsa che gli fu riferita dell’aríolo, ch’ei pensò dover essere uno degli interni cooperatori ad agevolare la fuga di Bernabò o la presa del castello, se i di lui liberatori fossero stati numerosi. Il Visconti spedì quindi immediatamente un messo a Giovan Galeazzo a recargli avviso di tale evento, onde avvenendo nemica sorpresa stesse parato a mandargli soccorso.
Recò grave agitazione tale annunzio a Giovan Galeazzo, che mal rassicurato era ancora sull’usurpato seggio, e per tutto temeva congiure e nemiche fazioni: pensò esso sulle prime che l’impresa di togliere dalle sue mani Bernabò non potesse essere tentata fuorchè da Carlo figlio di quello, il quale all’insignorirsi ch’ei fece di Milano s’era alle sue ricerche sottratto colla fuga; ma allorchè seppe che questi stava a Verona presso Antonio della Scala, che gli era cognato, fatto da molti soldati ricercare tutti i luoghi contigui a Trezzo, e non vi ritrovando armati, nè sapendo che vi fossero macchinazioni, mandò ad accertare il capitano Visconti che non temesse d’ostili insidie, nè per tanto cessasse d’invigilare gelosamente su i prigionieri.
Giovan Galeazzo non rimase però pago di questo. Paventando sempre che i figli di Bernabò, aiutati da principi stranieri, o da partigiani nello stato, avessero a ritrovar qualche mezzo di render liberi il padre ed i fratelli, fece più strettamente rinchiudere addoppiando la vigilanza sovra Sagramoro e Galeotto altri di lui figli che teneva prigioni nel castello di Monza, e diede comando si togliesse Rodolfo da quello di Trezzo onde disgiungerlo dal padre e dal fratello Lodovico, e fosse condotto nel forte di San Colombano.
Venti uomini d’armi capitanati da Giovanni Ubaldino partirono da Milano, e si recarono a Trezzo per eseguire tal ordine di Giovan Galeazzo. Quando que’ soldati comparvero presso le mura del castello, e riconosciuti amici, loro fu abbassato il ponte levatoio per riceverli al di dentro, un secreto terrore invase il cuore de’ prigionieri. Ubaldino si recò da Gasparo Visconti, ed a lui presentò una lettera del suo signore, nella quale gli veniva ingiunto di consegnarli Rodolfo. Gasparo Visconti recossi tosto da questo, e il fece avvertito si disponesse a partire coi soldati novellamente giunti nel castello, poichè era volontà del principe ch’egli fosse tolto da Trezzo, e condotto a San Colombano.
Rodolfo a tale comando pensò che ciò null’altro si fosse che un pretesto per trarlo a morte lungi dagli occhi del padre: tale pensiero gli si affacciò tosto alla mente, poichè conoscendo gli usi del tempo, era quanto ei s’attendeva sin dal momento che era stato fatto prigioniero, e sperando di potere sottrarvisi altrimenti, fece in suo cuore una disperata risoluzione: stabilì, appena si fosse trovato fuori di quelle mura, sul sentiero presso all’Adda, di scagliarsi, inerme com’era, sui soldati che lo scorterebbero, e pervenendo a sciogliersi da loro, precipitarsi nel fiume e salvarsi a nuoto colla fuga, o perire piuttosto trafitto dalle spade o nelle acque dell’Adda, anzichè sui patiboli secreti di Giovan Galeazzo.
Con questa determinazione nell’animo, ed anelando l’ora di trovarsi nella lotta, recossi nelle stanze del padre a prendere congedo da lui, da Lodovico, da Ginevra, Damigella e Donnina, che tutti quivi convennero. Quando furono raccolti, Rodolfo con ferma voce spiegò che veniva a dar loro l’addio, forse estremo, essendo costretto a separarsi da essi per essere rinserrato fra altre mura. A queste parole un disperato dolore trafisse il cuore di Bernabò, e il furore si dipinse sul suo volto: egli non s’aspettava tal colpo doloroso che tutte annientava le sue speranze, privandolo del più fidato appoggio che s’avesse, chè tanto era per lui quel suo vigoroso ed ardito figlio, quando si fossero offerti i soccorsi ch’egli mai sempre sperava. La di lui fronte si raggrinzò, gli occhi rosseggiarono per lo sdegno, e un tremito di rabbia gli si sparse per le membra. Alzatosi, gridò furibondo, maledicendo Giovan Galeazzo ed i suoi fautori; ma i figli e le figlie, e frate Leonardo e Donnina gli furono d’intorno, e col pianto e le preghiere pervennero a racquetarne lo spirito. Allorchè, calmato, fissò lo sguardo in Rodolfo, larga copia di lagrime gli rigò le guancie, e porgendo a lui la destra, con voce tremante, che palesava quanta fosse l’angoscia che chiudeva in petto: «Ah! figlio mio (esclamò), tu mi sei tolto per sempre: sì pur troppo m’accorgo che si vuole ch’io chiuda questi miei occhi nel sonno eterno, senza che stia a me vicino un solo de’ miei figliuoli che m’invochi la grazia del signore nell’ultim’ora, e preveggo che non vedrò intorno al mio letto di morte che i volti degli abborriti sgherri del conte di Virtù. Ma che dico?... Non si stanno forse già preparando le trame per me, per voi tutti, onde toglierci l’uno lontano dall’altro la vita? Tu, mio Rodolfo, ne sei la prima vittima.» A tali detti i singhiozzi di tutti quegli astanti si raddoppiarono; il solo Rodolfo, intrepido in viso, e con sguardo sicuro, animando ferocemente la voce, disse: «Non temere per me, padre mio: se lo spirito infernale non mi toglie le forze, io non perderò al certo la mia vita entro le mura d’un castello; se il cielo mi protegge, potrebbe avvenire che io riesca ancora formidabile al nostro oppressore.» In così dire piegò un ginocchio davanti a Bernabò, ed in tale attitudine ne baciò la mano; ma questi il rilevò, e gli porse un bacio in fronte bagnandolo di lagrime. Rodolfo, toltosi all’amplesso del padre, abbracciò Lodovico e le sorelle, strinse a Donnina ed a Leonardo la mano; a tutti il pianto soffocava la voce, ed una visibile commozione atteggiava quasi alle lagrime anche i fieri lineamenti di Rodolfo, quando, raccolta tutta la sua forza, pronunciò un «Addio,» ed uscì da quelle stanze.
Bernabò rimase immobile pel dolore; Ginevra cadde svenuta a’ suoi piedi; Donnina e Damigella, pallide e tremanti, accorsero a soccorrerla; Lodovico, straziato da così funesta scena, stava dubbiando o di seguire il fratello, o di restare a conforto del padre; ma attenendosi a questo partito, rimase accanto a Bernabò in mestissimo atteggiamento: frate Leonardo ergeva ammutolito lo sguardo al cielo invocandone la pietà sovra quei desolati parenti. Bernabò, scosso alfine da quella tremenda concentrazione, si volse al frate, e gli disse: «Ah! Leonardo, ora sento sinceramente che non mi resta altra speranza che quella del Cielo;» e così dicendo riprese in volto i tratti dell’usata severità.
Rodolfo, posto fra mezzo agli uomini d’armi, salendo un cavallo di cui un soldato tenea la briglia, uscì dalla gran porta del castello sempre fermo nel suo ardito proposito. Giunto ch’ei fu colle scorte d’appresso alla ripida sponda dell’Adda, guardò all’acque, e d’un salto balzato di sella, si slanciò per calarsi dalla riva; ma uno dei militi fu pronto ad attraversargli col cavallo la via, e mentre Rodolfo mirava ad evitarlo, gli altri gli furono addosso. Robustamente ei si dibattè. Ma i soldati, essendo di molto numero ed armati, l’atterrarono, e cintolo di nodi duramente il riposero sul cavallo, e fu così tradotto sino a S. Colombano, dove venne rinchiuso nel mastio della torre.
Quando Rodolfo fu disgiunto dal padre, il capitano Gasparo Visconti venne chiamato a Milano da Giovan Galeazzo, ed a comandante del castello di Trezzo ed a guardia de’ prigionieri rimase Iacopo del Verme. I piovosi giorni e le melanconiche nebbie dell’autunno, che s’inoltrava, rendevano sempre più triste l’abitar quivi: ingiallivano i boschi d’intorno, e denudavansi i rami; non più s’udiva l’usignuolo rallegrare le notti, nè il gaio canto degli uccelletti salutare il mattino; lunghe schiere di corvi vedevansi la sera attraversare con alto volo il castello recandosi ne’ boschi dell’Adda; il loro gracchiare, lo stridire di qualche sparviero che si posava sui merli delle torri, o il grugnire pe’ boschi d’affamati cignali, erano le sole voci di esterni esseri viventi che pervenivano a quelle mura.
Dal dì della partenza del figliuolo, neri presentimenti travagliavano lo spirito di Bernabò. Conscio di ciò che avea praticato assai volte per togliere di mezzo uomini potenti che si opponevano a’ suoi fini, pensava che il conte di Virtù non sarebbe stato meno scellerato con lui, di quello ch’egli stesso era stato con altri. La profonda malizia d’infingersi per tanto tempo uomo nullo, senza pensieri di regno o d’ambizione, e l’arditezza con cui condusse il tradimento di prenderlo prigioniero, bene il persuadevano che Giovan Galeazzo, quantunque suo nipote, e marito d’una propria figlia, era atto a commettere qualunque misfatto quando gli fosse tornato utile l’eseguirlo. I veleni, i pugnali, i capestri erano in quella età modi frequenti di morte entro le mura de’ castelli; ed una ricca pompa funebre onorava spesso la vittima dell’occulta prepotenza, e persuadeva al popolo che un assassino, un parricida era uomo umano e religioso. Per ciò Bernabò paventava ad ogni istante di finire violentemente i giorni, quantunque considerasse che non si sarebbe tralasciato di porre il suo cadavere in magnifica arca sotto le volte d’una cospicua chiesa di Milano.
La crudele aspettativa di maggiori delitti non contristava Ginevra, poichè il suo cuore innocente, non agitato che dai dolci moti della pietà e della tenerezza, era straniero a tutti i calcoli di uomini feroci, il cui sommo bene stava nell’imperare e nell’opprimere. Ma ciò null’ostante la vivissima afflizione che le aveva cagionato il distacco del fratello, l’ignorare che fosse avvenuto di Palamede, il non avere persona da cui ricevere conforto, o nel cui seno versare le proprie pene, bastavano a rendere infelicissima l’esistenza di quella sensibile fanciulla. Aumentavano i mali della sua addolorata mente la mestizia de’ giorni autunnali, l’imponente aspetto di quelle mura che parevano doverla racchiudere eternamente, e le truci sembianze de’ soldati che alcune volte scorgea ne’ cortili e nella chiesa. Non più Gabriella co’ suoi motti vivaci potea giungere a trarle il sorriso sulle labbra, nè i racconti della vecchia Geltrude attiravano la di lei attenzione: un affanno profondo inconsolabile le occupava tutta l’anima, ne consumava con interno martiro la freschezza de’ giorni. Solo raggio di gioia in tante angosce era per lei la memoria di quel momento in cui le comparve allo sguardo Palamede sotto il verone del castello; ma le arcane parole colle quali l’aríolo l’aveva preparata a quella inaspettata apparizione, il rapido dileguarsi di questa, e la strana fuga di Enzel, le lasciarono una tinta misteriosa di quell’avvenimento, per cui talora lo dubitava accaduto per opera d’incanto: e quindi pensava che Palamede fosse estinto, e che quello apparsogli altro non si fosse che la larva di lui; tal altra fiata, persuadendosi che quella era stata un’illusione della sua fantasia, credeva che l’amante suo giacesse in qualche carcere, o si fosse congiunto coi nodi nuziali ad altra donzella. Spesso però questi dubbii le erano sospesi dalla vista e dalla lettura del foglio di Palamede che le avea recato l’aríolo, e in cui le ripeteva la costanza del suo affetto: ella riconosceva que’ caratteri siccome stesi dalla mano dell’adorato cavaliero; ma nascevale temenza talvolta che fossero fatti per arte negromantica, tremava al toccarli, e si ritraeva da loro spaventata. In mezzo a tali ambasce si effondeva ogni giorno in fervidissime preghiere alla Vergine, e ne bagnava di lagrime il simulacro, invocandone la protezione; ma sentendo sempre più le pene aggravarlesi nel cuore, credeva che le proprie colpe e il troppo amore per un essere terreno l’avessero resa indegna delle grazie del cielo, e con riscaldata fantasia paventava l’eterna perdizione, e meditava ai tormenti dell’abisso. Abbandonato giaceva il liuto appeso alle pareti della camera di lei, e nè pur esso giovava a raddolcire co’ suoni le ore di quella giovinetta infelice, la cui anima, in tutti i più soavi sentimenti straziata, agognava alla pace della tomba.
In questo intervallo stando in Milano Palamede sempre incitato dall’amore ardentissimo per la fanciulla prigioniera, nè d’altro pensiero curandosi che di ottenerla, tutto aveva posto in opera per piegare l’animo di Giovan Galeazzo ad accordargliela. Da prima il marchese Azzo Liprando s’era presentato a questo fine al principe onde richiedergliela, certo che questi, ch’egli reputava umanissimo e cortese, non gli avrebbe dato rifiuto; ma ciò appunto fu quello che avvenne con somma sua sorpresa e rammarico. Allorchè Azzo gli fece richiesta di Ginevra, era a Giovan Galeazzo da poco tempo giunto il messo di Gasparo Visconti, recando la novella della tentata liberazione de’ prigionieri: il sospettoso signor pensò che quella richiesta fosse fatta ad arte per favoreggiare la trama d’introdurre stranieri in quel castello, e il rimandò non solo inesaudito, ma con pungenti e minacciose parole.
Palamede fu sopra modo desolato da questo fallito tentativo, poichè s’avea riposta gran fidanza nell’impegno del marchese Azzo, la cui dignità e potenza sembravano dovere ottenergli molti riguardi dal nuovo signore; e già paventava gli venisse Ginevra negata per sempre, poichè vedendo l’accanimento di Giovan Galeazzo contro la famiglia di Bernabò, tremava facesse ad essa pure togliere la vita, o la chiudesse in un chiostro costringendola a vestir abiti monacali, onde per lei non si estendesse la discendenza di quel principe, la cui rimembranza volea in tutto spenta. Non arrischiandosi quindi a far sì tosto nuovamente richiedere Giovan Galeazzo del concedergli la sua fidanzata, per non destarne contro di lei lo sdegno, ed irritarne i sospetti, dispose l’animo a pazientare, siccome Azzo stesso lo consigliava, attendendo più opportuno momento, che sarebbesi al certo offerto quando la sicurezza del dominio avesse tolta ogni tema di tradimento dall’animo del principe.
Il vivissimo affetto del cavaliero non gli lasciava intanto riposo. Egli non viveva che per Ginevra, e tutte le sue idee s’aggiravano intorno al modo di avvicinarlesi, o di darle di se contezza. Più volte aveva instato presso l’aríolo onde il giovasse colle arti sue a penetrare nel castello di Trezzo; ma l’aríolo sempre rifiutossi a secondarlo; anzi l’aveva dissuaso da questo progetto siccome ineseguibile, e certa via a perder se stesso, e peggiorare la sorte dei prigionieri. Ciò non pertanto Palamede s’era più volte recato nelle vicinanze di Trezzo; seguito da Enzel. Lasciava i cavalli nell’isola di Mandellone, e guidato dall’aríolo, esperto conoscitore dei luoghi, s’accostava inosservato al castello, ed era pago del contemplare le mura impenetrabili che rinserravano colei che avea in suo cuore giurato di ottenere, o di perire. L’aríolo gli additava il verone e le finestre nelle stanze ove abitava Ginevra, e d’onde era partito quel canto che il rese una notte felice; e il cavaliero meditava fra se, e poneva l’ingegno e la cupidigia di Enzel a tutte le prove, onde ritrovasse qualche mezzo per cui pervenire a parlare, o almeno vedere l’amante: ma quel castello era troppo da vigilanti armati in ogni punto esattamente guardato, e l’appressarvisi a tiro d’arco sarebbe stata pericolosissima prova; nè Enzel, il quale teneva al vivo impresso nella mente per qual raro caso fosse sfuggito alle ricerche de’ soldati che volevano abbruciarlo, s’arrischiava porre in uso arte o raggiro per cercare di introdurvisi, dal sotterraneo della torre nera, o della cappella de’ morti. Onde per quanti disegni componesse colla fantasia Palamede, nessuno gliene s’appresentava che valesse a suggerirgli un mezzo o di forza, o d’astuzia, per impossessarsi di Ginevra, ed era necessitato ad attenersi a quel solo di averla per consenso di Giovan Galeazzo.
Questo principe frattanto, chiamato da gravi cure di stato, s’era recato a Pavia, nel castello della qual città, sua corte paterna, soleva abitare con sua madre Bianca di Savoia, e la moglie Caterina, che, come figlia di Bernabò, non volle fosse presente in Milano al tradimento commesso contro il di lei padre. Allorchè ciò seppe Palamede, avendo spesse volte veduta Caterina nei palazzi di Bernabò e nella casa di Donnina de’ Porri, pensò che questa avrebbe per lui e per Ginevra preso caldo interessamento, ed avrebbe assunta ogni cura per rendere assenziente il marito alle loro nozze. Ma gli fu detto che era assai difficil cosa il poter favellare a Caterina, mentre per ordini secreti di Giovan Galeazzo, che di tutto temeva, ella veniva guardata con molto rigore onde non le si accostasse persona invisa od ignota a Giovan Galeazzo, sebbene la tenesse d’altra parte circondata di pompe e di principeschi onori.
Palamede tentò pure di vincere tale ostacolo. Immerso com’era di consueto in tristi pensieri, soleva passare alquante ore del giorno nei solitarii recessi del convento di San Marco, dove fra molti libri e religiosi pensieri trovava occupazione. Aveva fatta per ciò stretta conoscenza con frate Lanfranco Guincinelli priore di quel convento, quello stesso per cui lo zio Baldizone gli diede in Carsenzago un foglio in cui lo raccomandava calorosamente. Palamede aveva a Lanfranco palesata la causa della sua melanconia. Lanfranco, finissimo conoscitore degli uomini, intendeva di leggieri che Giovan Galeazzo non si era tale da lasciarsi piegare da guelfeschi maneggi, quantunque a questa parte piuttosto che alla ghibellina era sembrato inchinevole quando viveva a null’altro dato che agli atti religiosi: dubbiando perciò dell’essere ben accolto dal principe, non aveva offerta l’opera sua a Palamede. Allorquando però il cavaliero narrògli che stando Giovan Galeazzo a Pavia egli si prometteva felice riuscita alle sue speranze, se fosse pervenuto ad istruire Caterina di quanto chiedeva, il che era per lui impossibile, Lanfranco si esibì di superare per lui non solo qualunque ostacolo a ciò s’opponesse, ma di aggiungere in favor suo le parole di Bianca madre del principe. Era desso amicissimo di Alberigo da Bereguardo priore degli Agostiniani di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia, il quale aveva a suo talento per molto tempo governato lo spirito di Giovan Galeazzo; e morto esso lui, aveva sempre continuato a possedere l’intimità di Bianca, ed era il solo che tenesse libero accesso in Pavia presso di lei e di sua nuora Caterina. Lanfranco, ammaestrato uno de’ suoi monaci di quanto dovesse operare, lo mandò a Pavia a frate Alberigo, e rincorò Palamede onde stesse d’animo sicuro, che finalmente avrebbe ottenuto ciò che tanto desiderava.
La trepidazione in cui visse il cavaliero aspettando da un istante all’altro il momento di poter volare a rivedere Ginevra, fu pari al suo dolore, o piuttosto alla disperazione, quando un mattino dopo tre giorni dall’invio del messo, con mesto viso appresentatosi a lui frate Lanfranco gli disse: «Figliuol mio, il Signore non ha concesso che le tue brame siano esaudite. Bianca e Caterina hanno tutto adoperato per ottener da Giovan Galeazzo che ti sia data Ginevra; ma egli fermo in suo proposito rigettò le loro istanze: perciò ti do consiglio a non tentare più l’animo di lui; chè se non si piegò alle richieste della madre e della moglie, nessun’altra persona vorrà cedere se Iddio non gli cangia il cuore, e tu insistendo attireresti l’ira sua; però ti raccomanda alla divina Provvidenza, ch’ella suole con impreveduti avvenimenti, quando meno si attende, esaudire i voti di chi sa meritarne le grazie.»
Ma il cavaliero, sordo a miti consigli, più non spirava a queste parole che odio e vendetta. La durezza di Giovan Galeazzo gli sembrava sì tirannica e capricciosa, e tanto addentro lo feriva nel cuore, che ei meditava le più disperate imprese per vendicarsi: e certo a qualche tremendo fatto si sarebbe lasciato condurre se un singolare avvenimento non fosse sorto di mezzo a variare il destino di lui.
Enzel Petraccio si era legato ad amicizia con molti altri aríoli, tempestarii e vagabondi, alcuni de’ quali andavano al servizio de’ potenti ne’ castelli e nelle città, e servivano loro di spioni, o di guide negli assalti e nelle guerre; altri seguivano le torme de’ soldati di ventura, i quali spesse volte facevano il mestiero degli assassini: non formavano però gli aríoli lega coi _bravi_ e cogli sgherri, perchè questi usavano nei loro fatti la prepotenza colla forza dell’armi, e quelli, sebbene portassero sempre tra i panni pugnali, punte, mezzelame, e prezzolati commettessero ogni sorta di delitti, pure aveano per divisa la pacatezza ed il far umile, nè vestivano armature, ma abiti plebei, e larghi cappelli: in somma adoperavano tutti que’ modi che giovassero ad ingannar la gente facendosi credere o mendicanti, o pellegrini, o villici, o uomini del popolo. Essi però costituivano una società, e si riconoscevano per certi segni, parole e costumanze particolari.
In Milano eranvi molte persone di questa professione, poichè vi venivano da tutte le parti d’Italia, e qui s’avevano una specie di riunione centrale d’onde poi si diramavano in diversi altri paesi. Per non dare di loro sospetto, e non arrischiare d’essere arsi come maghi o stregoni, del che era facile in que’ tempi destare dubbio se si fossero lasciati scorgere a congregarsi in secrete combriccole, avevano gli aríoli un luogo di convegno, fuori dalla città dalla parte occidentale, affatto appartato, sebbene non molto lungi dalle mura.