Part 8
Era uno spirito leggero, vacuo, di vagabondo amorale che non sarebbe stato mai fieramente dannoso alla società per la vigliaccheria di lui. Coltivava il piccolo furto ch’era più facile e meno pericoloso; non si sarebbe dato mai al delitto, non perchè non se ne sentisse l’animo o ne temesse il rimorso ma perchè ne abborriva le conseguenze.
Era un bel giovane su la trentina che piaceva alle povere donne della strada dalle quali traeva la maggior parte della sua rendita e girava il mondo. Quando aveva _sfruttato un ambiente_ partiva per un altro. La polizia ne perdeva le tracce ed egli ricominciava il suo giuoco piacevolmente, pensando che il domani è la preoccupazione degli imbecilli.
— Duccio — disse Omero — esci questa sera?
— No; mi sento stanco. E tu?
— Ti tengo compagnia. Tanto sarebbe inutile andare in giro a quest’ora.
— Perfettamente inutile.
— Hai fame?
— Un poco.
— Ho pensato alla cena — riprese Omero traendo da una tasca un piccolo involto.
— Di’ un po’; quanti giorni assicurati ci rimangono ancora?
— Dai dodici ai quindici; secondo.
— E che somma possediamo?
— Trenta lire.
— Non c’è male. Avremo tempo a trovar lavoro.
— Ti lascio cinque giorni ancora, per la tua Roma. Qui non voglio morirci, sai?
— Abbi pazienza.
— Vedremo! — fece Omero scuotendo il capo e aprì il piccolo involto.
— Mangia — riprese. Cominciammo silenziosamente il pasto frugale.
Ad un tratto picchiarono sommessamente all’uscio.
— Avanti! — gridò Omero. Una giovanetta avanzò il capo fra i due battenti.
— Entrate, entrate ragazza. Che cosa volete?
La giovanetta girò gli occhi per la stanza e chiese:
— Avreste un po’ di fuoco?
La sua voce roca, afona, mi impressionò sì che fissai la nuova venuta con curiosità maggiore. Aveva i capelli scomposti, fermati malamente a sommo della nuca con un nastro giallo e qualche forcina; si era fasciata il collo con un nastro giallo e dello stesso colore era una lunga vestaglia di ambigua eleganza che le lasciava nudo parte del seno e le braccia. Siccome faceva molto freddo, si era gettata su le spalle una mantella rossa e, con una mano, cercava tenerla raccolta intorno alla persona.
Come vide che la guardavamo senza rispondere richiuse l’uscio dietro sè e chiese di nuovo, avanzando:
— Avreste un po’ di fuoco, per piacere?
— Mi dispiace, ragazza — rispose Omero — ma da quando siamo a Roma non abbiamo ancor visto la fiamma!
— E non avete freddo? Vi mancano quasi tutti i vetri alle finestre.
— Che volete farci? Siamo abituati a ben altro!
La ragazza girò il capo per la stanza quasi a scrutare, nelle poche cose sparse, il segreto della nostra vita.
— Volete favorire con noi? — le chiese Omero facendole cenno di sedere su la coperta che avevamo distesa in terra e che ci serviva da tavolo.
— Grazie, ho la mia cena che mi aspetta. Cercavo un po’ di fuoco per riscaldarmi; sono tanto stanca!
— Tornate ora dal lavoro? — chiese Omero senza l’ombra dell’ironia. Ella sorrise a pena e mi parve che su quel volto impassibile, giovanissimo e impiastricciato di belletto passasse una fuggevole tristezza; mi parve che quegli occhi atoni di giovinetta sorpresa dalla brutalità quando cominciava a pensare nella vita un suo destino lieto, fossero velati da un’ombra dolorosa; ma fu un attimo; l’infame veste cinica nella quale la foja degli uomini l’aveva costretta come in un’ineluttabile schiavitù, riprese il sopravvento.
— Torno ora dal lavoro sì, e non sarà finito ancora!
Come Omero maravigliando levò gli occhi a guardarla ella ruppe in un riso sguaiato.
— Quanti anni hai? — le chiese Omero.
— Ho quindici anni.
— E chi ti ha messo a quel mestiere?
— Mia madre.
Si udì un’aspra chiamata dall’alto:
— Cajèla? Cajèla?
La giovanetta ci gridò:
— Buonanotte! — e scomparve in un battibaleno.
La luce era fioca. Omero trasse da una bisaccia una candela e l’accese. Le nostre ombre si muovevano sui muri con gesti grotteschi.
Dalla via saliva un coro scomposto di voci avvinazzate:
«_Quando me moro io, moro davvero;_ _sul caro ce li vojo li mejo fiori_...»
Ad ogni verso, qualcuno si interrompeva per vociare, per bestemmiare nella piena espansione della sua bestialità ebbra. Erano risate, lazzi, turpi grida. Passava la bieca volgarità che si compiace della sua ignominia, si distende nel suo brago e ride dalla larga bocca bavosa fino a soffocarne; la volgarità che non ha unico regno nelle strade, nei bordelli e nelle tane del popolo — ma nei caffè e nei salotti dove, quando si trovino uomini soli, scoppia più violenta per essere stata contenuta dalle finzioni sociali. Io ne sentivo un istintivo orrore e pensavo alla mia povera vita d’altre volte, quando mia madre era con me per farmi vivere nel suo sogno di dolcezza e d’amore.
Le voci dalla strada continuavano berciando:
«...... _allegri borsaroli_ _ch’hanno ammazzato er Macelaretto!_»
Poi si persero all’angolo della via fra fischi ed urla.
Levai gli occhi alla finestra. Si vedeva appena un lembo di cielo, lassù, oltre i tetti della casa che ci stava contro ed era opalino, come l’ultima luce lo accarezzava. Non so qual soffio di aperte campagne mi passasse nell’anima, so ch’ebbi timore di esser soffocato da tutte quelle case oscure che si addossavano, si assiepavano le une su le altre quasi odiassero e l’aria e il sole e stessero tutte prone in una massa scomposta per evitare la maledizione del giorno.
— Io vado a dormire — disse Omero levandosi.
— Dovrai percorrere poca strada — risposi.
— Ti confesso — riprese sedendosi vicino al giaciglio, formato da un mucchio di cenci sui quali erano distese alcune lacere coperte — ti confesso che sono un poco stanco. Caso raro... s’invecchia! — e gettò una scarpa vicino alla porta. — La città mi ammazza forse, perchè venti giorni di strada non mi hanno mai abbattuto così. Ma sogni?... — e la seconda scarpa raggiunse la prima — Queste strade piene di polvere, di carri, di gente che grida, di carrozze elettriche, di mille diavolerie che sa il caso per quali vie siano entrate nella testa degli uomini; queste strade con certe case alte quanto chiese, quanto torri che devi torcere il collo per vederne la fine; con tanti specchi da uccellare la gente che c’è da perderne la ragione, con tanto ben di Dio che ci sarebbe da diventarne ricconi, ti danno le vertigini. Io... io — si raccolse le coltri intorno al collo e continuò — io mi sono sempre tenuto lontano dalle grandi città. Quando ne incontravo qualcuna cambiavo strada; mi hanno sempre fatto l’effetto di una prigione mostruosa. Avrò torto e chi te lo nega? Avrò mille volte torto... ma che vuoi... l’asino ama la sua gramigna — si rivolse sul fianco destro per volgere le spalle alla fiamma della candela. — L’asino ama la sua gramigna — riprese dopo un sospirone — e per lui è manna!
Si tacque; dopo dieci secondi dormiva. Mi sentii solo e ne avevo bisogno. Da qualche giorno, non so per quale asprezza nuova dell’anima mia, per quale malinteso orgoglio, la compagnia di Omero non mi era più sì cara come altre volte; non già che il mio amore per lui fosse diminuito o che la lunga consuetudine di vita comune avesse finito per annoiarmi: no, era ben diversa l’intima causa del mio malessere.
Omero non amava le città per le quali provava un’ostinata ripulsione. Dal nostro sbarco ad Ancona egli avrebbe desiderato fermarsi in qualche angolo remoto delle Marche o dell’Umbria; io non volli rinunziare al viaggio progettato: Roma mi stava nella mente in fittizie immagini di sogno.
Dal primo momento in cui l’Urbe ci apparve sotto il mattino, sorta fra il dissolversi delle nebbie al solicello invernale, non ben definita ancora ma grande e solenne nella grigia vastità del Lazio; balzata dall’estrema vôlta dell’orizzonte come il segno dell’ultimo confine raggiunto dagli uomini, da quel primo momento fu segnato fra noi un lieve disaccordo chè mentre io godevo nell’ebbrezza di quell’apparizione, Omero, scuotendo il capo, brontolava su l’inutilità del viaggio.
Oltre ciò per quanto più difficile sentivo innanzi a me la via, tanto maggior desiderio avevo di rimaner solo. Quella specie di amichevole tutela alla quale mi ero sottoposto fin dai primi tempi, finiva per riuscirmi grave. Ero io dunque sì debole e pauroso da temere le conseguenze delle azioni che mi fosse piaciuto compiere? E perchè avrei dovuto sottoporre all’amichevole controllo di Omero ogni mio atto? Vi sono cose sì gelose del segreto che perdono tutto l’incanto a comunicarle anche all’amico più intimo. Poi da quando avevo perduto l’amore di Serenella era in me, assidua, un’aspra volontà di soffrire; una volontà derivante dall’intima convinzione che il dolore è fonte di sempre nuove energie. Che avrei fatto a Roma? Non sapevo. In quei primi giorni non era e non poteva essere nella mente mia una idea ben definita intorno a ciò; comunque fosse non avrei abbandonata ad ogni costo la città che mi ardeva nel sangue: là dovevo rintracciare il mio destino.
Andasse dunque per la sua via l’eterno viatore; io ero stanco del viaggio; volevo sostare: ci saremmo ritrovati fra qualche anno a Roma o altrove.
Decisi parlargli all’indomani e sentivo una dolorosa gravezza per tale colloquio inevitabile. Che avrebbe detto il mio compagno buono? Probabilmente nulla perchè nelle anime forti il dolore non è loquace; si sarebbe accontentato di fissarmi intensamente e sarebbe partito curvo sotto le sue bisacce, senza dirmi addio e senza rivolgersi.
Era discesa la notte e il freddo s’era fatto più intenso; non lo sentivo se non a tratti, sul viso, quando, per le mal chiuse imposte, entrava l’impeto della tramontana. Giù, per la via, ogni rumore s’era quetato; non giungeva che un suono di passi rari e qualche voce a richiamo. Nella grande casa tutto era tranquillo; anche Cajèla dormiva chè non si udiva sopra ai nostri capi, il solito trepestio della sua pena diuturna. Poichè il lucignolo della candela fu presso a spegnersi mi distesi sul giaciglio a fianco di Omero e la tenebra non turbò con pensieri tormentosi la mia placida giovinezza che non temeva.
Vi sono tesori di gioia che gli uomini inconsciamente disperdono; gli uomini che temono il dolore e ne son nati; che si fanno schiavi della paura e non vedono il piccolo dio, piccolo per noi, fra noi, ombra immensa negli spazi; il dio che sotto mille forme ci aiuta e si affatica da anni ed anni, da secoli e millenni per la nostra concordia: l’amore.
XII.
Homo homini lupus.
Mi levai sul primo fiorire del giorno.
La sera innanzi Omero mi aveva lasciato; ero solo e possedevo ancora dieciotto lire. Uscii per le vie cantando.
Qualcuno si rivolse a guardarmi, incuriosito dal mio abbigliamento che non avevo potuto rinnovare stante la discreta povertà di cui godevo.
Portavo il berretto conico di feltro nero che usano a Comacchio, un abito rattoppato con panno di varii colori e un fazzoletto rosso al collo; un abbigliamento piuttosto strano. Le guardie mi fissavano con poco benigna curiosità; comunque fosse poco mi importava di tutto. Il giorno sereno mi era nel core a simiglianza di una canzone festosa e accendeva la mia speranza.
Quella giornata d’inverno così bella, come solo ne gode Roma, faceva allegra tutta la gente. Dai visetti rossi dei bimbi ai gravi volti degli operai era una gamma di espressioni le quali dal più al meno riflettevano la luminosità di tutto quel sole. Gli occhi eran lucenti e da tutti i volti era bandito il fosco pallore sì frequente fra gli uomini delle città.
Mi diressi verso i quartieri del Macao camminando a buon passo. L’essere ignoto e solo nella grande città popolosa; il pensare che su tutti quei volti, indifferenti per me, non avrei potuto riscontrare un sorriso amico, non mi preoccupava affatto; mi sentivo cittadino del mondo come i fratelli miei che andavano sotto gli astri e pensavo che, a dispetto dell’umana pietà, tutti indistintamente giungiamo soli alle soglie della morte. Tanto valeva, allora! Poi non ho compreso mai la bestemmia contro il destino. È un’azione sciocca quanto quella, famosa fra i pescatori nostri, del vecchio Rièl che prendeva le stelle con le nasse o di quel _fiocinino_ di Comacchio che s’era fitto in capo di catturare la luna allorchè galleggiava in mezzo alle sterminate lagune.
Camminando cominciai a pensare a quale partito attenermi per provvedere alla mia vita avvenire. Potevo presentarmi a qualche fabbrica o a qualche ufficio? Cercare un’occupazione provvisoria come operaio o come scrivano? Era presto detto; ma chi avrebbe voluto saperne di me? Da quale parte giungevo? Chi ero? Che avevo fatto fino a quel giorno? Noi latini amiamo la gente catalogata la quale risponde al suo numero di matricola. Io ero un disperso. Tutta la mia volontà, tutta la mia energia e il poco ingegno di cui natura mi aveva fornito non sarebbero valsi a pormi un grado più innanzi nella considerazione degli uomini. Avrei odiato raccomandarmi; offrivo il mio lavoro, la mia forza e non chiedevo l’elemosina. L’umiliazione è patrimonio dei vigliacchi. Con tali qualità poco si ottiene; lo seppi poi per mia dura esperienza. Nella maggior parte dei casi chi non possiede non è uomo per chi possiede: è una cosa; chi non possiede non può tutelare con fermezza la propria dignità a costo di vedersi abbandonato da tutti. L’orgoglio è permesso a chi ha una base monetaria. E gli umili si piegano ancora a codesta schiavitù!
Ordinariamente se non desti pietà o se non hai arti istrioniche ti lascieranno morir di fame per dire, all’indomani della tua morte, che eri un vagabondo pericoloso, ammonito varie volte dalla questura.
E allora non pensavo a ribellioni, allora avevo unicamente in capo l’idea del lavoro.
Traversai Piazza dei Cinquecento sì grande e scomposta come l’incerto palpito del nuovo cuore di Roma; fui all’Esedra che si apre come un calice a sommo di via Nazionale e inizia il coro delle fontane in cui l’Urbe canta il suo eterno rifiorire dal ceppo ferrigno; scesi per la grande via luminosa che il barocchismo moderno non ha saputo rendere troppo brutta.
Dunque che avrei potuto fare mai, io che odiavo la pietà e non ero abbastanza umile per calpestare il mio orgoglio di fronte a coloro che erano usi a considerare un povero qualcosa di più di un cane e qualcosa meno di un uomo? Avrei tentato; e se fosse stato inutile ogni tentativo?
Quantunque l’avvenire mi apparisse oscuro, continuai tranquillo la mia strada.
Giunto a Piazza Venezia seguii Via del Corso, poi per Piazza Colonna e Piazza Montecitorio entrai in quel dedalo di viuzze che si distendono intorno al Pantheon e lo circuiscono come in una inestricabile rete. Fu in una di queste vie che mi avvenne di imbattermi in una tipografia. La porta della grande camera nella quale stavano gli operai era aperta per lasciar entrare la luce. In una vetrina infitta nel muro vicino alla porta erano esposte pubblicazioni di vario genere: mi fermai ad osservarle. Un signore era ritto su la soglia della tipografia e di tanto in tanto mi sbirciava.
Forse lo stupiva la mia lunga sosta innanzi a quei libri, o pensava ch’io, facendo lo gnorri, mi preparassi a giuocare qualche brutto tiro. Un uomo vestito male è sempre sospetto.
Comunque fosse, la mia insistenza lo mise evidentemente di malumore. Entrò, compì un giro nella stanzaccia umida, riuscì, si dette a camminare in lungo e in largo guardandomi, finchè si soffermò e mi chiese:
— V’interessa tanto la copertina di quei libri?
— Moltissimo.
— Ma.... sapete leggere?
— So leggere.
— Allora compiterete perchè è da mezz’ora che siete lì.
— Guardo gli operai al lavoro.
Mi volse le spalle e riprese la breve passeggiata dall’interno della camera alla porta.
In una sosta mi avvicinai e gli chiesi con troppo ingenua semplicità:
— Potrebbe accettarmi quale operaio apprendista?
Il proto che passava allora con un fascio di prove di stampa, udita la domanda si soffermò a guardarmi: stette un attimo così come a misurare il peso del nuovo venuto poi se ne andò sorridendo. Molti operai, ritti innanzi alla loro _cassetta_, volsero il capo. In tutti quegli occhi vidi chiaramente lo scherno.
Il principale non accennava a rispondermi, pareva non avesse inteso; con le mani annodate dietro alle reni, sotto il pastrano, si dondolava lentamente guardando per la via.
— Lavorerei di lena — ripresi avvicinandomi.
— Ma che vuoi? — gridò d’improvviso la brutta bestia.
— Lavorare!
— E credi ch’io abbia tempo da perdere con te?
— Mi pareva che le tue occupazioni del momento non fossero tanto gravi da farti geloso del tuo tempo — gli risposi impallidendo — E non ti ho chiesto danaro perchè tu mi risponda da villano!
Mi lanciò un’occhiata minacciosa ma non replicò. Quando ripresi il cammino, il mal frenato riso degli operai si espanse in un’omerica risata che mi fu peggiore di un colpo di staffile attraverso la faccia. E, un tempo, avevo sentito favoleggiare di solidarietà umana!
Fra poveri ci si dilania, questo so per esperienza mia.
Quel primo rifiuto non fu sì amaro da lasciarmi un abbattimento profondo; scrollai le spalle, tanto mi aspettavo un’accoglienza simile; ma non volevo che il rimorso del non aver tentato mi turbasse. Proseguii fino a sera.
Come ogni altro tentativo s’ebbe l’identico risultato ripresi la via per ritornare alla lurida tana nella quale mi era sì penoso dormire.
Mi trovai in Piazza di Spagna. Giù per via Condotti, per via del Babbuino le grandi vetrine degli innumerevoli negozi mettevano ogni tanto nell’aria, leggermente brumosa, larghi sprazzi di luce, veri torrenti d’oro nei quali le donne si soffermavano volontieri perchè si sapevano più belle in quell’aureola calda. Più su, contro il cielo ch’era rosso all’estremo occaso e veniva digradando fino ad assumere un incerto tono di opale là dove la notte avanzava le sue mani stellari, più su, le lampade elettriche spandevano il loro chiarore cinereo. La lieve bruma si accoglieva intorno ad esse formando un alone digradante nelle più diafane luci d’argento. Da lontano parevano piccoli astri, gemme lucenti contro il languido smorire del vespero.
Piazza di Spagna era corsa da un fiotto di gente che si incrociava disperdendosi in tutti i lati. Le vetture trascorrevano fra grida e imprecazioni. Presi a salire lentamente la grande scalinata della Trinità dei Monti. Ero stanco e l’attimo era sì dolce! Dai giardini che accompagnano lateralmente l’ascendere della magnifica scala giungevano voci e risa di creature in festa; si intravvedevano, tra il fogliame, piccole stanze vive di luce e di colore, arredate come altari tanti erano i fiori che le animavano. Mi soffermai appoggiandomi alla balaustrata per riposarmi nella gioia altrui. Senza invidia, l’anima mia si dimenticava nell’intima dolcezza di quelle visioni vicine e pur tanto remote per me che non sarebbe bastato il mare a significarne la lontananza.
Fra un gruppo di mirti e di palme si apriva una porta a vetri la quale dava luce ad un salottino arredato in rosso cupo: in fondo, vicino al pianoforte, era un gruppo di persone; su la porta, tre giovinette e un vecchio signore conversavano.
Oltre via Condotti, sul termine di via della Fontanella presso il Tevere, s’intravvedeva un lembo di cielo fatto ancor più vivo dall’ultimo sole; per la scalinata scendevano o salivano rare persone a quando a quando. Ebbi l’illusione di trovarmi su qualche ponte solitario di Comacchio ad attendere l’amica mia che soleva giungere dal lavoro e stringersi a me in quell’ora ch’è sì triste, e raccontarmi sorridendo come non avesse pensato mai che l’amore fosse tanto grande. Ma fu per un niente; il suono del pianoforte si tacque e udii il cinguettare delle tre signorine. Una fra esse aveva una voce sonora la quale ricordava, nel riso, una fuga di chiare note squillanti.
Quanto m’era stato grave quel giorno! Sentivo che mi era dolce riposare così, innanzi a quella visione soavissima perchè non sempre ci si può difendere dalla triste malia della solitudine.
Prima che il sonno ti colga, nell’ora della stanchezza, trascorse l’attimo in cui la tua energia morale si assopisce, ti lascia indifeso, e allora un’interna violenza distruggitrice si scatena, una violenza beffarda della quale sei l’impossente zimbello. Tutto ti appare cupo; ti senti mille volte più lontano dalla vita e dagli uomini; il male che ti ha colpito si raddoppia agli occhi tuoi e così le tue sofferenze morali; ti senti incapace di ricominciare; la via aspra e infinita ti spaventa e non hai fiducia nelle tue forze e ridi delle tue speranze o ne piangi o ti levi bestemmiando. Coloro che hanno cominciato dal niente ben sanno che cosa siano certe ore di stanchezza. Esse conducono molte volte al bivio terribile innanzi al quale si sosta con occhi di follia. Due sono le strade: il suicidio o la prigione.
Non ricordo quanto tempo rimanessi assorto nella contemplazione che mi riempiva l’anima di soavità. Gli occhi miei entravano furtivamente nell’intimità della dolce casa ed il mio spirito con loro. A volte un nulla basta al tuo amore.
Ad un tratto mi avvidi che una fra le tre giovinette mi aveva notato e diceva alle altre, indicandomi:
— Guardate che brutto tipo!
— Babbo — fece un’altra — mandalo via; è da mezz’ora che è fermo lì, a guardare!
Come il vecchio signore si mosse, ripresi lentamente a salire verso la Trinità dei Monti, alta su Roma, a simiglianza di un magnifico altare sacro al sole occiduo. Ero un intruso e gli intrusi si scacciano, era giusto; per questo non attesi male parole per riprendere la strada. Però mi avvidi a tempo che la mia pena tendeva a cambiarsi in femmineo intenerimento, che dall’anima fiacca tentava sbocciare tutta una fioritura di mughetterie sentimentali, onde mi dissi:
— Ti imbecillisci, Duccio? — e scrollai le spalle chè la reazione fu pronta.
— Animo, Duccio della Bella! La terra, arida oggi, avrà le sue messi domani; animo, il nuovo sole avrà il suo nuovo stormo di allodole che salirà cantando fin sopra alle nubi. La vita è bella e t’invita e ti sfugge perchè ti ama!
Dimenticai; è la forza dei poveri dimenticare. Quando ciò non sia non v’è saldezza giovanile che resista. Non molto tempo dopo ero nella mia stamberga e mangiavo la parsimoniosa cena che il mio poco bene mi permetteva.
Per molti altri giorni le cose non mutarono aspetto. Frattanto per la consuetudine di vita comune avevo conosciuto le donne e gli uomini che la sorte mi aveva dato a compagni in quella miseria.
Vicino a me, in una stanza che non vedeva luce se non dal corridoio, per mezzo di un pertugio praticato nell’uscio, abitava una donna su la cinquantina: la chiamavano Terè. Le sofferenze l’avean resa decrepita anzitempo. Era alta, magra, ossuta; aveva pochi capelli grigi sparsi a teghe o ritti in aggrovigliamenti sul cranio sudicio; aveva gli occhi, quasi bianchi, affondati nelle orbite; il naso adunco; le mascelle ampie e forti. Parlava a monosillabi. Non l’ho veduta sorridere una volta.
Passava per il corridoio, seminuda, nell’orrore del suo disfacimento che dava un brivido di ripugnanza. Le prime volte la credetti pazza perchè mi guardò fissamente, senza batter ciglio e senza dir parola. Era una bestia cieca; una lupa immonda che rispondeva unicamente alle oscure voci dell’istinto.
Nel suo covacciolo teneva rinchiuse due creature che non erano figlie di lei; le aveva raccolte chi sa dove e chi sa perchè. Una volta, passando, le vidi ferme su l’uscio. Si tenevano per mano. Erano due bimbe, una di otto e l’altra di quattro anni. La più grandicella (un piccolo scheletro rivestito di cenci) aveva tutto il visetto coperto come da una gromma ed era gialla e le labbra erano simili ad una livida ferita su quel viso macilento. I capelli biondastri e abbondanti le scendevano sul volto e l’oscuravano ancor più quel povero volto senza guance, nel quale si disegnava sporgendo la chiostra dei denti. Come mi fermai, non si mosse, aveva negli occhi una cupa espressione di spavento. Disse raggricchiandosi:
— Non mi picchiare! — e mi guardò. Solo gli occhi grandi mettevano un po’ di luce su quella faccia di spasimo.