Part 7
— Io so perchè vuoi rimanere — riprese senza rasciugarsi le ciglia. — Serenella è buona e merita il tuo amore; ma non potresti giovarle, la faresti soffrire inutilmente. Le abbiamo fatto già troppo male, Duccio, lasciamola in pace! È giovane, rifiorirà. Tu potrai rivederla fra qualche anno, quando tutto sarà dimenticato. Allontanarsi non vuol dir morire! Vi vorrete bene ugualmente. Da parte mia non avrete a dolervi di nulla, di qui innanzi, perchè non tornerò più.
— E dove andrai?
Non rispose.
— Partiamo insieme? — ripresi.
— No — rispose risolutamente.
— Perchè?
— Mi saresti di impaccio! — La voce di lui s’era fatta sì aspra che non aggiunsi parola.
— Io son venuto per te — disse ancora, rapidamente; — prima che pensino a cercarmi in paese debbo esser lontano. Non ho tempo da perdere, Duccio, e non voglio andarmene se non ho avuto da te una promessa che, per la nostra amicizia, non devi negarmi.
— Quale promessa?
— Serenella sa tutto, le ho parlato prima di venir qui; ora giurami sul tuo amore che lascierai Comacchio non appena io sia partito.
Mi levai di scatto e gridai accostandomi:
— Io me ne andrò ma tu che vuoi fare?
— Giura! — riprese Zalèbi.
— Dimmi che vuoi fare, prima.
— E che t’importa?
— M’importa per il sacrificio che mi imponi. Hai riveduto Sita?
Zalèbi impallidì indietreggiando; quel poco di rossore che l’animazione avea posto a sommo delle guance di lui dileguò, fu vinto dal color terreo che si sparse d’improvviso per tutta la sua faccia. Fu un velo di morte. Gli occhi suoi si infoscarono ancor più; dalle sue labbra strette spasmodicamente usciron lente e rotte le parole:
— No... non l’ho riveduta!
Non ebbi animo di prendermi la rivincita che m’ero ripromesso; una commozione profonda mi vinse. Le nostre vie erano troppo lontane; troppo diversi erano i nostri destini. Egli si levava nell’alba fosca di un delitto; dall’ieri all’oggi era disteso un abisso per lui; una creatura nuova si trovava al limite di un deserto nel quale era cosa vana ricercare una via. Silenzii secolari, distanze infinite non avrebbero potuto porlo in un isolamento maggiore. Non gli era possibile riprendere un filo della trama lacerata; avrebbe dovuto lottare, nascondersi, fuggire senza nulla sperare, abbandonando tutto, solo e disperso con la maledizione del suo tragico amore. Tale era la sua terribile condanna. Temevo non vi reggesse. Era troppo giovane ancora, non avea oltrepassato i vent’anni. Vedeva l’amore con occhi limpidi nei quali rideva l’ingenua festosità del fanciullo, e la sua natura chiusa e il temperamento fiero gli avevano reso sacro l’amore del quale aveva formato un’unica visione a tutta la vita. Così nulla lo avvertiva. Andava come un falco verso un fuoco notturno, innamorato della fiamma di cui non sa la violenza; andava fiducioso nella sua forza, nella sua giovinezza irrompente come un’infinita fiumana di sole. Ad un tratto la terribile cecità che ci guida s’era imbattuta in lui e l’aveva travolto.
Per l’energia che gli restava nella rovina, capivo ch’egli aveva presa la sua decisione; non era uomo da dubitanze; la sciocca paura e la viltà non avevano tormentato mai l’anima sua.
Ora, come stava per andarsene senza rivolgermi parola gridai:
— Zalèbi perdonami, sono troppo stanco, non so ciò che mi dica!
Si rivolse per l’ultima volta.
— Per il bene che ci lega — disse — giurami ciò che ti ho chiesto!
Allora mi avvicinai, gli presi le mani, le strinsi fra le mie e, fissandolo negli occhi, giurai su l’anima di mia madre.
Poi sentii le sue mani tremare.
— Dammi un bacio — sussurrò.
Ebbe una voce più triste che il pianto. Gli gettai le braccia al collo, disperatamente. Udimmo allora, da un angolo della stanza, salire un sommesso singhiozzo. Zalèbi si disciolse in fretta. Inginocchiata innanzi ad una piccola icone, Serenella piangeva.
Nessuno lo trattenne, d’un balzo raggiunse l’uscio e disparve. Feci per lanciarmi sul suo cammino ma una voce implorante mi soffermò:
— Duccio, Duccio, dove vai?
Serenella si era levata e veniva ad incontrarmi con le mani tese. Aveva i capelli scomposti; racchiusa così nello zendado azzurro pareva una piccola madonna del dolore.
— Zalèbi — gridai — Zalèbi si perde!
Ricorderò fin che viva il tono della voce dolorosa:
— Non potrai salvarlo! Da tanti giorni prego e piango e mi consumo per niente! Per il mio amore, Duccio, non ti muovere!
— Ha parlato con te?
— Sì.
— Tu sai tutto?
Mi levò in volto gli occhi suoi grandi, cerchiati di nero e lentamente, trascolorando, riprese:
— Sì.
Poi era troppo forte la sua pena, povero amore; troppo avea sofferto per la sua debolezza di donna; mi si avvinghiò al collo in una crisi di pianto:
— Duccio ho paura di rimaner sola, Duccio ho perduto tutto tutto tutto!... Prendimi con te, io verrò con te, sarò un niente, sarò come la palma benedetta, un niente!... Non mi lasciar sola; fa di me quello che vuoi; non ti sarò di peso, mai, e il tuo volere sarà il mio volere. Duccio, per il bene che ti voglio portami via, io voglio morire a’ tuoi piedi... ma con te, con te... per sempre!...
Tremava nel convulso del pianto e si stringeva forte al mio petto, forte come per non distaccarsi mai più.
Ad un tratto si levò irrigidendo e chiese a pena:
— Hai udito?
Avevo udito infatti lo scoppio di una fucilata, poi un rumore di voci che cresceva d’attimo in attimo quasi a divenire tumulto.
— Che cos’è? — riprese.
Stette perplessa qualche attimo ancora; poi ebbe un grido acutissimo:
— Ah! È morto! È morto! È morto!
Facemmo per lanciarci verso l’uscio. Omero apparve nel vano.
— È vero? — gridò Serenella.
Omero si tacque. Il viso della piccola bella si trasfigurò, le mani di lei si protesero e non feci in tempo a sorreggerla che vacillò e cadde svenuta.
Quando l’avemmo adagiata sul giaciglio, Omero aprì la porta segreta che dalla nostra stanza metteva sul canale.
— Vieni — mi disse.
— No.
— Vieni, insensato, le guardie ti cercano dappertutto, fra un quarto d’ora saresti al buio!
Poi mi sentii afferrare dalle sue braccia poderose e come un niente fui gettato nella barca che attendeva nel piccolo canale silenzioso.
X.
Solitudini amare.
Sedevano a poppa, ai piedi del timoniere, gli uomini dell’equipaggio del _San Giorgio_. Io m’ero accosciato vicino all’albero di artimone, sotto la gran vela. Omero era disceso nella stiva con Rùstigh, il capitano della piccola nave. La spiaggia di Magnavacca andava lontanando nel mattino lucente; ora si scopriva tutta: dalle lande di Marcabò, dalle solitarie bocche del Po di Primaro fino agli esili filari di betulle del Po di Volano e alla selva di Mesola, sperduta nelle azzurrità mattinali. E come la linea di demarcazione fra la spiaggia ed il mare diminuiva con l’accrescersi della lontananza, apparivano, simili a nubi salienti dall’altro mare, le estreme montagne d’Appennino. Si disperdevano verso nord su la gran pianura padana e verso levante scendevano su l’Adriatico fino al promontorio di Ancona che i vecchi navigatori delle nostre spiagge chiamano ancora l’Alpe del sole.
Gli uomini dell’equipaggio sedevano tranquilli: non si poteva andare a miglior vento. Vicino alla sua barra il timoniere fumava in pace. In disparte, sopra un mucchio di cordami, era uno sconosciuto che di tanto in tanto levava gli occhi a guardarmi e riabbassava poi il capo fra le palme.
Qualcuno fra i navigatori intonò una canzone a cui gli altri fecer coro ma sommessamente per non rompere la dolcezza del gran silenzio. La nave aveva un movimento placido; qualche fremito, qualche scricchiolio delle vecchie assi si univa a volte alla canzone dei marinai; null’altro. Mi ero disteso supino: vedevo sopra me le grandi ali che ci portavano a volo verso l’alto mare; poi il cielo, pallido nel suo sereno quasi iemale. Il tepore era dolce, blandiva lasciando la mente in un torpido vaneggiamento. A poco a poco la gran pace serena fu ne’ miei sensi e mi addormentai.
Eravamo molto lontani quando riapersi gli occhi. Il sole si spegneva nei cieli estremi e la costa era scomparsa dall’orizzonte.
Volsi gli occhi intorno a ricercare Omero. Lo vidi in disparte e non lo disturbai; mi era unicamente necessaria la sua presenza. Non appena la mente mia, riposata dal sonno, riprese le sue piene facoltà, il mio dolore balzò dal silenzio con rinnovata lena.
Zalèbi era morto sotto alle finestre di Sita mentre le guardie si lanciavano per imprigionarlo; Serenella, nell’ombra e nel lutto della sua casa, risvegliandosi, mi avrebbe cercato con occhi grandi e smarriti, per rinnovarmi la disperata preghiera. L’uno aveva raggiunto il suo sogno; l’altra per il suo sogno piangeva.
La tristezza lacerante delle cose perdute mi opprimeva; per la seconda volta la morte ed il dolore mi avevano lanciato alla ventura verso un avvenire che mi appariva deserto e dolente. Ma non languivo. L’asprezza del dolore rinvigoriva a quando a quando il mio assiduo desiderio di lotta. A quando a quando perchè la tristezza, la figlia della pensosità, questa maga dal pallido volto affilato in cui gli occhi sono come un abisso, si era insinuata in me perdutamente.
Tu vai fra tanti, vai solo fra mille, fra diecimila; hai perduto molto, hai perduto un cuore, una dolcezza, la maggiore fra tutte: tua madre; e vai e nel cammino ti accompagna il pensiero di lei sempre, perchè tu solo, tu solo puoi portare con te qualcosa di quella creatura benedetta, qualcosa ch’ella ti ha dato nel suo amore, nello spasimo santo della sua doglia. Cammini. Iddio, l’Infinito, il Mistero, qualcosa di imponderabile se l’è ripresa. Chi sa? in qualche angolo della terra ci sarà un’ombra anche per te. La terra è grande e la fortuna è cieca. Passano mesi, la tua giovinezza riprende il suo cantico perchè tua madre vuole così, avrebbe voluto così tua madre che ti segue, che è in te, in tutto ciò che di più gaio dall’anima tua fiorisca; riprendi il tuo cantico perchè la vita è bella e si può e si deve amare. Un giorno, ecco, un bel giorno ti accorgi che c’è qualche novità: ti batte il sangue ai polsi, tutta la tua vita è più alerte, tante idee nuove, come stormi di allodole, passano per la tua mente. È una dolcissima primavera che ti invita a sostare; e sosti.
Sosti; chi può andar sempre se non il sole? L’amore è giunto e ben rimanga nel suo regno cortese. _Ella_ è inanzi al tuo core, si è fermata vicino a te; il destino l’ha condotta su la tua via come dal primo giorno della vita. Sorga pure dallo squallore, dalla miseria, nulla può recarle offesa.
È tal cosa la giovinezza, che l’arte umana non può superarla. Non hai osservato mai come una bella figlia abbia in sè, per ignota virtù trionfale, quasi una lucentezza solare per cui nessuna cosa al mondo può avvilirla? Ella è ricca e il suo misero giaciglio è pari a coltri di damasco e d’oro; la virtù di lei si comunica alle cose che le stanno intorno; dove ella vive la primavera non finisce mai.
Ecco, solitario viandante, il sogno degli innamorati che, nella tua vita, vorresti eterno come l’illusione, ti ha raggiunto: godilo per il poco che puoi. Ogni giorno ha il suo tramonto e ogni stagione ha i suoi giorni: non uno è uguale all’altro. Domani forse ti troverai per altre vie. Ciò che oggi risplende alto nel tuo cielo, avrà domani un’apparenza crepuscolare.
Vedere e svedere; creder d’essere giunti e trovarsi lontani le mille miglia; è la vicenda eterna e in ciò è il germe della eterna tristezza.
Io soffrivo nel mio silenzio e m’era dolce la vicinanza di Omero. Delle cose perdute vedevo in lui come una continuazione. A volte lo cercavo con gli occhi; ma l’amico buono non mi rivolgeva parola chè intendeva la mia sofferenza nè voleva turbarmi.
Il mare onduleggiava ingemmandosi e le terre erano tramontate sotto alle nebbie dileguando quasi che il vento le avesse soffiate nella concavità dei cieli là dove il sole si moriva; e laggiù si levava sul mare un diadema sanguigno che accendeva le acque di tremule lingue di fuoco.
Gli occhi miei non abbandonarono un attimo l’estremo baglior moribondo. In quella latitudine sorgeva la città rossigna, la solitaria corolla delle lagune. Ne vedevo le torri, nere, immobili verso l’abisso, simili a l’umana volontà che scruta; ne vedevo tutto il profilo sorgere su dall’ombra, e stagliarsi graniticamente su l’ondeggiante varietà del crepuscolo. Stava a simiglianza di uno spettro su l’immensità marina.
Il mio cuore ne tremò, sì chiara fu la visione in quell’attimo. Taceva nel suo lutto, la città dell’amore, simile ad un’oscura prigione chiusa per l’eterno su la fredda superbia di Sita. Tutto si era ammutolito in una gelida crudezza; ogni casa era deserta, ogni canale, ogni ponte; non una voce umana si legava, non un grido. Su le vie fatte oscure dalla luce di un eterno crepuscolo, cinta dalla sua veste vermiglia, gli occhi larghi e pieni di terrore, la bocca contratta in un lamento di assidua chiamata errava un’ombra, sola, che si soffermava ad origliare a tutte le porte; sola nella città deserta, nel silenzio del mondo. Ella non udiva che il busso degli zoccoli suoi da ponte a ponte; non udiva che il suo respiro roco e la sua voce che le faceva paura. Aveva paura della vita sua, in quel luogo sacro al regno della morte, Sita, la maledetta!
Ella aveva riso profanando l’amore e l’amore se ne vendicava così.
I marinai ripresero l’antica cantilena misurata sul ritmo del mare:
«... _e i tre pastori videro levarsi_ _San Giorgio con la sua spada lucente_....»
Allo smorire del cielo s’era diffuso il color delle viole.
«... _veniva dai paesi dell’oriente._ _Avea passato e le foreste e il mare_ _sul suo cavallo, senza mai sostare;_ _senza sostare, senza prender posa_ _fino alla triste terra paurosa_....»
C’era un più tenero sogno allo smorire dei cieli e l’anima mia se ne addolciva.
«... _stava diritto ed alto su gli arcioni._ _E i tre pastori cadder ginocchioni,_ _cadder su le ginocchia ad implorare_ _colui che aveva oltrepassato il mare,_ _che veniva col sole da l’oriente_ _a difender la sua povera gente!_....»
Tutto era smorto col dileguar del sole; e l’aria e il mare e l’infinito.
Gli occhi miei non si erano distolti un attimo dal cielo. Le voci che cantavano intorno pareva salissero dal niente, da un fiato di nebbie disperdentisi. Le ultime viole impallidivano come occhi socchiusi dal sonno. Oh l’immensa dolcezza! Sembrava il mare, in quell’ora, il campo infinito del silenzio solcato da una sola nave che faceva vela per l’ignoto.
Ma il mio pensiero era laggiù alla soglia della piccola casa dove l’amica mia piangeva; era laggiù come un povero viatore che non può farsi avvertire.
Io non sapevo di poterla rivedere l’amica mia: dove sarei andato? che ne sarebbe stato di me?
Col capo appoggiato all’albero di artimone guardavo disperdersi le ultime luci. Apparve la stella del pastore: la prima che annuncia il grande stuolo, il gregge che vien dietro lei nella notte. Verso poppa un vecchio preparava il mangiare, curvo su le bragi di un piccolo fornello. Innanzi a lui un cane della Pomerania scodinzolava mugolando.
Lo sconosciuto andava e veniva da poppa a prua. Come l’aria s’era fatta frigida aveva rialzato il bavero della giacchetta e si era ficcato fin su le orecchie il berretto a visiera. Sentivo una ripugnanza assoluta al conversare; avrei voluto esser solo e indisturbato; solo con la mia tristezza.
Quante volte ricomincia la vita! Questa esistenza nostra che non si svolge mai tutt’intera secondo un corso segnato; ma procede ad impeti e si arresta e riprende fino alla sua consumazione! Per me si chiudeva allora un’età; il tempo se la spingeva innanzi verso il suo nulla, rapidissimamente. Ciò che era stato non sarebbe riapparso _mai più_. Nelle pause del dolore, queste parole risuonano come il grido che si allontana, come la voce che si perde nel vuoto; per un attimo tutto l’essere ne sente la tristezza lacerante e dubitando si accascia; ma poi la vita riprende i suoi diritti e ricomincia la trama paziente fra i rovi finchè una nuova bufera non la disperda. È sempre così ma che importa? Non chiedere la sua ragione al sereno; non chiedere all’amica tua perchè ti voglia bene. La gioia è fatta di piccoli nulla e la scienza accresce il dolore.
Ad un tratto si udì giungere per l’aria, e non so per quale fenomeno strano perchè le terre erano lontanissime, un lento martellare di campana ma affiochito, incerto, dolcissimo. C’erano già le stelle, ricordo, e all’albero maestro e a prua lucevan le grandi lanterne che segnavano il nostro volo sul mare. Vidi vicino a me Rùstigh, il capitano. Si tolse il berretto e si fece il segno della croce. I marinai si inginocchiarono in disparte. Quando il suono alitante si disperse, simile al dileguare di un fumo argenteo nei mattini invernali, udii Omero chiedere a Rùstigh:
— È l’_or di notte_ forse?
— No — rispose Rùstigh — è la campana di una città scomparsa sotto il mare. Il Signore la maledisse e le acque la inghiottirono.
Un riso acuto ed aspro sorse dall’ombra. Lo sconosciuto si era avvicinato a Rùstigh l’uomo semplice e rozzo. Disse:
— E voi credete ancora a queste cose?
— Sì, ci credo.
— La vostra fortuna è lontana, allora. Morrete schiavi di chi vi comanda.
— Sul mare c’è un solo padrone — rispose Rùstigh.
— E chi è di grazia? — chiese ridendo lo sconosciuto. Dopo una breve pausa una voce alta e solenne gridò da poppa:
— Iddio.
Lo sconosciuto infilò le mani nelle tasche della giacchetta e si allontanò borbottando.
— Siete più ciechi dei bambini!
Non gli dettero ascolto; avevano ripreso il lento cantilenare:
«... _i tre pastori videro levarsi_ _San Giorgio con la sua spada lucente!_...»
La notte palpitava nell’infinito. Ah Serenella, non fu tanto ardore nel cielo quanto dolore fu nell’anima mia per averti perduta! Una disperazione tragica si chiuse nel mio cuore ed io l’ebbi sacra. Ebbi sacro il martirio che provavo per te.
Un singulto mi scosse, poi un altro e un altro con crescente rapidità come in un riso irrefrenabile che ti prende, ti deforma e ti angoscia. Senza un grido, Serenella, per te tutta l’anima mia si prostrava tremando.
Caddi prono su le assi del ponte e piansi, piansi a morirne.
Omero non disse parola; stava col capo reclino fra le palme dischiuse e pareva dormisse.
PARTE SECONDA.
AMOR FONS VITAE.
XI.
A Roma.
Matteo Adeva mi guardò di traverso con un gesto fra il compassionevole e lo sdegnoso:
— Tu sei un uomo che sogni — mi disse. — Non bisogna avere certe preoccupazioni se non vuoi morir di fame!
— Ho ancora la debolezza di essere onesto — risposi sorridendo.
Omero assentì col capo.
— Arrangiati allora — riprese Matteo levando le spalle. — Credevo trovare un uomo di buona volontà e trovo un testardo che non mi serberà neppure gratitudine per la proposta disinteressata. Arrangiati. Io posso compiere l’_operazione_ per conto mio.
Compì due giri per la stanza, poi mi si piantò innanzi fissandomi negli occhi.
— E domani che cosa mangerai? — chiese levando il capo quasi ad affrettare la mia risposta.
— Ciò che capiterà — risposi.
— E se non capita nulla?
— Per un giorno si può digiunare senza fastidio. Il corpo non ne soffre — disse Omero.
— Quando sia così — riprese Matteo Adeva — vi lascio col vostro digiuno e buon pro’ vi faccia! Si capisce che giungete dalla provincia e non avete idea di ciò che sia la vita a Roma. Vi faccio un lieto pronostico, figli miei: o morirete di fame o finirete in galera perchè non avete neppure la tempra necessaria per compiere un _bel colpo_ a tempo debito. Quando sarete costretti a tentare, vi coglieranno come pulcini nella stoppa.
— E chi ti dice che tenteremo? — disse Omero.
— L’esperienza me lo dice! Credi ancora di poter trovare lavoro qui, tu che non sai far nulla?
— E credi tu che Roma sia tutto il mondo? — rispose Omero.
— Che cosa vuoi dire?
— Voglio dire che le strade sono grandi e sterminate e che, se non qui, in un altro luogo il nostro lavoro potrà essere compensato come merita.
— Allora buon viaggio! — soggiunse Matteo Adeva inchinandosi burlescamente; poi riprese la passeggiata da un canto all’altro della lurida stanzaccia. Ad un tratto sostò e, volto ad Omero, chiese bruscamente:
— A proposito, chi paga la stanza?
— È pagata già per tutta la settimana — rispose Omero.
— E chi l’ha fatto?
— Io.
— Avevi i soldi?
— Pare!
Dopo una pausa riprese:
— Posso chiederti ospitalità per questa notte?
— No!
— Tante grazie. Hai paura di comprometterti?
— Non è per questo; ma vedo che non potremmo andar d’accordo.
— Già... incompatibilità di carattere! — esclamò Matteo Adeva in tono sardonico.
Volgeva il vespero. I quartieri di San Lorenzo si animavano di un vocio alto e confuso di monelli e di ciance che da un uscio all’altro, da una finestra all’altra o in mezzo alla strada alimentavano a voce altissima il loro pettegolezzo. Giungevano dalla prossima stazione lunghi sibili di vaporiere. Una sirena lontana mandava il suo lamento fioco e continuo che ha alcunchè di grave e pare gridi alle stelle, sui due limiti del giorno, l’eterna pena del travaglio umano. Qualche campana si levò dalle prossime chiese ad invocare Iddio per il sonno di tante creature stanche. Io non vedevo il sole morire fra le nubi vermiglie; ne sentivo in quei suoni la malinconica dolcezza.
Dietro la nostra porta una voce aspra di donna chiamò a più riprese:
— Cajèla? Cajèla?
— Che volete? — si sentì rispondere dall’alto.
— Vieni ad aprire che c’è un signore.
Si udì un: — Vengo — stanco e strascicato, poi un rumore lento di passi sui nostri capi.
Udimmo ancora la voce della vecchia, dire sommessamente:
— Salga, vedrà che bella figlia! È ancora minorenne! — Poi, dalla via, il suono di un organetto mandò per l’aria le note di una canzone in voga.
Matteo Adeva guardò l’orologio (da qualche giorno possedeva un orologio d’oro) alzò il bavero della giacchetta e disse:
— Che freddo! Questa notte gelerete, amici belli; con quelle coperte cenciose non c’è da ripararsi. La tramontana s’è levata. Per conto mio troverò un giaciglio da signore. Voi volete rimanere nobili straccioni e restate tali che io non vi disturberò più. Non c’è gusto a far la saponata agli asini. In tutti i casi poi — fece fermandosi innanzi a Omero — voi non mi avete veduto e non mi conoscete...
— Ragazzo — rispose Omero levando il capo — al nostro paese le spie si accoltellano!
Matteo Adeva girò sui tacchi, scosse le spalle come abbrividendo e soggiunse:
— Allora... addio.
Nè io, nè Omero rispondemmo. Adeva non ne fece caso; giunto su l’uscio si rivolse ancora per dire:
— Buon appetito! — poi scomparve nell’andito buio.
Eravamo a Roma da sette giorni; Matteo Adeva era sbarcato con noi ad Ancona e ci aveva seguiti di città in città fino alla Capitale. Quando si è poveri non si discute troppo su la compagnia che il caso vi pone a lato. Nel branco, le pecore nere vanno accanto alle bianche, tanto l’una deve pestare l’orma dell’altra. Durante il viaggio aveva detto di appartenere a un circo equestre che avrebbe raggiunto a Roma e la cosa ci era parsa più che naturale; poi aveva parlato e parlato di anarchia, di associazioni segrete, di congiure internazionali e di tante altre belle e piacevoli cose che lo davano a conoscere subito per quel grande ipocrita malaccorto che era. Vedendoci quasi sempre ascoltare silenziosamente le sue frottole, ci aveva scambiato per due placidi babbei ai quali è lecito raccontar l’inverosimile e s’era sbizzarrito. Solo una volta Omero gli aveva detto, e non so davvero per quale sua logica particolare:
— Chi è bugiardo è ladro.
Oltre questa non avevamo avanzata nessun’altra protesta.
A Roma era comparso qualche volta nella stanza che avevamo preso in affitto in una casaccia situata nei quartieri di San Lorenzo e ci aveva spiegato, e questa volta con sincerità, il suo vero sistema di vita. Ora si sperava non tornasse più ad importunarci.