Part 6
— Io non ti chiedo nulla — disse ancora — perchè ti voglio troppo bene!
Io vidi negli occhi dell’amica mia una luminosità stellare. Con le braccia abbandonate su le mie spalle stava così, guardandomi e sorridendo; poi tremò abbandonandosi come una canna alla lieve correntia di un fiume. Il piccolo cuore di lei pulsò contro il mio fortissimamente.
Scattammo ad un tratto chè un tumulto di voci corse per la notte.
— Duccio? Che cos’è, Duccio, hai inteso?
— Andiamo — dissi e ci avviammo a corsa lungo le rive.
Su l’ingresso del recinto la gente si stipava gridando e gestendo, ossessionata. Come una via ci fu aperta vedemmo fra il circolo degli astanti Sita a fianco di Diavolo; di fronte a loro era Zalèbi. Aveva il viso terreo; pareva percosso dalla morte. Mi lanciai innanzi:
— Che hai fatto? Che hai fatto? — gridai.
Egli mi fe’ cenno di tacere.
Diavolo sghignazzava beffeggiando. L’ampia bocca di lui, dai denti giallastri, si torceva in una smorfia irrisoria, gli occhi pareva misurassero a scherno la forza di Zalèbi.
— Dunque non vuoi? — riprese Diavolo — non vuoi, piccolo cane?
Zalèbi rimase muto con gli occhi fissi in quelli di Sita. La ragazza si volse ad un tratto verso suo padre e disse rapidamente:
— Vattene, vengo con te.
Diavolo rise ancora, poi scrollò le spalle, sputò e si volse per partire. Sita si era soffermata vicino a Zalèbi, noi tutti la fissavamo stupiti. Ella levò una mano, la posò su la spalla del giovane, poi a voce lenta e forte disse:
— Sei un vigliacco!
Io vidi gli occhi dell’amico mio farsi di un subito sanguigni, vidi la sua bocca tremare più volte nel grido lacerante:
— Sita? Sita? Sita?
Ma la femmina lupigna era scomparsa fra la folla. Tutti stavano muti intorno quasi presi da un incubo. Quando Zalèbi si lanciò innanzi in un impeto folle, trovò un varco subitamente aperto e fuggì per la notte.
Allorchè fummo soli, lontano, dove non si udiva più suono, dove non c’era se non qualche casa muta nell’ombra, egli si soffermò. Ricordo il tremito cupo della sua voce:
— Duccio — gridò — tu devi crederlo almeno, e lo vedrai: io non sono un vigliacco!
Poi cadde con la faccia su la terra e singhiozzò dibattendosi quasi morisse.
VIII.
I corsari della laguna.
Il _campiello_, chiuso su tre lati dalle piccole case dei _fiocinini_ e aperto a nord su la laguna, in quell’ultima ora serale cominciava a divenir muto chè i monelli e le donne erano adunati inanzi ai focolari ad attendere l’umile pasto. L’aria si faceva d’attimo in attimo più oscura chè dalle immensità marine Borea si spingeva innanzi, nella sua convulsa rabbia, cumuli di nubi nerastre. Un balenare incessante, senza bubbolio di tuoni, copriva tutto l’oriente. La tempesta si rivelava nel suo fuoco, accendendo le nubi di bagliori sinistri. Nei cieli del tramonto persisteva un incerto lividore cinereo. Era freddo.
Nella semioscurità si intravvedevano i _fiocinini_ che giungevan al tacito convegno. Si presentavano alla spicciolata, uno per volta come andassero a diporto senza cura apparente; non salutavano i compagni seduti sui loro battelletti; ma cercavano un luogo ove accosciarsi a loro volta e attendere pazientemente il cenno. Quasi tutti tenevano, stretta fra i denti, una breve pipa di gesso.
Erano giovani dal volto precocemente solcato da rughe profonde; erano i figli della lotta e dello stento.
La tempesta, incalzata da Borea, era giunta ormai con la notte, e la tacita accolta di uomini si perdeva nelle tenebre.
Quando feci per discendere il piccolo ponte che conduceva al _campiello_ remoto nel quale ci eravamo dati convegno, sostai e dissi a Serenella:
— Siamo giunti, ritorna.
— Voglio vederti partire — rispose ella non abbandonando il mio braccio.
— È impossibile; Giovanni ti attende e non puoi tardare.
— Mi raccomando — riprese con voce supplichevole — tutta notte pregherò la Madonna del dolore per voi... mi raccomando!
— Fa di non tradirti o saremmo perduti!
— Ma avete dunque deciso?
— Non ancora. Sarà ciò che il destino vuole.
— Tu che puoi fare intendere la tua ragione fra tutti, tu cerca persuaderli per il loro bene...
— Farò ciò che mi sarà possibile....
— Oh che tu sia benedetto, amore mio! Io darei cento volte la mia vita pur di non vederti partire!
E il pianto che aveva trattenuto fino a quel punto, irruppe su dalla dolce gola in un tremito tormentoso. Aveva appoggiato il capo alla mia spalla e stava così stringendomi le braccia in un estremo tentativo di trattenermi ancora.
— Duccio, promettimi una cosa — disse levandomi in volto improvvisamente gli occhi lucenti.
— Parla.
— Domattina prima dell’alba ti aspetterò su gli argini, alla Madonna di Pratobello; qualunque cosa avvenga promettimi di non mancare.
— Te lo prometto.
— E il Signore che mi vede, sa bene che, se non tornerai....
Era così affettuosamente addolorato il viso di lei e negli occhi suoi c’era tanta passionalità d’amore che un improvviso impeto di tenerezza mi spinse a dimenticare per un attimo la triste fatalità dell’ora. Me la strinsi al cuore e le baciai i capelli, gli occhi, la bocca, ripetutamente, perchè era mia e le avrei dato tutto il mio sangue.
Un breve sibilo che giunse dall’ombra ci disciolse dall’abbraccio.
— Mi chiamano — dissi — debbo raggiungere i compagni.
— Verrai agli argini?
— Verrò. Torna, torna a casa. È notte alta. Addio.
Quando ebbi disceso la scaletta del ponte udii ancora la voce di Serenella ripetere debolmente:
— Addio!
Poi mi diressi nelle tenebre verso il punto fissato e non intesi se non il rombo ululante di Borea che si scagliava nella vastità turbinando. Quando giunsi in prossimità dell’acqua, una voce mi chiamò in disparte.
— Sei tu, Duccio?
— Sono io — risposi.
— Ti aspettavo — fece Zalèbi levandosi dal battelletto sul quale era accosciato.
— Si parte?
— Non ancora.
— Chi manca?
— Marco e Luca; saranno per via.
— Li aspettiamo?
— Sì.
Dopo una pausa riprese a bassa voce:
— La notte è buona; Duccio, hai proprio deciso di seguirmi?
— Certamente.
— E vuoi venire sul mio battello?
— Voglio essere con te.
— Bada che si giuoca tutto!
— E che m’importa?
— Anche la vita si giuoca!
— Sarà ciò che il destino ha segnato.
— Sta bene — rispose Zalèbi e si accosciò sul battelletto che giaceva su la riva a pochi passi dall’acqua. Io presi posto vicino a lui e attesi.
I _fiocinini_ si erano dati convegno per compiere un’impresa singolare. Diavolo vegliava i _lavorieri_[9] di Campo Rillo: si trattava di catturargli, anche con la violenza, gran parte della pesca. Nella notte, al ballo degli Argini, allorchè Diavolo aveva detto a sua figlia che andava a fianco di Zalèbi:
— Vientene via, non voglio imparentarmi coi ladri! — non aveva offeso unicamente il figlio di Giovanni della Nave, ma tutta la classe dei _fiocinini_, di coloro che non potevano vivere, nell’aspra città delle acque, se non di quella pesca che il Comune voleva riserbata per sè, a frutto di qualcuno. Essi sapevano di non rubare perchè si trattava della vita di intere famiglie le quali non avrebbero potuto campare in modo diverso, mancando qualsiasi lavoro; e sapevano anche quale aspra lotta costasse loro il poco alimento carpito, sufficiente appena a non morir di fame. La loro coscienza era tranquilla. La vita ha diritti superiori ai quali le leggi della ricchezza, difese dallo schermo della morale, non possono porre argine.
Ora, all’astuto guardiano sarebbe toccata la mala sorte. I ladri delle lagune gli avrebbero provato che troppa fede nutriva in sè stesso e nel suo coraggio e che le vanterie da sgherro delle quali si compiaceva potevano costargli care.
Zalèbi pensava da solo al suo onore; gli antichi insegnamenti delle madri gli erano guida: — Non essere vigliacco, mai! Se un uomo ti dà uno schiaffo, ammazzalo!
Nei due giorni trascorsi dalla notte in cui l’anima di Sita gli si era appalesata nella sua malvagità lasciandolo d’improvviso in uno stato di stordimento, egli aveva vissuto per tutta una vita di dolore; ora, senza che nessuno fra noi conoscesse il preciso proposito che lo guidava, era capo della spedizione notturna.
Una voce poco lontana pronunciò un nome ad un tratto, fra il bubbolio del vento:
— Marco! — E, dopo qualche secondo, riprese:
— Luca!
— Ci siamo tutti? — chiese Zalèbi levandosi.
— Sì — rispose la stessa voce.
— Allora andiamo.
Spingemmo il lieve battello che scivolò rapidamente nell’acqua e vi salimmo: Zalèbi a poppa, io verso prua. Afferrato il forcino, ad un piccolo grido d’intesa, si prese il largo.
In breve ebbi la sensazione di un pauroso isolamento in una oscura immensità di acque sconvolte dalla tempesta. Gli amici nostri erano scomparsi. Non si udiva più il tuffo dei forcìni che per qualche tempo ci aveva accompagnato. Per l’ansiosa furia del giovinetto eroe, il nostro battello saettò su le onde con la rapidità del turbine.
La tenebra era densissima e il bubbolio, il rombo, l’ululato del vento e delle acque si levavano a riempire l’ignoto abisso nel quale mi parve precipitare.
Ad un tratto giunse dal largo un mugghio più forte che in rapida vicenda si accrebbe avvicinandosi, simile al fragore delle improvvise fiumane nei torrenti appenninici.
— Hai la _veste_? — gridò Zalèbi.
— Sì.
— Leva il cappuccio, il tempo è in filo per noi; viene il diluvio!
Non trascorse un secondo che l’impeto di Borea moltiplicò talmente da non poter trarre il respiro; poi, sferzando, staffilando, infuriando, spinta dalla folle violenza della tempesta, si riversò dall’alto una pioggia torrenziale.
Fu tale l’imperversare degli elementi che un improvviso smarrimento mi colse e rimasi inattivo senza avere coscienza nè del luogo, nè del perchè mi trovassi sperduto in quella rovinosa tempesta. Il freddo intensissimo che mi irrigidiva, l’assidua sferza della pioggia alla quale la _veste_ che indossavo non poteva porre riparo, aveva vinta la mia resistenza; stavo per abbandonarmi, affranto, allorchè mi giunse la voce del compagno forte:
— Duccio, Duccio, non perderti d’animo, voga!
Fu come una fiamma che riaccese la vacillante volontà; ripresi il forcino che avevo abbandonato e mi curvai su di esso con rinnovata energia. Solcammo la tenebra velocissimamente.
Un urto improvviso ci arrestò.
— Salta a terra, siamo all’argine — gridò Zalèbi.
Ubbidii e presi lo slancio senza vedere ove sarei caduto. Zalèbi si eresse vicino a me su l’argine melmoso che divideva un _campo_ dall’altro. Afferrato il battello, gli facemmo sorpassare l’ostacolo, poi udimmo ad un tratto un sibilo acuto al quale altri sibili risposero fiochi quasi salissero da una incommensurata profondità.
— Vengono — disse Zalèbi — fra poco saremo giunti.
La corsa pazza, faticosa, anelante, ricominciò. Curvi sui forcìni, rattrappiti nella massima intensità dello sforzo, sbattuti dalla pioggia e dalle onde spingemmo il battelletto affusolato che ci portò fra la tempesta lagunare come una docile cosa doma dal nostro volere.
Ad un tratto si intravvide un lucore sanguigno.
— Ferma — gridò Zalèbi.
— È la _casona_?
— Sì.
— E i compagni?
— Verranno — Zalèbi stava ritto immobilmente su la poppa del battello. Ora potevo intravvederlo al tenue lucore che ne stagliava appena la figura. Intorno a lui biancheggiavano a tratti le spume delle onde, pullulavano diffondendosi, apparivano come in un ribollimento convulso e, su quell’indoma furia, egli si elevava e si inabissava fermo come torre, in un suo invincibile dominio.
Qualche voce giunse sotto vento:
— Zalèbi? Zalèbi?
Rispose avvicinando le mani alla bocca:
— Vi aspettiamo.
Balzarono dall’oscurità ad uno ad uno gli altri battelli e si disposero intorno a noi attendendo. La violenza della pioggia non accennava a diminuire.
— Ora pescano al _lavoriero_ di sotto, verso mare — disse Zalèbi — al primo _lavoriero_ la pesca è compita. Con questo tempo la guardia è al riparo nella _casona_; ognuno di voi si impadronisca di una _bolaga_[10]; io e Duccio veglieremo intorno.
— Sei certo che Diavolo sia a Campo Rillo? — chiese una voce dall’ombra.
— Certissimo!
Allora io vidi sorgere dalla semioscurità forse venti _fiocinini_; avevano il capo nudo e, stretto in una mano, un lungo coltello a serramanico.
Rimasero un attimo immobili, poi si levò una voce sola da tutti, fu come un grido implorante:
— In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!
Strinsero il coltello fra i denti e con un balzo sparirono nella tenebra.
— Voga! — gridò Zalèbi — dobbiamo seguirli.
Innanzi a noi, come la fioca luce delle lanterne che illuminavano la _casona_ e i _lavorieri_ si diffondeva, scorgemmo a tratti i dorsi dei compagni che si eran lanciati alla pericolosa avventura; emergevano dalle acque a seconda delle onde, parevano legni portati alla deriva, cieche cose nel cieco dominio della violenza. E la sferza del vento e della pioggia si riversava dai gorghi abissali gemendo, ululando, con mille suoni, con mille voci, con le mille grida del turbine che è il martirio degli elementi.
Ad un tratto si delineò come una massa oscura nella notte, pareva un breve argine; poco più lontano apparve nitidamente un angolo della _casona_.
— Ferma, ci siamo — sussurrò Zalèbi. Poi, dopo una pausa:
— Stenditi sul battello e veglia.
Ci coricammo proni tenendo appena parte del capo levato sul fianco della nostra imbarcazione. Un’ansia tormentosa aveva attutito ogni mia sensazione onde non avvertivo più nè il freddo nè la pioggia; tutta la mia vita era negli occhi miei che scrutavano; era sospesa in quegli attimi che precorrevano un avvenimento oscuro e terribile.
Nessuno ci avvertì. Diavolo e i compagni suoi erano all’altro angolo della _casona_, intenti alla pesca. La guardia dormiva.
Il vento ci aveva spinti più presso al _lavoriero_; ora ne distinguevo nitidamente i fianchi contro ai quali si frangevano le onde.
Apparvero e disparvero nella luce le teste dei _fiocinini_; avanzavano con ogni cautela, tuffandosi e risalendo per riprender respiro, strisciando muti come bestie all’agguato; poi un torso si levò vicino al _lavoriero_, poi due, poi tre; udii il secco colpo dei cordami recisi dai coltelli. Le _bolaghe_ eran libere. La grande preda era nostra!
— Via! Via! — gridò Zalèbi ai primi che passaron vicino a noi spingendosi innanzi l’enorme canestro. Nessuno rispose. In breve dileguarono nella notte. Ma avevamo appena afferrato il forcino che un urlo disperato ci raggiunse: fu come una ferrea mano che piombasse improvvisa su la mia nuca, ne ebbi l’identica sensazione.
— Diavolo, in nome di Dio, correte! Hanno rubato tutto!
Seguì un tumulto, poi ogni suono si perse nel fragore della tempesta.
— Sbandatevi! — comandò la guida poi che giungemmo ove erano adunati i battellieri. In un battibaleno le imbarcazioni scomparvero per diverse vie e allora a mano a mano rallentammo la corsa per attirare l’attenzione di Diavolo e lasciar campo ai _fiocinini_ di porre in salvo la preda.
I miei sensi erano tesi talmente all’aspro fascino della lotta che sarei caduto senza avvedermene, stremato di forze, prima di avvertire la stanchezza. La lotta dall’incantesimo ferrigno è forte come l’amore.
— Eccoli! — sussurrò Zalèbi — Duccio, il colpo è fatto!
Udimmo il tonfo rapido dei remi. Una voce gridò a più riprese:
— Ferma per l’anima tua, o sparo!
E un gran fascio di luce ci avvolse.
— Curvati e voga! — riprese il compagno mio. — Andiamo col vento, via!
Io non so quale rapidità ci portasse, non so quale vertigine ci trascinasse con la pioggia a traverso l’immenso campo lagunare, certo fu che il bagliore che ci seguiva si disperse; ma un altro apparve remotamente e un altro ancora su gli argini, poi un suono grave, lungo, lamentoso di corni si levò in lontananza, si ripetè vicino, fu ripreso a distanze maggiori; un suono che corse tutto lo spazio come una voce nuova della tempesta.
— Tentano circondarci — disse nel suo grave affanno il fratello mio — da tutte le _casone_ rispondono. Aspettiamo.
— Che vuoi fare?
— Lo saprai.
Si riudì più distinto e più rapido il battere dei remi; Zalèbi si volse ad un tratto e gridò:
— Diavolo?
Rispose a breve distanza un riso di scherno. Fuggimmo ancora, e non so per quanto tempo, fra grida affannose, e il triste suono dei corni. Attraversammo due argini, seguiti sempre dall’imbarcazione di Diavolo, che non cedeva nel suo accanito inseguimento.
All’argine di Campo Cona, Zalèbi spinse il battello nell’acqua; ne aveva tolto la _doppietta_. Mi disse:
— Allontanati.
— E tu? — chiesi meravigliato.
— Allontanati — riprese — io conosco la strada!
A malincuore mi diressi verso il largo, ma non avevo percorso venti metri che una luce apparve dietro me.
Distinsi l’adolescente fermo su l’alto dell’argine, e udii il suo grido:
— Prendi la mira! Bada!
Sorse dal buio la figura atletica di Diavolo. L’uomo e il giovinetto furono di fronte a un tiro d’arco.
Zalèbi spianò il fucile e gridò per la seconda volta:
— Prendi la mira!
— Che fai? — urlò la guardia.
— Prendi la mira, vecchia spia!
I due fucili si puntarono rapidamente l’un contro l’altro, poi due scoppi improvvisi vinsero il mugghio del vento, il mugghio del mare, e Diavolo piombò di traverso come una quercia divelta.
IX.
Aspri confini.
Accosciato in un angolo della stanza semibuia, Omero preparava le sue bisacce. Non appena mi vide crollò il capo e mi chiese:
— Come sei fuggito?
— Non so — risposi.
— E Zalèbi?
— Non l’ho rivisto; ma tornerà.
— Sì, tornerà! A quest’ora chi lo piglia è bravo!
— Credi ch’egli tema la prigione?
— Se anche non la teme, non vorrà cercarla!
— Ed io ti dico che tornerà.
— Per Sita forse?
— Sopratutto per lei. Zalèbi non teme niente!
— È un coraggio insensato.
— Per il tuo onore, faresti peggio!
— E peggio e meglio perchè non vorrei lasciare agli uomini la soddisfazione di punire un atto sacrosanto! Non sai dove sia?
— No. È fuggito per gli argini.
— La ragione lo aiuti!
Dopo una breve pausa, con voce mutata e calma riprese:
— Domani ci imbarcheremo sul bragozzo _San Giorgio_; ho già preso l’impegno.
— Anche per me ti sei impegnato? — risposi scattando.
Omero mi levò lentamente gli occhi in volto, stette qualche attimo senza dir parola poi chiese con voce stupita:
— E che vorresti fare?
— Rimango qui — risposi risolutamente.
— Qui? Ma dove?
— Qui, in casa di Giovanni. Ora la mia presenza è necessaria.
Una ruga increspò la fronte di Omero. Curvò il capo sospirando e riprese in tono apparentemente tranquillo:
— Tu sei uomo, devi seguire la tua volontà. Rimani se così ti piace, andrò solo perchè ho dato parola e debbo mantenere ciò che ho promesso; pensa però che non potrai vivere sempre nascosto e che ti prenderanno.
— Chi può avermi riconosciuto?
— Le spie.
— Non potevano essere nella laguna! — risposi sorridendo.
— No, ma vi hanno veduto quando partivate. Si sa che Serenella è venuta ad accompagnarti; si sa che gli ultimi giunti sono Marco e Luca. Vedi, se vi sono occhi buoni a Comacchio? Forse domani, forse fra poche ore la polizia sarà su le vostre tracce.
— E che potranno farmi?
— Niente! — gridò Omero. — Ma non sai dunque che per essere amici della giustizia bisogna aver torto? Sei troppo giovane per saper certe cose! Tu non hai rubato, non hai ucciso, sei più pericoloso perchè sul tuo conto non ci si vede chiaro. Un vagabondo capitato qui chi sa da quale parte, chi sa per quali fini misteriosi, è sempre temibile più di un vecchio brigante. Va, se ti prendono, povero figlio, potrai sapere con quali occhiali la giustizia guarda la gente che serve solo a far numero!
La stanza che ci avevano data come rifugio in casa di Giovanna della Nave, si illuminava a mano a mano col sorger del giorno chiaro. Omero soffiò su la candela che aveva fermata a terra con poche gocce di cera, legò l’ultima bisaccia, poi si levò riassettandosi e disse:
— Tutto è pronto. Io vado a congedarmi alle saline. Sarò qui fra poche ore; prima di prendere qualsiasi decisione aspettami.
Si calcò sul capo il vecchio berretto e partì senza rivolgersi. Udii i suoi passi risuonare nell’andito e disperdersi.
Ero affranto, disfatto; solo la persistente agitazione nervosa faceva sì ch’io mi reggessi tuttavia.
Provavo, e ne ricordo con esattezza la strana sensazione, provavo a quando a quando un ottenebramento compiuto, una sospensione improvvisa della vita intellettiva durante la quale percepivo unicamente il martellar delle tempie. Mi pareva che qualcosa all’infuori di me ne udisse il suono secco e breve, qualcosa che si disperdeva in un vuoto di cui serbavo appena coscienza. Poi ero colto da una subita vertigine e sarei caduto se, con un atto straordinario della volontà, non mi fossi riscosso di soprassalto. Ripreso il pieno potere dei sensi, ricominciava l’interna, scomposta lotta dei pensieri che giungevano a frotte incalzandosi, sovrapponendosi, serbando qualcosa della notturna furia che mi aveva percosso per ore ed ore. Erano ricostruzioni degli avvenimenti ai quali avevo assistito; nuovi rimorsi per non aver seguito Zalèbi dopo il delitto; incertezze dubbiose per l’avvenire mio, per il mio amore che avrebbe dovuto soffrirne; e, a mano a mano, il turbamento che ne derivava diminuiva di intensità; le immagini, le sensazioni si facevano più blande; era un lento dileguare simile all’inconsistenza che acquistano le cose allorchè sorgono le nebbie autunnali: la schietta linea del finito, del determinato si tramuta in appariscenza incerta, è il fantasma della forma che sopravvive. Così una sola idea guizzava ancora nella mente mia, lontanando poi fino a lasciarmi nello strano ottenebramento che precede il sonno.
Ero seduto sul giaciglio; il capo fra le mani e gli occhi fissi al suolo, innanzi a me, immobilmente. A volte una subita percezione di ciò che vedevo mi occupava il pensiero: la forma, le macchie dei mattoni, gli interstizii pieni di polvere rossastra servivano a richiamare la mia coscienza al luogo nel quale mi trovavo; a volte, senza alcuna conseguenza di associazione, rimaneva muta ed unica nella mente mia la visione di quelle forme e di quei colori.
Così non udii dischiudersi l’uscio nè mi avvidi che qualcuno era entrato nella stanza. Solo una voce mi riscosse:
— Duccio? Duccio?
Alzai gli occhi sorpreso e mi levai di scatto. Zalèbi mi stava innanzi come fosse sorto dall’ombra.
— Ti sei salvato? — chiesi ansimando. Forse il mio viso era stravolto s’egli rispose:
— Sta in pace!
Guardai con maggior calma l’amico mio. Era compiutamente trasfigurato, era quasi irriconoscibile. Il volto, in una sola notte, aveva perduto ogni aspetto giovanile: le guance si erano infossate sotto gli zigomi; le labbra s’eran fatte livide; gli occhi profondi e lucenti. Aveva alcunchè di spettrale.
— Perchè non hai seguito le vie del Bosco? — ripresi. — Verranno a cercarti.
Rispose sorridendo:
— C’è tempo a tutto.
— Che vuoi dire?
— Sarò troppo lontano quando vorranno prendermi.
— Bada, non fidarti!
— Per me non temere — riprese dopo un silenzio, scrollando le spalle — ho pensato a tutto. Conosco una strada lungo la quale non mi raggiungeranno. Io son venuto ad avvertirti, perchè tu vada pel tuo destino. Omero avrà pensato a ciò. Parti subito.
— Omero andrà solo — risposi — ho già rifiutato di seguirlo.
— E perchè? — chiese Zalèbi fissandomi intensamente.
— Perchè il mio posto è qui, ora più di prima. — Scrollò il capo abbassando gli occhi e, per qualche istante rimase pensoso; quando rialzò il volto, vidi che agli angoli delle palpebre un vivo lucore tremava in due lacrime che scesero rapidamente su le guance contratte in uno spasimo tanto più forte quanto più contenuto. Era il suo dolore profondo, la sua giovinezza infranta dall’amore che aveva vinto la virile fierezza la quale non concede facili espansioni. Forse aveva veduto sì chiaramente lo specchio della sua povera vita; forse gli era apparsa sì grande la sua disgrazia, sì terribile il suo destino che dal fondo del core, là, dove ogni creatura porta qualcosa della materna dolcezza per la quale ebbe vita, era salita, vincendo ogni resistenza, la triste ombra del pianto.