Il Cantico

Part 9

Chapter 93,935 wordsPublic domain

La minorella era un niente: un mucchietto di ossa e di pelle che si reggeva a pena.

Terè teneva racchiuse tutto il giorno nel sudicio antro le due bambine; non le nutriva se non con un po’ di pane secco, qualche volta, e la notte usciva con loro. Andava per le vie principali finchè le misere creature non cadessero stremate dalla stanchezza che le uccideva. Allora c’era sempre, fra gli uomini, chi gettava il soldo per togliersi dalla mente quell’orrore. Ma fra i coinquilini di Terè, non uno poneva attenzione alla cosa. Nella miseria non c’è pietà.

Sopra a me, di fianco, di sotto, fin nelle cantine, erano ammucchiati uomini, donne e fanciulli promiscuamente. Molti si davano all’accattonaggio; altri vivevano su la prostituzione delle loro donne; altri del furto, della rapina, del delitto.

C’era un uomo che viveva solo. Lo chiamavano Tomà. Veniva a dormire nell’andito su le pietre nude, quando era più freddo, chè alla buona stagione preferiva le strade. Tutti i giorni prendeva un pane che una signora gli faceva trovare sopra una finestra di via Palestro e gli bastava quello. Passava la giornata accosciato vicino alla spalletta del fiume nel Lungotevere Tordinona e sonnecchiava. Viveva così da quando gli era morto un figlio, dieci anni prima.

Innanzi agli occhi miei, in quel tempo oscuro della vita mia, il destino aveva posto questo terribile specchio ed io mi trovavo a fianco di quegli sciagurati, ero in fondo, nella bolgia comune, con loro, eppure non mi sentivo vinto. Anche quando tutte le vie parvero precluse, anche quando mi colse la febbre della fame, non mi dissi perduto; solo la morte poteva togliermi l’ultima speranza.

Trascorsero giorni oscuri. Il cielo si rannuvolò e piovve senza tregua. Le vie di Roma erano tramutate in veri pantani. Faceva freddo e avevo un bello stringermi intorno al collo la sciarpa di lana (unico indumento invernale che mi avessi), non riuscivo a riscaldarmi ugualmente. Del mio avere non mi rimanevano che due lire. Ero alle soglie della fame.

Di ciò che poteva essermi gioia anche in quello stato miserando, nulla si avverava. Avevo scritto più volte a Serenella senza ottenerne risposta. Quale nuova sciagura le era toccata perchè dovesse starsi tanto muta? S’ella conosceva la mia lotta miseranda e vedeva che non la dimenticavo perchè non aveva per me una parola buona? Era in quei giorni la faccia del mio destino, come un sole oscurato. Scendevo verso i muti ipogei della vita.

L’ultima volta che rientrai in casa con l’ultimo pane, era notte. Mi ero attardato per le vie perchè un uomo ricco, direttore di un grande stabilimento industriale, avendo saputo ch’io era suo conterraneo mi aveva detto:

— Chi sa? Ritornate. — E per non so quante volte, facendomi attendere ore ed ore in anticamera, mi aveva fatto ritornare per dirmi poi:

— Mi dispiace molto; per ora proprio non è possibile; ma nell’avvenire non mi dimenticherò di voi.

— Ciò che in termini espliciti voleva dire: Ho altro per il capo; lasciatemi in pace. Gli avevo volto le spalle senza salutarlo e con gli ultimi due soldi (perchè mai i re e gli imperatori serberanno il gusto di farsi maledire in effige, sugli sporchi dischetti di metallo che segnano il limite dell’estrema miseria?) avevo comprato un pane.

Quando giunsi nell’andito oscuro della mia abitazione, trovai, come al solito, sdraiato vicino al muro, sui mattoni umidicci, Tomà. Non dormiva, era adagiato sopra un fianco e teneva gli occhi aperti e fissi in un punto che non distinguevo bene. Gli augurai la buona sera. Rispose:

— Spingi in qua quella cicca.

— Dov’è?

— Vicino a’ tuoi piedi; non pestarla.

Quando l’ebbe a portata di mano, la raccolse senza muoversi, l’inghiottì e chiuse gli occhi soddisfatto. Per quella notte poteva dormire senza curarsi del freddo e dell’umidità.

Più innanzi, ai piedi delle scale, trovai un gruppo d’uomini. Parlavano sottovoce. L’uno d’essi reggeva una lanterna onde potei distinguere i componenti l’oscura accolta. Molti erano miei coinquilini. C’era Marco, un giovinastro di venticinque anni conosciuto in tutta la contrada, e dalla polizia, col nomignolo di Sciupô. Era una pallida faccia di delinquente, dagli zigomi forti, dagli occhi leggermente obliqui in cui folgoreggiava a volte una fredda crudeltà felina; viveva sul turpe mercato di una sua povera donna che lo amava con la fedeltà di una bestia. C’era Ghetano, il ciabattino che abitava nelle cantine alle quali si scendeva dal cortile; un uomo dalla faccia fosca, irta di peli. Doveva provvedere a sette piccoli figli ed alla moglie che era epilettica. E vidi Righetto, l’accattone; Nino, il fratello di Cajèla e Matteo Adeva. Quest’ultimo reggeva la lanterna e pareva presiedesse il colloquio.

Quando passai tutti tacquero e si trassero in disparte. Udii la voce di Matteo sussurrare:

— Io lo conosco; non può esser dei nostri.

— Perchè? — chiese qualcuno.

— È onesto — rispose Matteo Adeva. Si levò un riso beffardo, subito spento. Quando fui a sommo delle scale la piccola luce della lanterna era scomparsa.

Con l’alba del nuovo giorno, uscii; pioveva sempre. Era freddo e grigio. Roma era tutta uguale come il cielo e le vie fangose. Cominciai il mio andare pensando a qualche espediente per vivere. Mi accorsi di avere esaurite tutte le mie risorse. La mente era ottusa nè sapeva suggerirmi una via d’uscita. Avevo tentato tutti i mezzi di cui disponevo. Che poteva rimanermi? Allora un’ansia insensata, una folle febbre mi spinse per le vie più popolose: qualcosa forse mi sarebbe capitato ch’io non pensavo, chi sa? Girai sotto alla pioggia guardando tutto e tutti, in un’attesa febbrile. Il mio viso doveva esser troppo pallido e stravolto e gli occhi miei troppo fissi se due guardie si fermarono a guardarmi più volte e mi seguirono per buon tratto. Mi lasciarono in pace; videro forse che la fame mi conduceva così braccando follemente, in cerca del caso.

Non era smarrimento il mio, era febbre d’agire chè temevo essere vinto dall’inerzia del costretto vagabondaggio.

A mezzogiorno avevo percorso venti volte Via Nazionale e Via del Corso. La gente rincasava chè ognuno aveva il suo desco pronto. Entrai in una chiesa e mi sedetti nell’angolo più oscuro. Non c’era anima viva. Appoggiai la fronte su la spalliera dell’inginocchiatoio che mi stava innanzi e stetti così non so quanto tempo. Udivo il monotono pianto dell’acqua che sgrondava; udivo il crepitio di un tarlo nel confessionale che mi stava a lato e null’altro: la grande chiesa era muta e buia come il suo dio macchinoso. La fame non mi tormentò, mi lasciò tranquillo per allora; ma non così la febbre che mi aveva sospinto per le vie di Roma.

Perchè sostavo? Ogni minuto d’inerzia mi allontanava sempre più dalla possibilità del lavoro; ma dove sarei andato a quell’ora? Dove avrei bussato? A chi mi sarei rivolto? Bisognava attendere, non era possibile che nessuno, proprio nessuno avesse voluto accogliermi; c’è sempre chi sa leggere negli occhi di un uomo la sincerità.

E se anche per quel giorno?... Se tutto fosse stato inutile?

Ecco, io sentivo le mie vene battere rapidamente alle tempie e ai polsi; sentivo salire il mio affanno, crescere, salire come in una soffocazione; il respiro mi si faceva difficile, un tremito nervoso mi scuoteva tutto, e il silenzio, l’oscurità della chiesa aumentavano quel tormento. Ah! chi conosce che sia la febbre dell’attesa, quando la disperazione è alle soglie dell’anima vostra; chi conosce che sia il timoroso martirio di non riuscire anche nelle prove estreme, sa bene ch’io racconto il vero. I più forti fra gli uomini sono passati per l’atroce minuto del dubbio: v’è un attimo in cui il timore vi aggioga e guai a chi non ha spalle salde per digiogarsi e sorgere vittorioso in un grido.

Come mi riusciva intollerabile la sosta, mi levai. Uscii dalla chiesa che pioveva a dirotto e ripresi il cammino. Passarono le due, le tre, cominciava a scurire e la mia pena non aveva tregua; fui cacciato da due magazzini nei quali entrai per offrirmi.

— Non c’è posto! — mi gridarono.

— Esci che ci bagni, con tutta quell’acqua che porti a spasso!

— Vattene!

E uscivo scacciato, come un cane randagio, come una cosa inutile, che deve marcire in mezzo alla strada. Stretti i denti per l’ira repressa, andavo oltre, sempre più oltre verso la notte. La fame cominciava a mordermi. Debbo pur trovare — dicevo tra me: — tutta questa gente nutre le bestie e non ha un pane da dare a un cristiano! — Di via in via, dove c’era più luce, dove c’era più gente mi affrettavo col capo proteso alla ricerca affannosa. La pioggia mi aveva immollato in sì malo modo che, a quando a quando, improvvisi brividi di freddo mi scuotevano dandomi la sensazione di dover cadere dallo sfinimento. Tre volte mi appoggiai al muro e ristetti qualche attimo, in via della Propaganda, dove giunsi quando già qualche negozio si chiudeva.

Non so come mi trovai su la soglia di un grande magazzino, ricordo che un omaccione mi venne incontro e mi chiese con voce rude:

— Che cerchi?

— Cerco lavoro — risposi. — Farò ciò che volete, anche il facchino.

— A quest’ora vieni, vagabondo?

— Non mi mandate via — ripresi, e gli avrei dato metà del mio sangue per una parola buona — mi accontento di poco.... qualche lira... tanto che mi basti per vivere!

— Ma da dove vieni? — chiese l’enorme microcefalo dagli occhi suini — da dove vieni che sei così molle?

— Vengo dalla strada dove mi hanno ricacciato tutti. Non mi mandate via, farò ciò che vorrete!

La gran bestia che d’umano aveva solo la stupida crudeltà, mi guardò dall’alto al basso come a misurarmi, sorrise scrollando il capo e disse:

— Vattene, vattene; non saprei che farmene di te.

La rivolta repressa si appalesò nel mio sguardo minaccioso. L’omaccione si oscurò subito in viso e gridò:

— Ehi! Ti ho detto di andartene, non intendi?

— Ma debbo dunque morire di fame? — gridai a mia volta — Vuoi ch’io adoperi il coltello per non morire?

Fui respinto nella strada dove caddi fra il fango. Mi rialzai folle d’ira e feci per lanciarmi, ma quattro braccia forti mi trattennero, mi strapparono via, mi spinsero innanzi a punzoni nei lombi sì da farmi perdere il respiro. Era la società che interveniva. Udii i fischi e le risa di coloro che avevano assistito alla scena.

Qualche ora dopo mi rannicchiavo tutto nel mio misero giaciglio di cenci e battevo i denti per la febbre.

E il secondo giorno trascorse come il primo, fu terribile e muto, m’arse nel sangue come un consumamento. Non parlai una volta. La fame stringeva gli aspri suoi nodi, allungava le adunche mani a lacerare le viscere insaziate; mi seguiva per instillarmi nel cervello i suoi foschi suggerimenti: — C’è chi ha troppo... Togli! Togli! Togli! — Mi sorpresi due volte con le mani tremanti dinanzi alla mostra di un fornaio e per due volte inghiottii la saliva amara e continuai la mia strada.

Quando annottò mi trovai alla stazione centrale. Il cielo s’era fatto sereno e l’aria più mite. Attesi perchè molti altri attendevano; stetti in disparte. Giunse un treno; una fiumana di gente si riversò sul piazzale della stazione.

Vidi un signore venire verso me recando due valige; mi avvicinai come facevano gli altri; chiesi:

— Vuole gliele porti?

— Non occorre — rispose.

Lo seguii per qualche passo ancora:

— Mi darà due soldi — ripresi e mi tolsi il berretto.

Il signore si soffermò a guardarmi.

— Prendi — mormorò porgendomi una valigia. Poi:

— Hai fame? — soggiunse.

— Ho fame.

— Quanti anni hai?

— Venticinque.

— E perchè non lavori?

— Signore, è più di un mese che cerco e tutti mi scacciano.

— Domani alle due, vieni in via della Mercede, numero venti.

— Grazie, signore, verrò.

Non avevo fatto cinque passi che udii una rapida corsa e alcune voci che gridavano:

— Ladro, ci ruba il mestiere! Ladro, ci ruba il mestiere!

Fui preso in mezzo da molti forsennati che mi strapparono la valigia, mi malmenarono, mi gettarono a terra e per la seconda volta, a tutta difesa, fui condotto in questura.

Quando caddi, stremato di forze ormai, sul mio giaciglio, mi dissi:

— Duccio, è venuta l’ora; preparati nel nome di tua madre chè domani avrai le quattro assi benedette e ti porteranno via!...

Poi mi strinsi la gola con la coltre perchè non volevo piangere, non volevo aver paura; mi raccolsi in un muto addio al sole, alla vita, agli uomini che amavo; in un muto addio all’amica lontana che non avrei riveduto mai più! E strinsi gli occhi, strinsi le labbra perchè non volevo piangere finchè mi potessi. Ad un tratto mi sentii venir meno ed ogni pensiero illanguidendo svanì. Era il sonno dello sfinimento.

All’indomani, quando riapersi gli occhi, vicino al mio giaciglio trovai un pane caldo e una ciotola di vino.

XIII.

L’inattesa.

Le avevo imposte le mani su le tempie e lentamente, sorridendo, le ripiegavo il capo all’indietro sì che la bianca gola rimaneva tutta scoperta e tremante nel palpito del riso. Veduto così di scorcio quel visetto di bimba e di madonna acquistava una grazia tutta nuova. Le lievi sinuosità della bocca dischiusa, il tremito delle piccole narici rosee, la luminosità degli occhi leggermente arrovesciati, la bianca purezza della fronte e l’ombra che il labbro inferiore poneva a sommo del mento là dove è più dolce sostare nella carezza del bacio, me lo rendevano sì nuovo e sì bello, ch’ebbi una improvvisa esclamazione ammirativa.

— Ti piaccio? — chiese ella sorridendo nella gioia di sapersi tanto amata.

— Più di tutto mi piaci! Io non so che farei per te, amore!

E come protendevo il capo a baciarla, ella si schermiva scherzando:

— No.... non ancora.... no!...

Eravamo in un giardino, a Ravenna, e mi pareva fosse tempo di primavera. Serenella aveva una veste vermiglia; reggeva un ramo di mirto e la chioma le ombrava le spalle. Il sole aveva superato a pena le siepi dell’orto e si attardava fra le rame in fiore delle alberelle. Udivamo un’allodola cantare in alto in alto, forse da un cirro d’argento, da una ghirlandella d’argento nell’azzurrità e tutto, in quel puro lacero di luce mattinale, in quel santo rinnovare della primavera, era ineffabilmente soave. E ancora: Ravenna scompariva, tramontava con tutte le sue torri nell’aurea nebbia del sole e il piccolo orto era cinto di luce, era cinto di mare e seguiva la via d’oro dell’oriente.

— Ora siam soli — diceva Serenella — ora sì!...

E mentre si abbandonava, reclinando su la mia spalla il bel viso fiorito come una maraviglia alabastrina dalla veste vermiglia, udivo sempre più forte, sempre più tenuto il canto dell’allodola mattulina; non aveva più trilli, non aveva più gorgheggi nè soste, nè riprese, nè salti, nè squilli; si faceva uniforme, cresceva d’intensità fondendosi in un suono sonoro che parea scendesse da distanze incommensurate. E mentre Serenella si stringeva contro al mio petto per richiamarmi a sè; mentre negli occhi di lei vedevo il pensoso languore della tristezza, non so per quale inesplicabile fascino, per quale misteriosa malìa quel suono che giungeva dall’infinito, tenesse avvinta l’anima mia ineluttabilmente. Ecco mi allontanavo. L’isola primaverile scompariva, era dileguata come un bioccolo di nebbia sul mare e il suono era vicino, continuo, sempre più forte.

Balzai sul giaciglio, stetti un attimo in ascolto per riprendere coscienza e gettai le coltri da un lato. La sirena dello stabilimento suonava la diana del lavoro, forse era tardi; le altre mattine ero già in istrada a quell’ora. Il sonno mi aveva vinto.

— Se l’ho sognata — pensai — qualche notizia potrebbe essere vicina!

E mi compiacqui trarre dal sogno lieti presentimenti.

Ad un tratto qualcuno picchiò sommessamente all’uscio:

— Avanti! — gridai.

L’uscio si dischiuse e, nel vano, apparve Dora, la maggiore fra le due bimbe che la mia vecchia vicina faceva lentamente morire.

Eravamo diventati buoni amici perchè ogni sera, di nascosto le portavo un pane.

Sì come mi guardava silenziosamente, le chiesi:

— Che vuoi?

— Ieri sera una donna è venuta a cercarti — rispose.

— Una donna? E che voleva?

— Niente.

— Ha parlato con te?

— Sì.

— Che cosa ti ha detto?

— Ha chiesto se tu abitavi qui.

— E poi?

— E poi ha chiesto se stavi bene.

— Era giovane?

— Non lo so.

— Non l’hai guardata in faccia?

— No.

— E non ti ha detto chi fosse? Non sai il suo nome?

— No.

— Eri sola?

— C’era anche la mia sorella.

— E nel corridoio non c’era nessuno?

— Nessuno.

— È andata via subito?

— Sì. È venuta a guardare nella tua stanza poi è partita.

— Era aperta la porta della mia camera?

— Sì, non l’avevi chiusa, ma la guardavo io.

— E non sai dirmi neppure se era giovane?

— Era una donna — rispose Dora chinando gli occhi, evidentemente umiliata dal non ritrovare una risposta che mi soddisfacesse. Le accarezzai il povero visuccio sparuto ed ella, illuminandosi tutta di un sorriso, mi alzò in volto gli occhi lucenti.

— Non sei inquieto con me?

— No; ma se ritorna, vieni a chiamarmi subito.

— E se non posso?

— Perchè non devi potere?

— Se la mamma mi chiude al buio?

— Allora non importa. Sta attenta però se qualcuno cerca di me.

— Sì — rispose Dora.

— Addio.

— Addio.

Rinchiuse l’uscio e scomparve.

Poco appresso mi dirigevo verso via Flaminia, al magazzino.

Ciò che m’aveva detto Dora mi s’era fitto in mente come un quesito difficile, alla soluzione del quale mi affaticavo invano, chè non mi veniva fatto supporre quale donna mai avesse potuto cercare di me a Roma, dove non conoscevo nessuno.

Già m’era rimasto inesplicabile il fatto dell’aver trovato io, alla terza mattina del triste digiuno, un pane caldo ed una ciotola di vino accanto al mio giaciglio. Per quanto avessi interrogato i vicini, nessuno aveva saputo dirmi la benchè minima parola atta a mettermi su le tracce dell’ignoto benefattore. Che pensarne adunque? Qualcuno aveva dovuto introdursi nella camera approfittando del mio sonno, e siccome il pane da me raccolto era caldo ancora, non doveva essere trascorso lungo tempo dalla visita dell’ignoto, al mio risvegliarmi; possibile che non uno fra i tanti inquilini di quella casa avesse potuto vederlo s’egli evidentemente era entrato ed uscito a giorno pieno? Il fantasticare m’era inutile sì che avevo messo il cuore in pace per il momento, attendendo occasione più propizia; ma ora, a incuriosirmi vieppiù, si aggiungeva la comparsa di una donna la quale aveva voluto sapere e della mia vita e della mia salute.

Qualche giorno prima Matteo Adeva, incontrandomi in Piazza dei Cinquecento, mi aveva salutato con una frase ambigua:

— Sta attento ragazzo chè qualcuno è su le tue peste!

Ora questi avvenimenti, ricollegati, si presentavano alla mente mia cercando invano una soluzione.

Proseguivo per la viuzza chiusa da un lato da Villa Borghese e dall’altro dalle antiche Mura.

Il sole, passando fra i pini e gli abeti della Villa, giungeva a chiazze sui grandi bastioni del Sangallo traendone una vivacità di colori roggi che armonizzava dolcemente col verde cupo delle vecchie conifere solenni. Andavo a fretta col capo chino allorchè udii dietro me una voce che gridava:

— Aspetta, non correre!

Mi volsi e vidi Matteo Adeva il quale mi faceva cenno perchè mi fermassi.

Il nuovo incontro non mi piacque affatto tantochè dimostrai con troppa evidenza il mio malumore se, quando mi fu vicino, Adeva soggiunse:

— Non fare lo sdegnoso, vecchio principe, chè debbo parlarti di cose che ti interesseranno.

Mi si pose a lato e scendemmo insieme verso Porta del Popolo.

Come vidi che continuava a sbirciarmi senza far parola, chiesi in tono irritato:

— Perchè mi guardi? È tutto questo che dovevi dirmi?

— Ti guardo perchè mi piace vedere come è fatto uno straccione onesto!

Sostò un attimo, poi riprese strizzando un occhio:

— Ma sei ben sicuro di essere stato sempre onesto?

— Che vuoi dire? — chiesi soffermandomi.

— E non t’offendere! Quando si portano queste tue scarpe affamate non si ha il diritto di essere tanto orgogliosi! Del resto io sono qui per renderti un servizio.

— Davvero? E che vantaggio puoi averne?

— Nessuno. Io sono un grande ammiratore dell’onestà e voglio esserti utile, ecco tutto. Il direttore del mio Circo diceva sempre che non si vive di solo pane e, per dimostrarcelo, ci faceva tirare innanzi a forza di legnate. Anche le bestie avevano imparato la sua massima. Era un uomo di cuore. Si chiamava Yames Matulka ed era nato un po’ in tutti i paesi. Dunque, siccome io ti ammiro, voglio che tu mi sia grato.

— Vediamo — risposi.

Matteo Adeva si fermò e abbassando la voce mi chiese:

— Conosci Anna Dia?

— No.

— Anna Dia, come vedrai dal nome, è una donna ed ha la vista lunga.

— E poi?

— E poi Anna Dia ti conosce.

— È il vino bevuto iersera che ti fa parlar così? — chiesi facendo l’atto di andarmene.

— Aspetta — riprese Adeva trattenendomi per un braccio — non t’ho detto tutto! Sei un convulsionario. Calmati. Il mio discorso dovrebbe interessarti.

— Non ho tempo da perdere. Spicciati.

— Il principale può attenderti. Domani molto probabilmente lo pianterai. Dunque Anna Dia ha saputo che ti chiami Duccio della Bella ed ha saputo che sei giunto a Roma con un compagno il quale si è eclissato.

— Sa anche dove sia?

— Sì, ma ciò non ti riguarda.

Infilò le mani nelle tasche della sottoveste, poi mi chiese con aria sorniona, chinando il capo:

— Di’ un po’, prima di venire a Roma dov’eri?

— Non lo sai?

— No.

— Ero a Milano.

— Bravo, eri a Comacchio. E... non ti ricordi la ragione per la quale sei fuggito?

— Se tu sei informato tanto bene, puoi parlar chiaro perchè la mia coscienza è tranquilla.

— Anna Dia — riprese Matteo — è una povera vecchia che ha bisogno de’ suoi avventori. Ella mi manda da te per dirti che vuol fare un patto.

— E quale?

— Ascolta con calma e non interrompermi.

Riprendemmo il cammino soffermandoci a quando a quando.

— Tu sei un giovane di intelligenza più di tutti noi. Tu conosci le lettere; so anche questo. Ora una mercanzia par tua può essere utilissima, anzi in questo momento è indispensabile. Ascolta: servizio per servizio. La questura è su le tue tracce; ti si incolpa di aver partecipato a un assassinio....

— Io?... — gridai scattando.

— Calmati, che c’è mai di male? — riprese Matteo col suo cinismo che mi agghiacciava. — Capirai, in certi momenti bisogna agire e si può passar la misura. Nel tuo caso poi, se tu non eri più pronto, ci rimettevi la pelle. Aspetta... lasciami finire... non sarà così, va bene; ma la giustizia è persuasa di ciò che ti ho detto e tu potresti parlare sette anni senza farle pensare il contrario. Dunque sei ricercato; potrebbe darsi che questa sera stessa ti conducessero a _Domo Petri_ e allora addio Duccio della Bella! La tua sorte è segnata. Non ti rimane che una via d’uscita: ascoltare ciò che vorrà dirti Anna Dia.

— Ma chi è questa donna?

— Può tutto! Ti basti sapere questo. Ha molte amicizie in alto, dove è il deposito delle manette. Ella conosce la tua vita e può far di te ciò che vuole.

— Ma che può fare, in nome di Dio! — gridai rivoltato da tutto quel luridume. — Diglielo dunque a questa tua vecchia spia, dille che mi denunzi! Io non temo nè lei, nè la legge. Ed ora lasciami in pace.

— Non fare il cocciuto. Questa notte, alle dieci, ti aspetto al Vicolo della Reginella. Mi vedrai fermo innanzi ad una porta. Bada che, se rifiuti, ti perderai per sempre!

Ripresi il cammino senza rivolgermi, quasi a corsa, in preda ad un turbamento che mi avvelenava la dolcezza del giorno sereno.

L’anima bieca aveva insinuato in me il martirio del dubbio. Sapevo ormai quale povera cosa fosse per gli uomini un disperso par mio e sapevo che la verità non mi sarebbe valsa a nulla contro la società coalizzata la quale mi avrebbe giudicato con tutte le prevenzioni che sono un suo sacro patrimonio di difesa contro i reietti. La mia innocenza ed il mio sdegno sarebbero stati contro di me per aggravarmi la pena.

Le nostre tracce non erano affatto cancellate se Matteo Adeva conosceva il mio passato. Ciò ch’egli aveva detto poteva avverarsi.