Il Cantico

Part 14

Chapter 143,808 wordsPublic domain

— Che bel conflitto! Lo immaginate? Il grande Miaggi, il grosso Miaggi piantato su quelle sue gambe antiche da glorioso ponte romano; così, in eroico atto di sorpassare una corrente vorticosa, il braccio disteso, la mano dal nero vello ferma su la guardia della spada, la faccia obliqua, corrugate le due atre pennellesse su gli occhiettucoli rossigni, l’ampia bocca che il riso scataverna, serrata nella dura linea della rabbia e, di fronte a lui, Enrico Deral, lo sterpo di chiospa, l’azzurreggiante debolezza, pallido d’insueto pallore, il viso oblungo, le braccia povere coserellucce, natanti nelle maniche soverchie della camicia cospicua; la bianca mano, opera di angelical perfezione, constretta nella costellata guardia del ferro ancipite; fermo nell’atto sovrastante con grazia misurata e alquanto tremebonda. Immaginate tale conflitto degli estremi posti di fronte da Monna Primavera....

— A proposito — soggiunse interrompendosi — v’è fra noi chi sappia il perchè il gentilissimo nome della donna del Cavalcanti sia stato affibbiato ad una impudica _ètaira_?

— Chiedilo ad Oddo Spiro — disse Leonello Robbia.

— È opera tua? — soggiunse Giusto Sorani rivolto al taciturno.

— No — rispose Oddo Spiro.

— Eppure l’Ines non deve conoscere la letteratura del trecento!

— In ciò sta il meraviglioso! — esclamò d’improvviso Oddo levando il capo e le braccia. — Ella si chiamò così una sera mentre era in uno stato ipnotico, noi presenti. Lo _spirito_ le suggerì il nome gentile che le fu poi conservato.

Oddo, Giusto e Sulpicio si avviarono su per le scale luminose. Leonello era rimasto un poco indietro con me.

— Ed ora — mi chiese — non lavori più per l’onorevole Miaggi?

— Bisogna gli serbi riconoscenza — risposi —. Grazie alla tua cara amicizia è stato il primo ad aiutarmi. Senza l’aiuto dell’onorevole Miaggi chi sa quante altre amarezze mi sarebbero toccate! Del resto paga cara la vanità di apporre il nome su cose non sue; ma non si lamenta. A me non costa troppa fatica il lavoro che mi chiede, poi mi rimane tempo da dedicare agli studi miei.

— Lavorerai molto?!

— Un poco, sì; ma, come vedi, non ne sono affranto se ho in mente le distrazioni. Il tuo mondo mi seduce, è così nuovo per me, mi abbaglia.

— Te ne stancherai presto.

— Chi sa? Lo conosco troppo poco. C’è qualcosa che assopisce in tutta questa mollezza, qualcosa che addormenta e mi pare temerne talvolta; ma è troppo più forte la gioia che me ne proviene.

Eravamo giunti alla vasta anticamera che si apriva al sommo delle scale, illuminata da una ricca lampada in ferro battuto. La luce scendeva tenue e varia pei vetri colorati. Giungevano, da una stanza vicina, accenni musicali destati come da una mano che, tutta lieve, scorresse la tastiera di un pianoforte. L’aria era tepidamente primaverile. Un senso di benessere, un’intima ebbrezza m’invase; avevo la chiara sensazione di risorgere, di rinascere; il mio sangue era sospinto da una nuova giovinezza aperta a un subito vento d’infiniti desideri ignoti al mio spirito per l’innanzi. La via percorsa si oscurava; le cose del passato dileguavano; la gioia mi aveva chiamato alle sue ricche soglie e m’invitava nel suo regno di incantesimi.

Ero giunto come un ignaro che stupisce dapprima, si adombra, teme poi, affinatosi un poco, anima di tutto il suo entusiasmo la nuova vita che lo accoglie. C’era tant’ombra, tanto male appena un passo dietro me (sì vicino che ne sentivo tuttavia la soverchiante minaccia); era stata sì fiera la mia prova che me ne tornava l’incubo nel sogno. Quante volte ho rabbrividito pensando ricadere! Quante volte un’onda di pessimismo, ridotto a vana speranza qualsiasi affidamento sul mio ingegno, mi dimostrava essere io zimbello di un’effimera fortuna che poteva volgersi da un attimo all’altro per lasciarmi sul punto di prima nell’aspra lotta per il solo pane! Eppure il contrasto mi rendeva più bella la conquista.

Si era dischiuso innanzi agli occhi miei, all’anima mia, sitibonda di sensazioni nuove, una via impensata che avrei voluto percorrere con la vertigine del desiderio. Mi pareva allora che tutta una vita non sarebbe stata sufficiente a comprendere in sè gli infiniti aspetti della gioia. Volevo dissetarmi, essere ebbro; un’ansiosa concupiscenza mi sospingeva per tutti i miei sogni che tornavano ad arridermi vicini, nel campo del possibile. Avevo la fede dell’ignaro, la semplicità del solitario.

Era trascorso qualche mese dal mio primo incontro con Leonello Robbia; lavorando con assiduità da benedettino avevo condotto a termine in poche settimane il breve studio esegetico su le opere di Seneca e, incorato dai guadagni e dalla stima dei nuovi amici, avevo compito, per conto mio, altre piccole cose, le quali, per la loro freschezza nuova, avevano sollevato una certa curiosità intorno al mio nome. Ciò mi valse quale titolo per entrare nella società che praticava Leonello Robbia. Vinta la prima renitenza, il nuovo ambiente mi sedusse; ne vidi unicamente l’orpello.

E vivevo dimentico a volte, a volte in aspra lotta con me stesso. Oh anima mia tormentata; piccola nave sobbalzante sul fiotto della vita!

Per due volte Omero era salito al mio quarto piano per dirmi che Serenella mi aspettava, che egli l’avrebbe fatta uscire dal convento quando io lo desiderassi e per due volte l’avevo pregato attendere scusandomi col presentare un poco lieto quadro delle mie finanze.

— Sta bene — disse Omero e vidi gli occhi suoi farsi d’un subito freddi come l’acciaio. — Sta bene, verrai quando ti piacerà. Sai dove trovarci.

Era partito senza aggiungere parola e da quella volta non era tornato più.

Trascorse un mese senza ch’io salissi la solitaria via dell’Aventino; il lavoro assorbente mi fu valida scusa, blandì il rimorso.

— Andrò — mi dicevo — non posso affrettarmi. Ella sa ch’io lavoro per lei.

In vero un sentimento tutto nuovo sorgeva in me di giorno in giorno più forte e mi costringeva al suo fascino. Un’egoistica freddezza s’impossessava del mio pensiero, di tutto l’essere mio il quale, in un nuovo ardore, aspirava all’intera sua libertà. Non volevo limitare la mia vita al poco, precludermi le vie di gioia che si schiudevano; starmene nell’ombra col tormento di non aver vissuto mai. Era troppo arida la mia bocca ed avida, sitibonda si appressava alla ricca fonte del piacere. Per gli occhi miei tutto era nuovo: gli aspetti, gli uomini, le cose e, alla prima meraviglia, era subentrata nell’anima mia una ferma volontà di partecipare alla squisita raffinatezza di vita che avevo intravveduta.

La giovinezza è un volo, un rapido volo pei cieli: avessi potuto compierlo almeno in un grido festoso e salire salire fin dove l’occhio più spazia. Non mi sarebbe mancata forza a reggere al mio ardimento.

La turbolenza di un tempo che mi aveva sospinto ad emigrare dalla mia terra per il sogno della fiera libertà, si ridestava, saliva agitandomi, mi sospingeva verso l’ignoto nel quale era tutta la gioia, l’unica gioia non trovata mai, pensata solo nell’ardore di qualche desiderio superbo. Un nuovo orizzonte si dischiudeva per me ed io non avrei saputo volgere gli occhi altrove, pensare al passato, ritornare su’ miei passi per conchiudere volenterosamente la mia giovinezza entro un fissato confine. Ma se avevo avuto sempre in orrore i limiti? Se era, l’anima mia, come un’acqua che deve defluire perennemente per serbarsi limpida? Quale sentimento, quale egoismo potevano costringermi al giogo, all’inerzia, alla morte? Andare sempre, come diceva l’insegnamento del mio rude maestro, di terra in terra, senza meta, e soffermarsi appena per riposare, e riprendere la strada verso il punto lontano nel quale la sorella buona ti attende al limite delle nebbie per condurti alla grande soglia, questa la vita!

Così, non altrimenti volevo. Tutto l’essere mio consentiva in un impeto gagliardo in tale volontà. Temevo la solitudine forse? Quand’anche tutti mi avessero abbandonato e la miseria, ed ogni dolore, ed ogni sofferenza fosse giunta con le sue più sottili torture a martirizzarmi, non mi sarebbe rimasta l’anima mia che il male non lede, che è come il puro fuoco eterno? Solo, con lei, avrei potuto morire sdegnosamente, sotto l’ombra di qualche albero taciturno proteso su la mia via solitaria.

Ma che cosa mi aveva chiesto Serenella? Niente. Taceva nella sua quiete senza interporsi, senza avvertirmi della sua presenza; così sarebbe morta tutta chiusa nel suo sogno d’amore come in una suprema virtù dell’essere. E non era in tale silenzio della creatura debole e mite, un vero eroismo?

Chi sa fra quali stenti aveva errato per raggiungere il suo bene che ora le sfuggiva. Io dimenticavo. Innanzi a me era la vita, ma Serenella era sola, nel silenzio di un chiostro ed altro non poteva sperare s’io le fossi mancato. Non era piuttosto un freddo egoismo e una sciocca ribellione che mi sospingevano a trascurarla?

Inoltre ella era un’anima ed una coscienza e una forza; taceva per il suo giusto orgoglio ed io vedevo in lei il dolore disceso nel mondo a dimostrare la superba divinità dell’amore.

A volte tale insistenza del pensiero di lei che definivo allora sentimentalità morbosa, mi indispettiva; ma perchè non avrei dovuto raggiungere il pieno sviluppo della mia personalità? E s’io cedevo alla voce del cuore, non mi sarei perduto in una incessante penosità di vita, non avrei dovuto rinunciare, per i nuovi obblighi dell’unione mia con Serenella a tutto ciò che poteva promettermi l’avvenire? Non mi sarei precluso mille vie, non avrei soffocato in me molteplici volontà le quali avrebbero potuto nel poi, rivolgersi in odio contro lei che nulla intuiva di tale mio grande tormento?

Mille tentazioni mi assediavano, mi erano d’attorno per assillarmi di continuo; meglio era ceder loro per liberarmene.

E una sera volli esser sincero con me stesso e mi chiesi s’io l’amassi ancora; se tutto il mio tergiversare non fosse l’ultimo risultato dell’amore morto.

No, così non era, non l’avrei dimenticata. Ora più che mai sentivo di amarla perchè un’avversa corrente mi trascinava lontano da lei. Erano in me due anime: l’una sitibonda di vita, eternamente insoddisfatta, chiusa ne’ suoi desideri per un’egoistica volontà irrefrenabile; educata dalla violenza degli elementi ebbri di una libertà che non trovano se non nelle tenebre del caos; l’altra rinchiusa nell’armonica concezione dell’amore per cui tutto rifulge che è vita.

E si soverchiavano in una lotta che non aveva tregua onde seguiva la mia eterna vicenda del giungere e del ripartire.

***

— Verrà? — chiese Leonello Robbia.

— Forse sul tardi — rispose De Diensi.

— E.... è molto bella questa tua Sara?

— Divina, semplicemente divina!

— È bionda?

— No.

— Bruna?

— Non voglio togliervi la verginità dell’impressione. La vedrete.

— Come mai rinunzi, una volta tanto, all’arte della tua parola?

— Me ne sarete grati. La bellezza di Sara non si descrive. È come un impeto di sole: abbaglia.

— E.... particolari su la sua vita?

— Nessuno.

— Ma da quale parte viene?

— Non si sa.

— È italiana?

— Credo.

— E chi l’ha lanciata?

— Il marchese di Narva; ma per un caso strano che vi racconterò poi. Certo ella è pari al mistero che l’avvolge. Io ne ho ancora accesa la mente e il sangue. Sul conto di lei corrono le più strane leggende.

— Per esempio?

— Si dice ch’ella sia un’emissaria di una nazione estera. Sarebbe venuta in Italia con importantissimi incarichi.

— Davvero?

— E ha fatto capo al marchese di Narva? — chiese Giusto Sorani, incredulo.

— Vi ho detto che è una leggenda. D’altra parte tutto ciò le forma una cornice simpatica. Sara, per conto suo, parla pochissimo, si direbbe quasi muta e non fa male, conserva intatto il fascino della sua bellezza.

— Che ne dici Oddo? — chiese Giusto Sorani volgendosi al giovane che stava seduto in disparte senza interloquire.

— Egli è puro — rispose il De Diensi — non ha peccato ancora, ciò che vuol dire ch’egli è un raffinato della concupiscenza.

Oddo Spiro non rispose, alzò gli occhi verso una riproduzione della Vittoria di Samotracia ed ebbe un sorriso ambiguo. Si era abbandonato sui ricchi cuscini di un divano situato nell’angolo più oscuro della vasta stanza ottagonale rivestita di tappezzerie stile rinascenza; dietro lui ricadevano le ricche pieghe di una tenda di seta olivastra a disegni azzurri.

Eduardo De Diensi volse un poco il viso composto e gelido, bello nella sua linea classica, ed animato stranamente dagli occhi, neri come l’onice; fissò Oddo Spiro e riprese:

— Eppure potreste avere la vostra giovinezza ricca di tutti i tesori; nulla vi si negherebbe perchè possedete il massimo fra i beni: la bellezza.

— È cosa effimera — rispose Oddo Spiro.

— È tutto! — soggiunse De Diensi attardandosi su le parole quasi a compiacersi del suono della sua voce, la quale aveva, come quella del flauto, squisite morbidezze e cadenze dolcissime.

— Per voi edonisti è tutto, non per noi. Io vorrei già essere vecchio per aver raggiunto quel termine di sapienza che vedo sì lontano ancora. Può forse commuovermi un bene passeggero? Dovrei rinunziare all’infinito bene della conoscenza per la semplice grazia di un’ombra? Voi vivete di vanità, anzi vi siete fatti una veste della stessa vanità. La vita vi accieca. Noi siamo reincarnati per redimere le colpe della nostra passata esistenza. Solo coltivando l’ideale che è in noi possiamo costituirci il futuro destino. Inoltre gli esseri umani non sono che le cellule dell’umanità; ora un uomo non può essere assolutamente felice finchè altri uomini soffrano. Per me ciò è assiomatico.

E dopo una pausa soggiunse:

— Vorreste forse negare anche la nobiltà della mia fede?

Eduardo De Diensi sorrise. Era appoggiato al pianoforte e veniva togliendo da un fascio di alburni che emergevano da un’anfora di cristallo azzurro, qualche corolla. Rispose volgendo gli occhi verso i fiori:

— È sempre nobile il motivo che vi spinge a compire una cosa sciocca.

— Ed è per raggiungere il tuo ideale — soggiunse Giusto Sorani — che hai turbato il sonno secolare della piccola Creperèia Triphaena?

— Chi è questa tale? — chiese curiosamente, sporgendosi, Leonello Robbia.

— Io vivo di quella memoria — rispose Oddo Spiro impallidendo. — Il mio amore è nell’infinito con lei. Io so che innanzi a quell’arca fredda in cui la sua giovinezza spenta posò tanti secoli or sono, un acerbo dolore si risvegliò nell’anima mia. Non ero, come tutti voi, di fronte ad una cosa muta, estranea che non ha altro valore se non quello dell’antichità; io mi trovavo ricondotto alla sofferenza di una vita molto anteriore. Voi non potete intendermi. Io la venero, sì, la piccola Creperèia. I parenti la coprirono d’oro quando fu morta, io le copro l’arca di fiori e le porto le mie parole più belle. Questa purezza vi offende, lo so; voi impiegate la vostra forza nervosa nel soddisfacimento di basse aspirazioni di passioni inferiori, io spiritualizzo il mio ideale. La mia gioia vi è estranea come la breve arca bianca nella quale posa il corpo di lei, la sua polvere. Ella ha raggiunto le regioni dell’Astrale ed io l’ho eletta a mia guida nel cammino difficile di questa vita e per ciò che le feci soffrire quando visse, tanto più soffro ora. Non potrete intendermi, ma il mio amore ha la purezza delle cose eterne, è come un fiore degli astri, vorrei morirne!

Appoggiò i cubiti ai ginocchi; nascose il viso fra le palme. Le sue dita, internandosi fra i capelli, li divisero in ciuffi salienti.

— Voi vivete in un inganno — riprese Eduardo De Diensi — ed io non vorrei distogliervene. Vi siete composto un sogno meraviglioso e folle sul mistero dell’irreale e irridete noi. Siete troppo giovane ancora per dire: di qui non passerò. Certo è, e ne converrete forse, che il profondo mistero della terra è nel visibile.

Dopo una breve pausa riprese:

— Voi esaltate e osservate la castità credendo seguire una superior legge della natura e di qui ha principio l’inganno. La natura se ha una voce e una legge l’esplica continuamente nel grido del piacere. Tale è la sua volontà imprescindibile, imperiosa, sopraffacente. Se vi prenderete la pena di considerarla un poco, potrete accorgervi che è l’unica volontà che dobbiamo intendere con piena intelligenza. Anzichè combattere il piacere e cercare un continuo martirio che non vi condurrà mai ad alcun profitto e vi farà aspro e con voi e coi simili vostri, cercate la compiuta soddisfazione dei desideri che germogliano, che rampollano numerosi dall’anima vostra come i fiori dal mandorlo allorchè giunge la primavera; concedete a voi stesso ogni cosa che possa piacervi: solo quando sarete soddisfatto potrete dire di esser buono ma con voi, non coi vostri simili. Che cosa può significare per l’anima vostra codesta massa amorfa? Voi siete solo nella vita e non potrete essere inteso mai dagli uomini che vi stanno intorno, immersi nelle tenebre. Gli uomini sono, nella maggior parte, spiriti meschini combattuti da antiche, sciocche paure. Iddio li minaccia dal cielo; la società su la terra: fra lo spavento delle due mani tese vivono compressi, sciocca nidiata implume. Vorrete esser da tanto? Vorrete mutilarvi, rinnegare voi stesso? Aggiogarvi alla ferrea catena secolare? Unirvi al nero gregge che va per il suo brago dalla cuna alla tomba? Ah! ascoltate il grido della vostra giovinezza; assecondate l’impeto del piacere; fate a qualunque costo di tutti i vostri sogni una meravigliosa realtà. Non vi avvelenate nella rinunzia cieca. Il martirio che vi imponete oggi potrebbe esservi amaro, troppo amaro domani quando l’immonda vecchiaia verrà a deturparvi il volto con le sue mani adunche e scioglierà la vigoria della vostra persona, e vi farà una brutta, una orribile cosa dolorante alla quale non vorrà togliere la triste eredità del pensiero. Voi credete nel peccato; ebbene, se vorrete essere sincero, non potrete nascondermi di aver peccato con l’intenzione. La cosa è brutta, rientra nel dominio dell’ipocrisia. L’atto stesso che chiamate peccato, qualunque esso sia, è, per me, un lavacro di purificazione. È un tormento che cade.

Si interruppe ancora; sedette sul divano disposto vicino al ricco pianoforte; trasse da un astuccio dorato una sigaretta, l’accese e dopo aver aspirato il fumo azzurro riprese:

— Non voglio persuadermi però; sarebbe immorale. Non voglio in qualsiasi modo farmi di voi una eco dell’anima mia. Mi permetto consigliarvi: d’altra parte so troppo bene che non intenderete.

— Ditemi — disse Oddo Spiro levando il capo — e con tutta franchezza: la vostra coscienza non vi turba mai, non vi lascia perplesso talvolta?

— Volete dire la coscienza come movente morale? Non mi turba, no; per me è cosa perfettamente trascurabile. Io so che se una volta sola avrete il coraggio di vincere il Medioevo che vi opprime e commetterete un grosso peccato per il quale potreste mettere in piena rivolta Iddio e la Società, ritornerete allo stesso peccato più volte, con gioia sempre nuova. Questa è la verità semplice. Noi viviamo in un eterno inganno.

Sulpicio Alanna che era rimasto fino allora silenzioso, intento a sfogliare, innanzi al pianoforte, lo spartito di un’opera di Wagner, levò gli occhi dal ricco volume:

— Ognuno vive secondo l’inganno che più gli conviene — disse. — Tu stesso non senti la sincerità delle dottrine che esponi.

— Io sento la loro bellezza e ciò mi basta. La sincerità può essere talvolta degli apostoli, è sempre un dono dei poveri di spirito. Bisogna rinchiudersi nell’angusto ambito di una qualsiasi morale per essere sinceri e questa è già una povertà di spirito. Io non mi preoccupo affatto delle vostre finzioni. Un uomo, se è una persona di ingegno, comincia con l’ingannare sè stesso per raggiungere la sincerità della sua finzione; rinunzia a una gran parte possibile di godimento; si imprigiona. Bisogna provar tutto, foggiarsi a tutto con uguale indifferenza. Una cosa sola è degna di esser presa sul serio ed è il tuo _Io_. Ciò basta. Non sentite forse tutto il ridicolo di chi assume seriamente un qualsiasi atteggiamento morale? Vi sono nemici dei pregiudizi che non s’avvedono di esserne schiavi; spiriti liberi che la morale incatena. Il controsenso è frequentissimo e passa inavvertito. Pochi hanno il coraggio di vivere all’infuori di ogni legame; unicamente per il loro piacere.

— E quando la giovinezza sarà trascorsa? Quando il piacere avrà esaurito tutti i suoi fascini e la sua tentazione scuoterà invano il tuo corpo disfatto allora la tua fredda logica non ti sarà tormentosamente amara?

— No — riprese sorridendo Eduardo De Diensi — no perchè non avrò rimpianti. Potrò guardare sorridendo al mio passato. Io svolgo il mio sogno d’arte nella mia vita. La bellezza per me è una cosa tangibile, vive al mio fianco, è mia. La visione di questa armonia ch’io compongo per me stesso nel breve periodo che natura ci concede per la gioia, mi accompagnerà fin ch’io viva. L’artista, normalmente, rinunzia a tutto per gli altri e si appaga del contributo di ammirazione che il gregge gli tributa; credi forse ne valga la pena? Perchè avvizzire l’anima tua ponendola a contatto con quella de’ tuoi contemporanei che non la potranno intendere? Che ne sa dell’amore e del piacere tutta questa gente che è volgare anche quando si uccide? Ma tendi un poco l’orecchio alle voci che ti giungono dal basso: sentirai, ovunque volga il capo, i piagnistei della pietà, la quale, oltre essere un sentimento inferiore, è la perpetua esaltazione di tutto ciò che è brutto, deforme, schifoso. Viviamo in un secolo che si allontana dalla bellezza, che non ne conosce il benchè minimo aspetto; in un secolo povero e ributtante; meschino e vile in cui l’altruismo è levato a grido fra piangevoli querele e grottesche minacce. Che cos’è mai un altruista se non una piccola medusa che assimila i colori del gran mare e vi si perde? Abbiamo perduto il senso della gioia e del riso; solo l’insuperabile Grecia ne conobbe tutto il valore e lo esaltò. Ora l’uomo conosce ed esalta il suo pianto; è quindi la più meschina fra le creature nate. Che vale affannarsi e cercare la sua approvazione? A che ti servirebbe la tua intelligenza in tal caso? Io ti ripeto che può dirsi unicamente un organismo superiore quello che cerca moltiplicar la vita fin dove lo assista la sua potenzialità; e ascolta la voce dell’unica madre; e tutto accoglie in sè senza nulla concedere alla volgarità della folla. Siate come la quercia millenne: ella estende intorno le radici per un raggio immenso e nessun’altra pianta può crescerle vicina perchè tutti i succhi della terra salgono alle sue cime. E si lancia sotto ai cieli al di sopra di tutte le cose viventi e veggenti: è forte, è unica; il regno dell’azzurro è suo. Se la morte si sofferma a’ suoi piedi ella ride. L’anima di lei è in alto, sotto gli iridati archi del cielo. Per l’altezza che ha attinto non può volgersi a sogguardare le cose che gemono nell’ombra che getta su la terra. Il suo destino è il dominio, la sua legge è la gioia di vivere. Ella adempie il suo diritto alla vita possentemente e quando la folgore l’abbatta, precipiterà nel grido della sua grand’anima solitaria e ancora le piccole cose intorno a lei ne temeranno.

Dopo una brevissima sosta riprese:

— No, la vecchiaia e la morte non saranno per me tormentose se potrò vivere così, come la quercia fatale.

Nessuno disse parola poich’egli tacque; ognuno di noi parve acconsentire. Così non era. Il fascino ch’egli esercitava ci lasciava stupiti come sotto l’azione di un narcotico. Dalle sue parole si dipartiva un profumo strano. La voce languida e penetrante, accesa da una musicalità voluttuosa, sapeva le vie per le quali si scuote la mente e la si intorpidisce nel fascino, e gli occhi di lui assecondavano lo squisito suono delle parole; pareva che tutta l’anima sua, accesa e tranquilla, vibrasse nel breve arco di quelle pupille nere in un profondo senso di gioia.