Part 15
Mentre parlava, avevo osservato tutti i volti intenti al delicatissimo suono delle sue parole; era una conquista lenta e sicura. L’anima sua si espandeva in noi come un’onda di armonia, senza impeti sopraffacenti, invisibile essenza propagantesi per virtù maliarda. A volte mi sentivo scosso come se una voce mi avesse tolto dal sonno di soprassalto; un profondo turbamento avveniva in tutto l’essere mio; ogni pensiero era sovvolto da quella concezione edonistica della vita. Una nuova ebbrezza mi stordiva.
— Alanna — disse Giusto Sorani — aspettiamo ancora il duetto del Tristano.... siici cortese!
— Anima la superba strofe del senso, te ne sarò grato — soggiunse De Diensi.
Nel silenzio i primi accordi si tolsero lievi, si espansero dolcemente preludiando all’indicibile spasimo d’amore. Poco tenne il sospiro chè crebbe incalzando, si perse nel magnifico canto in cui il Titano raccolse la sua passione, la passione del mondo. Socchiusi gli occhi; vidi gli oggetti lontani svanire pigramente nella penombra. Un’aureola d’oro scendeva dalle lampade elettriche, foggiate in vivi grappoli di strani fiori iridati, ad arricchire i contorni delle cose. Vidi un antico paravento di cuoio di Cordova, un’anfora di agata nebulata entro la quale cadevano sfogliandosi alcune rose gialle, un lembo degli arazzi dai vivi colori di fiamma (gli oggetti che mi erano più vicini) disperdersi in quella luce calda e diffusa.
Un sottil senso di piacere dilatava l’anima mia; ogni rigidezza dileguò dinanzi dalla mia mente per il fascino del canto divino che si innalzava accendendo una voluttuosa letizia. Dava tanta dolcezza il soavissimo grido che ogni viso intorno ne smoriva. Come chiusi gli occhi, Serenella mi riapparve.
***
La cena offertaci da Eduardo De Diensi volgeva al suo termine e l’animazione era grande.
— Non giunge ancora la tua vaghissima incognita? — chiese Giusto Sorani. — Io ne ardo già prima di conoscerla. Deve avere qualche pregio singolare se può piacerti.
— L’unico pregio che possano avere le donne è quello di essere decorative e Sara è meravigliosamente decorativa.
— È interessante?
— Interessantissima perchè sa assolutamente nulla.
— È troppo poco — disse Oddo Spiro.
— Ciò che basta perchè possa piacere. La sua insipienza le fa nascondere la terribile superficialità del suo sesso. Ella tace.
— Una bella statua, allora! — esclamò Leonello Robbia.
— Ti pare poco? — soggiunse Giusto Sorani.
— Riducete a una miseria del senso anche l’essere più gentile che ci abbia dato Iddio! — gridò Oddo Spiro scattando.
Un breve riso accolse le sue parole.
— Ma se affetti di essere misogine? — ribattè Giusto Sorani.
— Non potete intendervene — aggiunse Sulpicio Alanna — perchè, stando alle vostre dichiarazioni, anche il vostro amore persegue l’irreale. Suppongo non abbiate scambiato mai parola con Creperèia Triphaena!
— Non turbate la sua pura memoria — ribattè vivacemente Oddo Spiro. — Non è questo il luogo nè l’ora più adatta a parlarne. Vi prego. Il mio amore è un sogno e sta bene; ma ho accostate anch’io molte donne del mio secolo e non ne ho riportato l’impressione disgustosa....
— Ma niente affatto disgustosa! — interruppe Giusto Sorani.
— È un ragazzo incorreggibile — soggiunse De Diensi sorridendo.
Oddo Spiro strinse il capo fra le spalle e tacque. Furon servite le frutta e corse ancora per le scintillanti coppe cristalline la bionda effervescenza dello _champagne_. L’animazione del conversare si faceva più viva.
Sulpicio Alanna aveva composto coi tralci d’edera e coi fiori di cui era cosparsa la tavola una ghirlandella bene contesta.
— Vuoi coronarne De Diensi? — chiese Giusto Sorani.
Alanna si levò dirigendosi verso una statua di Antinoo che sorgeva nella penombra della sala, compose su la fronte dell’efèbo, che la follia di un Augusto divinizzò, la sua ghirlandella e disse rivolgendosi:
— Alla gloria di tutto ciò che è straordinariamente bello!
— E al prestigio della Bellezza quale fatto assoluto; divina e tangibile espressione del Piacere! — rispose De Diensi.
— Fate che non vi senta Oddo Spiro! — esclamò Giusto Sorani.
— Per conto mio non v’intendo nè mi piacerebbe intendervi — rispose Oddo — Noi ci troviamo agli opposti poli; non sarà mai possibile un qualsiasi punto di contatto fra noi.
— Credo che Duccio della Bella, il taciturno — riprese guardandomi — tenda piuttosto alla mia via anzichè alla vostra.
— Io vivo nella mia perfetta indifferenza — risposi —. Tutto mi interessa perchè è nuovo per me. Mi guarderei dal prendere un qualsiasi partito precipitosamente.
— Della Bella fa dell’arte ma non saprebbe viverla — aggiunse Giusto Sorani.
— Come vedi, tento partecipare alla vostra vita!
— Quale curioso.
— Certamente. Sarebbe ingenuo pretendere che un uomo potesse spogliarsi del suo passato come di un nulla.
— Sapete — disse Leonello Robbia — Albula, la ninfa delle maremme, ci abbandona.
— E dove va? — chiesero in coro i compagni.
— Segue il suo pittore, il russo, che se n’è invaghito perdutamente e la sposa.
— Glie lo avrà promesso — disse Giusto Sorani.
— E terrà fede — soggiunse Alanna. — Questi stranieri sono a volte prodigiosamente ingenui e profondamente morali.
— Del resto la stessa sorte è toccata ad Annuccia ed a Bibiana — riprese il Sorani.
— Bibiana? Quella che sposò il pittore malese? — fece Leonello Robbia.
— Lei. Era tanto bella! E quel ceffo obliquo l’uccise!
— Fine sentimentale che invaghirà chi sa quante altre! — commentò De Diensi — Le donne ti amano tanto più quanto più le tratti crudelmente. La loro intelligenza inferiore non concepisce che la schiavitù. Ucciderle, nel loro concetto, significa adorarle.
— Bibiana non era affetta da romanticismi — disse Leonello Robbia.
— Come le venne in mente allora di abbandonare la gaia comitiva per seguire quell’Otello mongolico? — chiese Sulpicio Alanna.
— Era ricchissimo.
— Poteva procurarsi bene altrimenti la ricchezza. C’è sempre qualche unione molto più elegante del matrimonio — conchiuse a commento Eduardo De Diensi.
— Si dice fosse innamoratissima del suo Malese.
— Che donna noiosa allora! — riprese De Diensi —. Una fra le tante che hanno troppo spesso su le labbra la parola _sempre_ e mirano all’eternità! Sono le più terribili nemiche dell’uomo; lo distruggono semplicemente; gli tolgono ogni personalità. Qual’è mai quel sentimento che non debba aver termine? Conviene sapere apprezzare il passato, lasciargli un fascino. Solo una nullità può amare una volta sola e la grande passione è il patrimonio dei meschini. La donna è un essere grazioso appunto perchè dimentica facilmente, in massima. Questo è il suo fascino maggiore. Dopo tutto anche l’amore parsimonioso, è cosa che può divertirci.
A questo punto un servo si accostò a parlare sommessamente al De Diensi il quale rispose:
— Falla entrare.
— È Sara? — chiese Giusto Sorani.
— Credo sia lei.
— Benvenuta, benvenuta!
— Brinderemo alla sua bellezza!
— Ed al suo silenzio!
— Me ne son creata una immagine strana; mi aspetto vedere una maga — disse Sulpicio Alanna.
— Non ti inganni — rispose De Diensi.
— Di quale colore ha i capelli?
— E gli occhi?
— Saranno foschi, immagino, — disse il Sorani — foschi e profondi e terribili nella voluttà!
— Immaginate una lucida malachite stupendamente venata di nero — esclamò De Diensi. — Io non ho visto mai cosa più bella!
— Sono un poco obliqui?
— Hanno la grazia di una foglia di loto.
— Ricorderà Rodopis!
— No, una bellezza egiziaca!
— Venere Anadiomène!
— Eccola! — sussurrò De Diensi.
Tutti tacquero. Ci rivolgemmo protesi. Le portiere ondularono lievemente, poi si scostarono levandosi in due bande e nell’armonico vano apparve l’incantevole bellezza.
Ebbi l’improvvisa sensazione di perdere tutto il mio sangue; un intensissimo gelo mi corse per la nuca, per le reni; mi levai scattando e feci per gridare:
— Sita, Sita! — ma gli occhi suoi, ch’ebbero un inusitato lampo di preghiera, mi trattennero, mi avvinsero.
Ricaddi a sedere. Ella avanzò fra le voci che l’acclamavano.
Aveva una veste del color verde tenero delle acque; sbocciava la persona da quell’involucro lieve, in tutta la sua bellezza altera. La gran fiamma rossa de’ capelli si spartiva a incorniciare la grazia del pallido viso alabastrino, quasi immobile, fermo in un segno di dominio. Gli occhi verdi, grandi, obliqui, mettevano subite luci ed ombre cupe su la freddezza di quel viso, e così le labbra vermiglie, stranamente accese. Era alta, magnifica; pareva discesa da una reggia. Negli occhi di lei come in tutta la persona era la forza imperiosa che l’avea condotta sempre a trionfare.
E l’udii parlare (anche la voce era grave e dolcissima) e vidi con quale tatto sapeva reggersi tra quei raffinati.
Destò in breve una comune follia.
Sul tardi, mentre sfogliavo un volume, in un salottino attiguo alla sala del pianoforte, sentii all’improvviso il soave contatto di un braccio nudo che passava attorno al mio collo e una voce carezzevole vicina al viso:
— Duccio?
Mi volsi. Sita era curva su me. Ah maravigliosa maschera d’amore!
— Mi perdoni? — mi chiese e vidi il sorriso de’ suoi denti bianchissimi su le labbra vermiglie troppo vicine al mio volto. — Ho sofferto tanto; mi perdoni?
Ella scendeva nel mio sangue, mi stordiva.
Si avvicinò ancor più.
— Non mi tradire! — sussurrò; poi la sua bocca come una morsa tenace mi baciò, mi morse su la bocca; le sue braccia mi strinsero nella loro carezza fremente; i suoi grand’occhi si arrovesciarono leggermente.
La fatale maliarda aveva gettato il terribile incanto. Vi caddi abbrividendo come per il bacio della morte.
XIX.
Nel silenzio.
A quando a quando si volgeva a guardarla. Ella era seduta su la soglia di una fra le piccole case che sorgono, circondate dai campi e dagli orti, intorno a Sant’Agnese; volgeva la faccia al tramonto.
Si udiva dietro una incolta siepe il continuo scroscio dell’Aniene.
— Come ti senti?
— Così!
Ascoltava. Il tramonto desta sempre qualche eco nel cuore degli uomini; vi sono anime che rispondono al muto invito del sole morente.
— Non vuoi andare alla chiesa?
— Sono stanca, Omero.
— Hai dormito questa notte?
— Un poco.
— La medicina non ti ha giovato?
— Non l’ho presa.
— Perchè?
— È inutile, Omero; mi farebbe peggio.
— Ma bisogna guarire!
— Mi basta il bene che mi volete: guarirò.
Egli si volse a battere ancora, col pennato, su le rame secche dell’olmo. Il suono della rude arme villereccia parve più aspro. I grossi rami precipitavano ai piedi dell’immobile tronco; parevano braccia recise agitantisi nello spasimo della morte.
Ella lo guardava fermo nell’alto. Il capo irsuto e l’ampio torace e le braccia si stagliavano contro il nitore del cielo mentre, dalla cintola in giù, il resto del corpo si perdeva nell’ombra. Si era aperto il duro cortice dell’olmo a nutrire lo strano germoglio. A sommo del tronco scapitozzato si levava sul cielo il tronco umano; due cose fuse mostruosamente in una. La secolare rigidezza della pianta martoriata, costretta nella miserevole corona de’ suoi contorti bronchi, si era ridesta a dar vita alla divincolante forma in cui trovava voce possente il suo eterno dolore. La schiava della terra e delle creature maledette da Dio, provata all’impeto degli elementi e al pennato e alla scure e pur sempre pronta a dar la fresca letizia del verde ad ogni primavera, aveva tolta agli uomini la rapida forza che scaglia, che abbatte, per levarsi terribile vendicatrice fra le sorelle. Tropica e nuda contro il cielo vegliava e, sopra lei, roteavano i falchi su le adeguate ali, nei cieli altissimi.
Le campane di Sant’Agnese suonarono a vespro. Trascorse, si distese per le campagne remote la squillante soavità dei suoni; raggiunse le cose lontane, le ombre che dileguano con la luce, le ultime dimore sperdute su l’agro deserto. Vi sono solitudini su la terra e sul mare che non odono, per volger di anni e di anni, altro suono se non quello affiochito, appena percettibile, di remotissime campane. Ogni sera, se il vento nol tolga, allorchè il sole discende nell’estremo nido, giungono per l’aria, non si sa da qual parte dell’orizzonte; hanno attraversato e miglia e miglia, giungono a morire, pellegrine dell’ignoto, nella silenziosa vastità. L’uomo che non ha tregua e cammina e cammina per monti, per pianure, per deserti e nulla vede innanzi a sè e, dietro le spalle, le sue sole orme vede; l’uomo che non ha fratelli, le ode talvolta e si arresta levando gli occhi fieri a scrutare se appaia con esse l’ombra del Dio favoleggiato. Leva gli occhi e la faccia (il tuo tragico segno, dolore!) la faccia forte, affocata, in cui le rughe si addentrano come solchi nei campi, l’occhio s’infosca saettante, e la guancia lanosa si contrae su l’ampia mascella lupigna, a ricercare un sogno che gli è rimasto nell’indomito cuore dalla lontana infanzia: il tuo sogno, la tua dimora, il tuo profondo mistero Iddio degli astri, sempiterna speranza! Poi riprende il suo andare. Non più nei cieli chè su la terra ha sentito un fratello; il mondo s’infosca nell’anima sua abissale con la singultante bestemmia che scoppia dal suo gonfio cuore tribolato e cammina, cammina, cammina, sempre più sperduto con l’ombra sua bistorta, verso i deserti polari il più grande fra gli uomini ed il più solo: l’anarca.
Passò il sogno crepuscolare e Serenella lo intese nell’ondante armoniosità del vespro; chinò il capo alla prece consueta. Ella credeva in Dio con la sincerità di una bambina e pensava i suoi padiglioni d’oro nell’immensità. Quella sera le salirono alle labbra parole nuove e le mormorò perchè il Grande Spirito le intendesse; parole che sapevano d’amaro, che ella non avrebbe confidate se non a Lui. Si sentiva tanto male! Voleva nascondere ad Omero la verità per non accorarlo; ma invero, da qualche tempo pensava che forse il cammino era più poco ancora.
Una notte, fra Fano e Sinigallia, lungo la riva del mare, era stata assalita da una fiera tempesta dalla quale non aveva potuto difendersi in alcun modo ed era cominciato allora il consumamento. Forse sarebbe guarita in seguito perchè non era tanto debole da lasciarsi sopraffare dal male: ma che valeva curarsi?
Non aveva tristezze languenti, nè si doleva con sè stessa della sorte sua, per compiangersi; abbandonata alla corrente fatale recava con sè il suo amore più grande della vita.
Ad Omero non aveva chiesto nè dove io mi fossi nè che mi dicessi: era giusto il mio silenzio, aveva preteso troppo da me; come avrei potuto convivere con una piccola ignorante par sua? Non mi sarebbe stata di continuo impaccio? La vita era troppo grande a Roma, non era come laggiù, nella città delle vele, tutta racchiusa nella semplicità dell’amore. Ella era partita solo per rivedermi e, chi sa? forse mi avrebbe riveduto per dirmi addio; per dirmi la soave parola che non pesa, che non avvince, che nulla chiede. Se l’amore era morto, era inutile ritentare; non si riconduce l’acqua ai boschi delle sommità; tutto ha un termine.
Un giorno aveva detto a suo padre, Giovanni della Nave:
— Babbo, i pellegrini vanno a sciogliere il loro voto all’Alpe lontana; lasciatemi partire, babbo; anch’io ho un voto da compiere.
— Vuoi andar sola?
— Vado con le compagne.
— E chi rimane a casa per noi?
— Teodora penserà a tutto; me lo ha promesso.
Giovanni tacque.
— Mi lascierete andare, babbo?
— E quando tornerai? — le chiese Giovanni fissandola intensamente.
Ella reclinò il viso:
— Tornerò con le compagne, non so quando.
— Iddio sia con te — conchiuse il padre. Ella si inginocchiò a’ suoi piedi.
Qualche giorno dopo si unì alla comitiva degli scalzi e, come un’alzavola, prese la via degli orizzonti.
Fra le compagne c’era anche Sita. Sostarono una volta in una città del piano, vicina a un grande fiume. Fino a quel giorno, Sita non le aveva rivolta parola.
Ora Serenella doveva abbandonare la comitiva perchè altra era la strada del suo sogno. Stava silenziosa in disparte allorchè udì una voce improvvisa che la scosse:
— Dove vai?
Si volse e vide l’ambiguo volto della maledetta.
— Vado a Roma — rispose fissandola negli occhi senza timore.
— Ti aspetta laggiù?
— Mi aspetta.
— Lo saluterò per te; credo ch’io giungerò prima.
— Salutalo e digli che porto un caro dono per lui.
— Che cosa? — fece Sita sorridendo.
— Il coltello di Zalèbi! — Si frugò nelle vesti e ne trasse l’arma lucente che fece scintillare all’altezza del viso pallidissimo.
— E digli anche — riprese — digli ch’io vado sola nel nome di Dio; digli che non ho paura perchè questo amuleto è con me!
Sita si era fatta da parte; vedeva negli occhi di Serenella un lucore sinistro; non si sarebbe attesa simile impeto dalla creatura mite. L’odio e l’amore l’avevano trasfigurata.
— Quando parti? — le chiese ancora Serenella.
— Questa notte.
— Con la diligenza?
— Sì.
— E che vai a fare a Roma?
— Vado a pregare per l’anima di mio padre! — rispose cupamente la maliarda.
Le due donne si trovarono di fronte un attimo, gli occhi negli occhi, pallidissime e tremanti come nello spasimo di un assalto imminente. Le due ferme volontà tentarono sopraffarsi; gli odii, radicati nel cuore come tenaci gramigne, si misurarono reciprocamente guatandosi.
— Tu giungerai prima — sussurrò Serenella nell’affanno — ma bada che verrà anche il mio giorno.
— E che m’importa?
— Io non ti perdonerò, ricordati!
— Credi ch’io abbia chiesto mai il perdono?
— Non ti mettere su la mia strada un’altra volta. Tu mi hai fatto più male che non la morte, bada!... Zalèbi mi ha lasciato il suo pegno.... io non ho paura!...
Era immobile il piccolo volto bianchissimo, solo gli occhi minacciavano sfavillando.
— Porti l’eredità della tua famiglia maledetta! — disse Sita.
— Porto il mio santo amore! — rispose Serenella levando la voce — E la mia strada è mia e tu non vi passerai, vipera!
— Vedremo! — esclamò Sita, l’aspra bacca del selvaggio roveto. Poi volse le spalle. Serenella la guardò dileguare fra la gente. Quando scomparve alzò gli occhi al cielo. Era notte ormai; conveniva attendere.
All’alba del giorno seguente, mentre le compagne dormivano ancora su la paglia, il capo abbandonato sui loro fardelli, si levò e uscì.
Lungo la strada che seguiva la valle nel suo infoscarsi fra i monti, udì il salmodiare di una compagnia che si era avviata alla grotta del Santo. Vide, al pallido albore, in un luogo dove la strada faceva gomito, una massa nera e compatta che saliva l’erta lentamente e aveva tanti piccoli occhi luminosi per quante erano le fiammelle dei ceri e delle torcie; e aveva una voce sola, lamentosa e continua. Un serpe a scaglie d’oro, dall’umana favella.
In quel punto la giovinetta si fermò. Le avevano indicata la via: doveva volgere verso il mare e seguirne la costa per miglia e miglia fino a città delle quali non aveva udito parlare mai.
Si fermò. Il cielo era sereno e il freddo intenso. Si strinse tutta nello zendado azzurro, volse gli occhi intorno dalla piccola altura su la quale si trovava. Vide la città sottostante in cui veniva spegnendosi a quando a quando qualche argenteo lucore; vide il cupo verde della pianura e la linea chiara del lontano mare. L’alba fioriva intorneata di gelsomini. Nel punto in cui si addensava la tenebra settentrionale, giaceva nell’ombra il suo nido. Rivolse il viso a quell’orizzonte e l’anima di lei esulò nella preghiera ai vivi ed ai morti di sua gente: ai vivi nell’aspra fatica quotidiana, ai morti nel nome dell’amore: quelli pronti all’opera continua, questi naviganti nella grande nave stellare verso l’irraggiungibile sole. Forse la sorte le serbava un angolo sul vascello d’argento dalle bianche vele ed ella non avrebbe riveduto la terra romita e i parenti e il doloroso volto del padre. Se la sorte voleva così, andasse l’anima sua all’umile casa a portare, tanto piano da non rompere il dolce sonno ad alcuno, l’addio dell’esule che non sarebbe ritornata mai più. E dicesse, ma piano, senza ridestare il dolore vestito di rovi, dicesse ch’era fatale: il mondo è un breve ritrovo; chi sa da dove si giunge? chi sa mai dove si arrivi? Iddio ci manda e ci attende. Il mondo è una sosta per noi; conviene pensare a lasciarci. Gli dicesse che l’amore è la volontà di Dio Padre e ch’ella seguiva il suo destino d’amore. E null’altro. Ristette qualche attimo a spiare nelle fluttuanti nebbie tutte le forme emergenti, con l’ansia di intravvedere un aspetto noto, poi, come l’alba crebbe, si volse e prese risolutamente il cammino.
Così andò per giorni e giorni fermandosi a dormire vicino alle città, in qualche casolare. Come più si allontanò dalle sue terre, più aumentò la curiosità delle persone nelle quali si imbatteva. Nulla le fu di serio ostacolo. Si accostò al core la sua lama lucente, l’amuleto di Zalèbi; avrebbe saputo difendersi fino al ruggito della morte.
Gli uomini che braccano, intesero e si tennero guardinghi. Ella aveva subiti scatti di indomita fiera; lo spirito della sua gente ribelle era nel suo cuore di giovinetta. E camminò, camminò come la bella della fiaba, sostando appena, sorgendo che il sole non era alto ancora. I pochi soldi che le aveva dato suo padre, prima di partire, le eran più che sufficienti per il pane. Voleva giungere e sarebbe giunta; ma la strada era interminata. Sempre nuove città, nuove soste e Roma si allontanava nei cieli come il sole.
Le stava nel cuore il tormento di Sita. Che avrebbe fatto la maliarda s’ella non giungeva a tempo? La vendetta guidava la figlia di Diavolo e Duccio non avrebbe saputo difendersi.
Ma Sita, dopo aver fatto mercato di sè stessa a Bologna, dove aveva trovato gente che si era incaricata di indirizzarla, a Roma, a persone che potevano giovarle, raggiunse Serenella e inavvertitamente la seguì spiandola.
La vide allungare sempre più le soste a mano a mano che la Città si avvicinava; assistette al progressivo indebolirsi della tempra consunta dall’estrema fatica.
Senza lasciarsi vincere, benchè la febbre le ardesse nel sangue, Serenella continuò il cammino. In quegli ultimi giorni le parve vivere in un sogno, in un incubo. A volte la coscienza l’abbandonò. Il viso le si era fatto smunto e tutto il corpo era ridotto a un niente; ma c’era il suo canto di innamorata in fondo al core, il canto che la traeva al suo destino. Tutto ciò che amore reca le arrideva giovanil fuoco di gioia! Per un attimo solo Duccio avrebbe voluto s’ella traeva da tanto lontano! Non potea darsi ch’egli avesse dimenticato; non potea darsi ch’ella giungesse inutilmente dopo tanta pena! E se la lunga strada l’aveva resa brutta? Poteva rivederlo così?
Una mattina si guardò in uno specchietto; non era brutta, no; ma quanto mutata! Un’ombra! Gli occhi erano più grandi; il mento affilato; le guance come fiori di neve. Chiusa nello zendado pareva una piccola morta! Si commosse, poi crollò il capo, gettò via lo specchietto, sorrise e si levò. Quanto sole c’era in quelle terre! Così fosse stato per lei. Allora le giunse dal tempo una voce ben nota ch’era sorta dal silenzio per trarla alla luminosità della primavera. Ah che tremito di pianto! Se non avesse potuto più adunque? se non fosse giunta?
Ma si levò, ma si trasse sotto al sole, arsa dalla febbre; si trascinò per il suo sogno; volle giungere come l’alzavola ferita, ma giungere per abbandonarsi sul mio petto vinta, stremata, disfatta.
Proseguì un giorno ancora senza aver più conoscimento, e giunta, alla sera, in un paesello alle soglie di Roma, cadde delirando e non si rialzò.
Fu raccolta. Una società femminile pensò a ricoverarla e a riabilitarla chè la credette una meretrice. Ella seppe nulla; solo, allorchè riacquistò perfetta conoscenza si trovò rinchiusa nel triste convento su l’Aventino.
Sita vide e gioì nel suo cuore di lupa.
La convalescenza fu lunga e penosa. Quando si sentì migliorare stette per ore ed ore seduta al sole, nel giardino dove crescevano tante alberelle dalle foglie di un verde intenso. Erano melaranci. Ella non aveva veduto mai simili piante; ne conosceva solo il frutto saporoso, bello e lucente come uno scrigno d’oro.