Part 13
— Vedo che non vi ho persuaso — constatò tristemente Oddo Spiro. — Eppure mi era parso fin dal primo momento, per l’impressione che ho provato vedendovi, che le nostre anime fossero avvinte dal _karma_.
— Ahi! — esclamò Giusto Sorani aggrottando lievemente le ciglia.
Tutti demmo nel ridere, solo Oddo Spiro rimase serio, evidentemente contrariato dalla interruzione intempestiva.
— Ma sai che cosa sia il _karma_? — chiese rivolto a Sorani.
— Niente affatto — rispose quest’ultimo — ed è appunto per questo che ne temo.
— E perchè ridi allora?
— Per principio. Il riso è la magnifica difesa dell’ignoranza.
— Compenso meschino.
— Ma bello. I miei vecchi che avevano imparato a conoscere unicamente l’ombra e il sole, dicevano che il riso fa buon sangue. Io mi attengo al loro principio perchè amo la mia salute.
— La tua anima è serva del tuo corpo; è soggiogata dagli istinti bestiali che prediligi.
— Forse hai ragione. Io ho la tranquilla coscienza di essere un grazioso animale venuto al mondo per goder quel poco o quel molto che il mondo può dare, ne ho forse colpa?
— E non ti preoccupi della ricerca della verità?
— No. Guardo voi. Mi accontento del mio umile posto in platea.
Oddo Spiro sorrise crollando lentamente il capo dai lunghi capelli castani, spartiti a mezzo alla fronte in due grandi ali che condiscendevano in massa compatta ad ombreggiargli il collo, poi tacque convinto dell’inutilità delle sue ragioni di fronte alla gaia indifferenza di Giusto Sorani.
Sulpicio Alanna ruppe l’imbarazzante silenzio.
— Ma ditemi, Spiro, credete seriamente alla logica de’ vostri studi?
— In apparenza tutto ciò che avete visto e che vi ho detto potrà sembrarvi illogico, eppure non è che la manifestazione naturale di cause che sono ancora ignote a noi.
— Del resto — soggiunse e gli occhi suoi si riaccesero d’improvviso per il grande entusiasmo che lo animava allorchè era tratto a discutere delle sue dottrine — del resto si trova logica l’azione della macchina elettrica che, isolata su piedi di vetro, trasforma in energia il lavoro meccanico; ma, con procedimento aprioristico, si trova più che assurda, addirittura pazza, l’azione del mago il quale, isolato al centro del suo circolo tracciato col carbone, trasforma in energia astrale il lungo e penoso lavoro di allenamento a cui ha sottoposto il suo organismo, e condensa la forza prodotta, nella palla metallica fissata al termine della sua verghetta di legno rivestita di vernice isolante. Tutto ciò, che sostengono i nostri contradditori, vi sembra coerente?
Si arrestò un attimo e continuò poi con maggior lena.
— E non si trova forse logica e razionale l’azione del parafulmine che attira ed attenua l’energia elettrica di una nube? E non si trova logica l’azione di una punta metallica che permette la dilatazione dell’elettricità contenuta nella macchina di Ramsden, o la direzione dell’ago calamitato che tende misteriosamente e costantemente verso un determinato punto dell’orizzonte? Ma che un cultore di scienze magiche, armato di una punta metallica chiamata spada magica, spilli l’energia condensata in un agglomerato di forza astrale, no, non può esser logico per nessuno: per gli scienziati sarà un folle, un allucinato; per il gregge sarà un ciarlatano!
— Eppure — riprese fissando gli occhi al suolo — la follia dell’oggi sarà la sapienza del domani. Le forze su le quali agisce un cultore della magia sono dello stesso ordine al quale appartengono tutte le altre forze che agiscono in natura, e ubbidiscono alle stesse leggi! Noi non crediamo nel soprannaturale.
— Non è questione che di un lieve spostamento di termini — disse Sulpicio Alanna. — Comunque sia la vostra difesa è buona.
— Ma non vi persuade!
— Non siate troppo precipitoso, non è da scienziato! Non vi ho detto ancora che non possiate convincermi.
— Io non faccio il sacerdote delle mie idee — rispose Oddo Spiro — pur tuttavia non sarei meravigliato se il vostro spirito venisse a noi. In questi ultimi anni molti uomini di gran valore scientifico si sono dati all’occultismo, attratti dalle grandi verità svelate da questa antichissima scienza. Agli scettici i quali pensano essere i nostri studi vani sogni, potremo chiedere se la legge dell’evoluzione non debba applicarsi alle forze fisiche come si applica a tutta la natura e se abbiamo diritto di fissare limiti all’energia, sotto qualsiasi aspetto essa ci si presenti.
Trascorse una nuova pausa. Oddo Spiro si era animato di vivissimo rossore e pareva scosso da un tremito nervoso. Era il pensiero, in lui, come una occulta fiamma di cui tutto il corpo vibrava. Anche quel giorno il giovane teosofo vestiva semplicemente di nero senza palese cura; nessuno fra noi lo aveva visto una sola volta indossare abito diverso.
Giusto Sorani lo accusava di portare il lutto delle sue malinconie trascendentali, altri aggiungevano ch’egli voleva assumere una cert’aria sacerdotale; comunque fosse, viveva la maggior parte del suo tempo nell’isolamento mostrandosi di rado nella società de’ suoi simili e anche quando compariva era di preferenza taciturno vinto forse dal terribile scetticismo degli amici suoi.
— Quando ci conduci nei penetrali? — chiese Giusto Sorani.
— Anche subito — rispose lo Spiro — ma prima voglio una promessa.
— E quale?
— Ciò che vedrete non turberà certo la vostra immaginazione predisposta allo scherno, nè la vostra coscienza muta, ch’io direi ripiegata su sè stessa in una terribile oziosità. Rimarrete indifferenti e ciò non mi preoccupa; vi prego però di non ridere: la cosa mi offenderebbe. Ogni idealità, come tentativo di elevazione dell’anima nostra, è sacra.
— Vi prometto che Giusto Sorani non muoverà critiche di sorta — rispose Sulpicio Alanna.
— E te lo prometto anch’io — soggiunse Giusto.
Allora si avviò innanzi, verso una porta celata da una pesante cortina rossa.
La stanza da studio dello Spiro era molto semplice. Su le pareti bianche, a calce, oltre l’agenda magica erano appesi i ritratti di Eliphas Levi, di Camillo Flammarion, di Hoene Wronski, di Eugenio Dus, di Charles Fauvetry, celebri cultori delle scienze occulte. In disparte, sotto la piccola finestra celata da tendine color di cielo, era un tavolo ripieno di teschi, di storte, di alambicchi, di antichi volumi rilegati in pergamena e di altri oggetti, sacri già alla memoria degli alchimisti medioevali. Nel lato più buio della stanza era situata la scrivania su la quale giacevano carte e libri a catafascio; di fronte alla scrivania pendeva dal muro una enorme croce nera.
Osservai ancora, posato su l’uscio della camera segreta, un gufo reale che ci sogguardava fissamente dai grand’occhi gialli dall’espressione ondeggiante fra il terribile e l’idiota.
— Possiamo entrare? — chiese Giusto Sorani.
— Non ancora — rispose dall’interno Oddo Spiro.
Dopo non molto le cortine si levarono come per incanto e ci trovammo innanzi una piccola stanza tutta nera nella quale di primo acchito non distinguemmo se non una livida fiammella oscillante e un fumo bluastro e luminoso che si disperdeva sfioccandosi per l’aria. Si distinse poi, al bagliore incerto di una lampada a spirito, una lunga tavola ricoperta da un tappeto nero. Al centro della tavola era posta una stella circondata da sette cubi e ai quattro lati sorgevano: un vaso di vetro; una coppa; un fornello a spirito e una lanterna magica la quale proiettò ad un tratto il suo fascio di luce sui vapori uscenti dal fornello e ne trasse magnifiche iridescenze.
Dietro la tavola, su la parete tappezzata di panno nero, mi parve scorgere il miraggio di uno specchio situato ad arte sì da rendere come un incantesimo indefinito di tenui luci lontananti nello spazio.
— Questo è l’altare magico — disse Oddo Spiro dall’ombra.
Secondo la promessa data, nessuno fiatò. Ci aggruppammo su la porta, vinti da una curiosità nuova per le cose che avremmo vedute ed udite.
— La magia — riprese Oddo Spiro — è l’applicazione della volontà umana dinamizzata alla rapida evoluzione delle forze viventi della natura. Qualsiasi operazione magica deve comprendere almeno il seguente rituale: Dinamizzazione della volontà dell’operatore per mezzo del desiderio; purificazione degli oggetti impiegati; evocazione delle influenze benefiche dell’invisibile (angeli planetari e angeli delle ore); congedo.
Sentii il braccio di Giusto Sorani premere fortemente il mio; se non era per la promessa data non sarebbe stato improbabile che il gaio incredulo avesse rotto l’incanto.
— Passo sulla prima e sulla seconda operazione — continuò il dolce mago — e cioè sulla dinamizzazione della volontà e su gli oggetti impiegati; tali argomenti meno potrebbero interessarvi e mi soffermerò sulla invocazione degli spiriti benefici. Tutte le operazioni debbono essere compiute durante il periodo della luna crescente. L’operatore, ricoperto delle sue vesti sacre, tiene nella mano destra la verghetta e nella sinistra la spada e si pone nel perfetto centro del circolo magico tracciato sul suolo. Al suo fianco ha situato un braciere contenente carboni ardenti sui quali viene proiettando incenso mentre pronunzia la seguente formula sacra: _Nel nome di_ IOD, IAH, IAÔ, IEVE; ADAII, ELOIM, AGLAON; _la cosa ch’io domando si compia per volontà mia e per volontà degli spiriti invisibili dell’Astrale!_
La voce di Oddo Spiro giunse dall’ombra con tanta vigoria ed ebbe una intonazione sì strana di orgasmo e di paura che Giusto Sorani si strinse al nostro braccio e non si tenne dall’esclamare:
— Gesù mio, salvateci voi!
Gli tappammo la bocca. Oddo Spiro non intese e continuò:
— Pronunciata tale formula l’operatore potrà bruciare una carta sulla quale avrà scritto il suo desiderio dinamizzato per mezzo dei caratteri geroglifici del tetragramma posto ai quattro angoli della stessa carta. In seguito conviene invocare il genio del giorno e il genio dell’ora. A operazione compita si congedano gli spiriti ringraziandoli in nome di Dio onnipotente.
Cadute le quali ultime parole, le cortine si riabbassarono e la camera magica disparve agli occhi nostri.
Ognuno di noi sorprese sul viso del compagno un muto sorriso.
— È una forma di ciarlataneria — disse a bassa voce Giusto Sorani.
— Credo lo Spiro in buona fede — soggiunse Sulpicio Alanna. — D’altra parte questa tendenza dello spirito non è nuova, riappare in tutte le epoche di maggior scetticismo e di disgregazione morale. Roma ha conosciuto i suoi maghi ben altre volte in tempi ben più grandi di questi e la città di tutti i misteri e di tutti gli Iddii non può essere sorpresa dalle cabale, dagli altari e dalle evocazioni del nostro mago. Non ostante il grido di Orazio, Roma pagana credeva nel meraviglioso; i sogni e i miracoli l’esaltavano. Il poema di Manilio su l’astrologia ebbe a quei giorni numerosissimi lettori. Tiberio proscrisse gli indovini, li fece battere, imprigionare, li uccise ma nello stesso tempo non sapeva farne senza e segretamente ne invitava qualcuno a’ suoi palazzi. La magia di allora come quella d’oggi, affermava essere in possesso di segreti per mezzo dei quali costringeva alla sua volontà le forze della natura e degli stessi Dei. Essa pure faceva risuscitare i morti. I nostri lontani progenitori attraversavano, ai tempi di Tiberio, una crisi dello spirito la quale ha molti punti di contatto con quella che agita il nostro secolo. Cadevano le antiche credenze, il cristianesimo era ancora un’alba troppo pallida; allora come non mai, nella cieca furia della tempesta imminente, le anime che per la scuola degli stoici avevano imparato a sorridere degli antichi idoli, ricercavano qualcuno, qualcosa che appagasse la loro sete di soprannaturale; tutto era buono, tutto veniva accettato con cieca fede; chi più sapeva ingannare più era considerato. Oggi avviene un po’ la stessa cosa. Si è insistito tanto e con tale assurdità nella negazione, che si finirà per credere ciecamente alle più strambe malinconie finchè un nuovo forte grido non sorga a raccogliere il gregge disperso. Per ora io non vedo simile possibilità. La Chiesa decrepita non risponde a’ suoi figli nuovi e d’altra parte non potrebbe. Il campo è e rimarrà libero per molto tempo ancora; Oddo Spiro potrà fare molti iniziati.
— Forse nei manicomi! — esclamò sorridendo Giusto Sorani.
— Anche fuori — aggiunse Sulpicio Alanna.
— Ma per studiare un qualsiasi fenomeno è forse necessario tutto quell’apparato ciarlatanesco?
— Ti risponderanno che quelle sono le uniche condizioni in cui il fenomeno possa manifestarsi. I procedimenti antichi non farebbero breccia su la sensibile anima moderna. Ricorderai, nella _Farsalia_ di Lucano, il racconto di quella maga la quale, invasa da sacro furore, si gettava sui moribondi, sussurrava loro ciò che le piaceva ordinare alle potenze infernali poi, fingendo baciarli, li uccideva. La stessa maga, dissotterrava i morti obbligandoli a rispondere alle sue domande; toglieva loro gli occhi e compiva impunemente orribili nefandezze. Oggi le cose hanno cambiato aspetto. La parte essoterica dell’occultismo moderno non è più popolare, rivolgendosi essenzialmente a spiriti raffinati ha ricorso a forme più raffinate rimanendo identica la sostanza.
Si interruppe; Oddo Spiro era ricomparso. Notammo l’estremo pallore di cui era diffuso il suo bel volto di adolescente.
— Non vi sentite bene? — domandò Sulpicio Alanna.
— È nulla — rispose Oddo Spiro. — Tutte le volte che invoco i genii di Décan, l’emozione troppo forte mi lascia un poco spossato; ma faccio presto a riavermi; l’aria libera mi è un balsamo salutare. Usciamo?
— Certamente — rispose Sulpicio Alanna.
— A che ora abbiamo l’appuntamento con Leonello Robbia?
— Alle cinque, sul piazzale del Pincio — rispose Giusto Sorani — Non c’è da indugiare, mancano pochi minuti all’ora fissata.
Poco dopo percorrevamo la luminosa strada che dalla Piazza dell’Esquilino si lancia in linea retta fino a Santa Trinità dei Monti e si avvalla e risorge in un superbo giuoco di prospettive superando tre colli; chiusa ai termini da due steli granitici sacri alle vittorie di Roma.
***
Giù, dietro la cupola di San Pietro, gigantesca nei cieli come l’ardimento del genio che la volle, il sole, in una incomparabile ricchezza di luci, salutava la nostra terra che si volgeva verso i diademi stellari. L’ammaliamento del sommo fuoco non mai si era disteso più vasto e superbo fra nuvole ed aria a coronare la città dei magnifici.
Immensa su l’ondulare dei sette colli lanciava Roma l’arditezza de’ suoi fastigi contro la luce che li facea di basalto ed ora appariva in una cima obliquamente, ora scuriva avvallandosi come sul turbine di un mare percosso dai venti occidentali. Dietro la sua compagine, l’ultimo fantasma solare era scomparso fra un alto intercolunnio di rigidi cipressi.
Permase all’estremo cielo, nel punto sul quale le piccole cose del mondo dileguano, una vasta raggiera che si innalzò in un diffuso nimbo quasi a proiettare nell’aria, un’ultima volta ancora, la grande ombra del sole. Dall’invisibile fuoco sorse l’armonica forma stellare e le bianche nubi che spuntavano dall’oriente si orlaron di fiamma. La luce si mantenne viva per qualche attimo in uno splendore che non ebbe graduali morbidezze (chiuse l’orizzonte un lieve color ferrugigno digradante in toni d’oro e di perle fino all’alto azzurro) poi l’incantesimo vesperale si diffuse per la concava vastità.
Fu dapprima una gialla ammantatura di bellezza oltremirabile che ebbe fulgori di topazio; ma per un niente: alle estreme radici illividì; trascorse come un tremolìo d’ignee goccie, subentrò una banda più cupa che per le gradazioni dell’ametista e del berillo salì all’intensità del vermiglio; vinse le prime nubi che si sciolsero in corone di granati; portò, sui monti orientali, nimbi di incognite aurore.
Allora fu che l’Urbe apparve agli occhi nostri indimenticabilmente.
Alta sui palazzi e le chiese, su gli obelischi e le torri, più agile dei colli perchè più sola nel vuoto, la cupola di San Pietro vegliava. Da Piazza del Popolo, ultima armonia in cui si muore il digradante Colle delle Palme, prima ed oltre l’invisibile Tevere, pareva che gli edifizi in graduale ascendere mirassero all’irraggiungibile sommità. Sculta in un monte di bronzo, tratta divinamente dall’informe e costretta in un segno, come un mondo dalle disperse energie, stava, a simiglianza del ricurvo dorso di un ciclope, il fastigio della somma basilica.
Monte Mario si erigeva in fondo coronato da suoi neri cipressi e intorno: la mole di Castel Sant’Angelo, le cupole e le torri di San Giacomo e di San Carlo, l’oscura massa del Pantheon e più lontano la colonna di Marco Aurelio, la torre del palazzo Senatoriale, l’ardua facciata di Santa Maria in Aracœli si levavano nere e rossigne dalle valli o dai colli.
Altre chiese e palazzi e case si stringevano aduggiandosi, affoltandosi, costrette in una oscura marea; solo le antenne fulgevano nei cieli traendo dalla cupa vita dell’ombra tutta la loro forza di impero.
E in fondo, ultima scolta sui deserti della campagna, i cipressi del Palatino, i pini del Gianicolo stavano, enormi tede accese alla gloria del morto Iddio.
In quell’attimo portentoso non si intese parola; ci eravamo soffermati innanzi alla balaustra come su la prora di un antichissimo naviglio colti dallo stupore nel quale annega ogni piccola vanità umana: sperduti nella mirabile visione. Il tempo era spento per noi. L’eternità vive dell’attimo.
L’anima nostra esulò in quel cielo d’intensissimo fuoco sul quale Roma imperava.
Poi l’incanto decadde. Il cielo svariò, ammorbidì angelicandosi. Un’infinita gamma di toni si svolse. Vi furon laghi di smeraldo leggermente crocei ai bordi; nubi ch’ebbero il color delle opali, albe di luna nel sereno splendore; nubi rosee a vene grige, altre di una candida morbidezza di ermellino; archi di luce velati da vapori lattei fino all’estremo occidente dove, su le cose evanescenti appena, si distese una rosea dolcezza di paesaggio invernale.
E decadde ancora, sempre più: ogni tono si fuse nell’ultimo languore violaceo sul quale gli aspetti apparvero tuttavia, lievi ombre irradianti, per disperdersi poi come il sole sotto il soffio della prima stella.
Poi, d’improvviso, balzò dalla nascosta città un torrente di luce perlacea. L’anima notturna di Roma si levava dilagando.
Giungemmo in silenzio fino a piazza Santa Trinità dei Monti. Leonello Robbia si era aggiunto a noi, camminava al fianco di Sulpicio Alanna.
Trascorrevano, frusciando appena, le ultime vetture signorili; si udiva distinto il tonfo delle unghie dei cavalli e il lieve sobbalzare delle gomme sul lastrico ineguale.
Da Piazza di Spagna salivano affrettandosi e volgevano per via Sistina, gruppi di operaie; altra gente giungeva dal Pincio e si univa al fiotto continuo, traboccante, per via Capo alle Case, ai quartieri alti o a Piazza San Silvestro. Il rombo e il tintinnio dei tramway elettrici lanciati per la rapida erta di Porta Pinciana giungeva frammisto al rombo saliente della città in moto. Tutti si trovavan per le vie a quell’ora: poveri e ricchi, ammiranti ed ammirati, domati e domatori a fianco a fianco e pur tanto lontani gli uni dagli altri, più soli che per deserti.
Oddo Spiro andava un poco innanzi, solo.
Si era già soffermato ad ammirare, come soleva ogni qualvolta passasse innanzi a Villa Medici, la bella fontana che sorge a chioccolare nella sua gran vasca rotonda sotto il folto domo che forman le rame dei lecci su lei avvinchiandosi e aveva pronunziato qualche incomprensibile parola mentre gli occhi di lui arridevano sfolgorando — ora procedeva pensoso, astratto, le mani annodate dietro le reni, levando il capo a quando a quando per guardare innanzi a sè ed evitare i possibili ostacoli. Era il tipo più strano ch’io mi avessi conosciuto fra i tanti che avvicinavo in quel tempo; strano sì per il complesso di esteriorità bizzarre, come per il temperamento che aveva alcunchè di inafferrabile e disorganico. Il nome stesso denotava ch’egli non era solo della sua stirpe ad amar le stramberie.
Il viso un poco pallido era composto in una linea di virile bellezza; gli occhi azzurro chiari non avevano mai quella luce di voluttuosa letizia ch’è sì propria ai begli adolescenti i quali sanno precocemente l’amore; ma riverberavano la continua pensosità di un’anima tormentata. Sorrideva di rado; parlava a scatti e, a volte, troppo a lungo, come era solito di rimanersene muto per qualche ora. Le stesse ineguaglianze regolavano le sue apparizioni fra noi che per giorni e giorni era assiduo ai nostri ritrovi e lasciava poi trascorrere lunghi periodi senza farsi vedere. Allora Giusto Sorani lo diceva viaggiante nelle regioni dell’Astrale.
Amava circondarsi di mistero; rispondeva alle domande nostre con sorrisi ambigui e con parole evasive passando la bianca mano gemmata sui lunghi capelli castani. Tale gesto gli era abituale sì nell’intimità come su la cattedra da conferenziere. Era uno fra i più accesi apostoli della Teosofia alla quale era stato conquistato dalle prediche di un bramino. I maligni sussurravano ch’egli si fosse lasciato sedurre più dalla strana veste che dalle parole del sacerdote del Budda perchè in quel tempo Oddo Spiro non conosceva la lingua inglese adottata dal gaio indiano per le sue prediche.
Comunque fosse, ben presto salì in grazia delle esotiche signore le quali, nella loggia teosofica romana, occupavano i gradi più elevati della gerarchia buddistica e la fortuna di lui fu fatta.
Associò poi alla pura morale del Budda le pratiche del magismo, chiamò la scienza a far parte del connubio e si fece sacerdote della miscela. Siccome era bello, le signore di tutti i continenti convenute a Roma a formarvi la strana baraonda di cosmopolitismo femminile di cui la capitale si allegra, gli prestarono fede. Da quanto più lontano giungevano e quanto meno conoscevano la nostra lingua, tanto più erano disposte a vedere in Oddo Spiro un nuovo messia. Egli si accontentava temporaneamente di quel suo corteo di comete sperando in messe più larga nell’avvenire. Sperava anche poter sovvolgere Roma, la moderna Roma città dei pacifici. Così, senza alcuna fede, credo, ma con l’intima speranza di insinuare qualche dubbio nell’anima nostra, ci aveva fatto convenire alla particolar seduta dalla quale eravamo usciti qualche tempo prima più tranquilli che mai.
— Povero Spiro — disse Giusto Sorani — pare sia sempre sotto il fico di Bhodimanda a meditare come il suo maestro su la triplice scienza!
— Miss Twopower — soggiunse a bassa voce Leonello Robbia — ha parlato di lui a Gino Spada con parole entusiastiche.
— Gran mercè, quella vecchiona in guarnellino e in sottano non avrebbe a far la Monna Schifalpoco innanzi a tanta grazia di Dio!
La perenne allegria di Giusto Sorani trasse il discorso ad altri argomenti ai quali partecipammo per la gaiezza che li informavano.
Si giunse così, a passo a passo, ai Prati di Castello, dinnanzi al villino di Eduardo De Diensi. Quella sera eravamo convitati dal raffinato edonista per conoscere una nuova etera apparsa da poco a Roma.
Innanzi al cancello che separava il giardinetto dalla strada, Leonello Robbia mi chiese:
— Ci sarà anche il tuo onorevole?
— Non credo — risposi.
— È da madonna Primavera — soggiunse Sulpicio Alanna. — Non parlate dell’onorevole Miaggi?
— Sì.
— Dà un convito per madonna Primavera, su, al nuovo villino che le ha fatto costruire ai quartieri Ludovisi. Ne parlava oggi, da Aragno, Enrico Deral.
— Era invitato? — chiese ironicamente Giusto Sorani.
— Se ne parlava non poteva essere altrimenti. Si esalta la decorazione per farsene cornice.
— Il dolce esteta! — esclamò Sorani — Chi sa quali asfodeliche bambagerie avrà inventato per trar madonna Primavera a’ suoi sospiri.
— Non si attenta. L’onorevole Miaggi è di una gelosia furibonda e se il pover’uomo ha l’intelligenza di un montone è, in compenso, uno schermidore a tutta prova!