Part 9
— _Ecco le gioie._
— Benissimo.
— Tu sai ch’io posso rivederti quando voglio... che ti conosco?... E il _nostro amico_ dov’è ora? Quando ci rivedremo? Te lo ha detto?
Queste parole di Stein avevano lo scopo di investigare senza parere, ma Ben volgendo rapida la testa temendo a sua volta e accennando con la frusta a parecchi lontani passanti rispose:
— Viene gente... ritirati... presto... — In così dire toccò il cavallo e partì, lasciando solo Guy Stein che si ritrasse in un angolo sotto un fanale in piena luce.
Quivi, per eludere la polizia, se fosse stata, trasformatosi immediatamente come aveva fatto davanti a Hulda, non appena il gruppo de’ passanti gli fu vicino stese la mano dicendo con voce fioca:
— Fate la carità a un povero cieco.
Nessuno gli badò. Rimasto solo diede un sospiro di soddisfazione e s’incamminò verso il proprio quartiere, dove il vecchio padre lo attendeva, ansioso dell’esito.
* * *
Si faceva tardi.
L’inconscio padrone della piccola trattoria, che non vedeva ancora discendere i suoi ospiti signori e bizzarri, com’egli diceva, salì sopra alla saletta.
Come li vide così tranquillamente addormentati, affacciatosi alla piccola balaustra di legno disse alla moglie, una vecchina che cadeva dal sonno e aspettava il momento di chiudere:
— L’hanno presa buona, questi signori! Vieni a vedere come dormono.
— È tardi, ripetè senza scomporsi la vecchina, è tardi — svegliali.
— È fino un peccato interrompere il loro sonno — pensò bonariamente il trattore...
* * *
In quello stato i due individui assopiti per l’effetto delle sigarette preparate, non solo non soffrivano, ma gustavano ognuno d’essi a suo modo una grande dolcezza in un sogno mirabile.
Come dissero di poi, quando le vicende che narriamo toccarono il loro fine, Evaristo ebbe la visione di una ricchezza straordinaria e di una felicità mai desiderata perchè pensata mai, e venuta a lui, con mezzi nuovi e improvvisi. Ne era stato investito e preso come di soprassalto, rimanendo vinto e beato d’essere vittima.
Un gran cielo d’oro ardeva sul suo capo, e una quantità di persone quasi tutte sconosciute s’inchinavano a lui ammirando.
Hulda non passò con la sua bruna figura, per mezzo a quella luce, ed egli non sentì il bisogno di vederla e di cercarla.
Una nuova potente affezione, con una forza inesplicabile lo soggiogava, schiudendogli un mondo ignoto, una visione di nuove meraviglie, quasi premio alle smodate vedute della sua ambizione di speculatore.
Francis Webb rivide la diletta Mary. Si sentì dalle care braccia stringere, sentì la bella bocca rosea della figliuola posarsi su la sua.
Egli era contento in quello stato, ebbro di paterna felicità.
Quando riaprirono gli occhi, per la cessazione del sonno, non perchè il loro sonno fosse stato interrotto dal padrone che malgrado tutto non vi era riuscito, si posero in cammino per ritornare alle rispettive dimore.
* * *
Ben intanto s’affrettò verso la casa di Evaristo Grinfieri, dove Tommy attendeva.
Non indugiarono molto a compiere ciò che da chi tutto dirigeva, era convenuto dovesse aver luogo.
Ben consegnò _le gioie_ ed ebbe dal vecchio servo il denaro, l’abito nuovo, e lo scontrino pel viaggio.
Cambiarono poche parole, per quanto si conoscessero già da parecchio.
— Tommy — chiese Ben prima di partire — sento una strana arsione in gola; datemi un calicino di qualche cosa veramente buono.
— Ecco — gli disse dopo qualche momento il servo, ecco del _gin_ di ottima qualità. Non è di quello che si trova da per tutto.
Ben tracannò subito, poi, più per complimento che per aver gustato davvero in quella fretta il liquore, disse con solennità:
— Avete ragione. È dell’ottimo. Vi saluto.
— Arrivederci.
Ben, salito a cassetto, pensò subito alla seconda e più difficile parte del suo programma: levare di mezzo Gar.
Ebbe quasi scrupolo di toccarlo con la frusta. Scosse le redini ed il cavallo si pose al trotterello consueto.
Dopo una buona ora arrivò in quel tal punto di _Le Ferry_ che così opportunamente era stato designato da Evaristo, nella sera in cui gli aveva parlato di Guy Stein e delle gioie di Hulda da ricuperare, prima di farlo cadere con un tranello in mano della polizia e liberare per sempre da quell’incubo sè e la donna che amava.
Arrivò sul posto proprio al punto in cui l’alta rupe si scoscende sul mare.
Scese: poi con un tremito di commozione non mai provata, cominciò a mutare il vestito.
Pose il vecchio nella vettura, indi preso al morso il cavallo, girò la vettura.
Girò la vettura e si fermò, ora che non mancava più che una spinta indietro a precipitarla insieme con Gar.
Lo riafferrò la pietà dell’animale, che gli era stato compagno di lavoro per tanti anni, non seppe decidersi al momento fatale di dargli la morte. Si fermò incrociando le braccia, pensoso:
— E se io precipitassi la carrozza lasciando salvo Gar? Non sarebbe l’istesso? Forse che Gar ha la parola? Forse che potrebbe tradirmi? Non è meglio che lo lasci vivo a un altro destino?
In questa idea, lentamente sfibbiò i finimenti e ne liberò il cavallo, che ritrasse in disparte; poscia presa per le stanghe la vettura puntò i piedi e la spinse.
Uno sforzo, due, tre, ed il numero tredici, varcato l’orlo del precipizio con le ruote posteriori, abbandonato a sè stesso, precipitando con gran fragore, finì per dare un tonfo nelle acque, le quali rumoreggianti si rinchiusero per sempre sopra di esso.
Seguì un silenzio completo e l’oscurità diede come un senso di sgomento nuovo a Ben.
— Crepi la vettura! — disse il cocchiere — ma il povero Gar è salvo.
Si accostò all’animale, lo guardò, gli fece ancora una carezza, poi quasi strappandosi ad esso ripetè due volte ancora;
— Addio! Addio!
Prese la via a passi concitati, allontanandosi pel cammino più breve onde varcare il tratto di mare, guadagnare la riva opposta e internarsi con più calma verso il Canadà.
Si fermò solo un istante quando udì per l’ampia oscurità nitrire Gar che pareva chiamarlo.
— Che cosa vuoi da me dopo tutto? Non ti ho io salvata la vita? — E concitato e a passi celeri proseguì il suo cammino.
Gar insolitamente libero vagò tutta la notte finchè seguendo l’istinto si pose su una delle grandi linee che conducevano alla piazza dove per solito stava fermato con la vettura e sotto la guida di Ben.
I rari passanti e i pochi vetturali di quell’ora non senza meraviglia videro un cavallo sciolto abbandonato a sè stesso e non sapendosi spiegare la cosa, si domandavano l’un l’altro:
— Che diamine può essere avvenuto?
Qualcuno credeva riconoscere la bestia, qualcuno metteva in dubbio le asserzioni udite.
Una pattuglia di polizia, per misura di buon ordine, e per supposizione di qualche fatto anormale... arrestò Gar, e lo rinchiuse in una stalla, dove finalmente, dopo una giornata come quella, dopo il pericolo corso di morire trovò biada e riposo...
CAPITOLO XIII.
La prima sorpresa. — Davanti alla cassa-forte — Ciò che fa la polizia
A un certo punto della via che percorrevano a piedi, e quando avrebbero dovuto dividersi, Grinfieri s’arrestò e disse come sotto l’impressione d’una sorpresa gravissima:
— È strano quel che mi accade!
— Che è?
— Mi manca la chiave della cassa, non l’ho più alla mia catenella. Questa è nuova davvero!
Com’era naturale, Francis Webb cercò la sua e non la trovò.
— Come? Anche a me, manca la chiave...
— Anche a lei?
— Ma sicuro — rispose l’altro con un tremito fitto per tutte le membra. Ah, corpo del demonio, siamo stati derubati...
— Derubati?...
— Ma sicuro...
— Io non mi raccapezzo...
— Sai tu quella donna?
— Quale?
— Quella che ci offerse le sigarette?
— Ebbene?
— Ebbene è stata lei... certo.
— Vuol dir proprio?...
— Ma lo giurerei! Chi sa che birba essa era mai. Ha profittato del nostro stato... Noi abbiamo un po’ bevuto... Ci siamo addormentati, non c’era nessuno... quindi...
— Comincio a credere anch’io che sia stato così.
— Non può essere diversamente. Noi portiamo sempre le chiavi addosso... Vogliamo tornare indietro?
— No! No! sarebbe tempo sciupato. Andiamo subito allo studio a verificare la cassa... Ah, proprio questa mi ci voleva. Oggi, oggi nel giorno che festeggio! Ma che strana predestinazione sia mai? Andiamo, corriamo, Evaristo. Altro che dormire. Bisogna stare in guardia, chiamar gente, vegliare tutta la notte per prevenire l’opera dei ladri... se saremo ancora in tempo.
— Se saremo ancora in tempo — aggiunse macchinalmente Evaristo, che faceva con grande abilità, con mirabile disinvoltura la sua parte. — Andiamo.
Il lettore conosce già la dolorosa sorpresa che li aspettava, o per dir meglio che aspettava Francis Webb che diede in urlo disperato:
— La cassetta con duecentomila dollari! — e si portò disperatamente le mani nei capelli.
— Pur troppo! — gemette Evaristo. — Il milione che avevo preparato per gli sborsi da mandare in Italia e in Francia! Sono cose da impazzire.
— Ed ora? chiese Webb.
— Ora, calma e coraggio. Domani porremo la giustizia sulle traccie dei colpevoli. Cominceremo col denunziare il trattore che a sua volta denunzierà gli avventori che furono contemporaneamente a noi nel suo esercizio...
Sopratutto calma. Ci dia coraggio il pensiero che, anche con un milione di meno, siamo ancora capaci di dettar legge sui principali mercati, su tutte le imprese, su tutte le combinazioni di commercio...
— Tu te la cavi subito, ti consoli con le parole...
— No, signor Webb, ci rimane ancor tanto che il perduto è ben poca cosa, se sarà realmente perduto. Abbiamo ancora tanto margine per consolarci coi fatti. Non siamo sempre noi? Non siam sempre quelli d’un tempo?
— Speriamo — ripetè flebilmente Webb — speriamo.
* * *
Al giorno, seguente quella agitatissima notte, il fatto si sparse per tutta New-York, variamente commentato dai giornali.
La polizia, secondo le deposizioni di Webb, investigò presso Brendly, ma a nulla approdò.
Brendly era perfettamente ignaro. Costatava soltanto di aver trovato i due signori addormentati. Degli altri due e della dama, di Lucy, non sapeva dare notizie, giacchè poteva giurare che non erano frequentatori abituali e perciò non li conosceva. La sua lunga vita poi specchiatissima contribuiva a salvarlo da qualunque accusa di complicità.
La polizia si mostrò paga in apparenza, ma seguitò a tenerlo di mira per coglierlo alla sprovvista, il che non ebbe luogo per quanta fosse la attenzione nelle ricerche.
Restavano ora a far nuove congetture sul cavallo abbandonato che si riconobbe poi subito per quello di Ben, cocchiere del _numero 13_, e tutte le opinioni furono concordi finalmente, dopo sottilissimi esami di parecchie circostanze.
Sicuro, chi aveva fatto il colpo e ne giustificava l’accusa la sua scomparsa, doveva esser lui. O comunque doveva essere, se non autore, complice e magari vittima.
Accadono tante cose al mondo; ma dov’era Ben, dove scovarlo?
La polizia, come tutte le polizie del globo, seguitava a... indagare; tanto più che aveva in mano un filo: la scomparsa della vettura numero 13, non trovata nella rimessa, e più importante ancora, la fuga di Ben.
Si parlava di fuga con tutta certezza. Nessun dubbio ormai. Ben era il ladro, o per lo meno colui che poteva accusare tutti quelli che avevano preso parte al furto.
Anche qui, ricerche attivissime, ma Ben era introvabile, cioè... salvo.
* * *
Stando le cose a questo modo il compito di Evaristo Grinfieri, consisteva nel consolare Webb, nel fargli coraggio e nell’esortarlo ad avere fiducia nelle famose indagini per le quali sarebbero ricuperati i valori e puniti i colpevoli.
Mentre attendeva a questo, attendeva pure con la massima alacrità ora che possedeva i mezzi a organizzare l’impianto per gli uffici che avrebbe dovuto avere ricchi e grandiosi, la nuova linea dell’Est, sotto la direzione dell’avvocato Fasperal, divenuto ormai una specie di genio che tutti ammiravano, sia per la condotta del giornale, sia successivamente per l’impianto della azienda colossale.
Il pubblico male informato come sempre, sempre allo scuro, cominciava a formare intorno a Gasperal una specie di leggenda commerciale di cui l’astutissimo Evaristo Grinfieri si godeva un mondo e di cui, giovandosi della propria autorità, caricava spesso, come suol dirsi, le tinte.
Gasperal era diventato l’uomo fenomeno che teneva a memoria migliaia di cifre, che aveva amici in tutto il mondo, che parlava dodici lingue, che aveva difeso gli imputati più celebri, e che senza darsene l’aria, senza strombazzamenti, aveva uno zampino nella politica europea per la fiducia che ponevano nel suo consiglio, l’Italia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, ecc.
Comunque, il fatto importante è questo, che la linea dell’Est — quel sogno della linea dell’Est — s’avviava a gran passi verso la più formidabile realtà.
Le azioni fiorivano. Il palazzo affittato per gli uffici aveva preso l’aspetto d’una banca grandiosa animata da un pellegrinaggio ininterrotto.
Erano stati assunti due sotto direttori, uno tecnico e uno amministrativo; trentacinque impiegati, giovani ed alacri.
Erano stati adottati sistemi recenti per celerità e precisione.
Dieci servi portavano scritto in oro sul berretto _Linea dell’Est_.
Il grosso Isaele Wood era rimasto come istupidito.
Le cinquecento miserabili copie del giornale si quotavano a prezzi relativamente favolosi, la ricerca ne era insistente, continua, e pur troppo tutti trovavano la tiratura manchevole alla vastità della importanza, eccessivamente manchevole, tantochè tentando una nuova speculazione, cioè su quella innestandone un’altra, un ricco editore di New-York aveva chiesto a Gasperal di poter riprodurre a distanza di tre giorni ogni numero offrendo centomila dollari annui in compenso e sottoscrivendo per quel numero di azioni che in base allo statuto avrebbe richiesto.
— Denari? — rispondeva Gasperal indettato da Evaristo — ma se ne abbiamo già troppi! La bontà dell’impresa è la più alta e proficua sua _réclame_. Io sono assediato e stanco. Le casse rigurgitano. La contabilità si complica... Date tempo... date tempo, lasciate che comincino i lavori. Se ci occorreranno denari, li domanderemo. Forse che ora non li abbiamo chiesti?
* * *
Hulda, dopo tutto ciò che era avvenuto, raggruppando le idee a modo proprio e nulla sapendo dell’intimo pensiero di Evaristo, rimaneva spesso in dubbio circa la maniera di comportarsi con lui.
Ella che aveva aspettato ingenuamente l’arresto di Guy Stein, con lo stratagemma escogitato da Evaristo, ora pensava:
— Non solo, non è riuscito, ma ha perduto il milione! È strano, è tremendo! Dei due ha vinto ancora Guy Stein.
E lo rivedeva l’uomo terribile, con le pupille arrovesciate, e la bocca sdentata, e paurosa ancora ne ascoltava, come di lui supremo sarcasmo, le pietose parole:
— Fate la carità a un povero cieco.
CAPITOLO XIV.
Le idee di Mary — Nuove pagine d’amore — Contrasto in famiglia
Qualche tempo dopo gli avvenimenti narrati, e quando già Francis Webb si rassegnava ormai a non rivedere più i duecentomila dollari che con tanta finezza gli erano stati rubati, qualche tempo dopo, finito il viaggio e gli studi, tornò definitivamente in famiglia Mary. Webb abbisognava davvero in quel punto della consolazione di riabbracciare la figliuola diletta, della quale oramai non si distaccherebbe più.
Da un pezzo si sentiva troppo solo, da un pezzo non gustava il piacere di una così cara intimità quale poteva dargli Mary.
E la fanciulla era davvero amabilissima. Il sorriso più squisitamente buono fioriva sulle sue labbra e quella vera bontà, che conquista e ammalia, era tra le bellissime prerogative di lei.
Ora tutta entusiasta del suo viaggio aveva un mondo di cose da narrare al babbo che l’ascoltava rapito, che se la stringeva al petto con nuova intensa effusione.
In Mary egli vedeva rivivere la cara sposa perduta; in Mary presentiva lontanamente, vagamente, il piacere e l’orgoglio di sentirsi presto un uomo felice.
Egli aveva in testa abbozzato, se non concretato ancora, un progetto di matrimonio nel quale si concentrava ogni sua idealità: ma pur troppo, come vedremo in seguito, Mary non divideva le idee del padre, per quanto gli fosse una figliuola singolarmente affezionata.
* * *
Evaristo Grinfieri aveva in passato veduta poche volte la fanciulla e proprio quando, giovanetta ancora, non s’era in lei delineata per anco quella personalità forte e compiuta che può ispirare una seria passione.
Le molte cure dell’azienda, che per tanta parte poggiava su di lui, e l’attaccamento allora sincero per Hulda, avevano pure contribuito a non lasciargli fissare mai troppo il suo pensiero su Mary.
Ora rivedendola spesso cominciava a sentire un vago bisogno di vederla sempre, di parlarle, di gustare tutto il fascino innocente che emanava da quella creatura così bella e tanto buona.
Mary, perfettamente ignara de’ di lui precedenti, cominciò a trovarlo d’una simpatia irresistibile, cominciò a pensare che in Evaristo si concretava il tipo che qualche volta le era balenato alla mente ne’ suoi sogni di fanciulla sana e forte che aspira con sincerità al bacio dell’amore.
Francis Webb non si dava pensiero dell’intimità ognor crescente fra sua figlia ed Evaristo. Egli aveva la convinzione che fosse nulla più di una vera confidenziale amicizia e che il giovane sarebbe davvero ben lungi dal voler in Mary una sposa.
Per la sua Mary ci voleva ben altro di quell’uomo, che egli aveva da giovinetto educato al commercio e alla lotta delle speculazioni. La sua mente vedeva un partitone ben diverso, vagheggiava uno di quei connubi d’alta linea nobiliare che sono il desiderio e la spina di molti americani di recente ricchezza.
Non solo, ma nella sua bonarietà nutriva la certezza, avrebbe giurato, che la figliuola non penserebbe dissimilmente dal babbo.
Come si ingannava, e come di giorno in giorno, i due giovani si amavano sempre più!
Evaristo, che prima di allora non s’era mai sentito soggiogato da un affetto vero ed intenso, ora provava nell’anima una nuova voluttà. Il suo spirito si sentiva attratto con tanta violenza verso il nuovo ideale, che man mano quell’amore diventava per lui un martirio.
Il vero, il potente amore, quello che non si può nascondere è proprio così, ed ormai quello che egli provava rispecchiava l’altro elevato, intenso di Mary.
Quante dame aveva già conosciuto Evaristo! ma quale di esse si era fatta amare con tanta passione, e fatta amare per la sua casta bellezza, pel sorriso angelico, per la virtù, pel riserbo mirabile?
Ah, nessuna, nessuna come Mary! in entrambi era quello un primo amore, con tutta la sua veemenza, con tutti i suoi spasimi, con tutte le lusinghe crudeli, con tutte le grandi fedi inalterabili.
Mary doveva essere sua, doveva diventare la madre de’ suoi figli. Bisognava perciò decidersi una buona volta e farla finita per sempre, con quella precedente vita di scapolo, passata mutando amore sempre e non amando mai.
La figura di Hulda ora impallidiva. Hulda per lui non aveva che le risorse di una mondana e l’attaccamento suo non era che l’effetto del pane e forse di una certa gratitudine.
Non si poteva amarla davvero, non si poteva a lungo andare viverle dappresso, consacrarsi a lei, tutto a lei che era stata di altri.
Ma questo pensiero gli dava uno sgomento così forte, quale egli non avrebbe mai sospettato che potesse avvenire, sentiva che Hulda era un ostacolo, che troncare la relazione con l’amante sarebbe stata una prova difficilissima.
Era tra due fuochi.
Intanto seguitava ad amare con crescente ardore la candida Mary.
Hulda, che pur continuava a visitare, più d’una volta gli aveva fatto notare la di lui freddezza.
Egli rispondeva continuamente:
— Troppe preoccupazioni, troppi affari, troppe cose per la testa!
Quando, lasciata Hulda, ritornava a Mary, la sua fronte si rasserenava. Gli pareva di trovare l’oasi della sua anima. Senonchè baciandola lo assaliva quasi direi un rimorso. Gli pareva di contaminarla perchè la sua bocca si era posata poco prima su quella di Hulda.
L’amore dà di queste così squisite delicatezze, e le dà più specialmente a certi individui che, scettici e spesso elegantemente brutali, si diedero in braccio liberissimi a ogni senso di voluttà.
A questo punto delle cose, o diciam meglio della intimità, fra Mary ed Evaristo, Francis Webb non aveva ancora nulla veduto, ancor nulla notato.
Che diamine? La buona Mary amerebbe e si lascerebbe amare, senza il suo permesso? Una figliuola così affettuosa, così obbediente?
* * *
Non basta, quello che già fu detto a riguardo di Evaristo, pur troppo non è tutto. Una nuova spina veniva ora a fare strazio di lui. Di fronte alla sincerità del suo amore, si ergeva lo spettro del rimorso.
Con che coraggio poteva egli chiedere la mano di quella fanciulla al cui padre aveva rubato?
Questo fu a poco a poco il terrore che si ingigantì nel suo animo, questo fu il nuovo tormento insieme con l’altro, cui cominciava ad avvezzarsi, di Hulda.
Hulda, molto probabilmente, e ben preparata da Bess, si sarebbe per denaro lasciata abbandonare.
Quelle donne in fondo in fondo sono un po’ tutte così.
In loro la questione saliente non può essere che la finanziaria. Esse non amano, non devono amare.
Quando hanno rappresentata la loro commedia basta. Noi non domandiamo, ed esse non possono e non devono dare di più.
Con questi pensieri si andava confortando, ma assai scarsamente, Evaristo, che più spesso, dopo tante considerazioni si sentiva attorcigliato da dubbi crudeli, da presentimenti angosciosi.
Frattanto erano corsi parecchi mesi e s’iniziavano i lavori per la _linea dell’Est_.
L’ardimentoso concetto di Evaristo non poteva proprio concentrarsi in modo migliore. Egli non poteva desiderare che più efficacemente la pratica assecondasse la visione della sua intelligenza.
Un giorno che Mary ed Evaristo erano in giardino quella chiese dolcemente al giovane:
— Che hai che ti turba?
— Nulla dolcezza mai.
— Eppure... mi sembra che da qualche giorno tu non sia più quello di prima.
— Mary... sai pure che noi uomini abbiamo tante preoccupazioni...
— Ma adesso per te, come è per me, l’amore dovrebbe essere tutto ed assorbirti interamente.
— Dubiti forse?
— Ed allora quando darai la lieta novella a mio padre?
Egli che ti vuol tanto bene, che ti stima tanto, ne sarà veramente felice.
Evaristo rimase muto e pensoso, sotto lo sguardo innocentemente indagatore di Mary, della buona fanciulla, che non sapeva quante cose gravassero in quel punto sull’anima dell’uomo, che ella amava con tanto impeto giovane, con tanta tenerezza.
— Parlerai dunque a mio padre?
— Domani, senz’altro.
Evaristo, preso alle strette, non smentiva mai il proprio carattere dell’uomo che, visto il nuocere irreparabile dell’indugio, si precipita, forte del suo coraggio, confidente nella sua arte, alle sorti improvvise del nuovo destino.
Il domani, quando furono soli, Evaristo, dopo ch’ebbe ascoltato per la centesima volta le recriminazioni di Webb sull’insufficienza della polizia, e la sua incapacità a trovare i ladri dei suoi dollari, colto il momento opportuno di tregua, gli disse:
— Ho bisogno di parlare per un motivo molto importante, un motivo che son certo, non le dispiacerà.
— Hai forse dei sospetti? Sai forse per la tua furberia dove mettere le mani?
— Non si tratta di questo, ma di una altra cosa, migliore assai o più importante.
— Più importante dei miei duecentomila dollari?
— Ma sicuro...
— Mi pare impossibile. Di che vuoi tu parlarmi?
— Del mio matrimonio. Sento ormai di non poter più rimaner solo.
— E come c’entro io nel tuo matrimonio?
— Come c’entra? Ma è parte principalissima.
— Io?! Tu sbagli...
— Non sbaglio no.
— Dunque, io entro nel tuo matrimonio.
— Sicuro... come suocero.