Il busto d'oro : romanzo

Part 8

Chapter 83,768 wordsPublic domain

— Sicuro... Sicuro... — rispose concitato Guy Stein. A me importa sopratutto conoscere le marachelle di Bill Oward. Sapere qualche cosa di segreto di un uomo, vuol dire, poterlo possedere e vincere e abbattere all’occasione.

— Vuoi proprio aprire la lettera, adunque?

— E subito — rispose Guy Stein. Così dicendo stracciò la busta e lesse, mentre Hulda fattasele da lato, leggeva anch’ella nascondendo mirabilmente l’emozione che la prese appena dopo le prime righe.

Ecco il documento scritto da Evaristo a macchina, come dicemmo in uno dei capitoli precedenti:

«_Caro Oward_,

«Abbiamo lavorato insieme più di una volta e con buon esito. Mi rivolgo perciò di nuovo a te certo del tuo aiuto.

«Il giorno otto del corr. mese alla sera nella povera trattoria di Brendly, si troveranno a mangiare nella saletta di sopra Francis Webb ed Evaristo Grinfieri suo segretario.

«Ognuno di essi ha una chiave. Con due chiavi si apre la cassa forte di Francis Webb, dove in una cassetta di ferro si troverà chiuso un valore di duecentomila dollari.

«Sotto la camera della cassa forte è il giardino. Nel giardino una scala rimastavi dei muratori che lavorano alla facciata. Con la scala passerai dalla finestra che si aprirà appena spinti i cristalli.

«La cassetta, all’incrocio delle vie _Bendy_ e _Vaynel_, sarà consegnata al cocchiere _N. 13_, che sai fidatissimo come in tutte le altre volte. Tu consegna e mettiti in salvo sempre come l’altra volta, noi ci rivedremo dopo giorni quindici per la ripartizione, quando sarà tornata la calma.

«Per impossessarti delle chiavi adopera il mezzo che credi migliore.

«Usa meno persone che puoi e le strettamente necessarie, svelte, espertissime.

«Per qualunque cosa ti possa occorrere prima che siano spirati i quindici giorni, rivolgiti sempre a Ben il _cocchiere N. 13_, al quale, consegnando la cassetta col milione, dirai queste parole: _Ecco le gioje_.

«_Intesi._»

A modo di firma seguiva un segno speciale...

— Questa volta ho finalmente nelle mie unghie la vendetta e la fortuna — disse trionfante, Guy Stein. — Io canzonerò l’uno e l’altro. Mi gioverò di questo piano e farò il colpo tutto per me...

— Come? — disse Hulda — escludendo il cocchiere, che è la chiave di tutto?

— Perchè no?

— Sarebbe un errore.

— Perchè?

— Perchè in un piano prestabilito come questo tutto è studiato, tutto è preveduto, e a spostarlo, non solo ci si può rimettere il denaro, il milione, ma la libertà può essere compromessa. Tu..., _noi_, abbiamo bisogno di questi complici...

Ma a proposito, e questi complici si presteranno più all’opera dal momento che la lettera è stata smarrita? Non aggiorneranno la cosa? Ci vuole della prudenza e tanta. Io non vorrei che tu ti avessi a rovinare. Tu sei il mio aiuto, la mia forza, guai se tu mi avessi a mancare. Chi mi rispetterebbe più?

Guy Stein stette lungamente pensoso per raccogliere le idee...

— Ti credi, aggiunse quasi timidamente Hulda, che fatta la cosa, non cadranno dei sospetti anche su te? Come nascondi, senza avere aiuti di chi ha già studiato il necessario, la cassetta col milione? Di notte, nella premura, nell’imbarazzo del primo momento?

— Io penso a questo — disse con gravità Guy Stein — Se fosse stata scritta a Bill Oward un’altra lettera, mentre si cerca di avere intatta la prima smarrita?

— Potrebbe darsi...

— E allora ci troveremmo (se non cambian la data) ci troveremmo in due la medesima notte a fare la stessa operazione...

— Questo mi impensierisce assai, assai — fece Hulda con gravità, preoccupata veramente per la situazione che le si era posta dinanzi, così nuova, così improvvisa, e tuttavia decisa irremovibilmente ad assecondare Evaristo, che ora, secondo lei, in qualche cosa doveva aver mancato, qualche cosa doveva aver non preveduto, malgrado la sua mirabile lucidità.

— Senti, Guy Stein, io in queste cose ci perdo la testa. Io temo di non consigliarti bene pur volendolo fare..... C’è ancora qualche giorno, rifletti...

— Ehi, dico — a proposito — fece con aria di canzonatore Guy Stein — non ti passerà neanche per la testa, voglio sperare, di fare due parti in commedia?

— Come? Che sarebbe a dire?

— Cioè di parlare con me a un modo e poi dire tutto al tuo Evaristo... svelare tutto; magari per fare la sua fortuna presso Francis Webb e la tua anche; per farti, se occorre, sposare.

— Come? Tu mi credi capace di tradirti?

— Sei donna... non ragioni con la testa... Puoi essere capace di tutto... Io, credilo, non dubito, ma se avessi un sospetto soltanto, vedi questo pugnale?

Guy Stein levò un pugnale che non pareva neppure avesse avuto sulla persona.

— Inginocchiati.

Hulda s’inginocchiò tremante.

— Giura che non mi tradirai?

Così dicendo la strinse colla sinistra ai capelli e le puntò sul petto il pugnale.

— Lo giuro...

— Davanti a Dio?

— Davanti a... Dio.

— Ed ora, perchè tu conosca chi è Guy Stein, sappi che del tuo giuramento nulla m’importa, perchè io nulla farò, nulla voglio fare.

E diede in uno scroscio di risa.

— È cosa che non riesce bene; dov’entra una donna, tutto è perduto... Dietro alla donna qualche volta c’è la polizia... benchè io della polizia m’infischi, quanto nessuno potrà mai, perchè se anche mi cogliessero sul fatto, avrebbero sbagliato....

Quando voglio, _io non sono più io_. Dimmi — urlò — riconosci tu in me Guy Stein.

Dicendo queste parole il meraviglioso ladro, portò rapido la destra agli occhi e alla bocca, poi la stese dimesso e supplichevole con queste parole:

— Fate la carità a un _povero cieco_!

Hulda diè un balzo indietro inorridita.

Le pupille grigie taglienti di Guy erano scomparse. Aveva invece la pupilla bianca cenere e opaca del cieco, senza raggio, senza riflessi, immota e ributtante.

Nella bocca larga mancavano tre denti, scoperti dalle labbra sottili e come rialzate da uno spasimo abituale e dalla pena si direbbe di chi soffra per non vedere la luce...

Hulda seguitava a guardare, sempre più inorridita, quella inattesa trasformazione.

Guy Stein ripetette ancora con mutato accento e supplichevole:

— Fate la carità a un povero cieco!

— Guy Stein! — gridò Hulda portando le mani alla testa.

. . . . . . .

— Va, va, Hulda; a questi così misteriosi milioni io ci rinunzio.

— Davvero?

— Farò recapitare la lettera a Bill Oward... Se è un tranello sarà per lui... Resti dunque avvertita, che io non mi muovo, cara... Denari, pochi, e subito... Ne hai portato? I tuoi sono tanto più sicuri...

— Fra questi due uomini io ho perduto la testa, io non mi raccapezzo più — pensò tutta sconvolta Hulda, e intanto vuotò il borsellino nelle mani di Guy Stein.

* * *

Guy Stein, rimasto solo, si consigliò lungamente col vecchio padre:

— Hai fatto molto bene la tua parte — disse il vecchio — mai donne negli affari, specie di questo genere. L’hai convinta che tu non muoverai neanche un dito?

— L’ho convinta.

— Sei certo che ti crederà?...

— L’ho abituata a credere o per amore o per forza...

— Ora, se la rivedi, non parlargliene neppur più di questa cosa.

— Niente.

— Sta bene...

— Ed io intanto...

— Tu intanto ti prepari, ed al momento opportuno... all’opera...

— E per il cocchiere?

— Il cocchiere bisogna che sia dei nostri. Non capisci che dev’essere un uomo giudizioso ed interessato, così compromesso com’è? Egli anzi è il più esposto di tutti, è la vera garanzia delle due parti, giacchè non solo se ne conosce il nome, ma è una persona che deve stare continuamente esposta in pubblica via a cassetto, e con un numero di riconoscimento che accusa lui e salvaguarda noi, che nel caso di qualche sinistro...

— Capisco, un cocchiere pubblico è una garanzia delle più importanti nel nostro caso, ma bisogna anche pensare...

— Che vorrà la sua parte?

— Certamente... e grossa.

— Ma, caro mio, una mano lava l’altra... non bisogna essere egoisti a questo mondo.... Quanto alla persona che ha architettata la cosa, l’accetterà compiuta tanto da te, quanto da Bill Oward. Potrebbe ricusare il fatto compiuto?... Lo scopo è tutto, ed anzi il cocchiere, che noi abbiamo in mano quando vogliamo, che deve stare su la piazza, che non può nascondersi e sfuggirci, il cocchiere sarà il tratto d’unione e la garanzia... Perchè, quel milione non è di oro, si capisce, ma di carte che noi (noi commercianti) non possiamo spendere, senza l’aiuto di terzi.

— Avete ragione, avete ragione, padre mio. A questo non avevo pensato. Accettiamo i complici. Per la sera indicata sarò al mio posto...

— Se non troverai Webb e Grinfieri, vorrà dire che la cosa fu differita o abbandonata, per lo smarrimento della lettera, che per eccesso di prudenza, non fu ripetuta. Io invece, proprio in seguito allo smarrimento che toglie ogni sospetto, farei arditamente il colpo...

— È proprio quello che ho pensato anche io.

— È già notte — disse Guy come per accennare il rapido passar dell’ora...

— Per me lo è sempre — rispose il vecchio sospirando.

Entrava intanto qualcuno degli uomini che _lavoravano_ sotto la tutela e l’indirizzo di Guy Stein.

Egli dava consigli, esortazioni, biasimi, elogi. Ad uno di essi che dinanzi a uno specchio si provava una barba, come un attore si prepara per la scena, raccomandò di avere uno sguardo più dolce, poichè il naso pronunziatamente aquilino e la lunga barba nera gli davano un’aria arcigna troppo, fuori dal naturale, e facile ad essere sospetta.

Ad un altro raccomandò un po’ più di attività. — Sono più sere che non fai proprio nulla — vai forse a far l’amore?

CAPITOLO XI.

Ciò che dice Hulda. — Ciò che pensa Guy Stein — Ciò che fa Francis Webb — Ciò che aspetta Evaristo

I primi numeri dell’_Oro dell’Est_ erano usciti. Il giornale lasciato dall’avvocato Gasperal sotto la segreta direzione di Evaristo Grinfieri aveva per la sua stranezza e per la sua utilità immediata, tratta l’attenzione e la simpatia di quel ceto che si interessava di commerci e di speculazioni di ogni genere.

L’avvocato Gasperal si meravigliava sinceramente dell’esito, ed Evaristo si convinceva sempre meglio nel proposito che bisognava continuare, perchè il trionfo sarebbe stato sicuro.

Stava egli appunto preparando un articolo per l’_Oro dell’Est_, quando gli venne annunziata Hulda.

— Falla passare. Tommy.

Hulda si presentò; come persona che ha fretta di giungere, di parlare e che ha insieme l’animo sconvolto, turbato.

— Ma perchè, Evaristo, non dirmi prima tutto, acciocchè io fossi preparata? Perchè lasciarmi cogliere improvvisa alla lettura della lettera?

— Per questa semplicissima ragione — rispose calmo l’altro — perchè tu ti saresti sgomentata al punto di indietreggiare malgrado le tue proteste di amore.

Hulda tacque. Sentì nell’intimo che tutto ciò non era lontano dal vero; volle essere sincera e disse:

— Ora ti avverto che il tuo piano è sfatato. Guy Stein è un furbo...

— E di un furbo avevo bisogno.

— Ebbene egli non si mette all’impresa...

— Il motivo...

— Il motivo sta nella scelta stessa che tu hai fatto, per vincerlo... Egli dubita di me, dubita di un tranello della polizia, dubita che la cosa non abbia luogo più, per lo smarrimento della lettera, che doveva dare importanza e sicurezza alla cosa, egli infine ha confessato che non muoverà un dito, nemmeno un dito... Si direbbe che egli tremi già, si sente già addosso l’unghia della polizia.

— Mi ha rimandato dicendomi che di quei così misteriosi milioni, non sa proprio che farsene...

— Ora capisco più che mai due cose. La prima che è veramente astuto, la seconda, che egli cadrà in trappola...

— Davvero?

— Certo, egli vuole accingersi all’opera, ma vuole allontanare insieme il sospetto che egli la compia. Ecco perchè ha agito nel modo che tu dici.

— Proprio così?

— Così e non altrimenti. Ora la tua parte è finita, grazie. Il resto è pensiero mio. Fra qualche giorno tu non avrai più quell’incubo addosso e vedrai quanto valga il tuo Evaristo. Saprò mettere io a dovere quel volgare prepotente, quel mascalzone.

Hulda ascoltava meravigliata, e anche adesso, davanti a quella calma imperturbata, davanti a quella fiducia completa, pensava ancora come prima:

— In mezzo a questi due uomini, in verità io sto perdendo la testa. Come si metteranno i fatti, quale dei due trionferà?

* * *

Dopo il colloquio col vecchio padre cieco, Guy Stein aveva fermamente deciso. Quel colpo di mano bisognava farlo. C’era tutto da guadagnare. Alla peggio, se per lo spostamento prodotto dalla lettera smarrita non si trovassero Webb e Grinfieri nella piccola trattoria di Brandly, alla peggio le cose rimarrebbero allo stato di prima ed impregiudicate, cioè buone per un’altra volta.

Ora, Guy Stein concentrava tutta la sua intelligenza sul modo da tenersi per togliere di dosso ai due le chiavi della cassa forte.

Non era facile giacchè i facili mezzi che si potevano avere per uno, non potevano usarsi per due nello stesso momento.

Di tutti quei mezzi, con calma e lucidezza, vagliava il pro e il contro. Sopratutto rifuggiva dalla violenza, la quale oltre alla difficoltà, alla incertezza dell’esito per la reazione che produce, richiede lo impiego di molta forza, quindi molti uomini, quindi molto chiasso, quindi ancora molta probabilità o di tradimento prima, o di spionaggio dopo.

Nel dubbio, proprio intorno al punto delle chiavi, concertò nuovamente col vecchio e decisero insieme con pieno accordo.

Due uomini e una donna bastavano a condurre l’operazione. La donna lavorerebbe con Guy Stein, i due uomini lavorerebbero in apparenza fra le quinte. Occorrevano due per riuscire, e Guy Stein non doveva essere nessuno di quei due, per ottima cautela fino all’ultimo momento.

Franimy e Tymbord avrebbero un piccolo programma in apparenza separato dal resto, come al momento opportuno vedremo.

* * *

Francis Webb, assiduo lettore dell’_Oro dell’Est_, non sospettava proprio nulla sull’operato e sulle mire di Evaristo; soltanto era molto seccato delle domande che gli faceva l’amico suo, collega e coetaneo Isaiah Wodd, che vista sparirgli l’operazione come principale azionista, rimproverava Francis di non avere ascoltato Grinfieri, di non averla fatta per sè.

Era una specie di mite vendetta, una vendetta tutta quanta di parole un po’ brusche e un po’ bonarie che per altro seccava abbastanza Francis Webb, del quale diremo ora una consuetudine presa da molti anni, ben nota ad Evaristo e sulla quale appunto per il _giorno otto_ questi contava pienamente.

È dunque a sapersi che con la data del suo anniversario coincideva per Francis Webb la data in cui il suo particolare bilancio gli assegnava dopo tante lotte, peripezie ed audacie i primi duecentomila dollari, ciò che in italiano significherebbe il primo milione.

Egli dispose da quel giorno di festeggiare quella data. E la festeggiò sempre in compagnia di Evaristo andando a pranzare nella modesta trattoria, dove meschinamente faceva i suoi pasti tanti anni prima, quando, giovane poverissimo e con molti debiti e con nessun credito, sognava la colossale fortuna, con l’audacia di un gran disperato e di una straordinaria attività.

A quella tavola umilissima riviveva la sua gioventù e si godeva un mondo, ora che la tempesta della miseria era passata, si godeva un mondo a raccontare le sue peripezie a Evaristo che le sapeva ormai a memoria.

Le sapeva a memoria, eppure gli facevano sempre un grande, uno strano effetto e gli davano turbinosi pensieri.

L’esempio di tanta fortuna, con tanta inferiorità intellettuale, era terribilmente contagioso.

Perchè egli, che ne aveva tante ed era giovane e ardente, non avrebbe attuate le sue grandi idee?

Come Webb aspettava il giorno di festeggiare il suo primo milione, così allora (come eran mutate le cose!) Evaristo pensava a rubarglielo in quel modo pel quale aveva già disposto.

Evaristo, quello strano carattere, tutto intento allo scopo, non ebbe mai un solo momento di esitazione, anzi in lui cresceva ora la bramosia del possesso, ora che per un altro lato tanta parte di strada era stata dischiusa dal giornale di cui Gasperal passava per essere il direttore.

Venne finalmente la sera tanto attesa dai diversi interessati, e Francis Webb ed Evaristo Grinfieri, puntuali come negli anni precedenti, si trovarono alla tavola modesta, l’uno pronto a ripetere i suoi soliti discorsi, l’altro quasi certo di vederli presto interrotti, e disposto, secondo il piano prestabilito, a fare la sua parte di vittima.

Così doveva essere perchè tutto procedesse per bene.

Quando furono alla metà del desinare Webb ed Evaristo videro entrare e sedersi ad un tavolo da presso un uomo che doveva essere, e ne aveva tutta l’aria, uno di loro.

Dopo di lui, circa un quarto d’ora, entrò una donna non tanto giovane, ma belloccia, ma piacente ancora.

Erano infatti Guy Stein, e la sua complice.

Una ladra esperimentata, piena di seduzioni e di risorse, la quale per molte prove date di abilità, possedeva tutta la stima di Guy Stein, e si era indissolubilmente legata alla sua vita, alle sue vicende.

Si chiamava Lucy.

Evaristo mesceva sovente da bere a Webb, che, in quella sera di completo abbandono e di finta gioviale povertà, era diventato insolitamente chiacchierino.

L’uomo e la donna discorrevano di cose indifferenti; celiando spesso e procurando di interessare Webb e Grinfieri ai loro discorsi.

CAPITOLO XII.

Un pensiero a Gar — La donnina Lucy — Dove sono le chiavi

Francis Webb seguitava a bere e a chiacchierare senza posa. Aveva momenti di commozione addirittura infantile e di goffa ammirazione per l’opera sua, che, in quel momento e in quello stato, egli era davvero il più inadatto ad apprezzare seriamente.

Evaristo non mancava di eccitarlo e di concitarlo vedendo ormai la cosa bene avviata pel buon esito.

Ben — il nostro _cocchiere N. 13_ — era stato avvertito di nuovo all’ultimo momento e, giusta l’intesa, a una certa ora, cominciò a rispondere a chi lo richiedeva del suo servizio:

— Mi rincresce, ma sono occupato.

Egli da cassetto guardava il suo cavallo Gar, e gli ripeteva, accarezzandolo blandamente con la frusta:

— Pensare che fra qualche ora sarai morto e... ti avrò ucciso io stesso.

Mah, le cose del mondo! Chi poteva pensare che dovessero andar così? Che colpa ne ho io?

La fantasia di Ben ora evocava l’imminente dramma che in verità l’accorava nel profondo del cuore.

Ben e Gar si conoscevano da troppi anni per non sentire una simpatia vivissima, un attaccamento, un bisogno di rimanere uniti.

Ah, lo strazio di quel cavallo, in verità, era orrendo e per dispetto non gli voleva uscire dinanzi gli occhi.

Lo vedeva spinto sul ciglione dell’alto scoglioso dirupo, il povero animale, tratto dal peso della carrozza nel vuoto, lo udiva nitrire spaventato, con gli occhi schizzanti, percuotere con le zampe l’aria vertiginosamente e poi... poi dopo un tonfo grandioso e sonoro, lo vedeva sparire nei gorghi profondi delle acque mosse in ampli cerchi sopra di esso!

Non era in quel punto senzazione dolorosa che il malcapitato quadrupede non provasse.

Sul fondo, puntava l’unghia invano per sollevarsi, nel prepotente istinto di conservazione.

Disperati sforzi per riprendere la superficie, ormai scomparsa per sempre!

L’animale, impossibilitato a risalire per la carrozza che lo imprigionava, ormai spossato e vinto, mettendo un gorgoglio nell’acqua soverchiante, si abbandonava sul fondo... per imputridirvi e dissolversi, se i pesci glielo permettessero...

E vedeva dei pesci, tanti, alcuni piccini, altri enormi; questi piombare dall’alto, quelli sguisciare da tergo, e tutti affrettare il dente nel morto Gar...

— Povero Gar! disse mesto Ben... e lo toccò con la frusta.

Gar, come al solito, rispose nitrendo...

Allora nella lunga fila di carrozze nitrirono un po’ tutti i cavalli...

A Ben parve di sentire un addio, un lamento, un saluto di morte e... diciamolo pure, anche una gran voce d’accusa.

Gli si strinse il cuore e sentì un brivido di freddo.

— Povera bestia! E pensare che fra un’ora morirai! Sono forse più a tempo per salvarti la vita? No certo, avrei dovuto pensarci prima... D’altronde (e qui sorgeva tra lui e il cavallo l’alta e bruna figura di Evaristo e si sentiva addosso i suoi occhi). D’altronde non si ammazzano i topi, i conigli, i passeri, i leoni, le tigri, i colombi, gli agnelli, i buoi... Forse che il cavallo dovrebbe essere una eccezione? E noi altri uomini, non si muore forse anche noi?

Intanto che questo Amleto da strapazzo seguita nelle sue fantasie, ritorniamo ai quattro personaggi che lasciammo alle tavole relative...

* * *

— L’amico che aspettavo! — disse a Lucy, Guy Stein.

Si udiva infatti giù nella bottega una voce maschile che chiedeva al padrone se di sopra ci fosse alcuno.

— Eccomi! — disse ancora a voce alta. — Vengo, — E scese per la scaletta di legno tarlato e scricchiolante.

Dopo questo fatto, il contegno di Lucy cominciò a diventare, agli occhi di Francy Webb, più mondano e più provocante.

Il vecchietto abbastanza allegro e spranghettato per le frequenti libazioni, eccezionali davvero e riserbate proprio per quella data, le sorrise e poi cominciò a dirle qualche parola... di quelle che si dicono dai giovani come dai vecchi, ma che vuoi in bocca degli uni, vuoi in bocca degli altri, sono sempre eternamente banali.

Certe frasi, è un fatto, non ebbero spirito che una volta sola, cioè quando furono cacciate a proposito. Lo perdettero allorchè diventando patrimonio di tutti, fecero a tutti dire una cosa che aveva sentito uno solo.

Hanno però sempre un vantaggio, quello d’avviare il discorso.

Evaristo intanto pensava a qual mezzo si sarebbe appigliato Guy Stein; egli dai connotati lo aveva bene riconosciuto per carpire loro le rispettive piccole chiavi e si impensieriva dell’indugio.

— A qual mezzo ricorreranno? Ce ne son tanti. Vediamo se son dei ladri veramente furbi...

Webb offerse alla per lui sconosciuta ma simpatica interlocutrice, che gli si era avvicinata, del liquore ch’essa bevve centellinando.

A un certo punto come per ricambio Lucy levò un astuccio di sigarette e ne offerse ad entrambi che le accesero e fumarono.

Pensò ancora Evaristo:

— Certo questo deve essere il mezzo. Che gente dabbene, essi escludono ogni violenza, ogni rumore... Noi fra poco saremo addormentati.

Guy Stein non risaliva.

Parlava continuamente come se trattasse di gravi interessi con l’altro, col compare che era venuto a cercar l’amico e l’aveva trovato.

Di sopra invece, il discorso a poco a poco languì, e come per l’effetto dell’obesità e del bere Evaristo e Francis cominciarono a sentire una gran pesantezza di sonno, finchè blandamente si addormentarono.

Fu allora che Lucy, con mirabile destrezza li frugò, staccò dalle rispettive catenelle le chiavi e intascatele discese.

Guy Stein pagò senza fretta ma anche senza indugio il piccolo conto, salutò e partì con la donna e con l’altro compare, un valoroso fabbro meccanico d’altri tempi, diventato così esperto nella sua professione che si decise a mutarla per più rapidi guadagni.

Ognuno aspira alla fortuna a suo modo.

Il più adesso era fatto. Il meno era aprire la cassa forte ed asportare il cofano di ferro, operazione che voleva essere condotta con la massima celerità, prima che i due si svegliassero e si accorgessero di ciò che loro mancava.

Andò tutto a meraviglia.

La lettera aveva dato indicazioni precise, per le quali tutto era stato possibile nel minor tempo.

* * *

Ben era al suo posto, cioè al crocevia indicatogli da Evaristo. Attese circa un’ora, poi vide avvicinarsi alla sua volta un uomo, con un gran cappello sugli occhi e un largo pastrano.

— È lui... — disse tra sè il cocchiere, ma non fece un movimento. Stette come impassibile a cassetto.

L’uomo dal largo pastrano gli si avvicinò affrettando il passo, si guardò attorno circospetto, indi sollevata una cassetta nera all’altezza del poggia-piede della vettura domandò:

— Ben?

— Ben — rispose l’altro sottovoce.