Il busto d'oro : romanzo

Part 7

Chapter 73,731 wordsPublic domain

Questi, portandosi ossequiosamente la mano al petto, rispose:

— Sono cocchiere e tanto basta.

Evaristo aveva così svolto una parte del suo programma a base di una sequela di menzogne intrecciantisi, ma non privo di avvedutezza e di quella coesione, di quella preparazione logica, le quali sono tanto necessarie ad eliminare sospetti, a precludere la via ad ogni dubbio.

I lettori avranno già indovinato l’intero sistema, e se qualche punto rimanesse tuttavia oscuro, il seguito li persuaderà sempre meglio intorno alla mente acuta, al progetto vasto e coerente di questo aspirante a re delle ferrovie.

Non che un misero milione bastasse a realizzare l’idea grandiosa; tutt’altro! ma era il minimo necessario a raggruppare, di fatto, tutte quelle esteriorità e quelle pratiche necessarie, indispensabili a rappresentare il principio di una vasta associazione _prima ancora che esistesse_.

Tutto procedeva a seconda e ormai aveva anche calcolato con certezza matematica per qual giorno il movimento monetario della Casa permetterebbe di avere in cassa un effettivo immediato di contanti per un milione.

Tutto quel movimento commerciale e bancario che ormai cominciava a stancare e sgomentare qualche volta il suo padrone, egli lo aveva tutto nella propria testa, funzionante netto e lucido, come un gran congegno di orologeria, di cui gli indici con movimento regolare segnavano sul disco numerato, il lavorio dell’interno, le fasi di entrate, di uscite, di rialzi, di oscillazioni, di scadenze, attraverso alle quali lo speculatore tesoreggia il tempo fatto moneta.

* * *

Evaristo, che Ben aveva riportato a casa, cenò con buon appetito, poi acceso un zigaro si chiuse nel suo piccolo ed elegante studio:

Scrisse una lettera abbastanza lunga di due pagine ma molto adagio, quasi vagliando parola per parola.

Quando fu contento dell’opera sua, ricopiò con la macchina da scrivere quella lettera, bruciò l’originale di suo pugno e chiuse in un cassetto secreto la copia.

Che cosa aveva scritto? È quello che vedremo in seguito; per ora occupiamoci dell’antiquario Carassale, dell’abbandonato da Concetta.

CAPITOLO IX.

Un’anima in pena — L’orologio di Mary — Un mistero dopo l’altro

Il tempo, che sana tante ferite, aveva potuto ben poco su l’anima addolorata di Riccardo.

Vedeva è vero la sua Concetta sempre più lontana da sè, ma la vedeva sempre, e più che tutto lo torturava la di lei sparizione così rapida, così densa di mistero.

Aveva finito per evitar di vedere anche il padre di essa, don Gennaro, che ne sapeva nè più nè meno di lui e che posto alle strette in tutti i modi, ripeteva di continuo le medesime parole:

— Chi ne sa più niente? Io non avrei mai più creduto che una figliuola mi trattasse in tal modo! E dire che le volevo tanto bene! Sarà scappata con qualcheduno... sarà scappata... Non si può pensare diversamente.

Riccardo Carassale, sempre nel suo negozio di antiquario in via Toledo, non aveva altra distrazione che i brevi momenti del suo commercio.

Partito il cliente, ritornava al suo scrittoio, protetto da un piccolo paravento, e chinava la testa su di un libro.

Ma pur troppo gli accadeva sovente di leggere pagine intere senza seguire il filo dell’autore, giacchè qualunque piccola causa, vuoi esteriore, vuoi interiore e prodotta dalla stessa lettura, ne deviava il pensiero dall’oggetto presente e lo conduceva al passato per torturarlo ancora...

A far sempre più doloroso questo stato di preoccupazione e di eccitazione continua, si aggiungeva quel ritratto scoperto da Concetta e che di giorno in giorno lo somigliava sempre più.

Lo aveva a poca distanza e di fronte. Alzando gli occhi dal libro, doveva inevitabilmente vederlo, vederlo muovendo per il negozio, vederlo sempre.

Ed è strano! In quel piccolo ambiente di cose morte, in quell’ambiente dove perfino il suo amore così giovane, così gagliardo, così sincero, aveva trovato la morte, in quel piccolo ambiente la cosa più viva, dirò meglio l’unica viva, era quel ritratto...

Pensieri strazianti, soliloqui dolorosi, intuizioni lacrimevoli!

Ecco l’opera, l’effetto, il lavorio incessante di quel ritratto che lo somigliava...

— E se ad arte, mio nonno avesse voluto tacermi la vera storia della mia esistenza? E se il caso, se il destino volessero svelarmi tutto ciò che mi fu taciuto? Se io fossi figlio di quell’uomo? Se vendute tanto tempo addietro le cose sue, tutto il dovizioso decoro di una gran casa, fosse proprio capitato al figlio fatto antiquario, il ritratto del padre?

Immerso in cosifatti pensieri, solo per lunghe ore, melanconico, spesso con uno specchio nella sinistra, guardava un po’ se stesso, un po’ il grande ritratto ad olio... guardava con un’ansia ed un intenerimento e una speranza indescrivibili, finchè tacite lagrime, e direi consuete, non gli offuscavano lo sguardo.

Un giorno, traverso il mobile riflesso di quel pianto, gli parve che la figura, per tanti anni muta, movesse la bocca... Gli parve di udire sommesso nel silenzio: — Sono tuo padre.

Allora, addentrato con più tenerezza nel suo dolore, raccolse in una unica amaritudine quella di tutti gli affanni:

— Senza padre, senza madre, senza il nonno, senza Concetta, solo nel mondo. Senza Concetta, poi, quella che doveva per lui farli tutti rivivere in sè e vincerli tutti insieme d’amore...

— Concetta — pensava e s’esasperava — io vorrei che tu fossi morta, prima che caduta e contaminata! Io vorrei averti nel ricordo, così bella di cuore, come ai giorni dell’amor nostro... Ma perchè mi hai abbandonato? Perchè non mi ricordi più? Sono dunque io il morto? Io?

* * *

Il caso ha delle ben curiose combinazioni, dei colpi di scena inattesi, impreveduti, delle rivelazioni crudeli, inesorabili.

Abbiamo detto il caso, forse dovremmo dire la mano misteriosa invisibile d’una provvidenza che regola tutte le cose, anche quando regna in esse, al corto vedere dei nostri occhi, la confusione e l’incoerenza.

È allora che la verità ci si presenta, e più bizzarra, più capricciosa, più nuova di ogni fantasia, nel più fantastico modo trionfa.

Un giorno mentre Riccardo era tutto immerso nelle solite dolorose fantasie, seguita da una signora attempata, gli si presentò una bionda elegantissima signorina, che dall’insieme e più dall’accento, si rivelò per forastiera.

Mentre Riccardo contemplava ritto e con far premuroso la biondissima fanciulla, questa chiese, in bruttissimo italiano, di vedere un orologio da tasca dei più antichi e dei più pregevoli per l’oro, per lo smalto, per le miniature.

— Deve essere cosa veramente degna, questo ricordo di Napoli, che voglio donare a mio padre.

Riccardo Carassale, tolse da un suo tiretto diversi astucci, li aperse e li schierò davanti alla signorina...

Questa guardava attentamente, e poi man mano passava gli orologi alla signora attempata, dicendole il suo pensiero su ciascuno in inglese.

Riccardo capiva perfettamente, ma non lo dimostrava.

A un certo punto la signorina, che si volgeva ora a destra, ora a sinistra, giovanilmente irrequieta, a un certo punto, s’arrestò fissa sul quadro ad olio (che noi ben conosciamo) ed accennandolo alla signora attempata, le disse:

— Quello... è un conte... di cui non ho presente il nome... uno dei signori che qualche volta vengono a far visita a mio padre...

— È impossibile! — rispose la signora — l’ho visto anch’io qualche volta, ma... Ma è più vecchio...

Certamente, non lo nego... Sarà una combinazione, ma ciò non toglie che non vi sia grande somiglianza...

In questa venendole fatto di fissare Riccardo, accennò più vivamente a nuova sorpresa, seguitando in inglese, mentre il giovane era tutto orecchi:

— Notate come anche l’antiquario nostro lo somigli. Notate.

— È vero — rispose guardandolo fissamente la signora attempata, è vero. Si direbbe quello il padre, questo il figlio...

Riccardo conosceva grammaticalmente abbastanza bene l’inglese per non perdere una parola. Adesso, a quell’ultima espressione che l’uno pareva il padre e l’altro il figlio, voleva, tremando tutto d’una nuova emozione, voleva rompere il ghiaccio e chiedere nella stessa lingua:

— In qual paese abita questo signore? Come si chiama? Ha mai parlato di avere figli? Dove è nato? Che cosa fa?

Voleva dire tutto questo Riccardo, ma la foga e l’emozione gli troncarono le parole, nel mentre che in modo affatto meccanico posto l’orologio antico in una cassetta lo consegnava alla giovane e biondissima fanciulla.

Fu un momento di indecisione poi, con risolutezza, disse in inglese:

— Potrebbe la signorina ricordarsi il nome del signor conte al quale ha accennato? È una mia curiosità, mi piacerebbe saperlo già che posseggo questo quadro, poichè io pure ignoro il nome del soggetto.

La fanciulla sorrise allo stentato inglese, come Riccardo aveva sorriso prima, affettando più che altro cortesia, all’udire l’aspro, il duro italiano di lei, e voltosi alla signora che la accompagnava domandò a sua volta:

— Voi lo ricordate?

— Io no.

— E io neppure... E dire che ci sto pensando... Del resto lo vedevo di rado, perchè ero in educandato... È naturale che non ne abbia famigliare il nome. E poi parlava sempre d’affari con mio padre, le rare volte che io l’ho veduto. È un vecchio alto, simpatico, elegante. Credo che la sua gioventù l’abbia (è italiano) l’abbia passata qui...

— A Napoli? — fece scattando Riccardo.

— Sì a Napoli.

— E trovasi adesso?

— Dove siam noi. A New-York.

— E non sa darmi proprio altri schiarimenti?

— Non ne so altro.

— È molto ricco?

— Molto.

— E...

— ... e infine vorrebbe vendergli forse il quadro? vorrebbe che comprasse per sua la immagine di un altro, perchè gli è somigliante?

Riccardo chinò la testa mormorando:

— Non è per questo... non è per questo...

— Piuttosto, giacchè somiglia anche a lei — aggiunse la bionda signorina con un grazioso sorriso — piuttosto lo tenga per sè e potrà dire che è suo... fra qualche anno...

Le due donne neanche lontanamente pensavano a ciò cui alludeva Riccardo, a ciò che lo dilaniava in quel momento.

La signorina pagò l’orologio, intascò l’astuccio e uscì seguita dalla donna attempata e scura che lasciava trasparire malgrado l’abito e l’età, un gran rispetto e direi una grande sottomissione, però avveduta e prudente, verso la fanciulla, felice d’aver comperato il ricordo di Napoli per Webb.

Sicuro, per Francesco Webb.

Essa ne era la figlia, l’angelica Mary, di cui Webb, con tanto affetto, a consolarsi della assenza imparava a memoria, si può dire, le lettere...

* * *

Come rimanesse il giovane Carassale pensi il lettore.

Adesso era il più agitato e più angosciato di prima.

Aveva un indizio, un lontano indizio, e ciò costituiva insieme il suo martirio e la sua speranza, il suo dolore e la sua fede.

Era trascorso qualche giorno da quanto abbiamo narrato, quando un mattino entrò nel negozio nell’antiquario un tipo a lui sconosciuto, che si rilevò interessante subito, prima dall’insieme, poi dalle parole.

Era un pittore, e poteva contare cinquanta anni.

A primo aspetto si vedeva l’uomo bizzarro.

Un piccolo cappello a cencio, nero, buttato sulla nuca più che poggiato sulla fronte, soffocava una capellatura ricciuta e brizzolata, molto prolissa e ricadente ai lati, celando le orecchie. Aveva gli occhi stranamente vivi e neri, il naso tutto butterato, prominente, una barbetta grigia, lunga e rada e spartita sotto il mento.

Vestiva azzurro scuro, e portava col panciotto di panno giallo, una gran cravatta di raso rosso.

— Ha delle miniature?

— Certamente.

— Roba di buoni artisti?

— Buoni, qualcheduno ottimo...

— Che soggetti?

— Paesaggi e idilli...

— Fuori gli idilli...

— Subito.

— Me ne abbisognano sei, per un buon diavolaccio d’un riccone. Vuole che siano miei... ma io ho altro per la testa, più che lavorare in piccolo...

Carassale presentò diverse miniature.

— Queste son veramente belle...

— Cerchiamo le migliori perchè debbono _essere assolutamente mie_. Ed io sa che cosa faccio adesso?

— Che cosa fa?

— Con qualche ritocco le rinfresco, le ringiovanisco... e poi fra qualche giorno le fo passare per mie... Dirò magari che la metà le avevo pronte... presso di un amico... Insomma dirò... dirò delle bugie e prenderò i _quibus_.

— Come crede...

— Ma diavolo? Che cosa vedo? Quel quadro? Quel ritratto, com’è capitato qui? L’ho fatto io quel quadro... È mio...

— Così dicendo si avvicinò alla tela e accennò in un angolo:

— Vede questo sgorbio? È la mia firma. Io sono molto infelice nello scrivere!

— Il quadro è suo?

— Ma perbacco? E come l’ebbe?

— L’ho ereditato dal proprietario della bottega, il defunto Percuoco... E dica, ch’io non ho mai potuto saperlo, perchè non è neanche segnato a catalogo? chi rappresenta? Di chi è quell’immagine?

— Perbacco! Il conte Melisardo.

— E dove si trova?

— In America...

— Ma è grande l’America.

— A New-York, lo vidi l’ultima volta...

— E sta sempre là?

— Sempre.

— E perchè c’è andato?...

— Perchè in Italia, quello scapestrato di un conte, ne ha fatto di tutti i colori. Si è rovinato poi al punto da dover cercare il lavoro, ma non volle cercarlo in Italia ed emigrò...

— Ed ora?

— Ora ha rifatto la sua fortuna ed è diventato tanto giudizioso, che qualche anno fa, quando lo vidi non potetti a meno di meravigliarmi e di dirglielo...

— Lei è stato dunque a New-York?

— Io? Io ho girato tutta l’America... Nord e Sud...

— E quel conte Melisardo non potrebbe ricordarsi per suo mezzo, di questo suo ritratto e adesso che è tornato in fortuna ricomprarlo? Mi dia le opportune indicazioni e penso io a tutto. Io mi figuro che dovrà essere tanto caro a quell’uomo vedere questo oggetto scampato al naufragio della sua fortuna, alla dissipazione della sua giovinezza... E poi per farne dono ai suoi figli... ne ha dei figli?

— Non ne ha, ma ne ebbe uno...

Lo ebbe qui a Napoli... e quando dall’America dopo un certo tempo, ne fece ricerca, quando volle essere padre della sua creatura... riconoscerla, farla ricca, gli scrissero che la creatura era morta... qualche mese dopo la madre... Era un maschio, e a regola di data avrebbe ora la sua età... Ma perdiana sa che più la guardo e più noto la meravigliosa somiglianza che ha lei col mio amico il conte Melisardo?

Riccardo non rispose.

Come in un bagliore e nella confusione del suo passato, rivide il _nonno_.

Rivide Percuoco... rivide Concetta, rivide la signorina bionda, la compratrice dell’orologio. Legò in un pensiero quelle persone, vagliò tempi, circostanze, discorsi, vagliò più di tutto il silenzio ostinatissimo di _nonno_ Percuoco ed a braccia aperte, esasperato, affranto, disse con tutta l’anima al pittore:

— Signore, sul mio passato è tutto un mistero; mai, mai, non potei far luce sulla mia esistenza... Ma per tante cose, per tanti indizi, presenti, lontani, e per questa rassomiglianza, io credo... credo di essere figlio al conte Melisardo...

— Niente di più facile — rispose il pittore con una calma che fece rabbrividire Carassale — Niente di più facile... Melisardo amava le donne... qualche volta, viene al mondo un figliuolo... ma come mai, quando questo figliuolo fu ricercato dal padre, gli si è scritto che è morto?

— Mistero! — Disse Riccardo.

— Mistero! — disse il pittore e si guardarono in faccia fissamente e muti...

Il seguito di questo fatto a suo luogo. Per ora ritorniamo a Evaristo Grinfieri, intorno al quale muovano e s’aggirano tutti gli altri personaggi siccome i minori pianeti intorno al sole.

CAPITOLO X.

I dolcissimi baci — La Lettera per Bill Oward — L’attesa del momento

Hulda, abbigliata con lo sfarzo della massima signorilità, già più calma, benchè trepidante ancora, nel salottino di Evaristo ascoltava attentamente le parole che questi aveva tanto vagliate e meditate prima.

— Malgrado tutto, malgrado l’offesa terribile che hai recato al mio cuore ed al mio amor proprio, Hulda, io t’amo ancora... ancora come quando avrei giurato che dal primo dì che ci siam visti, tu eri mia, tutta mia... Ecco perchè non so più insistere su quanto di primo impeto avevo deliberato. Ecco perchè ti bacio come prima...

Gli occhi di Hulda brillarono di lagrime. Evaristo le passò gentilmente la mano su la nuca e la trasse sul suo petto con dolcezza, con una gran dolcezza, nella quale l’amore non avrebbe potuto essere nè più soave, ne più intenso.

Hulda lo abbracciò e stettero così qualche istante, senza parole, guardandosi negli occhi.

— Baciami...

— Prendi... tutta tua e per sempre... Mi hai perdonato?... Mi hai perdonato?

— Io, no.

— Tu no?

— Io no. Il mio amore sì... E poichè il mio amore mi possiede tutto e mi comanda... io ubbidisco...

Il salottino, quieto nella luce blanda, armonizzava con la pace dei due cori riconciliati. Un profumo intimo di idillio novo, dopo tanta ebbrezza carnale, pareva aleggiare d’intorno. Le due anime vi nuotavano nell’estasi d’una placidezza, non gustata ancora, in una viva e cara dilatazione di tutti i sensi, proprio come al tornar del sereno dopo la tempesta dello spirito.

Nella vita agitata di Hulda, quello fu senza dubbio uno dei momenti più sinceri. In quell’ora di letizia suprema e direi casta, dimenticò tutto, e stringendosi forte con le belle braccia al collo di Evaristo e inebriandolo del suo profumo gli sussurrò dolcemente:

— Tua nel perdono, tua nella vendetta, sempre tua. Sento che la mia vita è da oggi veramente legata a te.

— Come ti sei comportata con Guy Stein? Sii franca: sospetta di nulla? Foste gli stessi come prima?

— Come prima, amor mio. Non fece altro che vuotarmi il borsellino.

— Tu sai già che ora, con lui, bisognerà farla recisamente finita...

— Lo so.

— E a questo scopo, mi aiuterai, non è vero?

— Ti aiuterò.

— Non temere per te. Ciò che devi fare è poca cosa. E dopo questa, tu sarai salva... Se Guy Stein arrivasse anche lontanamente a sospettare... non potrebbe raggiungerti col suo pugnale... Non potrebbe farti nulla, stanne certa, nulla.

Evaristo andò nell’altra camera e tolse da uno scrignetto la lettera che avea scritto a macchina e della quale il lettore ricorderà.

— Tu mi hai detto, e anzi è notorio, che Bill Oward e Guy Stein sono nemici...

— Acerrimi.

— Ebbene, questa lettera, vedi, è indirizzata a Bill Oward. In essa è preposto, non intimorirti, un ottimo affare nel loro genere. Tu fingerai di aver trovata la lettera per istrada, mentre andavi a trovare il _tuo_ Guy Stein.

Avrai pure teco un giornale che io ti darò e nel quale sarà annunziato lo smarrimento di essa ed il premio, se la consegna, ancora intatta la busta, al Consolato italiano.

Tutto questo è una fandonia, un artifizio per far cadere Stein in trappola. Se egli ti consigliasse di non aprirla per prendere il premio, tu, inducilo ad aprirla con ogni mezzo... E d’altronde vedendola indirizzata al suo rivale Bill Oward, il desiderio di aprirla lo vincerà prima ancora delle tue parole.

Egli farà quello che è scritto nella lettera, certo, ma se stasse in dubbio, tu spronalo. Mostragli quanto la cosa sia facile e sicura.

— Ma che contiene questa lettera?

— Nulla di male per te. Tu, per caso, l’hai trovata dopo aver letto l’appetitoso annunzio del giornale e fingi di averla portata a lui chiedendone l’avveduto consiglio.

— Ma non si può proprio sapere che cosa contenga?

— È inutile perfettamente adesso. La leggerete insieme. Mi pare di fare un mondo di chiacchere inutili.

— Proprio così?

— Proprio così. Hai detto che mi vuoi bene?

— Sì.

— Dunque per primo pegno del nostro inalterabile amore, dammi una prova d’ubbidienza.... Hulda. Hai capito? obbedienza. Guy Stein deve cadere in mano alla giustizia, deve essere colto in flagrante... Ti basta? Tutto quello che leggerai, e che ti parrà strano, non ti sgomenti. Così avessi saputo prima tante cose e già il vigliacco orgoglio di Stein sarebbe fiaccato.

— Obbedirò — disse Hulda con sicurezza, — obbedirò. Baciami ancora... tanto, tanto, stringimi, così, forte...

Ed Evaristo la strinse forte, facendole male, proprio male, come voleva lei, che felice gli arrovesciò la testa sul petto e digrignò i denti e si contorse maliosa come al momento supremo, quando gli gridava: Angelo, uccidimi!

Con molto accorgimento, con finezza squisitissima, Evaristo aveva consegnato a Hulda la lettera chiusa tacendole il contenuto, per tema che ella non aderisse, o meglio non osasse; mentre venuta a conoscenza di tutto, al fianco di Guy Stein, avrebbe trovato per la stessa propria salvezza, tutto il coraggio dovuto, accettando la situazione improvvisata. Avrebbe trovato tutto il coraggio tutta la sfrontatezza necessaria per fare la sua parte nella triste commedia.

Ai baci, che parvero di angelo, doveva succedere il ghigno di Satana. Il _milione_, il futuro milione, voleva così.

* * *

Hulda era pienamente decisa di assecondare in tutto Evaristo, ma dove mai fosse stata cosa alcuna che l’avesse tenuta perplessa un istante l’avrebbe spinta, anzi spronata, la vecchia Bess, troppo certa di avere corso un gran pericolo, di averla scampata bella, in seguito al doppio segreto amore (chiamiamolo amore) di Hulda.

I giornali del mattino giusta la inserzione commessa da Evaristo all’avvocato Gasperal avevano tutti annunciato lo smarrimento della lettera diretta a Bill Oward, e la ricca mancia, dove la missiva fosse stata riconsegnata con il suggello tuttavia intatto.

L’indomani, come aveva detto Evaristo a Hulda, era il giorno della prova.

A pranzo Evaristo aveva finito, non solo per convincere Hulda che ad ogni modo doveva esserlo, ma per entusiasmarla.

Si trattava di dare una prova d’amore ad Evaristo. Ebbene, che quella prova, costasse pure la sua vita, che quella prova fosse la benvenuta!

Il lettore entri con Hulda nel quartiere da noi descritto in principio, ne segua attento i passi e più attento ancoratypo for efferatoascolti il dialogo e studi la disinvoltura di lei a contatto d’un uomo singolare tra i delinquenti, ributtante come un rettile, efferato come un carnefice, superbo come un genio e innamorato di sè stesso.

* * *

Hulda entrò ad arte frettolosa nella stanza vasta e bassa dove stava Guy Stein.

— Adesso? — chiese questi notando l’ora insolita.

— Proprio adesso, ho bisogno di te...

— Di me?

— Sì.

— Che vuoi?

— Un consiglio...

— Soltanto? — fece con un riso sinistro Guy Stein.

— Sì, un consiglio, ma importante... della somma importanza, perchè si tratta anche di dollari...

— Di dollari? — domandò Guy Stein aguzzando lo sguardo.

— Sì... ecco.

— Parla... dunque...

— Questa mattina, come sempre, leggo il _New York Herald_, per caso mi vanno gli occhi a queste righe (così dicendo spiegò il giornale) queste righe, dove si annunzia una mancia addirittura favolosa, per chi consegnerà ancora suggellata, ecc. ecc., una lettera... una diretta, indovina a chi?

— A chi? — domandò Guy Stein pigliandola brutalmente pel polso.

— A Bill Oward, rispose con lentezza e circospezione Hulda...

— A lui?

— A lui.

— Chi può avergli scritto una lettera di tanta importanza?

— Ma non basta, non basta, sai...

— Che c’è? C’è dell’altro?

— Ma sicuro, una combinazione strana, stranissima, una cosa che non mi sarei aspettata mai più. Io mi vesto...

— E poi?

— Esco a fare la mia solita passeggiata. Faccio forse duecento passi da casa mia, ancora in forse se dovevo venire a dirti ciò che avevo letto sul _New York Herald_ quando trovo io stessa...

— La lettera?! — chiese Guy Stein puntandole al petto l’indice...

— La lettera... precisamente e... allora son corsa da te... da te per un consiglio...

— Dammi la lettera...

— Prendi... vedi, io ho avuto la tentazione di aprirla subito, ma poi volli anche te del mio consiglio... venni qui, perchè tu mi dicessi, se conviene più prendere, senza rompere il suggello, la ricca mancia di mille dollari, o pure penetrare il mistero di Bill Oward. Ciò poteva essere anche più interessante... almeno per te.