Part 10
— Come suocero?! Ma allora tu vuoi sposare mia figlia?
— Precisamente...
— Vedo che la sigaretta di quella sera ti ha proprio dato alla testa... e molto più di me...
— Signor Francis Webb, queste non sono cose da trattarsi in burletta.
— Ma tu dici sul serio? Tu Evaristo vorresti sposare la mia Mary?
— E perchè no?
— Perchè è una cosa impossibile. Ma ti pare, figliuolo? Tu credi che io voglia dare mia figlia al primo venuto?
— Veramente io non sono il primo venuto.
— E chi sei allora tu?
— Sono la giovane intelligenza, che vi ha aiutato a fare la vostra attuale fortuna.
— Tu hai fatto il tuo dovere e ne sei stato ricompensato. Ed io non credo che tra i miei obblighi ci abbia ad essere quello di darti mia figlia. Ti voglio bene e ti amo sinceramente, perciò sinceramente ti parlo. Io non credevo che le cose arrivassero a questo punto. Certo, tu hai scaldato la testa a quella innocente figliuola che io ho avuto il torto di lasciare troppo discorrere con te.
— Signor Francis Webb, i motivi della vostra disapprovazione?...
— I motivi? Dovresti saperli da per te. Esamina il tuo passato, pensa che quel poco che sei è merito mio...
— E non mio?
— ... è merito mio, ripeto, e non mi sembra che si dia il diritto di fare a me simili domande di matrimonio.
— Signor Francis Webb, io ho fatto questa domanda col più necessario dei consensi, quello di sua figlia. Lei non vuole? Io dirò il suo _no_ a Mary, e a Mary, a null’altri che a lei, toccherà la ultima decisione...
— Ma questo si chiama parlar da padroni! — scattò Francis Webb.
— Sicuro — rispose pacatamente Evaristo — da padroni del cuor di Mary. Io sono pronto a obbedirvi, a rimanermene col mio amore e col mio desiderio, bisognerà vedere se sarà pronta ad obbedirvi Mary.
— Mary è mia figlia! gridò Francis Webb, — Mary è mia figlia, essa farà ciò che vuole suo padre; ha abbastanza giudizio Mary.
— Sì, abbastanza giudizio; ed è perciò che non dispero di vederla presto mia moglie.
— Tua moglie? Ma tu spingi la tua... sicurezza fino a questo punto? Ma questo non è più coraggio, è temerità.
Mia figlia, lo ripeto, farà la volontà di suo padre. E basta.
— Basta per ora. Avete ragione. Abbiamo parlato troppo per concluder nulla.
— In verità, Evaristo, io non ti riconosco più. Eri tanto buono, tanto esperto, eri la perla del commerciante, e adesso, tutto d’un tratto mi perdi la testa... ed esci con delle idee di matrimonio. Via, via, fa giudizio! Ti mancano i divertimenti?
Sta a vedere che un giovanotto ha proprio bisogno di moglie!
— Lei mi incita a perderle il rispetto. Io invece glielo conservo. Sicuro, io penso che Francis Webb deve diventare mio suocero, ecco perchè ammutolisco.
— Questo si chiama aggiungere l’ironia, la beffa.
— No, si chiama seguitare a dire con coraggio la verità.
L’audacia del giovane meravigliava a un punto e indispettiva il vecchio, che non poteva assolutamente acchetarsi nel pensiero che un uomo allevato da lui, che un uomo di poveri natali, per quanto abile, potesse aspirare alla mano di sua figlia. Non era quello il suo sogno e solo il suo sogno doveva realizzarsi. Perbacco! Egli non era padre per nulla.
Stette di malumore tutta la giornata, sempre attanagliato dal pensiero di prendere una risoluzione energica, ma bene inteso dopo aver avvertito la figlia di mutar pensiero, e, facendole, se occorreva, una paternale per giunta.
* * *
Mary notò che a pranzo il padre non era del solito umore e sagace come non mancano mai di essere anche le fanciulle in apparenza più ingenue, visto che il babbo taceva, perchè forse non trovava le parole per cominciare ottenebrato dalla recente bile, risolse di rompere il ghiaccio.
Evaristo l’aveva preparata e incoraggiata narrandole con parole veementi la nuova e singolare tirannide paterna, e togliendo argomento dal rifiuto per iscusare l’indugio.
— Io lo sapeva, io lo presentivo che avrebbe detto di no. Quell’uomo, perdonami se parlo così di tuo padre, non arriva ad afferrare certe finezze. Ora non rimane altra risorsa che quella dell’opera tua. Ora fa tu, mia buona, mia amata Mary. Io penso che per l’amore che egli ti porta, tu certamente riuscirai... Se poi, come non credo, dovesse essere altrimenti, allora prenderemo consiglio dal dolore nostro e dal nostro amore.
Mary levò gli occhi in viso al padre con una grande e naturale espressione di tenerezza, sorrise pur conservando nel volto un senso di mestizia rispecchiata dall’anima, e poi chiese tutta semplice e candida:
— Che hai, babbo? Mi sembri mesto e preoccupato.
— Finalmente! parve dire fra sè Francis Webb — finalmente! Sicuro che son mesto, sicuro che sono preoccupato. Quando c’è della gente che mi fa certe domande, io non so davvero più in che mondo mi sia. A tutto si pensa, ma a certe cose mai, non si pensa mai che possano accadere. Eppure, capisci, accadono...
— Babbo, parlami chiaro... Io così non intendo bene ciò che tu voglia dire; spiegati, su.
— Mi spiegherò; ma bada, bada di non darmi torto veh, perchè ho tutte le ragioni possibili e immaginabili. Tu sei mia figlia, possiedi quel che possiedi, sudori miei, stenti miei, e io non intendo per nulla che un individuo qualunque, aspiri all’onore della tua mano.
— Babbo io sinceramente non capisco ancora.
— Tu fingi, tu sai già quello che io voglio dire.
— Posso bene averne idea; ma è d’uopo che tu parli ben chiaro. In certe cose, inutili gli ambagi...
— Ah! inutili gli ambagi?
— Ah, tu voi proprio che io parli chiaro?
— Sì.
— Ebbene, il signor Evaristo Grinfieri, tu non lo sposerai nè oggi, nè _mai_.
— Papà mio, quel _mai_ è superfluo. Io amo troppo Evaristo.
— Ma che troppo! Che troppo, se sono appena pochi mesi che vi conoscete. Come si fa ad amare così? E poi se io vi avevo, fidandomi di voi, data un po’ di libertà, non era certamente perchè mi tradiste facendo l’amore. Queste, la mia cara Mary sono cose indegne di te, e con l’educazione che hai avuto, io non me le aspettavo davvero.
— Papà, tu sai quanto bene io ti voglio.
— Oh, lo vedo, lo vedo...
— No, non giudicare così. Sei buono. Tu sai che ti voglio bene e che ti rispetto: ora se io insisto nel chiedere che tu mi lasci sposare Evaristo, gli è che il mio amore è ormai così forte, che io non mi sento più di resistergli......
— Ma non capisci, povera bimba ingenua, che tu puoi esser moglie di un altro uomo?
— Migliore di Evaristo?
— Ma sicuro!
— E chi?
— Un uomo molto ricco, immensamente ricco. Un nobile di Europa...... Insomma, un qualche cosa di grande, non un uomo del commercio, un uomo come non ce ne sono tanti altri.
— Papà, io penso che tu non sia su la buona strada. Io penso che la tua scelta non sia illuminata.
— Ma che cosa vuoi sapere tu, di matrimonii e di partiti?
— Che cosa ne voglio sapere io? Ma non sono io, la persona più interessata?
— Ma se tu non lo conosci, bambina mia, l’interessante.
— Non ci intendiamo.
— Eppure finiremo, ragionando, per intenderci.
— Sicuro, e fare a mio modo.
— Cioè, fare a modo mio.
— Papà, certe risoluzioni, non vogliono tanti indugi. Prima che noi ci alziamo da tavola bisogna aver deciso. Mi duole tenere questo così risentito linguaggio, ma io amo, io amo con tutta l’anima mia Evaristo, e quello voglio, quello intendo di sposare.
Francis Webb, guardava meravigliato la figlia. Mai l’aveva trovata così calma, così energica, così risoluta. Dunque amava Evaristo proprio in modo da non poterla rimuovere?
Dopo una pausa più o meno lunga e abbastanza angosciosa per Francis Webb, Mary chiese bellamente, cercando col sorriso di attenuare l’acerbità della frase:
— Dunque l’uomo che ti ha aiutato a fare la tua fortuna è indegno di sposare tua figlia? E a chi vorresti affidarla meglio di lui che tu conosci da tanto tempo e sai quanta serietà sia nei suoi propositi e quanta assennatezza in tutta la sua condotta?
— Tu ora mi vieni facendo una quantità di chiacchere. Ciò che è stato è stato. Chi lavorò ebbe la sua parte. E come l’ebbe! Se poi ciò non basta e dobbiamo ancora a chi ha fatto il proprio dovere, dare ciò che abbiamo di più prezioso e di più caro, cioè le figliuole, allora, allora io non mi so più che dire...
— Papà, non insistere. Sarebbe perfettamente inutile.
— Perbacco! Ma io non ti credevo capace davvero di questa risolutezza. Io mi domando se proprio tu sia mia figlia.
Mary, lo guardò seria, senza rispondere, ma quasi ringraziandolo con lo sguardo dolcissimo dacchè aveva cominciato a capire che davanti alla sua imperturbata costanza, il padre stava per cedere.
Avviene purtroppo così in certi caratteri.
Mentre sembra che vogliano ad ogni costo insistere nelle proprie idee, basta poi che una persona le pigli con dolcezza energica di fronte, cedono e si persuadono di aver torto.
Il pranzo continuò per altro in silenzio. A Webb sembrava troppo presto ad ogni modo darsi per vinto, come a Mary sembrava un po’ indelicato, mancante anche di buon tratto far capire al padre che era già in un certo modo sicura della vittoria.
Fu in sulle frutta che Webb si sentì pietosamente gli occhi addosso della cara fanciulla, quegli occhi i quali ad una grande bellezza univano una espressione meravigliosa di bontà.
— Dunque — disse uscendo dal primo riserbo Webb — dunque noi dobbiamo venire ad una conclusione?
— È quello che volevo dirti, babbo mio amatissimo.
— Ebbene, io ho pensato...
— Tu hai pensato? Su dillo, presto babbo, non farmi sospirare più a lungo — tu hai pensato?
— Di accontentarti. Sì di accontentarti nel tuo desiderio. Io non ho che te al mondo. E tu devi meco essere felice fino all’ultimo momento.
Mary diede un gran sospiro di sollievo. Si tolse dalla sua sedia, si fece a fianco del babbo ed amorosamente gli pose le braccia al collo.
— Tu sei una biricchina...
— Perchè babbo?
— Perchè vuoi fare a tuo modo.
— E che, forse non ho fatto bene?
— Ecco... se torniamo sull’argomento, è un affar serio.
Mary lo capì subito e volle, se non tacere, deviare il discorso, ma allora il padre insistette.
Pur troppo sono queste le fluttuazioni attraverso le quali passano i nostri sentimenti, le nostre idee, prima che la realtà vagheggiata ci sorrida.
Fra il padre e la figlia, vi fu di nuovo un istante glaciale, non privo di un secreto sgomento per entrambi.
— No, fece allora coraggiosamente Mary, no, non torniamo su quel che già si è detto. Grazie, babbo, per la tua decisione che mi darà gratitudine per tutta la vita. Io ti ringrazio a nome mio e a nome di Evaristo, e per tutti e due, prendi questo bacio....
— Veramente, veramente... ah, Mary! Mary!
— Padre mio!
— Nulla! Nulla! Ciò che è stato è stato. Svanisca pure il mio sogno. Tu vuoi che Evaristo diventi tuo marito? Ebbene, quando lo vedi, non appena lo vedi, puoi dirgli liberamente a mio nome che egli sarà mio _genero_.
E qui al pensiero del genero Webb riandò al sè al dialogo avuto con Evaristo, alla sua meraviglia ed alla cosa che da principio presa in burletta, si risolveva ora tanto seriamente e così presto.
CAPITOLO XV.
Le conseguenze di quanto sopra — Evaristo alle durissime prove — Ciò che almanaccò Guy Stein
Pensi il lettore con che ansia intensa e tenerissima, la buona, la cara Mary, aspettasse di rivedere Evaristo.
Corrergli incontro, stringergli la mano, stringergliela forte forte e dirgli: — Sai, il babbo è contento, è contento! — doveva essere per lei, un momento di felicità vera e di orgoglio purissimo.
— Ma quando torna — pensava vedendolo tardare — ma che fa, il _mio_ Evaristo che non viene? Come si soffre ad essere privi — anche per poco — della persona che si ama.
L’anima pur nella sicurezza dell’amore ricambiato, si sente povera e sola e sconsolata. Le manca la vita e la sua luce.
È come il diamante che più splende, più è saettato dal sole.
A Mary importava sopratutto, per sua gentile alterezza, mostrare come ella fosse riescita a vincere il padre, abbattendone i pregiudizi. Importava mostrargli, come avesse subitamente riportata la vittoria che in mano a lui soltanto non avrebbe arriso al loro amore.
Era un gentile, e soavissimo titolo di merito che essa buona intimamente e cara, voleva produrre agli occhi di Evaristo, perchè egli comprendesse non foss’altro una cosa sola: quanto la sua diletta Mary, ne dividesse le idee e secolui arditamente, nella soave umiltà, trionfasse d’ogni pregiudizio d’ogni umano rispetto.
* * *
Evaristo era, mentre ella pensava così, presso di Hulda, recatovisi con l’idea, se non di troncare per allora risolutamente la relazione, per prepararne con garbo il distacco.
Quella passione della giovine mondana, lo sgomentava più che non si fosse figurato dapprima, e quando gli pareva in certi istanti di leggere chiaro nel carattere di lei, si ritraeva atterrito, come chi abbia inavvertitamente sporto il capo su di un abisso.
Come desiderava adesso che Hulda non lo avesse amato mai, mai... Come invece, troppo spesso, si avvedeva che nel cuore della povera traviata un soffio di affetto sincero passava per lui, anche a traverso a tante delusioni, a tante amarezze a tanto perfido scetticismo che sinistramente, come una tenda funerea le illuminava intorno la via della perdizione.
Il discorso fu da principio freddo fra i due. Avevano l’aria di persone in cui pare essere entrato il sospetto, e nasca il bisogno di studiarsi a vicenda, di essere guardinghi e attentissimi nelle frasi, di uscire in accenni, di parare in tempo, di fingere i colpi.
— È ancora troppo presto — pensava fra sè Evaristo. — Par che vi sia un principio di accenno alla freddezza, al distacco, ma non precipitiamo.
Le loro parole si aggirarono in ultimo sopra le solite cose, sopra le solite inezie che non concludono e non compromettono dando modo alle parti di temporeggiare.
Ad un certo punto Hulda, come balzando d’uno in altro pensiero, disse con uno scarto quasi infantile, che sarebbe parso in lei prima impossibile:
— Vuoi vedere il mio nuovo abito? È veramente bello! La sarta questa volta, bisogna dirlo, ha superato sè stessa.
Chiamò Bess:
— Portami l’abito rosa, il nuovo.
Bess uscì frettolosamente e tornò indi a poco portando a braccio sollevato il vestito, seta cascante, bellissimo.
— Va’ pure — disse alla cameriera.
Bess, avrebbe capito benissimo di uscire, senza quel comando, dato con dolce parola e con lunghissimo sguardo.
Quando era sola Hulda aveva bisogno della cameriera, quando c’era lui, bastava sempre da sè a tutto.
— Guarda, giudica te stesso — fece Hulda e cominciò lentamente a spogliarsi con una grazia soave e una squisitezza procace, che turbarono intimamente Evaristo, per allora inteso a ben altri pensieri che a quelli del senso.
Ma questi purtroppo, lo richiamò Hulda così fine, così armata di sottili astuzie da riuscir sempre più stuzzicante, più nuova, più innamoratrice di volta in volta, cosicchè il volubile amore s’andava raffermando e nobilitando in lei che a traverso del senso, per poco forse, ma per certo insinuava l’affetto.
Come fu in sottanina e in busto, indugiò con molle grazia fascinatrice a porsi l’abito di seta. Così a braccia nude e scoperta al sommo del petto ampio, ricolmo, eretto sul busto rotondo e ondulante sui fianchi disegnati da curve nobilissime, abbracciò Evaristo che sedeva sur un piccolo divano.
Il busto ancora freschissimo e turgido di Hulda sfiorava il volto di Evaristo, perchè la maliosa ve lo attirava con la candidissima mano, così piccola, ma così potente alla carezza.
Un profumo tepido di carne giovane scaldata al sole della passione, saliva al cervello di Evaristo svegliando ancora in lui desiderî ch’egli avrebbe voluto sopiti per sempre, attirandolo ancora verso la dolcezza del bacio amoroso.
— Sii buona, Hulda.
— Più buona di così? Come non potrei essere buona con te, io che sono tutta tua? Sei tu, Evaristo, che colmi tutto il mio cuore, sei tu che disseti tutta l’anima mia spasimante.
— Via, Hulda, ora ti stai ripetendo....
— Se mi ripeto, dicendo che ti amo, gli è perchè t’amo sempre. Tu vedi...
— Io?...
— Perdonami sai, ma non mi sembri, no, più quello di prima. Io non sono più il tuo pensiero, il tuo odio, il tuo amore.... Io, vorrei ingannarmi, ma sto diventando per te, un’ombra di amore, un’infelice creatura, che passa, desolata, nella piena del suo affetto.
— Ma Hulda...
— Sono dei timori che mi prendono, che mi agitano, che non mi lasciano stare da qualche giorno, ma timori, mi parvero amor mio; chè se io sospettassi menomamente che da parte tua un abbandono potesse diventare possibile, io perchè ti ho amato, ti darei una lezione che non dimenticheresti mai più... Vorrei che tu abbandonassi una morta...
— Ma tu, dici cose che non hanno senso. Tu sei presa da timori, nulla affatto giustificati...
— Il cuore di chi ama parla...
— Ma non sempre dice il vero, non
sempre, mia Hulda, angelo mio... E, dimmi, rimani così? Non mi ti lasci vedere con la tua bella veste nuova? Sopra te, così superbamente bruna, il color roseo acceso deve diventare meraviglioso.
— Vuoi che io mi ricopra? — disse languidamente e ansando un poco Hulda — vuoi ch’io mi ricopra? Non sono più belle queste braccia che ti stringono con tanto amore, non è più tuo questo petto, straziato dallo spasimo che gli hai dato tante volte?
— Hulda, vestiti, lasciati vedere in mezzo al colore delle rose.
— No, no, mia carezza, mio sospiro, mia vita, no...
— Hulda, sii cara, obbedisci a chi ti vuol bene...
— Se mi vuoi bene, baciami, tanto... tanto...
— Hulda!... — mormorò Evaristo tremando — Hulda...
— Baciami, rispose ancora lei, guardando con occhi voluttuosi e sporgendo la testa siccome assetata presso a un rivo cadente, baciami.... eccoti la mia bocca, prendila.
Fu un momento d’amore come quelli del principio, quelli così sospirati e tanto animati dalla passione.
— Non è vero che sei mio, tutto mio, che nessuno ti strapperà mai dalle mie braccia?
Pure nella sola solennità del momento, la parola traditrice uscì dalla bocca di Evaristo.
— Tuo, tutto tuo, disse lasciandosi stringere e languendo beatamente.
Un angelo in forma di donna gli passò in quel momento a traverso la fantasia.
Gli parve che quell’angelo s’allontanasse inorridito.
L’amore dell’anima, fu più forte del presente amore, e suo malgrado, gli uscì dalla bocca un nome:
— Mary!
— Che hai detto?
— Che ho detto? _Ma ri...di, ma ridi_ una volta; non mi hai neppur lasciato finire. Non sei forse contenta? Non sono sempre il caldo innamorato di prima? Dunque mostrami i bei dentini, fa la pozzetta nelle guancie, socchiudi gli occhi, agita la bella testa nera... ridi...
Hulda prestò fede e chiuse con la sua, la bocca che prima aveva detta la menzogna.
* * *
Evaristo, uscì dalla casa dell’amante, se non in se stesso, esteriormente e per lei, sempre innamorato.
Hulda rimasta sola, ora si dava torto ed ascoltava con piacere i rimproveri di Bess.
Ella conveniva di aver errato nel sospettare di Evaristo, di essere divenuta senza un motivo così terribilmente gelosa.
— Sarà che adesso, che ho sfidato Guy Stein, sarà che adesso ch’io ho riacquistato la pace di Evaristo l’amo d’un nuovo e forte amore, quale non ho provato mai.
— Però, non dovete esagerare.... Perchè volete addirittura incatenare quell’uomo? Egli, comunque amandovi, deve essere sempre libero di sè. Ma che vi pare?
— Senti Bess, quando si ama, parole come le tue fanno orrore. Non dirmele più, sai? Non dirmele più!
— Tu non vedi che il tuo ventre da riempire, tu non devi avere amato, mai, mai, mai!
— Io?!
— Sì, tu; altrimenti non diresti così.
— Sarà!
— È, pur troppo. Io sento invece ora, ciò che non ho mai provato, ciò che non ho mai sentito in questa mia deplorevole vita... veramente, no; un giorno mi ricordo ancora, a Napoli.... a Napoli.... c’era un uomo che provava per me una vera tenerezza infinita ed io lo ricambiavo... ma noi, noi, non siamo più vivi l’uno per l’altro. Noi siamo due morti che camminano ancora.
Queste parole aveva pronunziate con accento vivissimo di passione Hulda, a voce bassa, e in una commozione frenata a stento.
Un osservatore l’avrebbe detta una Ofelia pensosa, ma bruna e bella non meno della biondissima che Amleto fece piangere e morire.
Meglio ancora una Violetta, che crede estinto l’amore mentre esso è immortale e nell’addio del passato, scorge invece nuovi sogni e ridenti visioni per l’avvenire.
La passione purificava Hulda, di giorno in giorno.
Quella stessa passione, purificava non meno Evaristo. Entrambi si ritraevano da un brutto passato.
Ora, partiti da punti opposti, si ritrovavano ad un centro in cui l’amore splendeva della sua luce più bella.
Come un sole, saettava dal cielo i fasci luminosi, accendeva le anime, le rapiva nel regno dove la virtù non è più un mistero, dove la passione, per chiamarsi divinamente amore è tutta sacrifizio, anzi sacrifizio è il nome più degno!
* * *
— Finalmente! finalmente! — gridò Mary non appena dal cancello del giardino vide entrare Evaristo. — Come ti attendevo ansiosa, per darti la lieta novella! Il babbo a detto di sì.
— Di sì? — chiese Evaristo con l’aria d’uno che riceva un po’ troppo presto una notizia, per quanto buona e desiderata.
— Ma come? Non esulti con me, ti senti forse male?
— Tutt’altro! Sono felicissimo della risoluzione di tuo padre; sono felicissimo che abbia finalmente mutato parere..... Ma che vuoi? Ho sempre tante cose pel capo.... Ora sento più di prima l’attaccamento verso di lui. I nuovi doveri, i nuovi interessi.... tutto mi preoccupa.
— Ti preoccupa, ma non deve toglierti alla tua intima felicità... La tua Mary sarà la tua _oasi_. Quando sarai nella vita affaticato, stanco della lotta, sudato, riarso, quando sentirai il bisogno di una mano amica, la quale abbia per te una carezza sincera, allora sarà mia la mano che troverai... E avrò tante parole buone per te, parole dolci... Noi siamo ricchi, ma la ricchezza non fa mai completamente la felicità di alcuno.... Come potrebbe farlo di noi che siamo così superiori?
Sarà l’amore, continuo ed intenso, non è vero Evaristo, l’amore, che in qualunque circostanza formerà la nostra vera vita... Mio padre non voleva, ma mio padre ha ceduto. Una vittoria dell’amore come vedi. Egli non seppe resistere alle parole della figlia.
— Mary, Mary cara, io sento proprio il bisogno di ringraziare il cielo. Riuscire a farti mia, fu il desiderio che mi prese dal momento in cui ti vidi.... Mi si schiude una nuova vita, anzi mi pare di entrare adesso nella vita. Il mio passato, tutto di lavoro, non mi ha dato mai, una contentezza e una tranquillità così complete...
— Siedi, caro, siedi qui accanto a me... noi ora siamo con le nostre anime già l’uno dell’altro... siedi, mio diletto... e dimmi tante cose, aprilo tutto il tuo cuore... Più avrai sofferto e più nella tua Mary, tu troverai amore.
— Mary, così parlano gli angioli...
— Così parla chi ama semplicemente... Se tu sapessi quante volte ho pensato che sei rimasto tanto presto senza genitori... Che mio padre, nel proteggerti e nell’educarti, forse fu qualche volta severo, eccessivo.... Che tu, per tanto tempo, non hai avuto un cuore in cui versare le tue lacrime, una bocca la quale ti dicesse una parola consolatrice... Eppure per la tua bontà innata, il tuo cuore, in tanto abbandono, non si è inaridito... ed ora si sveglia, non è vero? si schiude come un fiore e manda tutto il suo profumo...
— Mary, Mary — disse Evaristo preso da una commozione intensa — tu sei per me troppo grande, io sento quasi di non meritarti, di non essere degno di te.
— Perchè, perchè mi dici così, carino? Perchè non ti reputi degno del mio amore? Ma se sono io l’indegna, sono io che pure amando non so amarti abbastanza, quanto vorrei, quanto meriti? Ma se io sento, dirò così di essere nata per amare un uomo come te, dopo di averlo ammirato, e dopo di averlo tanto tempo tenuto nascosto nell’anima... Non lo sai, che tu eri il pensiero continuo, della povera educanda, sola sola, in mezzo a tante compagne?