Part 9
L'amore! I trenta volumi della storia della Chiesa del Fleury, che lo zio canonico ha nella sua libreria, non basterebbero a dirti che cosa sia amore, e di un motto, uno sguardo, un sorriso ne avanzi a significarlo: tanto ti basti, chè se amore fosse stato il mio, non avrei, io fanciulla timida e vereconda, lasciato la mia dentro la tua mano, nè mi sarei rimasta dopo che tu baciasti le spalle.
— Come no? O che siete voi altre donne come i libri turchi, che si leggono alla rovescia?
— No, bisogna leggerci alla diritta col nostro alfabeto.
Ad ogni modo, se non pel tuo amore, almeno pel mio che tu sapevi, e che non mi fu disdetto, io credo poterti chiamare infedele. Però quanto a tuo padre gli è un altro paio di maniche; egli gli vuole un male di morte; dove intenda a caso profferire il suo nome, egli esce di sentimento, la faccia gli si fa pavonazza, e dalle labbra manda spuma; egli non gli può perdonare di essersi insinuato in casa sua come un serpente...
— Egli ci entrò per la porta salendo le scale, come fanno tutti gli altri cristiani.
— Egli lo trasse dalla miseria, egli lo confortò allo studio della pittura, gli dette asilo, gli dette soccorso, ed in mercede di tutto questo gli rapì la figliuola.
— Non è così, la figliuola prestava liberissima il consenso di recarsi con esso lui alla parrocchia per esservi sposata.
— Nè basta, chè il fraudolente, mostrandosi in vista a tuo padre disperato un giorno peggio dell'altro, lo condusse a domandargli la cagione del suo segreto affanno, e quegli gli disse essere colpa l'amore di egregia donzella; anch'ella amantissima e disperata perchè i suoi parenti superbi di nuova fortuna a patto alcuno non consentivano le nozze; e via via mettendogli in tanta mala vista il divieto paterno che tuo padre irretito nella insidia lo persuase egli stesso a menarsela via di casa per condurla a sposa, e lo provvide di danari, e gl'imprestò fino la sua carrozza per fuggire.
— Salvo il rispetto paterno, ed ora che nessun ci sente, vorrei tu mi dicessi, Felice, chi operò peggio dei due, o Roberto col pigliargli la carrozza per portargli via la figliuola di casa, o mio padre che gli dava il consiglio di adoperarla in questa faccenda? Non ci sono due pesi, nè due misure; non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te, cose vecchie, eppure ignorate o non praticate come se fossero novissime.
— Diamo un taglio a cotesto. Tuo padre, puoi crederlo, non è manco infellonito teco; però non si possono mica dare alla lavandaia le viscere di padre, e giudico che remossa la causa non dovrebbe riuscire difficile farne cessare l'effetto; molto più che standogli accanto io correi ogni occasione a volo per raumigliarlo, e per così dire sfruconargli l'amore paterno nel cuore.
— Tu ti mantieni quale sempre ti conobbi, Felice, un ottimo giovane.
— Eh! per quello che fa la piazza ci posso stare ancora io. Ma senti quello che dobbiamo fare, Roberto ormai, povero disgraziato, non ne può uscire.., non voglio affligerti, Isabella, ma lo vedi da per te stessa, i suoi giorni sopra questa terra sono contati. Ora per quando Dio lo chiamerà a sè tu mi hai a promettere chiaro e lampante, per non correre pericolo la seconda volta di leggere alla rovescia, che ci sposeremo di amore e di accordo col consenso di mio padre e del tuo.
E tacque; nè Isabella rispose sul momento. Quale angoscia fosse la mia figuratela, Betta, la se la figuri, signore zio, Dio non lo mandi a provare ai cani; se vi dicessi che il mio cuore stava stretto come una mandorla dolce dentro il torchio dello speziale quando ne spreme l'olio, non direi mezzo del vero; chiusi gli occhi e apersi le braccia mormorando: _in manus tuas_...
Quando gli riapersi crebbe la paura, dacchè la signora Isabella si fosse levata, e accostatasi allato del signor Felice, gli avesse posto domesticamente la mano sopra la spalla, e lo guardasse in faccia: dopo alcuno spazio di tempo prese a dire:
— Felice; tu sei quel giovane di garbo, che sempre ti ho conosciuto. Felice, tu sei nato sotto la stella della geometria, della idraulica, dell'algebra, di tutto quello che vuoi. Tu riuscirai un ottimo direttore di bigatterie, impresario di strade ferrate, ed anco eccellente marito; tu acquisterai fama di educatore bravo di bestie e di figliuoli; ma tanto di amore non capirai mai nulla, perchè il cuore della donna è una lira che va tocca con la più tenera delle penne levata al sommolo delle ale di amore. Ora senti, Felice, la tua proposta mi suona ferocemonte magnanima e generosamente spietata; parti egli che tu potessi sperare, che fosse accolta da me fattami in questa stanza, presentata come capitolazione a donna vinta dallo stento, esposta a modo di contratto sopra la coltre del letto dove si spegne uomo, che amai di amore una volta, ed ora amo per dovere e per pietà?
Senza volerlo mi trovai a battere le mani una contro l'altra, e stette un attimo ch'io non urlassi: — brava! — I giovani rimasero sconcertati dallo strepito improvviso, per la quale cosa rivolsero la faccia al palco, e al pavimento, non si potendo capacitare da che cosa movesse; però scappai dal buco per allontanare il sospetto, e perchè quel brava rientrato mi sfondava la gola; onde per isfogarmi, recatomi nell'angolo più lontano della stanza, cacciai dentro il cappello la faccia e ci feci una scorpacciata di _brava! brava! bravissima!_
Quando sfogato, con piede cauto quasi pauroso d'inciampare su le uova, mi accostai da capo al buco, il signor Felice se n'era andato (Dio lo accompagni) e la signora Isabella, come se nulla fosse accaduto, menava tranquilla il suo ago. Ah! mi parve che mi levassero di sul petto il Monte-Bianco, o per lo meno il piccolo San Bernardo; il collarino, intorno al quale la signora Isabella lavorava in cotesta congiuntura, manca alla collezione dei colletti e ci mancherà sempre, Betta... perchè... perchè... io lo porto qui tra la camicia e la carne.. sul cuore...
— E presso a morte, interruppe beffando lo zio, non ti dimenticare di avvertire l'assistente:
Mi metterai quel collarino bianco, Ch'ella di propria mano ha trapuntito.
— Attenti! Attenti, signori, a quest'altra bellissima veduta, gridò il giovane con lieta voce e con gioconda faccia; ma chi avesse potuto mirarlo dentro gli sarebbe comparso tutt'altra cosa, imperciocchè egli avesse sperato di far breccia nello animo dello zio, e l'attenzione silenziosa di lui glie ne porgesse fin lì credibile argomento; ora poi per cotesta berta cascava dalle nuvole per dare un picchio sul lastrone; però maliziato per arte e per ingegno, che in simili occasioni soccorre sempre naturalmente i giovani, capì che qualche senso il suo racconto doveva pure avere operato; onde studioso di non lasciarlo raffreddare, ecco, rincalzava più forte:
— Eravamo di notte, in mezzo dello inverno, correva una freddissima stagione, quando mi percosse dalla strada uno strepito del diavolo: — agguanta! dalli! ammazza! e un fuggire e un inseguire da mettere i brividi addosso. Di un tratto mi parve che picchiassero a colpi concitati nella porta di casa della vicina, e tanto bastò perchè di un salto io fossi al buco, e vidi... chi vidi? il signor Felice stravolto così che stentai su le prime a ravvisarlo; figuratevi, era senza cappello, aveva le vesti lacerate, ansava come un mantice, e da più parti grondava sangue:
— Salvatemi! supplicava, se non volete che questi scellerati tedeschi _trovino in via di grazia_[8] ad avermi a fucilare, o almanco mandarmi allo Spilbergo nel carcere duro a vita.
— Come volete che vi aiuti io? Fra un nodo di tosse ed un altro singhiozzava lo infermo: — nelle prosperità non vi siamo passati pel capo nè manco per ombra... adesso nel pericolo, salvatemi! salvatemi! — Io non vo' impicci, io — L'Arciduca ha promesso allogarmi un quadro storico e non vorrei che per cagione vostra mi venisse a mancare... l'Arciduca...
La signora Isabella si approfittò del crescente singulto dello infermo per porgergli da bere, e troncare il corso delle sconce parole; poi tratto il giovane in cucina, gli disse:
— O come è andata? Che ti successe?
— Isabella, tu sai quanto ami la Patria; se questa avesse quella tua lingua affilata, forse mi direbbe che io l'amo da geometra, da architetto, da direttore di bigattiere, da educatore di bestie e di figliuoli... va bene così? Ma la Patria non ha lingua, e avendola io confido ch'ella si contenterebbe, che l'amassi come so e come posso senza tante storie. Fatto sta che stasera io assieme a parecchi giovani eravamo convenuti qui oltre in una casa per disegnare tra noi circa ai partiti più opportuni per liberarci da questi cani di tedeschi, quando o perchè ci sia stato il Giuda di mezzo, o per proprio sospetto, i _poliziotti_ l'hanno circondata in guisa da torre ogni speranza di uscita. Vista ogni resistenza inutile, ci siamo lasciati pigliare, ma tratti per via, io a poco a poco ho rallentato il passo, e trovatomi solo con due poliziotti al fianco mi sono abbaruffato con loro, ne ho date e ne ho ricevute ma, come vedi, eccetto qualche ammaccatura, mi è riuscito svignarmela; ora sentendomi la canetteria dei poliziotti dietro, che urlava: agguanta! agguanta! ho temuto svoltando il canto, di trovarmi preso come dentro una morsa, caso mai mi fossi imbattuto in qualche altra pattuglia; fermatomi a riprendere fiato, mi sono visto dinanzi alla tua casa; guardando dentro il portone ho mirato il casotto vuoto della portinaia, onde mi sono infilato su per le scale, ed eccomi qui da te. Quel cosaccio di Roberto mi ha fatto quasi pentire di essermi appigliato a questo spediente, ma tu, cugina, non mi respingerai!
— Così si fossero potuti salvare teco i tuoi compagni, poveri loro!
Però il signor Felice aveva fatto i conti senza l'oste, dacchè io, costituendomi di propria autorità provvidenza di questi due fiduciosi a torto, me ne era ito sul tetto, e quivi tenendomi al muro dello abbaino, sporto il capo giù per la via mirai un nugolo di poliziotti brulicanti intorno alla porta della signora Isabella; eranci altresì parecchi giandarmi con le carabine armate di baionette, e farabutti con lampioni e torcie di resina; le baionette e le arme brunite riverberando la fiamma dalle torce mandavano baleni di sangue: questo mi strinse il cuore così che mi sentii inondare la faccia di sudore freddo, saltai nella stanza e appressate le labbra al buco, risolutamente urlai:
— Presto! alla finestra del pozzo.
— Poi mirai se obbedivano, ma i giovani stavano a mo' di trasognati, cercando come e donde così distinta la voce avesse risonato nella cucina, ed io considerando quanto lo indugio pigliasse vizio, da capo urlai per di dentro al buco:
— Presto! alla finestra del pozzo, o siete perduti.
— Allora ci corsero essi, ci corsi anche io, e c'incontrammo nel medesimo punto: la mia finestra distava dalla finestra accanto un paio di braccia e più; quella della signora Isabella non era sormontata dalla squadra di ferro per sostenere la carrucola del pozzo; bensì l'aveva la mia, con la sua brava fune, catena e secchia: io stesso attingeva l'acqua dal pozzo, e intanto che la tirava su, per nobilitare agli occhi miei l'atto, ora ricordava l'esempio di Nausicaa figlia di Alcinoo, che va a lavare i panni alla fontana, ora che i costumi greci e romani vollero la ginnastica componesse parte distintissima della educazione civile. Ma adesso non corre temperie per queste novelle; urge che io vi dica come spenzolatomi dalla finestra con voce sommessa, pure capace a farmi capire, favellai:
— La polizia ha invaso questa casa, e già fruga i piani di sotto a voi. Signor Felice, non vi rimane altro scampo che questo; vi tirerò in là la fune con la secchia; la signora Isabella terrà ferma la fune, intanto ch'ella, signor Felice, salirà sul davanzale della finestra; salito lì, agguanterà la fune quanto potrà più stretto con ambedue le mani, avvertendo di fasciarsele con un fazzoletto per non segarsele; poi metta dentro la secchia il piede destro, e ci si assicuri bene, per ultimo avvisi che si trova solidamente collocato dicendo: — _giù!_ — Allora la signora Isabella a sua volta annunzi trovarsi in punto di lasciare ire la corda dicendo anch'essa: _giù!_ — ed apra la mano; io reggerò più che posso, perchè non succeda troppo dondolio: ed una volta il signor Felice qui in casa, nè manco il diavolo lo troverà.
— Dio mio! ma se la fune si rompe, — ma se il ferro cede...
— Sta salda, Isabella, tanto, peggio di cascare in mano ai tedeschi non mi può succedere.
— Non dubitate di niente, la squadra e la fune sono tali da reggere un paio di bovi non che il signor Felice, ch'è meno d'un bove...
— Grazie, disse il signor Felice, ora verrò ad attestarvi la mia gratitudine in casa vostra, e ridendo mise il piè nella secchia per fare il passo pericoloso.
— Riuscì ogni cosa a pennello; appena entrato in casa mia il signor Felice, volto alla signora Isabella io l'ammonii:
— Ora chiuda, signora mia, la sua finestra per bene, e si metta a ricamare al telaio senza che paia fatto suo. Al signor Roberto raccomandi tacere...
— Ma scusi, interruppe la signora Isabella, avrei il piacere di favellare col diavolo o con un mago?
— Nè coll'uno, nè coll'altro, e col tempo le farò toccare con mano che non ho coda, nè corna: buona notte.
Accostatomi in fretta al signor Felice, gli dico:
— Vostra signoria si spoglierà, e alla parola unendo l'atto gli piglio una manica del vestito per levarglielo di dosso.
— O perchè mi ho da spogliare? rispose il giovine tirandosi indietro.
— Perchè bisogna fare così, si lasci salvare; — lo spogliai di tutti i panni, anco della camicia, perchè lacera e insanguinata; se togli le calze e gli stivali, rimase come egli una volta uscì dal grembo della madre sua; io, fatto dei panni fagotto, mi avviai verso la finestra, ma egli corsomi dietro mi afferrò pel braccio ricercando con premura:
— Ed ora dove portale cotesti panni?
— Li butto nel pozzo.
— Fermo per Dio! che ci ho in tasca tra fogli e danari il valsente di 4000 lire.
— Levatene la borsa, e il portafoglio e lasciate servirvi.
Salii sul davanzale della finestra, staccai la carruccola di ferro, la misi dentro la secchia, con alcuni pezzi di mattone, ci legai d'intorno i panni, e poi sospeso l'involto a perpendicolo dove giudicai avesse a trovarsi la bocca del pozzo, lo piombai giù; — il tonfo che fece rompendo l'acqua, mi chiarì che io aveva mirato giusto.
Me ne dolse, e dio che mi vede il cuore sa se dopo l'angoscia di lasciare lo zio io ne soffrissi altra pari nel mondo, ma così persuadeva il dovere; — dopo avere fatto fare il tuffo ai panni, apersi l'armario, remossi la cortina doppiamente cara per reverenza religiosa e per amore filiale, e svelai agli occhi di quel più che profano del signor Felice il sacro buco, dove apposte le labbra chiamai:
— Signora Isabella, venga qua — Più in qua.... più accosto ancora; io prima di tutto pieno di confusione e di rimorso la scongiuro di perdonarmi se le ho fatto, senza ch'ella se ne accorgesse, un buco nel muro....
— Ah! ora capisco...
— Sì, signora, ha capito benissimo, ma a suo tempo e luogo le spiegherò come non sia indegno della sua pietà non che del perdono: intanto mi faccia la carità di tappare il buco dalla parte sua.
— E perchè ho io da tappare il buco?
— Veda, signora Isabella, perchè caso mai venissero, come verranno di certo, i poliziotti a frugare fino quassù non ci mettessero l'occhio... con costoro ogni pelo serve di bandolo a dipanare le matasse, che fanno le funi al boia.
— Ma con che ho io da tappare questo buco?
— Diamine! o che non trova in casa arnese da tappare un buco?
— Aspetti, ecco qui un tegame.
— Un tegame! E tegame vada, esclamai, guardando il cielo con ambe le mani congiunto; ci ficchi sopra un chiodo, poi ci appenda il legame.
— Ecco fatto pel chiodo; ora il tegame.
E ahimè! il tegame si frappose fra il mio dolce desire e me. O buco! certo io sperava averti un giorno o l'altro a turare — ma però come Figaro spegne la sua lanterna; — io voglio dire, quando non ce ne fosse stato più bisogno. O buco! io presagiva ottimamente che ti avrei chiuso un dì, ma disegnava farlo con un mazzo di penne strappato all'ale dell'amore; ed ora mi tocca vederti tappato da un tegame!... Angioli avvocati miei, abbiate cura di farmi segnare su i libri di ragione del paradiso questa partita di virtù a caratteri maiuscoli.
— Si sa fare la barba? domandai al signor Felice, che buttatosi sul letto sonnacchiava.
— Che ci entra qui la barba?
— Si lasci servire, e risponda: se la sa fare, sì o no?
— Non me la so fare.
— In questo caso gliela farò io; e versata acqua nel bacile, ci sbattei il sapone e a lui sbigottito e repugnante invano insaponai la barba. Mentre dava la striscia al rasoio, io diceva:
— Possibile, signor Felice, che un giovanotto elegante, quale ella dimostra essere, possibile, io dico, che abbia la testa così dura? Potrebbe darsi che la polizia nel dubbio di avere sbagliato uscio venga a rovistare anco qui, e allora importa moltissimo per lei, ed un poco anche per me che la signoria vostra non sia riconosciuta.
Allora si lasciò fare, ed io gli buttai giù baffi e capelli conciandolo che Dio ve lo dica per me. Io giuro tutte le antiche divinità, compreso il Dio Ridicolo[9], che in ciò non misi una malizia al mondo, ma come lo aveva ridotto era impossibile vederlo e non ridergli in faccia; avrei pagato un Perù a metterlo davanti agli occhi della cugina Isabella in cotesto arnese; e bene mi riprometteva cavarmene la voglia il giorno appresso, ma egli non vi si lasciò prendere come udirete. Sbarbato e raspato, lo rimisi a letto; di poi presi i miei vestiti delle feste, gli sgualcii alquanto perchè paressero portati, e glieli posi sulla seggiola accanto al letto. Per buona sorte la polizia non venne, chè forse tutte queste cautele non sarebbero bastate; bensì per quanto fu lunga la notte noi la udimmo tafanare nel casamento allato, nella casa della signora Isabella e per la strada, ma sul far del giorno tutto tornò alla quiete ordinaria: allora la signora Isabella dato un picchietto nel muro rimosse il tegame dal buco e chiamò; ed io lì pronto di un salto a udirla, il cugino no, che dormiva peggio di un ghiro; colà ella mi fece sapere che le faccende erano procedute bene, non avendo la polizia preso sospetto di nulla, quantunque fosse ita a rovistare fin dentro al camino, e avesse aperto tutte le finestre per chiarirsi se alcuno poteva svignarsela da cotesta parte: raccomandarmi il cugino, e addio. Qui lo abborrito tegame mi rapiva la vista delle mie contentezze.
Destatosi il signor Felice, lo confortai a rimanersene a letto; sarei uscito io a pigliare lingua delle cose e a tastare il terreno; desse retta a me, non si movesse da giacere e soprattutto badasse vè!... non gli saltasse il ticchio di parlare alla cugina, chè i casigliani potrebbero pigliare sospetto dello insolito rumore, e contarne novelle, come si costuma tra i vicini, con molto pericolo mio, della signora Isabella e di lui; e misi in fondo _lui_ per non parere, ma ci calcai su perchè capisse che il primo prossimo è sè stesso.
— Voi dite giustamente, ed io mi adatterò appuntino alle vostre prescrizioni, come fa lo infermo agli ordini del medico; solo vi prego di tornare con qualche cosa da mangiare, e tornare presto, perchè se mai avvisaste ricondurvi quassù a mani vuote, non ve la cavereste con una spalla di meno.
— Buona natura quella del signor Felice, eccellente natura lombarda, generosa, amorosa e sopratutto appetitosa. Non so quanto io restassi fuori di casa, ma quando tornai pieno le tasche e il petto di bene altro che di estri febei per sopperire ai bisogni del signor Felice, il signor Felice era sparito. Fui sul punto di svenirmi, ma molto opportunamente mi ricorse agli occhi un biglietto sopra la tavola: ci stesi la mano ratto, lo apersi e lessi:
«Amico carissimo. Due bisogni del pari potenti, comechè di natura diversa, mi sfrattano di casa sua; il primo tutto corporale, ed è la fame; vostra signoria tarda, ed io non mi vo' ridurre a fare davvero la fine del conte Ugolino; l'altro tutto spirituale, ed è la libertà. Chiuso qui dentro e solo, mi pare proprio di essere già in prigione; ho preso un libro, ma che vuol ella? In ogni T maiuscolo mi ci pare vedere una forca; i puntolini sull'i mi hanno sembianza di palle tedesche; lo Z mi mette i brividi addosso, che arieggia il giudice processante; che più? Il B, perfino l'onesto B con le due pance mi richiama alla mente qualche canonico confortatore, il quale mi dica senza ridere che tra la scala della forca e quella di Giacobbe non ci corre divario alcuno, perchè menano tutte e due in paradiso. Essendomi pertanto provato i suoi vestiti ho veduto che mi stavano a pennello, epperò mi decido a portarglieli via; punto e virgola: non vada però a immaginarmi un seguace della nequissima setta dei Comunisti, e per convincerla di un tratto sappia che io mi trovo venticinque mila lire ben contate di rendita, senza fare capitale su le sperabili eredità di uno zio e di un cugino; vero è bene che il cugino, noverando un anno meno di me, nutrisce sopra la mia eredità la medesima speranza che io ho sopra la sua. Gli è come un palio fra noi; staremo a vedere chi lo vincerà. La morte tiene in mano la scommessa. In sequela di quanto ho esposto qui sopra, ella troverà qui dentro tanti biglietti per lire cinquecento, che mi paiono bastevoli per ricomperarsi altri panni, e se non arrivano, se la pigli in pace fino a quando ci rivedremo. Dovrei anche ricompensarla dei servizi di barbiere ch'ella mi ha prestato, ma essendomi mirato allo specchio....
Devo avvertire che dopo l'avventura del catino io mi ero provvisto di specchio...
»essendomi mirato nello specchio ho dovuto persuadermi che questi non si possono pagare eccetto che in due modi; il primo dei quali consisterebbe nello accomodarla per tosatore _in capite_ con qualche proprietario di pecore; il secondo non glielo voglio dire; quando ci rivedremo potrebbe darsi che glielo facessi provare. In grazia sua mi toccherà a stare sei mesi in casa, come si narra costumasse Demostene, ovvero adattarmi a venticinque anni a mettere su parrucca. Siccome io penso svignarmela in Piemonte, così a cominciare da domani vada alla posta, e chieda lettere per Prospero Castoldi, che io le scriverò sotto questo nome. A Isabella che dirò? Dirò quello che vostra signoria giudicherà ch'ella sappia, conciossiacosachè, come diceva padre e maestro Volpacchiotti della compagnia di Gesù, che m'insegnò la rettorica, io non sia di testa così dura secondo che parve avere la degnazione di credere vostra signoria, da non conoscere che l'ago calamitato del cuore della mia cugina passo passo si vada accostando al suo polo magnetico. Pazienza. _Quand on n'est pas content il faut être philosophe;_ ed io sarò contento di saperla in buone mani. Quantunque non ci sia mestieri, io le raccomando questa cara, degna e buona creatura; creda che la è una coppa di oro, ed è più savia che ella stessa per avventura non s'immagina. Certo, quel matrimonio con cotesto orso di pittore guasta un po' la perfezione del quadro, ma poichè io le cedo ogni mia ragione sopra la cugina, intendo d'insegnarle un mio segreto, col quale io mi consolava tutte le volte che mi angustiava quel pensiero molesto, il quale di per sè è semplicissimo. Ricorra al lunario. Sì, signore, al lunario, e quivi consideri come i luminari del cielo, donde noi ricaviamo calore e luce, in capo all'anno due o tre volte almanco si ecclissano. Il matrimonio dunque della cugina Isabella col pittore Roberto su in cielo si chiamerebbe ecclissi del sole o della luna; in terra ella lo dica una frittata di donna innamorata, e si consoli. Spero in Dio che ci rivedremo nella patria liberata dallo abborrito tedesco; ad ogni modo in qualunque luogo, in qualunque tempo amico per la vita. — Felice. — »