Part 10
Senza stare a inquisire sottilmente se avessi o non guadagnato nella partenza del signor Felice, e così all'ingrosso ammonito che il vantaggio superava lo scapito, io mi appressai al buco per darne avviso alla signora Isabella, che pronta alla chiamata, rimosso il tegame, ansiosamente domandò:
— Che ci è egli di nuovo?
— E ci è che il signor Felice non si trova più....
— O Dio! O Dio! esclamò la signora Isabella recandosi le mani al petto, quasi si sentisse ferita nel cuore, e per tema di cascare si appoggiò al muro.
Io allora provai un ghiaccio sopra la fronte come se ci avesse strisciato una tarantola, e subito dopo mi si empì il capo di tanta malignità da disgradarne quattro giornalisti moderati, esclusa la _Perseveranza_, ch'è la colomba del mestiere.
Si narra come il cardinale di Richelieu costumasse dire, che se gli mettevano in mano quattro dita di scrittura del primo galantuomo del mondo, egli era tomo da farlo sdrucciolare in galera; e cotesto parve iattanza ai suoi tempi; ai nostri non ci ha chiericuzzo che non si reputi, e non sia veramente capace di fare altrettanto se non peggio; però che lo interesse soffiando i suoi consigli nell'orecchio all'uomo ne contamini in un attimo tutto il suo sangue; di questo ebbi prova dentro me stesso; cui con la smania di calunniare vennero addosso di un tratto l'ingegno e il modo della calunnia; onde, attenuata la voce, dissi:
— O la non si turbi, cara signora Isabella; qui non ci ha cosa della quale ella si abbia a sbigottire; il signor Felice se n'è andato perchè non ha potuto più reggere alle mosse per via della fame come qualmente si ricava dalla lettera, che ha lasciato sul tavolino.
— Oh! che sia benedetto! la me la porga questa lettera; vengo a pigliarla alla finestra del pozzo.
Ora essendo questo ciò che appunto mi tornava meno, non mi parve strano di aggiungere un po' di bugia alla calunnia, considerando che le bugie sono come bicchierini di acquavite ministrati alla calunnia, affinchè duri di buona lena al lavoro; però subito pronto risposi:
— Me ne rincresce proprio, perchè ho sempre veduto come la più parte dei malanni, che capitano addosso ai liberali, derivino dalla grulleria di tenere ricordi o conservare i fogli: per me uso così, leggo prima due volte o tre la lettera per bene, tanto che nella memoria mi si registra meglio che il bulino non incide sopra l'acciaio, poi accendo un fiammifero e le do fuoco, nè la perdo di occhio, finchè io non l'abbia veduta ridotta in cenere....
— Questo si chiama operare da giovane prudente, e me ne rallegro con lei.
Prudente! pensai io; questa è la prima volta che me lo sento dire; quasi stava per voltarmi a vedere se dietro alle spalle ci fosse persona cui potesse applicarsi cotesta lode più direttamente che a me, ma trovandomi solo non ci cascava equivoco; andava proprio a me; e mi ricordo avere pensato non senza amarezza un'altra cosa, che fu questa: mira! da molte buone parole che ho detto, e da qualche buona opera che ho fatto me n'è venuto per consueto ingiuria o danno, mentre adesso che m'inoltro nel mare del furfante, ogni vento comincia a gonfiarmi le vele.
— Alla svolta si provano i barberi; mala via non può fare a meno che porti a cattiva osteria.
— Tu parli di oro, Betta; ma persuaditi che più spesso che tu possa immaginare non va così, tanto vero, che gli uomini religiosi, trovando in fondo della vita molti conti sbilanciare maledettamente, hanno insegnato a credere che nell'altro mondo gli angeli o i demoni si pigliano la scesa di capo di aggiustarli con tanto inferno o tanto paradiso di giunta, e così credo anch'io.
— Giusto come io le diceva, continuai a favellare con la signora Isabella, il signor Felice ha scritto che se n'andava prima perchè non ha potuto sostenere lo stimolo della fame, e poi perchè in questa casa ci si sentiva affogare, e a parere mio ha avuto torto marcio nell'una cosa come nell'altra; nella prima, dacchè io gli aveva promesso di recargli da ristorarsi, e l'ho fatto in copia da bastare a tre pranzi di Polifemo; onde, se non temessi di acquistarmi taccia di severo, vorrei osservare che in giovane bennato non sapere resistere nè manco due ore a questi grossolani appetiti è un gran mancamento, almanco mi pare.... perchè io non vorrei per cosa al mondo pregiudicare la fama di quel caro giovane; nella seconda, più presso al paradiso come in questa casa, o dove mai si vuole egli trovare il sor Felice?
— Non si può negare, noi ci troviamo molto presso al paradiso, ma non fa comodo a tutti salire quattordici scale per godere di siffatto benefizio.
— Ah! non è a cagione della linea perpendicolare, cara signora Isabella, che io mi reputo vicino alle beate sedi, bensì orizzontalmente.
Questa fu la prima parola colorita di amore, che udì dal mio labbro la signora Isabella, e me ne increbbe, perchè non si poteva coniare di peggiore gusto; non se ne sarebbe giovato l'Achillini: ella però come prudentissima la lasciò cascare fingendo di non accorgersene; io per calafatare lo sdrucio aggiunsi:
— E badi ad un'altra cosa, signora Isabella; il signor Felice si è vestito dai miei meglio panni, e mi ha lasciato cinquecento lire perchè me gli faccia nuovi....
— Oh! questo poi non è gentile davvero.
Se lo Amore si facesse radere la barba, e se fosse ito a farsela radere dalla signora Isabella, io credo, che quel _non è gentile_ se lo sarebbe sentito penetrare dentro la pelle sottile e freddo quanto il filo di un rasoio di rota.
Per allora ella chiuse il ragionamento pregandomi a volerla chiamare con tre picchietti nella parete quante volte avessi notizie a parteciparle del cugino, ch'ella si sarebbe affacciata alla finestra del pozzo per ascoltarle. Frattanto reputare onesto che il buco....
Io visto appena il baleno per aria, che minacciava il povero buco.... di scomparire dalla natura delle cose accorsi sollecito alla parata, ed osservai con molta gravità:
— Non credere... non parermi _prudente_... e sperare che dopo matura considerazione dovesse parere anco a lei... la chiusura del buco, imperciocchè qualcheduno avrebbe potuto acchiappare per aria le parole dette alla finestra con molto danno del cugino e suo: ad ogni modo se non ci avessero uditi, ci avrebbero visti, ed ella che giudiziosissima ed accortissima (voleva mettere un altro sdrucciolo, ma temei sfondare il foglio) era, doveva conoscere le ciarle infinite delle casigliane, alle quali basta ogni po' di gomitolo per dipanarci sopra una matassa infinita di maldicenza.
La signora stette alquanto sopra di sè, poi rispose:
— Lasciamo stare dunque il buco: per tapparlo saremo sempre in tempo.
— Giusto! Così diceva anch'io — e ricevuta e resale la buona sera, ci separammo.
Io chiuso l'armario ebbi a felicitarmi, dirò meglio, ebbi a spaventarmi di avere scoperto ad un tratto in me questo tesoro di arti diplomatiche; pensai farmi annunziare su pei diarii ai potentati del mondo, che abbisognassero di primi ministri; mi volli bene, mi onorai, e rammento che mi presi la soddisfazione di baciarmi, la quale cosa feci accostando le labbra allo specchio; dopo ciò mi assettai disponendo i cibi davanti a me sul tavolino, e poichè allegria mangia per quattro, bevvi per otto: ricordo che quando mi prese voglia di coricarmi, la candela unica mi sembrò moltiplicata fino a sette, quanti sono i sacramenti ed i peccati mortali, e sebbene mi affaticassi a spegnerle, più si ostinavano a rimanere accese; per ultimo feci buio, e andato a letto cotestanotte mi sognai trovarmi nel congresso di Vienna a tu per tu col principe di Metternich, a cui dopo avere detto una carta d'ingiurie lanciai un calamaio nel capo, e glielo ruppi dicendo: to' questa, che me l'ha insegnata un tedesco, — alludendo senz'altro a Lutero, il quale, per quanto si racconta, trattò il diavolo nella medesima maniera: alla mattina trovai che in sogno aveva scaraventato l'orinale nella parete di faccia, e i pezzi ingombravano il pavimento.
Le notizie del cugino non si fecero aspettare; le trasmisi a seconda del concertato per traverso al buco, che rimase aperto caso mai ne venissero altre, e vennero, però via via più rare; finalmente cessarono affatto: non per questo turammo il buco, anzi a furia di vagheggiarlo mi parve che dal lato destro il contorno non rotondasse bene; e per quel giorno, dopo che lo ebbi accomodato a modo mio, mi piacque; il giorno di poi guardandolo anco più attentamente vidi che sgarbava a mancina, e lo posi in sesto; nè anche così andava a dovere; presi il compasso per disegnarlo senza errore; ma trovandomi imbarazzato a puntarne un'asta nel centro ch'era vuoto, ci posi su per traverso una sbarretta, la quale naturalmente soprammetteva e non poco agli orli del buco; epperò riuscì disegnato un po' più grande del primo: capiva benissimo che condurlo a cotesta larghezza tutto in un giorno non era aria; ma a poco per volta ci pervenni, nè parve se ne accorgesse la signora Isabella, e non di certo dev'essersene accorta, tanto la cosa venne naturale. Verso le feste di Natale mi prese il _grippe_ con dolore di capo e febbre da cavalli; la povera signora Isabella era sgomenta; chi potesse mandare a curarmi non aveva; quanto a lei, oltrecchè in ogni caso la decenza l'avrebbe trattenuta da visitare un giovanotto, non si trovava libera di movere un passo dal letto del marito, che precipitando al suo fine diventava ogni momento più fisicoso. Teresa, vecchia, se non erano le ale degli angioli, le sue gambe davvero non potevano portarla su per quattordici scale. Allora, e mira intelletto di carità che hanno le donne! ella stessa senza badare da altro allargò il buco tanto che divenne buca, traverso la quale potesse passare una tazza; ancora mi ammonì che toccandomi a scendere da letto per condurmi a pigliare la tisana era più lo scapito del guadagno, e questo era vero; però volle m'ingegnassi trasportarlo rasente alla parete, dov'era il buco, e per lo appunto sotto di quello, affinchè stendendo il braccio senza altro incomodo potessi pigliare la tazza ch'ella mi avrebbe offerto; così la signora Isabella in mezzo a due infermi vegliava alla cura di entrambi, e al tempo stesso alacre e animosa attendeva ai ricami. Un gentile l'avrebbe rassomigliata a Igea; a me cristiano apparve quasi la madonna del popolo in compagnia degli Angioli della Carità e del Lavoro.
E qui fo punto, perchè a cagione del tanto favellare sono fatto roco: ella consideri, mio caro zio, che se io non mi sono mostrato pari a Gargantua, il quale uscito mala pena dal materno alvo chiese da _bere_, pure sono uomo anch'io, e mi pare che senza bere non potrei tirare innanzi o male.
Orazio senza rispondergli si risovvenne del tè, e fece per recarselo alla bocca, ma lo trovò freddo, onde prese a dire:
O sia che tu ti parta, o che ritorni, Sempre ti provo avverso al sericano Dei cor letizia tè.
— Per attendere alle tue fandonie ecco ch'è diventato diaccio, però, Betta, in cortesia vogli andare a scaldarlo da capo.
CAPITOLO SETTIMO
Il quale a senso dello autore è bellissimo, e spera che lo giudicheranno tale tutti quelli che lo vorranno leggere.
Come lo scafo mosso su lo scalo per essere varato da argomento umano non potrebbe essere trattenuto nell'impeto precipitoso, così Marcello non attese il ritorno di Betta per continuare il racconto. Il novelliere in molte, in quasi tutte le cose, rassomiglia alla cicala; ad ambedue piacciono gli albori mattutini, le fresche rugiade, e il primo raggio dorato del sole; ad ambedue talentano le fronde degli alberi, il meriggio splendido, l'aere aperto e sereno; entrambi, quegli da mane a sera racconta, questa strilla; se il cielo si turba, l'uno e l'altra tacciono; se la cicala scoppia, e l'altro muore, almeno in Italia, all'ospedale, se pur non lo mandano professore di rettorica in Savoia o in Sardegna, che torna ad un circa lo stesso; in una cosa sola differiscono, ed è che la cicala annoia sempre, e il novelliere qualche volta no. Marcello veramente non era narratore di professione, ma tocca appena con le labbra la coppa incantata, aveva sentito l'ebbrezza brulicargli per le vene, ond'ei continuava e diceva:
— Siamo ad un'altra soprabbellissima veduta... attenti.... attenti... signori... domando scusa, dopo la partenza di Betta non posso più adoperare il numero plurale.... attento dunque, signor zio... e ora che storie sono elleno quelle di aggrinzare il naso? Non crede ch'io sia per presentarle una soprabbellissima veduta? Sì... ci crede? O dunque che mai le arreca fastidio? Per avventura la parola soprabbellissima? Ma o non ha letto il _vocabolario di parole e modi errati_ dei signor Filippo Ugolini, il quale ha la carità d'insegnarci che ai grandi ingegni non disdice di due parole formarne una, e non le paia piccolo privilegio; per la quale cosa io, nella fiducia di trovarmi un dì battezzato per ingegno grande, mi approfitto intanto della patente, e poi considero che a questi lumi di luna per significare una cosa un po' mezzana un povero diavolo si trova tirato pei capelli a inventare vocaboli nuovi; tanto logoro hanno fatto gli uomini piccini dei superlativi per onorarsi fra loro. Invero taluno di loro esce fuori di casa salito su i trampoli, e i compari levano le mani al cielo sclamando: ecco il gigante! — O ti additano a sera un'ombra lunga, lunga, che copre una piazza, e dicono: vedi vè, che razza di omaccioni nascono nei nostri paesi! — Malcreati! Appaltoni! Su i trampoli montano i giullari per tenere allegre le brigate, non già per maravigliarle; le ombre dei pigmei diventano ciclopiche quando la luce tramonta. Ma tanto è, la gaglioffaggine ha messo su compagnia di _mutua ammirazione_, ed ha speranza che il carnevale continui per _omnia sæcula sæculorum: amen_.
Dunque siamo ad un'altra soprabbellissima veduta. Io dormiva....
— Cosa che stava per accadere a me — se continuavi con quel suono.
— Io dormiva e sognavo un angiolo....
— Ma, nipote mio, tu mi fai da un pezzo in qua tal consumo di angioli da rincararli sul mercato dei cieli venti centesimi la dozzina....
— Io mi figuro, signore zio, che durante la sua vita, massime in gioventù, le sarà occorso di ricevere un pugno negli occhi. Si rammenta in cotesta occasione le migliaia di stelle, che le parve vedere per un pezzo, comecchè il sole splendesse luminoso a mezzodì? Or bene, dopo il mio innamoramento a me sembrava vedere comparire angioli da per tutto; e tutta la gente mirava dopo le spalle, nella supposizione che ci avesse l'ale come altra volta ci teneva la coda. Dunque sognava un angiolo, e a che rassomigliasse la sua bella faccia non importa dire; l'angiolo, aperta una finestra del paradiso, con voce e con cenni mi confortava, rotti gl'indugi, a salire. Io turbato gli rispondeva: — signore, come vuol'ella che io voli, se mi mancano le ali? — Ed egli a me: — di poca fede, credi, e l'amore ti farà crescere le ali....
Qui mi venne rotto il sonno nella testa dal picchiare frequente e ognora più strepitoso della vicina nelle pareti. O cieli! o terra! non ci era da prendere equivoco; coteste erano chiamate a fuoco, quando arde lo incendio dello amore. Corsi così che credei mi fossero spuntate le ali davvero...
E questo è certo, che l'amore della donna altrui, se non fa nascere l'ali all'amante, qualche cosa fa nascere al marito...
— Aspetti a dire... e quasi tratto fuori di me mi accostai al buco, dal quale aperto mi vennero buttate in faccia queste parole:
— Signore, per amore di vostra madre venite a soccorrermi; mio marito si muore, ed io sola non lo posso assistere.
— Signora, volo — risposi io pensando sempre al sogno, e al come l'amore faccia spuntare l'ali; però non volai, anzi tardai più del solito, come succede, ora non trovando più le calze, ora infilandomi i calzoni alla rovescia: nè lo indugio mi nocque, perchè in proporzione che io vestiva il corpo, l'anima si spogliava dei turpi desiri, onde rimasero a un punto quello compiutamente coperto e questa compiutamente ignuda; in effetto, quando non so nemmeno io e per moto tutto macchinale mi mirai allo specchio, e levai la mano per aggiustarmi i capelli, la coscienza mi brontolò dentro: — pezzo di furfante, se ti bastasse il cuore di ricompensarti giusta i tuoi meriti, tu invece di accarezzarti la chioma avresti a darti tre o quattro schiaffi su cotesto muso svergognato per brutti pensieri, che hai fatto su cotesta santa donna. Signore zio, avviso ai lettori...
— M'introdussi per la porta della cucina, e la signora Isabella trovai pallidissima, non però sgomenta; per mani mi prese e disse: aspettate tanto che con qualche pretesto vi metta dentro, perchè l'inferno piglia sospetto di ogni cosa.
Entrata in camera del moribondo, questi con voce appannata rimproverava:
— Tu mi contrasti in tutto; io voglio uscire, io vo andare domenica co' miei amici in campagna... ti aveva ordinato mi chiamassi il sarto.... con le vesti di un anno fa sembrerò uno dei sette dormienti...
— Non ti affaticare il petto, Roberto, non ti arrapinare... il sarto è arrivato... aspetta di là in cucina.
— Ma non fa notte ora?
— Fa.... ma si avvicina l'alba... e il giovane è garzone, però venne per tempo a fine di non iscioperare; entrate.
Nel breve tempo che rimasi in cucina mi percosse la vista di certe cose, che non mi aspettavo davvero trovarci, ed erano pane fresco e formaggio e prosciutto, e simili altri mangiari non senza parecchie bocce di vino.
Con tanta parte della mia curiosità nel sangue lascio considerare a lei, signore zio, se mi sentissi struggere, se non fosse stato l'aspetto pauroso del moribondo, io mi sarei avventurato a interrogare _ipso facto_ la signora Isabella. Costui appena mi ebbe scorto prese fra i singulti a favellare di amici, di vesti, di fogge nuove, di scampagnate, alle quali cose tutte risposi a modo suo confortandolo il meglio che sapeva: poi uscendo feci cenno alla signora che mi seguitasse in cucina, e a lei venuta dissi:
— Ha ella pensato al prete?
— O Dio! non ci ho pensato, e qualora ci avessi pensato, come avrei fatto ad avvisarlo?
— Cotesto povero uomo, se passa tre ore, alle quattro non ci arriva: ci andrò io....
— Sola col mio marito che muore... ho paura.
— Non stia a confondere, cara signora, io sveglierò Teresa, e m'ingegnerò a farla salire fino quassù.
E come dissi feci; così facile non mi riuscì col parroco, però ch'egli dicesse la messa del mattino, e prima di averla celebrata non volle venire; dopo messa e' si fermò a confortarsi lo stomaco, dacchè egli sostenne che diceva messa all'alba appunto per questo, avendo osservato che senza pericolo d'indigestione non poteva rimanersi più di sei ore senza mangiare: ed aggiungeva contrito, capire benissimo cotesta essere infermità, e, per fermo, castigo di Dio, ma come rimediarci altrimenti che sopportarlo in pace mangiando a mezzanotte, alle sei di mattina, a mezzogiorno e alle sei della sera? Intanto toglieva seco la eucaristia, l'olio santo e gli altri arnesi, e accompagnato dal campanaio veniva via.
Se va in paradiso, come gli auguro, osservò il parroco fermandosi a piè della tredicesima scala tutto in acqua, non avrà a fare di molto cammino — poi asciugatosi il sudore e ripreso fiato, tornò a salire.
Ora con mia somma meraviglia e dolore, mano a mano ch'io mi accostava al quartiere della signora Isabella, udiva sghignazzare, e clamori, che indegni sempre, adesso poi mi parevano scellerati. Quale io mi rimanessi, pensatelo voi quando sospinto l'uscio della cucina mi vidi comparire davanti due uomini di faccia e più di maniere volgari, che assettati mangiavano e bevevano schiamazzando. La signora Isabella non era lì; il prete si mordeva le labbra; io trasecolava: impiccio più grande io non provai al mondo. Pregai il prete per amore di Dio a pigliarsela in pace come il castigo di avere a mangiare ogni sei ore; pregai quei furfanti in nome del diavolo a divorare cheti, e promisi sarei tornato indi a un attimo con la chiave di tutti questi intrighi.
La signora Isabella piangendo mi confessò di tutto cotesto disordine colpa il marito, il quale fittosi in capo di essere ormai sano aveva voluto ad ogni patto si invitassero a colazione certi suoi amici vecchi, ch'egli non aveva più visto dacchè si era messo a letto, ed ella per non inacerbirlo averlo contentato: supporre, anzi credere fermamente che già poco di buono prima, in questo intervallo di tempo cotesti uomini fossero diventati pessimi; a mani giunte pregarmi la liberassi da loro.
Tornato in cucina, eccotene una nuova di zecca; il parroco, il campanaio avevano stretto co' due compagnoni una maniera di tregua di Dio; anzi a tavola questi avevano ravvisato il parroco per amico loro e maestro, appunto come secondo il vangelo di San Luca i due apostoli che andavano ad Emmaus riconobbero Gesù Cristo alloraquando ei si mise a tavola con loro e tagliò il pane[10].
Sovvenendomi in buon punto che tra l'osso e il dente del cane non bisogna ficcare la mano, attesi che avessero finito, il che avvenne tosto non potendo i cibi comprati durare un pezzo al vecchio assalto ed al nuovo: allora voltomi ai compagni di Roberto dissi loro lui dolentissimo per non avergli accolti come meritavano; colpa la malattia, che gli si era cacciata addosso; per mio mezzo salutarli e ringraziarli; sperare essersi ristabilito in salute alla più lunga domenica: gli tornerebbe grato rivederli quel dì alla osteria del Satiro, dove intendeva pagare il risotto per tutti.
Cotesti due ghiottoni fecero un po' di premura di vedere Roberto tanto per non parere, e acceso chi pipa, chi zigaro con mille grazie e saluti se ne andarono. Rimanevano il parroco e il campanaio; il primo, appiccata la sacca contenente la materia di due sacramenti al medesimo chiodo donde pendeva un mazzo di cipolle, trasportando ai pasti terreni la pratica adoperata da ogni buon sacerdote nei celesti, stava intento a rifinire ogni minuzzolo di cibo e di bevanda che rinveniva sopra la mensa; il campanaio per amore di imitazione seguitava lo esempio; per la qual cosa dopo cinque minuti di cotesto lavoro un topo si sarebbe sgomentato a trovare una bricciola sola sopra e sotto la tavola. Il parroco buttando giù il bicchiere disse:
— Or bene, quando incominciamo noi, chè si fa tardi e le mie penitenti mi aspettano al confessionale?
Risposi avesse pazienza tanto che andassi per disporre lo infermo a riceverlo.
— Andate e fate presto, soggiunse il parroco.
Di concerto con la signora Isabella allora dissi al moribondo come il parroco essendosi recato a visitare certa inferma nel casamento, udito che anch'egli giacesse in letto, era salito per salutarlo e desiderare vederlo.
Il moribondo si arruffò tutto, e con impeto di cui non lo avremmo reputato capace, disse risoluto non volere preti dintorno, non sapere che farsi di loro; caso mai il parroco si attentasse ficcare il muso nella sua stanza ei gli avrebbe scaraventato quanto stava sopra la tavola da notte. Come Argante egli moriva qual visse; bestia fu, bestia rimase: e siccome era ormai troppo tardi a convertirlo, mi strinsi nelle spalle e tornai al parroco dandogli ad intendere che l'infermo caduto in sincope non poteva in cotesto punto ascoltarlo; e il prete di rimando:
— Anzi questo è momento opportunissimo, imperciocchè, appena egli torni in sè, la salutare minaccia delle pene dello inferno farà miglior breccia, sbigottito com'ei ha da trovarsi, ed incapace ad opporre i pensieri della carne.
Risposi non essere mestieri di simili argomenti collo infermo, che in vita si era mostrato ossequentissimo sempre ai precetti della Chiesa, ed ora avere chiesto i sacramenti da sè.