Part 8
Poteva risponderle per le rime, e già la risposta aveva preso l'abbrivo su la lingua come il giocatore sul trappolino per battere il pallone, ma io strinsi il cancello dei denti e la tenni prigioniera. Quindi con la mia voce più melodiosa, quella stessa, o Betta, che adopero con te quando ti asciugo le tasche, dissi:
— La immensa cupidità che ho di vedervi, signora Teresa, ha partorito la spinta; pensate se avrei voluto farvi ingiuria, mentre io vi cerco come la mia santa avvocata.
La povera donna arruffava gli occhi come un gatto spaventato; ond'io reputando utile venire a mezzo ferro, aggiunsi:
— Voi avete a sapere ch'io sono di professione marruffino; ma poi m'ingegno, entro nelle case delle donne, vendo a respiro; ricompro a contanti, baratto con la signora moglie in pizzi e trine gli ultimi cucchiai di argento del signor marito e... insomma m'ingegno. Ora avendo saputo che voi tenete fabbrica di merletti, mi sono fatto lecito di venirvi a proporre qualche affaruccio, il quale potremo allargare a traffici maggiori quante volte ci possiamo trovare la nostra reciproca convenienza.
La portinaia non seppe rispondermi altro: — Merletti! comprarli! sì signore!
E lasciatomi in asso, ricorse su per le scale e tornò giù con un palmo di lingua fuori, intanto che io contemplando una stampa lacera impastata nel pannello del casotto della portinaia, rappresentante il ratto di Europa dipinto dal Veronese, diceva: O amore, mirabil cosa non mi sarà mai se cavando Giove dall'Olimpo lo conducesti in terra a convertirsi in bue, mentre io....
— Ecco i merletti — e Teresa me gli spiegò davanti gli occhi.
— O zio, quanto è vero che io mi chiamo Marcello, più sottile, più leggiadro lavoro non si vide mai al mondo. Raffaello (io le regalo gli altri), Raffaello col suo pennello non avrebbe saputo condurre tanto gentili arabeschi, com'ella trapunse col suo ago divino, ed in fede di ciò, eccogliene la mostra...
E qui Marcello, tratta fuori di tasca una scatola di cartone, l'aperse ed espose in vista una collezione intera di colletti e di manichini. Lo zio col pelo irto come un istrice, che veda venirgli addosso un cane, con un colpo di mano li gittò lontano da sè, ma pronta gli raccolse Betta, ed esaminatili con argutezza, disse:
— In verità sono lavorati eccellentemente.
— Va, te li dono, le Muse sole hanno intelletto per capire le Muse — esclamò quel mascagno di Marcello, mentre pensava tra sè: — Mi faccio l'onore del sole di luglio; tanto varrebbe provarmi a cavare il sorcio fra le granfie al gatto, che rivendicare quel ricami dalle mani di Betta; _amare, pigliare_, verbi principalissimi della lingua che favellava Eva, trasmessi per opera naturale nel sangue delle sue figliuole fino alla consumazione dei secoli, non ostante quello che dice in contrario delle idee innate la logica del padre Soave.
— E pure, vedi Betta, io ebbi il coraggio di criticarli per darmi sembianza di mercante, essendo stato informato da persone, che se ne intendono, che la bugia serve come di colla per tenere insieme tutti i pezzi che compongono il vero mercante. Per questo peccato io temo forte che nello inferno non mi abbiano ad arrotare come il Damiens, imperciocchè tu hai da sapere, o Betta, che il padre Segneri nelle sue prediche ci assicura, come s'ei ci fosse stato e gli avesse co' proprii occhi veduti, giù nello inferno ci si trovano tutti i supplizii praticati dagli uomini nel mondo, e pende incerto tuttavia tra gli uomini e i demonii chi di loro abbia il vanto della invenzione[6]. Breve; spesi Vittorio Emanuele nello acquisto di due colletti e due paia di manichini; e stabilii che ogni settimana per uguale prezzo mi sarebbe stata fornita la medesima quantità di mercanzia, stantechè la _fabbrica_ della signora Teresa non poteva sul momento accettare ordinazioni maggiori.
Tutto questo mi era andato a capello; adesso restava qualche cos'altro da farsi; bisognava procurarmi il marengo la settimana e per questa volta dissi davvero: — voglio — prese le buone mosse, incominciai a trottare per la città come un fattorino della posta, di ora in ora interrogandomi:
Che debbo far, che mi consigli Amore?
Amore fece il sordo, bensì rispose un'altra cosa, che io non aveva chiamato e non cercava, e fu la fame; onde le mie considerazioni terminarono col mettere capo alla Osteria della Corona di Ferro; entrai, mi cibai, e giusto nel punto in che io mi forbiva la bocca con la salvietta, il _Buon consiglio_, dal quale nascono i consiglieri, quasi a mostrare la sua dignità veniva ora spontaneo, mentre io per lo innanzi lo aveva chiamato tanto tempo invano, ed egli da pari suo mi ammoniva, come con tutta la mia scienza abbottinata nelle rade scorrerie da me fatte su i poderi delle Muse io non avessi messo insieme tanto da dare la profenda al Pegaseo un giorno solo.
— E sia così, purchè mi frutti pane, e tale favellando mi calcai il cappello in capo ed usciva dimenticandomi cosa di cui però non si era dimenticalo l'oste, intendo dire il conto. Rammento che quando io esclamai ingenuo: — per Bacco! Me n'era scordato — l'oste, più ingenuo di me almeno due volte rispose: — non fa caso, basta che di due se ne ricordi uno.
— Tornai a scorrere la città, sicchè in breve mi occorse la bottega dello stampatore Tappati; io stava per mettere mano su la stanghetta dell'uscio ed entrare, quando il _Buon Consiglio_, tiratomi per la manica del vestito, mi disse: — chiarisciti prima; allora gittai gli occhi sopra le bacheche e lessi: _Dizionario apostolico._ — _Teologia del cardinale Pietrone._ — _Opere del Domenicano Lacordaire. Manuale dei preti._ — _Atlante dei predicatori_, ecc., ecc., ecc., e via discorrendo; opere, che promovessero il senno civile, nemmeno una. Come dal sole emana la copia dei raggi, che spandesi a illuminare la terra, da codesta maluriosa officina diffondevansi tenebre di beghineria a rendere più gravi le miserie della patria. Però lì ritto davanti la bottega dello stampatore Tappati pensai:
— Lo stampatore sovente merita quattro volte o sei abborrimenti più del tiranno, imperciocchè, mentre questi è padrone del corpo soltanto, quegli vilissimo schiavo si affatica a imbestialire le anime, e lo intento a cui mira il primo, comecchè nè buono nè grande possa essere mai, pure talvolta gli avviene apparire non turpe mentre turpissimo e meschino fu sempre quello del secondo; chè consiste unicamente nello intascare poca moneta, prezzo d'infamia. Gli stampatori, invocati chirurghi ostetrici ai parti letterarii, non vanno, o su cento volte vanno una, e allora per mal talento senza la operazione non se la sanno cavare mai; se salvano il parto, ammazzano il padre.
Come il padre? Interrogai me stesso, offeso del paragone.
Sì signore, risposi, perchè nel paese delle Muse a ingravidare tocca agli uomini e non alle donne, o almeno queste di libri impregnano di rado.
Gli stampatori arieno a pigliare la torcia e far lume per le scale agli uomini magri sortiti all'onore di avere udienza da Apollo su in cima al Parnaso; ma essi, maligni o avari, per avanzarsi la cera a mezze scale spengono la torcia esponendo gli scrittori a rompersi il collo dove mettano un piede in fallo. Gli stampatori preposti all'uffizio di mostrare ai giovani ingenui i monumenti antichi e moderni, onde ne viene alla città decoro immortale, sapete voi dove me gli menano spesso? Lo volete sapere? In bordello. Gli stampatori cui si commette il carico di nutrire chi nutrisce ed arrichisce loro, altro non sanno, o non vogliono fare, che menarli diritto allo spedale, e quivi gli lasciano mostrando meno previdenza del contadino (di umanità non si parla), il quale innanzi di mangiarsi il porco almanco lo ingrassa. Schiavi vilissimi un giorno di quale o la coscienza o l'imbroglio o l'errore misero a splendere sul candeliere, tiranni sempre del merito modesto.
Con la medesima coscienza, o piuttosto con la stessa sfrontatezza, l'editore ti stamperà l'Aretino e San Tommaso, la Imitazione di Cristo e le Novelle dell'abate Casti, l'avviso dello stato d'assedio bandito dai Tedeschi su la Lombardia, una sentenza del consiglio di guerra, un invito sacro, un sonetto per ballerina; in una parola, prima ti stampano opere, che servono come d'introduzione al delitto, e poi per riscontro ti stampano il codice penale che lo punisce. Di libertà trafficano e di tirannide a mo' che i pollaioli fanno delle galline, e l'una e l'altra serbano nella medesima stia, per tirare loro il collo, e pelarle secondo l'avventore. Se Cristo cacciò via dal tempio i pubblicani a suono di frustate, i quali a fine di conto ci vendevano robe innocenti e necessarie al vivere del corpo, in qual modo e con quali argomenti ne avreste ad essere cacciati voi altri, che con lascivie, beghinerie e dottrine simili contaminate i sacri studii e le nobil scuole?
Per le quali considerazioni, e per altre che le somigliano, buttatomi su le spalle il lembo del pastrano per atteggiarmi a profeta Natan, levata la destra e agitatala per l'aere, vibrai contro la bottega del Tappati queste maledizioni.
Ascolti Dio i carichi che ti mando, e li compia a danno tuo e di coloro che ti rassomigliano, o libraio Tappati. Possa in capo alla settimana entrarti in bottega un solo chierico di campagna per comprarti un fascicolo della _Civiltà Cattolica_; — possa in capo al mese entrarci una femmina di partito, e richiesto il libro della Meretrice inglese, offrirti la metà del prezzo che costa a te; — possa un commissario di polizia in riposo entrarci in capo a un anno, e dopo domandato le opere del padre Tapparelli gesuita lasciartele sul banco perchè troppo care. — Ti falliscano i corrispondenti, e dopo averli spremuti sotto il torchio della prigione, non ti offrano più del venti per cento in quattro rate annuali di cinque per cento l'una. Capiti il conto di ritorno in mano ad Aronne giudeo, che te lo tenga rasente alla gola come il carnefice il filo del coltello. Rifiutino i bottegai i tuoi libri, come quelli che essendo in troppo piccolo _sesto_ e di carta troppo sottile non servono a veruna della moltitudine infinita delle involture. Ti corrano tutti i mesi corti quanto il febbraio, perchè il padrone ti stringa frequente a pagargli la pigione del magazzino ingombrato indarno. Escano di sotto terra, scendano da' tetti topi e ratti a migliaia per rodere prima i tuoi libri, poi te e chi ti rassomiglia. _Amen._[7]
CAPITOLO SESTO
Dove s'impara come le donne non sieno libri turchi, che si leggono alla rovescia; e si tocca dei pericoli di prestare le carrozze.
Tutto questo mi parve, e bisogna convenire che era magnifico, però nulla confacente al caso nostro, anzi micidiale, onde noi ripigliammo il cammino, nè stetti guari ch'io m'imbattei nella officina del signor Lupato, mi segnai come quando giovanetto mi tuffava nel Po, e passai le soglie. E' pare che i letterati, e chi gli bazzica, emanino un odore affatto speciale, imperciocchè il Signore Lupato, quantunque non mi venisse precisamente a fiutare sotto la coda a mo' dei cani, tuttavolta mi riconobbe per servitore delle Muse; la quale riputazione crebbe due cotanti quando gli confidai che era nipote del signor zio, e senza avvertire al rischio di mandare su le secche la sua reputazione, gli dissi che da lei in fuori non aveva avuto altro precettore nel mondo: composi di botto certa favola sopra le cause della mia assenza da casa, la quale egli bevve, o, come credo piuttosto, egli finse di bevere, e per ultimo conchiuse: — desiderare con tutto il cuore sovvenirmi in cotesta necessità; però lì su due piedi non potermi esibire altro che la revisione delle bozze di stampe; pagare ordinariamente una svanzica per foglio di sedici pagine; a me come principiante avrebbe dovuto offrire meno: non volerlo fare; vedrebbe subito se gli avessi mangiato il pane a tradimento. A questo modo e sotto sì felici auspici:
Venni fatto aguzzino ed Amostante
nel regno delle Muse.
Con le largizioni sbraciate del buon Lupato io cavai tanto da non cascare morto di fame sopra _l'eterne pagine_, che mi dava a correggere: ma occorrono certi quarti d'ora così per gli uomini come pei popoli, nei quali gli è un gran fatto vivere; testimone quel tanto che su questo proposito predicò dalla bigoncia cotesto cervello magno del nostro Massimo Azeglio, che maneggia spada, pennelli, penne e timoni (di Stato già s'intende) con la medesima agilità onde un giocoliere di fiera si remolina fra le mani quattro mele cotogne. Vissi, e subito dopo, assicuratomi alquanto su le ale, mi commisi a volo maggiore; dettai manifesti; mi arrischiai a qualche prefazioncella; e rotti gli argini, proruppi fino alle traduzioni; l'esito superò l'aspettativa altrui e le mie speranze, perchè rispetto a revisione di stampe sopra ventiquattro svarioni ebbi la coscienza di non farne passare che 20 soli, e allo editore milanese parvi sofistico; per le traduzioni dal francese mi regolai col mettere sempre la vocale in fondo alle parole del testo, cosa che i miei colleghi _traditori-traduttori_ spesso dimenticavano; epperò corsi pericolo di diventare testo di lingua _a Milano_. Nè qui mi arresto; aveva detto, bugiardo, a Teresa di professione essere marruffino; questa parola parve smovesse la fortuna a farmi un po' di bene; mi capitò pertanto un buon Toscano, che viaggiava per vendere semenza di bachi di seta, e mi pose a parte della opera e del guadagno. Ella sa, mio caro zio, come i gentiluomini toscani in questo traffico delle sete si esercitassero sempre con alacrità tale, che a taluni storici parve soverchia, e tali altri misero in canzone; sicchè Niccolò Capponi, assunto al sommo maestrato della repubblica, non rifuggiva uscire di celato dal palagio, in onta al divieto, per dare un'occhiata ai suoi opificii di sete: a giorni nostri cotesto studio assieme ad ogni altro spettante alle industrie agricole crebbe così fra quella nobil gente, che all'ora che fa non si potrebbe senza invidia contrastarle di essere diventata perfettamente villana: anzi siccome ella fa eziandio professione di amare la patria nei giornali, così io credo che se potesse allevare alla milizia questi bachi per venderli con profitto, noi avremmo di già il fatto nostro; e senza bisogno di soccorso straniero potremmo a quest'ora esclamare con Eustachio Manfredi:
Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.
Non temeremmo più della concorrenza della Svizzera; anzi mentre questa dolorosa repubblica manda, o consente che vadano anime cristiane a puntellare la tirannide, i gentiluomini toscani da paese monarchico spedirebbero schiere di bachi eroi a difesa della libertà.
Ma negli estri della narrazione io ho fatto un salto fuori dell'ordine cronologico degli eventi: niente di male; con la penna il tempo lascia ricondursi indietro: chiedo perdono e continuo.
Era già trascorso un mese, quando certo dì appressatomi al buco contemplai la terza veduta, che io sto per raccontarle.
Ecco mi apparisce di primo acchito dinanzi gli occhi una bellissima creatura, ma ahimè! di genere mascolino; giovane di sembianze miti, a tutto punto aggiustato nei capelli, nei baffi, nelle vesti, come in ogni altra cosa, si teneva piuttosto appoggiato, che seduto su la tavola di cucina con una gamba soprammessa all'altra, un piede piantato, mentre con la punta dell'altro toccava appena la terra, ed erano entrambi perfetti di forma, ambedue lucidi per la calzatura, così che pareano fatti con due pezzi di bitume giudaico; il braccio destro teneva a squadra levato in alto, e fra l'indice e il medio della mano, paglierina a cagione del guanto gentilmente stretto, il sigaro condotto a traverso molto oceano di fumo a deliziare gli ozii della gente dabbene. Ahi! zio, zio, se in quel punto io non cascai morto è segno che il mio petto fu fabbricato a prova di caldaia a vapore; sentii di un tratto nel cuore il diaccio, il morso dei centomila serpenti di cui va armata la invidia, e preso da ira, da rabbia, da una catasta insomma di passioni, corsi per uno specchio, dove, mirandomi, potere giudicare da me stesso se avessi potuto reggere il paragone con cotesto splendido giovanotto. Pare impossibile! E pure pieno dell'amore mio io non aveva nè anco pensato a provvedermi uno specchio; non importa niente, dissi fra me, che mi sovvenni di Narciso, e sperimentai a prova la bontà del suo metodo di educazione, mio signore zio, quando mi diceva essere di suprema necessità tirare su i figliuoli nella conoscenza di ogni mitologia così antica come moderna, perchè gli Dei importa riverire tutti. Andai pertanto in cucina e mi specchiai dentro il catino pieno di acqua; ahimè! non avendo atteso che l'acqua quietasse, immagini lei quale strazio fu fatto delle sembianze del suo povero nipote; tre nasi, occhi strabuzzati, bocca da servire di modello alla buca dove si buttano le lettere... fui per dare della testa nella muraglia e lo faceva se non avessi saputo di trovarla dura...
— Ringrazia Dio, che se l'acqua stava tranquilla tu correvi rischio d'innamorarti come Narciso del tuo volto, e rimanerti perpetuamente attaccato al catino in cucina.
— Dunque, poichè fu pel mio meglio, non dico altro su questo particolare e tiro innanzi.
Betta levò gli occhi al cielo, e certo in cotesto muto linguaggio disse una di queste due cose:
— Possibile che con tanto giudizio sieno così matti! Ovvero: possibile, che con tanta pazzia sieno così savii!
E Marcello proseguiva.
— Col cuore, che mi picchiava mille battute per minuto, come bue tratto al macello, io mi condussi da capo al buco per mirare la strage dei miei amori.
— Oh! troni. Oh! dominazioni. Il giovane non aveva mutato, si può dire, atteggiamento, se non che il sigaro cessava di fumare, e nel suo volto traspariva un non so che di acerbo; appunto nella guisa che notai in te, Betta, quando mangi le fette di limone (gusti fradici) e che guastano i denti, come ti potrà chiarire il mio signore zio. Il giovane discorreva, tra bene e male raccapezzai queste parole:
— Isabella, tu puoi credere se io mi affatichi ogni dì per mettere buone parole onde placare l'animo esacerbato di tuo padre: ma io ne cavo piccolo frutto; egli non si può dare pace che tu ti sia maritata col figliuolo del suo calzolaio.
— Senti, Felice, rispondeva la giovane, se io non sentissi avere verso babbo peggiore torto di questo, davvero io non mi giudicherei dannata. Per avventura, Felice, la nostra famiglia deriva dai Lombardi, che andarono alla prima crociata?
— Nostra famiglia! pensai io; dunque sono parenti?
Un cielo negro allorchè spunta il sole, Parve _l'anima mia_ a tai parole,
per dirlo in rima parodiando i versi del nostro sempre dolce e soave Tommaso Grossi, ed appuntai le orecchie per sentire meglio:
— La nostra famiglia non si vanta seme di cavalieri crociati, e non gliene importa, ma tuo padre e il mio scesero dai colli di Bergamo a Milano non senza il fatto loro, che moltiplicarono con industrie onorate; sicchè dopo essere saliti, tornare a scendere non garba: ad eccezione di tutte le altre scale, per quella della fortuna si va volentieri in su, e con immenso affanno all'ingiù.
— Averi! Ricchezze! Che sono mai? Vele e non altro, con le quali navighiamo per la vita: forse con poche non si fa cammino come con le molte? Anzi, quando il tempo seconda, con una sola ti approfitti meglio che con tutte.
— Tu parli d'oro, ma nel viaggio della vita gli averi non provvedono le vele soltanto, bensì le paghe e le panatiche pei marinari, la cappa e il primaggio al capitano, i noli agli armatori: insomma, cara mia, egli è più facile disprezzare i quattrini a parole che passarsene co' fatti.
— Bravo giovane! esclamò lo zio Orazio, certamente quando lo battezzarono in Duomo, il buon senso gli fece da compare.
— E' pare che la giovane, la quale con licenza vostra d'ora in poi io chiamerò signora Isabella, non si sentisse gagliarda in questa disputa, onde data una giravolta maestra al timone, soggiunse:
— E poi Roberto ormai può stare a paragone con chiunque, avendogli l'arciduca governatore fregiato il petto con la croce della corona di ferro.
— Creusa non deveva mai accettare doni da Medea, riprese il giovane con faccia turbata; di fatti queste croci sbraciate dall'arciduca sono meno testimonianza del merito di cui riceve, che della smania di gratificarsi la pubblica benevolenza in cui le dà. Che se tu miri diritto, vedrai come per uso il tuo Roberto ne ha scapitato moltissimo nella riputazione e diventò esoso all'universale; non mica perchè o mutasse di animo o altri stimasse che lo avesse mutato, mai no; bensì perchè è danno grave lasciare credere ai nostri oppressori che con una pensione od una croce possano corrompere i nostri cuori italiani, immortali odiatori di chi ci tiene schiavi, come immortali amatori di qualunque promova la nostra libertà.
La signora Isabella, a quanto parve, non sapeva che pesce pigliare, dacchè teneva la testa bassa sul telaio, e senza rispondere verbo menava l'ago alla disperata. Il giovane intanto avea riacceso il sigaro a un gramo tizzo di fuoco che aveva l'aria di una lucciola smarrita nel fornello, e tra un buffo e l'altro di fumo continuò:
— Nè questo fu la sola maledizione che uscì dalla maluriosa croce pel tuo Roberto, chè inoltre gli versò nell'animo la vanità, per la quale ei tenne avere messo il tetto, quando non aveva condotto la fabbrica nè manco al primo piano; disprezzò i consigli, neglesse i maestri, con gli amici si ruppe, e con modi o superbi o villani provocò la tempesta, all'impeto della quale volarono via peggio che foglie secche la sua fama di artista, ogni speranza di riuscita, la quiete dell'animo, la salute del corpo, e in breve, pur troppo volerà eziandio la sua vita. Io però non gli voglio male, e dove anco glielo avessi voluto, basterebbe vederlo infelice, perchè io mi rimanessi; ma per altra parte, intendiamoci chiaro, bene non glie ne voglio, perchè io non mi dimenticherò mai che in grazia sua tu mi fosti infedele.
Io che fisso al buco stava uditore e spettatore di cotesto assalto di parole, ebbi ad accorgermi che il signor Felice aveva perso la scherma, imperciocchè la signora Isabella, sagacissima, colto il destro per rifarsi, accorse pronta alle offese esclamando:
— Infedele! E come? Forse ti promisi amore? Impegnai mai teco la mia fede? Quando mai dissi parola, o feci cosa che a te mi legasse?
Ah! zio, a coteste parole, preso da immensa tenerezza apersi le braccia per abbracciare, qualche cosa abbracciai, il muro, e mi scorticai le dita.
— Non importa: udiamo; sta per rispondere il cugino.
— Noi fummo allevati assieme, egli disse: i padri nostri l'uno di noi destinò all'altro; noi lo sapevamo; sempre io mi stava teco: non movevi piede senza che io ti accompagnassi.
— Questo è vero, ma ciò non è amore...
«Benedetta quella bocca!» Ed egli soggiunse:
— E nelle danze tu sceglievi sempre me per compagno e quando cantavi io ti accompagnava col suono, in chiesa andavamo di conserva davanti al medesimo altare c'inginocchiavamo, e se la gente diceva dintorno: «che gentile coppia di sposi!» tu ti facevi rossa in viso; tu sapevi pure che tali dovevamo essere un dì, nè te ne mostravi scontenta.
La signora Isabella lievemente impallidì, si mise il dito su i labbri, e dopo essere stata alquanto pensosa disse:
— Anche questo è vero, ma ciò non è amore.
— Da me accettasti doni, che parlano chiaro di amore, un coricino di rubini, due bottoni di smeraldo; e il verde palesa la speranza, il vermiglio la passione, e sorridendo accettasti; una sera sotto i cipressi della villa ti presi la mano, te la strinsi, e poi te la riposi in libertà, ma tu nella dolce prigione la lasciasti; e non lo posso assicurare pure mi parve che tu sospirassi — un'altra volta, seduti sul margine della vasca nel giardino, mi attentai baciarti le spalle, e tu non fuggisti.
Qui poi Isabella si fece in volto vermiglia, e presto presto, come chi ha fretta, rispose:
È vero anco questo altro, ma ciò non è amore...
— E che cosa dunque si chiama amore a casa tua?