Il buco nel muro

Part 7

Chapter 73,984 wordsPublic domain

Siccome il proscritto politico fa professione di comunismo pratico, non teoretico, ed afferma di più avere versata in altri tempi la sua messa nella borsa comune con tanta generosità, che nè anch'egli, pensandoci sopra un giorno, saprebbe dire a quanto mai ascenderebbe, e ciò credo ancora io; basti questo che a lui non rimase più nulla; e che non possieda più nulla è verissimo, ed io lo so ch'egli prese a esercitare sopra le mie povere robe un saccheggio regolare quotidiano, con tutte le regole dell'arte. La mia guardaroba non si trovava tanto fornita, che potesse resistere a simili assalti; ma lo fosse stata il doppio e il quadruplo, in capo ad una settimana avrebbe dovuto votarsi; inasprito un dì, che io lo vedeva mettersi in tasca il mio penultimo paio di calze, gli dissi corna; ma egli mi volse uno sguardo di pietà, e avvoltosi superbamente nelle pieghe del mantello, che mi aveva preso, rispose: — pur troppo prima d'ora mi sono accorto, Marcello, che da te non ci sarebbe stato modo di cavarci niente di buono: le vie della perfezione stanno chiuse irrevocabilmente dinanzi ai tuoi passi: — tu porti il nome del nipote di Augusto, primo tiranno di Roma; tu non potrai essere buon repubblicano mai. — Così favellando usciva, e indi in poi mi fu facile levargli di sotto qualche cosa di mio come pelare i capponi, che Lorenzo ci mette in tavola lessati. Però devo confessare, e veda, zio, lo faccio senza corda, non fu il solo genere mascolino che provai infesto; io ebbe a sostenere la guerra contro tutti i generi della grammatica; il femminino quanto il mascolino, ed anco il neutro mi volle dare la sua zampata; chè certo prete mi portò via venti svanziche per non so qual messa pei morti di Curtatone e di Montanara. Io, deve sapere, signore zio, ebbi mai sempre trasporto alla dinamica; onde mi posi a considerare con l'attenzione, che per me si poteva maggiore, lo strano perturbamento che giusto adesso si operava nelle sue leggi; per ordinario se piglia una tavola e la mette in bilico, quanto più aggraverà di peso una delle cime tanto più si leverà l'altra; ora della dinamica dei quattrini conobbi che la facenda cammina non solo diversa, ma contraria; difatti in proporzione che il peso dei marenghi scemava da un lato, il giudizio saliva dall'altro: tanto e' si era levato in alto che fin là credo ei non vi sia giunto prima, nè giungerà poi; anzi mi parve miracolo che non gli pigliasse il capogiro. Il giudizio dal sublime soglio, dove lo aveva sospinto la imminente miseria, schierò dinanzi a sè i miei marenghi, come si dice che costumasse Serse i suoi soldati prima di entrare in Grecia, e conobbe che bisognava affrettarsi a ingaggiare la battaglia, se non voleva rilevarne una batosta irreparabile quanto vergognosa. Dato il segnale, ecco comparire sul campo _in acie ordinata_ il locandiere, la lavandaia, il sarto, il caffettiere, il calzolaio, _eccetera_, armati fino ai denti dei loro conti, e fulminarmi col fuoco di fila delle somme finali; combattei al pari di Leonida, giacqui, risorsi, e grondante sangue per mille ferite rimasi vivo, e vittorioso pagando, come talvolta anco nei tempi moderni è accaduto a qualcheduno.[5] Rassegnando i miei dopo la battaglia, vidi che mi erano rimasti giusto otto marenghi, e per istrano caso un Napoleone I, un Luigi XVIII, un Carlo X, un Luigi Filippo, una Repubblica, un Carlo Alberto, un Vittorio Emanuele, un Napoleone III. Due imperatori, cinque re e una repubblica per 160 franchi non era caro. Però essendomi agguantato il capo con le mani per bene contemplarli, e cavarne i responsi, mi parve che Napoleone I prendesse a movere le labbra, e subito dopo un suono metallico mi percosse le orecchia, il quale diceva: «nè senno, nè fortuna, scompagnati dalla giustizia, fondano cosa durevole, ed io fui ingiusto, vinsi battaglie inani, feci del papa una statua di marmo, che poi cascatami addosso mi schiacciò i calli; il trono, comecchè coperto di velluto rosso andava composto di ossa umane slegate, onde mi scrollò sotto, e battei del postione su la terra; infelicissimi casi! Ma di tutti più infelice l'ultimo, quando dal pulpito di Santa Elena mi strinse il bisogno di predicare alla terra, affinchè mi amasse, mi ammirasse o almeno compiangesse; predicai al deserto, e il deserto delle acque provai più desolato del deserto di arena; imperciocchè questo taccia sepolto in silenzio di morte, mentre l'altro rompendosi nelle roccie col suo perpetuo fiotto parve irridermi dicendo: _bugiardo! bugiardo!_»

Io stava per blandire cotesto marengo afflitto, quando entrò in quel punto un ultimo avversario a darmi di uno stocco nel petto.

Ma sopra ogni altro feritore infesto Sopraggiunge Tancredi e lui percote.

Però non era Tancredi, bensì il lustratore di stivali... allora il fiero capitano s'involò nelle ombre delle tasche del lustratore in compagnia di una _svanzica_, di una _mutta_, e di tre _centesimi_ parmensi, che gli tennero dietro come le tre furie a Oreste parricida. _Tantæ molis erat_ saldare il conto del lustratore degli stivali.

Mi volsi per consolarmi a contemplare la faccia Canonicale dì Luigi XVIII, che ammiccatomi alquanto degli occhi con un risolino susurrò: «e' si danno tempi, figlio mio, in cui salutare gli uomini col nome di bovi sarebbe dargli metà meno del loro avere; così vero, che i bovi bisogna strascinare al macello, mentre che gli uomini si arrabattano a darti carne, ossa, pelle e corna; e se tu non gli pigli, si arrapinano; tu bada di accettare dall'uomo dopo cena quello che ei non ti avrebbe donato prima di colazione; non mica perchè egli non ti abbia a ridomandare anco questo un giorno o l'altro, ma sì perchè tu glielo potrai restituire senza incomodo anco co' frutti; mentre se pigli troppo, ti fia grave renderlo con gl'interessi o senza; ed egli spogliato di tutto vorrà troppo più, e con modi più acerbi, che se in parte tu lo avessi lasciato vestito; di questo ti faccia testimonianza il gramo marengo del mio successore, il quale in fede di gentiluomo non so come la gente duri a barattare per venti franchi come il mio; tu però non gli domandare niente; tanto lo ingrullirono le donne e i preti, che se tu lo interroghi intorno ai negozii di Stato, egli è capace di risponderti: _ite, missa est_». E continuando il suo risolino concluse recitando i versi di Orazio sua delizia:

Nos ubi decidimus Quo pater Eneas, quo dives Tullus, et Ancus Pulvis et umbra sumus.

Luigi Filippo mi disse pensoso: «giovane impara; io ho creduto che se fossi giunto a ridurre il mio regno nella formula: ecco io sono il vostro pane e il vostro vino, la umanità mi avrebbe battuto le mani per _omnia sæcula sæculorum_; ho sbagliato, l'uomo non è materia affatto, nè affatto spirito, nè in qualsivoglia condizione il consorzio umano fu così tristo, che tanto o quanto non si dovesse attendere a soddisfare lo spirito, o così sublime che ci assolvesse da qualunque cura della materia. Tu stima gli averi al pari di tutte le cose che possono dirittamente procacciarti; non gli stimare sopra, nè di più di quelle cose, che non valgano a procurarti. I quattrini ti compreranno un buon desinare e un letto soffice, non ti compreranno la buona reputazione, e la coscienza incolpevole madre dei sonni tranquilli.»

Il marengo della repubblica rappresentava tre figure un po' logore, due di femmina, forse la libertà e la uguaglianza, sposate da una terza in sembiante di uomo incamuffato con la pelle di lione, la coda del quale gli spenzolava giù per le gambe: ahimè! già a vederlo solo questo simbolo mi dava il mal di mare. La figura di mezzo mi parlò in questa sentenza: «a volere fondare una repubblica che duri, bisogna che la libertà e la uguaglianza sieno coniate _nel cuore_ dei cittadini, non già _su le monete di argento_ e molto meno sopra _quelle d'oro_; e perchè appunto l'erano coniate _su le monete_ non albergavano _nei cuori_, onde qui non fummo mai, e di costà cominciamo a sparire.»

Difatti risposi io, la cosa, che adesso mi apparisca più chiara di questa impronta, è la coda che pende di fra le gambe a te.

«La logica, soggiunse la figura, è l'aritmetica delle azioni umane; ognuno presume sapere che l'undici viene dopo il dieci, e pure pochissimi al cimento dimostrano saperlo; tu procura principiare sempre dal principio, e quando ti affermano che due e due fanno quattro, prima conta due volte su le dita toccandoti una volta le labbra e l'altra il naso.»

— Sarà servita, risposi io.

Carlo Alberto passò senza far molto; solo pareva tentasse voltarsi addietro per vedere, ma il collo di metallo non gli consentì il moto; allora mi parve che spirasse, ma non lo posso assicurare; venne la volta di Vittorio Emanuele. Signore che conio! Chi scolpì la effigie di questo re sopra le monete può vantarsi essere maestro e donno di quanti mangiano a tradimento il pane dello Stato; certo è che il re non potrebbe dire a questo operaio quello che disse Carlo V quando raccolse il pennello a Tizio: «maestro, voi mi avete dipinto un ritratto da amico; le donne che s'innamorassero di me sopra la vostra effigie corrono rischio di disamorarsi sul mio originale.» Il marengo di Vittorio Emanuele anch'egli, acqua in bocca; solo mentre io lo considerava udii come se una voce mi sussurrasse nell'orecchio destro:

Lunga promessa. . .

Mi voltai per vedere chi fosse quegli, che mi era venuto dopo le spalle, e non iscorsi persona; ma intanto che piegava il collo per mirare Napoleone III, dal quale mi riprometteva udire _mirabilia_, ecco la voce bisbigliarmi nell'orecchio sinistro da capo:

. . . coll'attender corto.

Da capo mi voltai e rivoltai, e persi a un punto la vista dell'ente arcano, che recitò in due parti il verso di Dante e le parole del marengo rappresentante Napoleone III, il quale colto il destro si era messo in mucchio con gli altri, allegro in vista come uomo che sia passato dalla porta senza pagare la gabella della carne macellata che ha sotto.

Questo mi dissero i nette marenghi; dopo ciò statuii tenermeli cari come i sette sapienti della Grecia, e poichè pur troppo prevedeva che avremmo dovuto separarci, volli ordinare le cose in maniera, che questo accadesse più tardi, che fosse possibile. In tale intento licenziai la stanza all'albergo, e mi posi in cerca di un ricovero, il quale trovai tosto intorno al Duomo al primo piano cominciando a contare dal tetto; e mi piacque per tre cose; la prima fu un abbaino nella sala, dove affacciandoti montato sopra una sedia tu potevi fare all'amore con le tante piramidi del Duomo; la seconda, ch'era imbiancato di fresco, e così immacolato per virtù del pennello dello imbianchino, quanto la nostra Donna lo fu in grazia del sommo Pontefice Pio IX; la terza una finestra nella cucina, donde in venticinque minuti facendo forza di braccia si poteva attingere un litro di acqua nel pozzo sottoposto; ebbi letto, ebbi una seggiola con tre piedi, e non mi dolse, rammentandomi che anco la Sibilla quando dava i responsi si metteva a sedere sul tripode, una catinella incrinata, una mezzina senza manico; mancavano i candelieri, ma ciò non fece ostacolo; praticando il mondo, aveva visto come le boccie servano a illuminare le genti piene e vuote, vive e morte, e ciò a differenza dei cinque quarti e nove decimi della umanità che viva non fa lume, e morta anche meno: però, sebbene io stessi unicamente, non potei dissimulare a me medesimo che pure qualche coserella mancava...

— Marcello, sono dieci minuti, che io ti ascolto mentre il pensiero mi ondeggia tra il bevere questa tazza di thè, e lo scaraventartela nella testa.

— Dacchè ella ha avuto la bontà di consultarmi prima, il mio parere sarebbe che se la bevesse...

— E il buco com'entra in tutto questo?

— Come! ci siamo vicini, e non se n'era accorto?

— Sospendo fino al buco; poi, uomo avvisato mezzo salvato.

— Dunque precipito il racconto, e taccio come ruzzolassi le quattordici scale del mio nuovo domicilio; sceso al piano comprai fiammiferi, comprai stovigli, e siccome passando di su una piazza vidi che un mercante vendeva stampe all'aria aperta per venti centesimi il pezzo, mi prese vaghezza di decorarne con qualcheduna, che più mi andasse a genio, la stanza; mentre io vagava coll'occhio tra un vero giardino di apostoli, martiri e confessori, ecco percotermi il volto della immagine della Madonna uguale, a mo' che gocciola somiglia a gocciola, al ritratto della povera madre mia...

Qui il giovane sostò alquanto con la voce, chè la commozione gli strinse la gola, e gli occhi si empirono di lacrime. Orazio, che teneva sempre in mano la tazza, corse furiosamente a cercare il moccichino, e si soffiò a più riprese il naso o finse. Marcello rimessosi in sella continuò...

— Sì, signore, tale e quale la madre mia, e terminate le spese, tornai a casa col fattorino, che mi portava la valigia. In dieci minuti e sedici secondi aveva dato sesto ai miei appartamenti; restava a collocarsi la immagine: mi pareva peccato esporla alle ingiurie dell'aria e degl'insetti; rammentava come la chiesa, solenne trovatrice di cerimonie, abbia in costume celare le cose sante allo sguardo continuo dei fedeli, affinchè per troppa dimestichezza non inviliscano, e di un tratto mi occorse modo d'imitarla: nella prima stanza trovai un armadio ricavato dallo spessore del muro chiuso co' suoi sportelli per dinanzi.

Questo è ciò che mi ci voleva. Sarà l'armadio sacro quanto il ciborio, e consacrato intero al culto materno senza metterci altro, e ciò per infinite ragioni: principalmente per quella che io non ce l'aveva; presi pertanto un chiodo e un sasso di cui mi era provvisto in luogo di martello, e cominciai a picchiare. La parete divisoria nel fondo dell'armadio avevano tirato su di mattone per taglio, e la punta del chiodo si era ficcata tra una commessura e l'altra dei mattoni, onde la calce cesse altramente, che se fosse stata ricotta, e feci un buco.

— Vede, signor zio, se parlava da senno quando le dissi che eravamo prossimi a questo benedetto buco...

— Tira innanzi...

— Cavai il chiodo maravigliando dell'arrendevolezza del muro, e nel cavarlo ne usciva un raggio di luce, sendochè la mia sala per avere l'unica finestra dello abbaino stava piuttosto al buio. La luce mi persuase a guardare che mondo si agitasse di là dal buco; però ci applicai l'occhio, e vidi... potenza del cielo e della terra, che vidi io mai?

— Che cosa, di'? interruppe Betta, la quale, comecchè alla lontana, quanto a curiosità si vantava discendere da Eva.

— Un angiolo...

— Non mi fa specie, osservò Orazio, stando di casa tante vicino al paradiso, per ogni lieve stincatura, che si facessero gli angioli, ti avevano a cascare proprio sul tetto, e aveva l'ale, di', cotesto angiolo?

— Non l'ale, bensì la cuffia.

— Però senz'ale anche le tazze volano, e in questo dire levò la tazza del thè come per accompagnare la dimostrazione coll'esempio, ma Betta pronta gli tenne la mano, dicendo:

— _Priore, udite l'altra parte._

Marcello, che non aveva visto cotesto atto o non lo aveva voluto vedere, riprese esaltato:

— Un Angiolo, un Cherubino e un Serafino; io l'ho decomposta dalle ossa fino alla lievissima caluggine del labbro superiore; ad uno ad uno esaminai i capelli, i vasi linfatici, le palpebre, le tinte, le mezze tinte, e le sfumature; ella stessa ne giudicherà, signore zio, se vorrà giudicarne; solo lo avverto, che a descriverle le bellezze della donna mia mi ci bisogna tempo almeno almeno fino a domani a questa ora, e poi per quanto dicessi, io non aggiungerei alla quinta parte della metà del vero.

— Guardati dal farlo; se l'uomo prima d'innamorarsi non perdesse il giudizio, si tratterrebbe da lodare smaniosamente la sua donna, contento col dire: _La mi piace_. Lascia all'oste lodare il vino, che vende. Chi imbianca la facciata di casa è segno che la vuole appigionare.

— Così è; la mia donna buona per tutti deve comparire bella unicamente per me. Però zitti a bellezze; e favelliamo dell'altre cose che vidi traverso il buco; procediamo dunque con ordine, e che io parli delle stupende virtù dell'_ordine_ non mi pare spediente, dacchè tutte le ranocchie di tutti i pantani del mondo da un pezzo in qua non sanno cantare altra canzone eccettochè questa; ogni scrittore parte il suo lavoro in canti, libri e capitoli; io lo dividerò in _vedute_, perchè quello che esporrò lo vidi a guisa di mondo nuovo. Dunque, signore e signori, attenti alla prima _veduta_.

Una cucina nuda, tersa un po' meno di Venere quando uscì dalle acque; alcuni carboni vermigli quasi dalla vergogna di spandere così piccolo fuoco, e un pentolino, che pareva chiedesse scusa di accostarsi presso loro con tanta confidenza; allato alla finestra un telaietto e una scranna. La cucina aveva due porte; una a giudicarne dalle ferramenta metteva fuori di casa; l'altra nella stanza da dormire; di vero dal buio io vidi la metà di un letto dal capezzale in giù, e su cotesto capezzale, ohimè! la faccia di un giovane disfatto dalla etisia. Era egli stato bello? Chi può giudicarlo dalle tempie cave, dalle guancie infossate, dal naso emunto, dalla orrenda strage, che mena questa infame malattia sul corpo umano? Solo adesso mostrava la chioma e la barba lucidissime, nere, ed ottimamente disposte, come costuma il parrucchiere prima di tagliare i capelli che ha comprato; gli occhi limpidi, aperti, e fondi così, che giù giù ci avresti potuto scorgere la morte appiattata a mo' d'iena dentro la fossa dov'ella va a cercare i cadaveri. Su la parete accanto il letto mirai attaccate parecchie tele dipinte, più o meno condotte innanzi col lavoro, nessuna finita; onde sembrava che a reputarlo pittore di professione si sarebbe colto nel segno. La donna faceva un continuo andare dal camino al letto, dal letto al telaio, per modo che la spola nelle mani alla tessitrice non va sì spesso nè veloce, ed ora porgeva allo infermo un po' di brodo, ora una cucchiaiata di pozione calmante, ora una cosa, ora l'altra secondo i bisogni del morbo; lo rincalzava dolcemente, di tratto in tratto gli accomodava i lenzuoli sul letto, o gli asciugava il sudore, e tutto questo con una carità, con tale ineffabile dolcezza che metteva nell'anima un senso:

Che intender non lo può chi non lo prova.

— Punto e virgola; mi occorre interromperti per due ragioni; la prima è di farti pagare la gabella pel verso di Dante, che vorresti insinuare di contrabbando nel tuo racconto, e la seconda è quest'altra che tu hai promesso infastidirmi in prosa; però se manchi al patto, io mi dichiaro da parte mia sciolto dall'obbligo di ascoltarti, e me ne vado difilato a letto.

— _Mea culpa_, ma ella lo sa, quando l'uomo si esalta diventa poeta; tanto vero, che la poesia sta di casa appresso a Dio; e non avendone in pronto de' miei, mi valgo de' carmi altrui, alla rovescia dello Zappi, che in fondo del sonetto:

Il gondolier mentre la notte imbruna,

disse:

Invece degli altrui canto i miei carmi.

Però se la mia umile preghiera può trovare grazia presso di lei, io la supplico, mio caro zio, a non mi tagliare la parola a mezzo; veda, ella scombussola tutta la estetica del mio racconto; ella butta un ramino di acqua fredda nella pentola sul punto che sta per ispiccare il bollore; ella dà di gambetto al corridore mentre sta per vincere il palio: questo non va bene; mi lasci andare senza scavalcarmi.

Dove siamo rimasti? Alla carità della donna; va bene; però; però l'uomo non sembrava rassegnato; e lo compatisco, perchè quanto alla vita non gliene aveva a premere più di un luppino, almanco io me lo figuro; ma avere a lasciare così cara, così soave, così bella donna, oh! doveva essergli affanno da passargli il cuore: per la quale cosa egli di nulla nulla si arrapinava, accusandola di poco amore, nè ella rispondeva parola; solo alzava gli occhi al soffitto; e poi gli richinava al solaio in guisa da strascinare in terra angioli, arcangioli, troni e dominazioni, insomma da rendere il cielo vuoto come una casa spigionata; in cotesto sguardo non entrava querela, e nè anco preghiera, che di lassù la provvedessero di pazienza, come donna sicura di trovarla inesausta nei tesori dell'anima sua: bensì ci si vedeva uno scongiuro d'ineffabile istanza, perchè consolassero lui nei suoi dolori, e lo sovvenissero almeno a soffrire, poichè non gli avevano consentito di godere. Per quel giorno n'ebbi abbastanza, e turai il buco con la immagine della madonna, che somigliava la mia madre defunta.

— E non gittasti via il tuo danaro, perchè andando innanzi di questo passo tu devi essere arrivato presto a comporre il dizionario della lingua degli occhi....

— Attenti alla seconda bellissima veduta. Già ella, zio, bisognerà che si rassegni alla scena fissa, perchè comprende bene che non le posso mutare a vista una casa di materiale con la facilità con la quale gliela cambierei dipinta. Apro l'Armadio, e scopro il sacro buco: la bella donna non è più sola; io vedo seco un'altra femmina attempata, a cui la prima fa cenno di parlare sommesso; pure accostandosi alla parete bucata avviene che io le possa udire perfettamente.

— Se me ne pianga il cuore Dio lo sa, diceva la vecchia, di doverle dare così trista notizia, ma così è; il merciaio ha ricusato comprare il colletto e i manichini. Supponendo ch'ei lo facesse per assottigliare il prezzo, io gli ho proposto darglieli per due svanziche di meno, ma egli mi ha risposto: «No, Teresa, io non lo faccio per questo... voi lo sapete, le signore non vengono a provvedersi in bottega mia, e le povere a questi lumi di luna hanno altro pel capo che comperare colletti; mirate, io ne ho qui due invenduti, pei quali vi ho pagato venti svanziche; però comprenderete di posta che non posso tenere tanto capitale morto. Se potessi esitarli anche senza guadagno, magari! perchè voi non mi avete confessato nulla, ma so bene io chi gli fa, e a cui servono. Quando la croce è posta sopra le spalle di una povera e degna giovane come la signora Isabella, quale uomo potria ricusare di servirle di Cireneo? Non posso proprio; ancora io ho famiglia, e i Tedeschi ci mangiano il cuore.»

Non seppi che cosa rispondere, mi sono stretta nelle spalle augurandogli: Dio vi aiuti, Ambrogio! Dallo accertarvi che voi siete amata da tutti nella contrada in fuori io non saprei darvi altra consolazione.

— E Dio aiuterà, Teresa, riprese Isabella; intanto pigliate questi pendenti, e in così dire se gli staccò dagli orecchi, portategli al presto, e poi compratemi la solita carne, il pan buffetto, la gelatina di lichene, la pozione di laudano sciolto nella mucilagine di gomma arabica... basterà a tanto il danaro, Teresa?

— Spero di sì.

— Teresa, io ho rossore di dovere sempre restare in debito con voi... ma!...

— Oh! sì, scialo anche io ad allegrezze perchè mi abbiate a tribolare con queste grullerie.

— Buona Teresa! Ora dunque sbrigatevi, chè da un punto all'altro Roberto potrebbe domandare qualche cosa, e il poverino patire per non averla lì pronta.

— Cotesti pendenti non capiteranno al Monte di pietà, deliberai tra me, e ricontati i marenghi superstiti nella borsa, ci trovai quello con la effigie di Vittorio Emanuele, lo trassi fuori, e mi parve, che per fare una buona azione non poteva sciegliere meglio della moneta con la effigie di un galantuomo. Ci si trova tanto di rado! Con questo alla mano mi cacciai giù per le scale, e con tale e siffatto impeto entrai nel portone accanto, che dato di cozzo nella Teresa per poco non la mandai a gambe levate per aria.

— Misericordia! esclamò la povera portinaia; gli asini hanno più creanza di voi.

Io cominciava con maligni auspicii; aveva tonato a destra; pure con buono studio mi provai a vincere la rea fortuna.

— Mille scuse; merito quello che dite e peggio, ma parte della colpa ce l'avete voi, signora Teresa.

— Io? rispose la femmina maravigliata del sentirsi chiamata a nome, e lusingata del titolo di signora, proseguì. Com'entro io nei fatti vostri? Chi siete? Da poi che vi ho dato a balia io vi riveggo adesso.