Part 6
— Che vuoi tu, Betta? Iddio essendosi per la centesima volta pentito di avere creato questa razzaccia umana, voleva distruggerla, ma si trovò legate le mani per virtù dello antico contratto, che, come sai, stipulò con Noè, quando egli uscì dall'arca; pure volendola punire con qualche cosa, che equivalesse al diluvio, rovesciò sopra la terra i giornali. Se n'eccettui taluno, ma raro, tutti gli altri dêtta la ignoranza, la presunzione scrive, la fame compone, la calunnia ne rivede le bozze, l'ambizione stende lo inchiostro su le pagine, la cupidità stringe il torchio, la infamia vende. — Il giornalista è il _sicario_ dei tempi detti civili; _come il sicario_ di notte opera stampando e scrivendo; _come il sicario_ ti aspetta larvato al canto per colpirti alla sprovvista; _come il sicario_ perdutissimo e bestiale può con un colpo di stiletto ammazzare un eroe Ravaillac che passa il cuore a Enrico IV. Però la Provvidenza, che presto si placa, se non potè distruggere il fatto ci porse il suo rimedio, affinchè gli uomini avvertiti se ne preservassero; e però come al serpente a sonagli assegnava il fruscio della coda, ella impartiva ai giornali un odore nauseante, e questo per l'odorato; inoltre li condannava a rimanersi sempre fradici, affinchè insozzandoti le mani, ti facessero fede che la è roba sempre sudicia.
I giornali pertanto il più delle volte sono pagati per istrozzare la coscienza pubblica; però tutti, o quasi, hanno sonato le campane a festa per questa benedetta guerra di Crimea, e il popolo n'è rimasto intronato: ma qui che le campane non si fanno sentire, ti dico aperto che la guerra di Crimea è mossa da causa fin qui nuova negli annali della follia, voglio dire per l'adulazione. Nella speranza remota di un benefizio ci arrechiamo un danno certo; nel presagio di acquistare un amico andiamo a provocarci un nemico sicuro, e poi tu hai, o Betta, a ficcarti ben dentro la mente una cosa, anzi due, che un popolo non acquista la sua libertà esterna querelandosi per le reggie dei potentati stranieri a mo' dello accattone alla porta del convento: a questo modo buscherai una ramaiolata di broda, non la libertà; e quanto alla libertà interna, Dio volesse che ai popoli la offerisse Igea dentro una tazza colma di salute, ma non è così; questa pure noi non possiamo acquistare, eccettochè con la ricetta, che adoperò Ercole contro l'idra Lernea; voglio dire, botte da ciechi: e per compendiare tutto in poche parole, così dentro come di fuori libertà non si ottiene con la destra stesa, bensì stretta; quella si addice al mendico che supplica la elemosina, questa al guerriero che minaccia il nemico con la spada.
— Dunque concludo, riprese Betta, che se Marcello non se n'è andato lontano per mare nè per terra, senza fatto deve trovarsi vicino.
— Ma! neanche con la riga in mano si argomenterebbe così diritto.
— E se si trova prossimo tanto più avrà ad essere facile rinvenirlo: per la quale cosa io giudico, innanzi tratto, che ella farà benissimo a pigliarne lingua scrivendo a qualche suo amico di Milano, a mo' d'esempio al signor Tondi, quel mercante suo amico.
— Tu parli santamente: ma cotesti poveri Lombardi tanto sono trassinati da quelle bestiacce di tedeschi, che tengono sempre le orecchie ritte come lupo che aombri; se avessi potuto concertare col Tondi una maniera d'intenderci, fingendo favellare di zuccaro o d'indaco, io credo che mi servirebbe volentieri; diversamente temerà di guastare i fatti suoi sul dubbio che qualche lettera gli sia soppressa, e la _polizia_ vada a pescare nella ricerca di Marcello qualche insidia al paterno reggimento di S. M. Apostolica.
— Aspetti! Allora scriva a Don Placidi, quel dabbene canonico che ride tanto, che mangia tanto, che beve tanto, che...
— Certo il canonico, per quello che fa la piazza, gli è proprio fiore di galantuomo, ma tu capisci bene che mi si professa amico dalla mano sinistra, come i principi di corona, sposano le vassalle, e ma' ma l'Arcivescovo sospettasse che mantiene meco pratica, s'egli stesse contento a sospenderlo a _divinis_ sarebbe bazza. Ora i preti, e sopra tutti gli altri cristiani i preti, dei precetti di Gesù tengano a memoria ottimamente quello, che la carità, affinchè possa chiamarsi perfetta, deve incominciare da sè medesimo; anzi molti opinano che Don _Mestesso_ fosse prete, e affermano che il papa lo avrebbe fatto senz'altro cardinale se non moriva d'indigestione cappellano.
— Dunque faccia una cosa, scriva al conte Scotti; questi mi pare che non lo abbiano a tenere tanti rispetti.
— Per questo poi tu ti sei apposta, egli è una perla, ma che vuoi tu? La stagione mi corre nemica: ogni anno di carnovale il conte perde la testa a cagione dei piedi di qualche ballerina.
— Dunque ci mandi un uomo a posta che frughi, e rovisti per ogni angolo tanto che le riporti notizia di Marcello.
— Tu l'hai detto! Per poco che il mio messaggiero si mostrasse curioso o impacciato, correrebbe rischio di essere spedito in Moravia per sospetto di spia, e forse dietro a lui Marcello a fargli riscontro; perchè gli Austriaci hanno in corpo il diavolo della simmetria; tanto è vero questo, che qui in Italia non impiccano mai un Italiano solo. Queste sono faccende delicate, Betta mia, adagio ai ma' passi. Se vuoi vai, e se non vuoi manda, egli è un proverbio d'oro... e bisogna finirla.
Questo dicendo, Orazio prese un candelliere e se n'entrò in camera, dove Betta non lo seguitò, pensando che andasse per qualche suo agio, ma ella ebbe a restare trasecolata quando lo vide comparire indi a poco vestito di tutto punto abbottonato fino al mento, il fascettone di lana intorno al collo, guanti e bastone.
— E ora in cotesto arnese dove va, che sia benedetto?
— Vado a Milano.
— A Milano! esclamò Betta spaventata; e subito dopo, quasi per mettere un travicello in mezzo alle gambe della costanza di Orazio, e farlo stramazzare alla traditora, soggiunse: il passaporto?
— Da parecchi giorni io l'ho in tasca.
— Col visto del console austriaco? soggiunse Betta pallida in faccia pel presagio della disfatta.
— Col visto del console austriaco.
— E il signor Orazio me lo ha taciuto?
In queste semplici parole ci era tanto peso di rimprovero, che il signor Orazio abbassò il capo, senza potere formare una parola, ed anche Betta se ne stava alquanto sopra di sè, ma subito dopo, come chi razzola da un balzo si attacca ad ogni tignamica, ella insistendo soggiunse:
— A quest'ora?
— Basta che mi affretti sarò a tempo all'ultima partenza della strada ferrata — e così parlando Orazio additava l'orologio posto sul caminetto.
— Ma la notte, il freddo, l'umido, la tosse, il reuma, l'emorroidi, l'ernia, il mal del fegato!... Signore! Oh! se si inferma chi lo custodirà?
— Mi sono coperto bene, ho meco il mio fascettone di lana, e questo pel freddo, l'umido e gli altri malanni; pel rimanente la ferma fiducia nello aiuto di Dio.
— E se lei casca in sospetto di cotesti scellerati di austriaci? Signore! mi viene la pelle di pollo a pensarci soltanto.
— Betta, di grazia, sgombrami la via; vedi, tu non potresti trattenermi nè manco se tu fossi Andromaca, e mi porgessi su le braccia Astianatte.
— Qui non ci hanno che fare le natte; bensì tedeschi... La supplico non si esponga, signor Orazio... non metta a cimento la sua vita... abbia carità di lei... ed anco un poco di me!
— Duro fatto di noi altri meschini! esclamò Orazio dandosi un picchio sulla fronte così marchiano che si fece saltare a un punto cappello, occhiali e parrucca, non però mosse atto di correre loro dietro per raccattarli, tanto la passione in cotesto punto lo vinse; — duro fato! Lo italiano per condursi in terra italiana... qui presso a cinque ore di cammino... in cerca del propria sangue, corre maggiore pericolo di quello, onde i cristiani erano minacciati una volta nei paesi di Algeri o di Salè.
E intanto che Betta raccoglieva occhiali, cappello e parrucca, Orazio soggiunse: — senti, Betta, non impedire il mio fatale andare, perchè sappi una cosa, che ti ho tenuta nascosta; se io passassi una notte come la trascorsa, tu correresti rischio di trovarmi morto nel letto....
In questa fu sentita una scampanellata da buttare giù la porta; e Orazio e Betta avevano appena avuto il tempo di domandarsi: chi mai sarà? che Orsola, Lorenzo, Antonio, irruppero nella stanza gridando: eccolo! e' viene! e' viene!
— Chi viene? urlò Orazio.
— Chi viene? — urlò con voce rinforzata Betta.
E gli altri: — eccolo! e' viene!
— Ma chi? — Ma chi?... Betta e Orazio in coro.
— Viene Marcello, gli rispose di su la porta in atto tragico quel capo ameno di suo nipote.
CAPITOLO QUINTO
Betta riportami il thè.
Il giovane con impetuosi passi si fece verso lo zio, e giuntogli appresso gli si genuflesse davanti, prese a lui male repugnante, la destra, gliela baciò, e bagnò di pianto. Il signore Orazio non sapeva in che mondo si fosse; capiva che il suo dovere era mostrarsi, non pure sdegnato, ma acerbo; si sforzava ricondurre sotto la bandiera l'ira con gli occhi insanguinati, la contumelia con le labbra gonfie, e il terrore co' capelli ritti a mo' d'istrice che abbia visto i cani, ma l'erano novelle; tutte queste cose scappavano quanto più le chiamava, e ormai si sentiva disposto chinarsi alla capitolazione, ed abbracciato il capo al nipote, sfogarsi in lacrime sopra di esso, quando per ventura venne a posare la manca su l'orlo del vasoio dove stavano tazze, zuccheriera e bricco del thè ormai freddo da un pezzo; il vasoio messo a leva rovesciò bricco, tazze e zuccheriera; ogni cosa a rifascio sul capo al figliuolo prodigo; e' fu un battesimo di thè, di latte e di zucchero. Allora Orazio, rompendo in uno scoppio di risa, si mise in ginocchio: ridendo dopo di lui s'inginocchiarono Bella, Orsola, Lorenzo ed Antonio, e tutti insieme presero chi ad asciugare il pavimento, e chi a raccogliere i frantumi delle tazze, sovente toccandosi con le mani, e qualche volta cozzandosi con la testa. Intanto Orazio prolungando ad arte cotesta faccenda andava mulinando tra sè: che dirgli? come parlargli? lo respingerò? lo abbraccerò io? cuore di pasta frolla, non sapevi essere ardui i doveri paterni? perchè ti recasti sulle spalle la dignità di padre? perchè la tieni se te ne senti indegno? Non capisci che dalla costanza tua, o dalla tua debolezza può dipendere la sventura, o la onorata vita di questo giovane? Fa di cuore rocca e rimandalo là donde è venuto... Sicuro, è detta! dopo il Fiscale della coscienza, entrava a dire l'avvocato. — E poi dopo avere riso, dopo averne toccate le mani, dopo averlo ribattezzato col thè, col latte e con lo zucchero? O il battesimo non lava tutte le colpe? _Asperge me hysopo et mundabor_; e se David ci mise l'isopo e non il thè, ciò accadde perchè il thè ai suoi tempi non usava.
E Orazio, giù carpone per terra, chi sa quante belle cose avrebbe discorso su questo gusto, se ormai diligentemente rasciutto il tappeto, raccolta ogni scheggia, comecchè minutissima, non si vedeva tolto ogni onesto motivo di rimanersi giù per terra, mentre si erano rilevati tutti; si drizzò pertanto senza neppure avere deciso, se nel volgere il discorso al nepote avrebbe adoperalo il _lei_, o il _tu_, o il _voi_.
Qui gli occorse nuovo ostacolo alla politica bellicosa, dacchè vide Betta, che preso con ambedue le mani il capo di Marcello ci teneva su fitte le labbra come se volesse bevergli il cervello.
Ecco lì, egli pensò, costui mi ha sciupato ogni cosa.... e non gli pareva vero che fosse ita a finire a quel modo; però cotesto toccare terra gli aveva fatto bene; gli aveva dato forza per perdere, come successe ad Anteo di mitologica memoria, onde con voce tra fosca e chiara disse:
— Marcello, voi avete sbagliato, il numero tre dista due unità dal numero cinque...
— Zio ella ha dieci volte ragione: ma ecco ciò che mi ha persuaso a tornare; si compiaccia seguitarmi nel mio ragionamento....
— Tira innanzi a ragionare.... _arri_! e ringrazia Dio che non ci ho la frusta.
— Io mi sono fatto a dire: lo zio Orazio accoppia a cuore amante ingegno eletto; quindi non è da supporsi nè manco per ombra ch'egli siasi innamorato del numero cinque; no davvero. Parve a lui che non ci avesse mestiero di minore spazio di tempo per raddrizzare le gambe ai cani, voglio dire il cervello di suo nipote; ma se questo nipote gli tornerà in casa innanzi cotesto termine e gli mostrerà buttando carte in tavola, che senza pretendere di essere esposto alla venerazione dei fedeli come uno stinco di santo, può stare come un altro nell'arciconfraternita dei galantuomini secondo la stagione che corre, lo riceverà a braccia quadre, e gli dirà: tu sia benedetto!
— Eh! Eh! e durò un pezzo a tossire Orazio prima di rispondere; ma chi avesse potuto vedere in viso cotesti eh! gli avrebbe scorti rossi per la vergogna, essendo altrettante bugie della gola adoperate da Orazio per pigliare tempo; all'ultimo disse: eh! cotesto tuo discorso starebbe in isquadra, ma io non so sopra quale fondamento riposi; chi mi malleva che non mi torni a casa furfante come prima, più la sfrontatezza per giunta?
— Io vi mallevo.
— Tu ti presenti a me come nel Metastasio Ezio all'imperatore Valentiniano, quando gli dice cantando:
«Signor, vincemmo ai gelidi trioni.»
Ed ora mi rispondi come Medea, quando nella tragedia sentenzia:
«Or che resta a Medea? — Medea.»
Tutto ciò mi chiarisce che hai letto Metastasio, e il duca di Ventignano, non già che tu sii migliorato!
«Non son chi fui
(rispose Marcello declamando sempre a mo' d'istrione)
morì di me gran parte, Se quel che avanza è roba dozzinale, Un po' di studio ci adoprando e di arte, Spero direte: e' non ci è ben nè male.»
Questo in rima; in prosa le ripeto, che tengo carte in mano....
— Ora dimmi via, qual fu il santo, che operò su te un miracolo tanto miracoloso? Nominalo tosto, — che io gli mandi ad accendere i moccoli ai piedi.
— E' non fu un santo...
— Dunque?
— E' fu un buco.
Il signor Orazio spiccò un salto come un rannocchio di legno, lieto trastullo dei bambini, e sentì la bile tornare a gonfiargli i precordii, nel sospetto di essere cuculiato dal protervo nepote; ma guardatolo così a squarciasacco, gli apparve tanto ingenuo e rispettoso in vista, che subito cadde in apprensione gli si fossero spigionate le soffitte; onde è che percosso da questo pensiero proruppe in un grido chiamando: — Betta! Betta!
Betta rimescolata gridò:
— Ch'è accaduto, signore?
Orazio, additando Marcello, con faccia sgomenta continuava:
— O Betta! Ecco là Marcello, che pretende di essere guarito dagli antichi vizi, meglio del lebbroso che si tuffò nella piscina, — ma non in virtù della piscina, bensì.... o Dio... Dio... in virtù di.... di un buco. E qui il degno gentiluomo coprendosi con ambedue le mani il volto singhiozzava....
Ma Betta lì pronta prese a dire: — in verità io non vedo in questa faccenda motivo di maravigliarci e molto meno di sgomento; un buco può fare molto bene e molto male; venga qui, signore Orazio, sia benedetto; la si figuri la buca delle lettere, e consideri quante cose buone e quante cattive la può portare; una sfida al duello, una carta d'ingiurie, l'avviso di un incendio, di una seduta accademica, di un accidente e via discorrendo; per altra parte una rimessa di quattrini, il saluto di un amico, l'avviso di un matrimonio, un decreto di assemblea che ti dichiari benemerito della patria, quando vostra signoria era giovane un invito... lei mi capisce — e se più ne ha, più ce ne metta: però mi sembra dicevole alla sua prudenza ascoltare con pacatezza il giovane, e poi, secondo ciò che egli le verrà esponendo, governarsi secondo il suo buon giudizio.
— Ah! tu sei la linea retta del buon senso, o Betta. — Marcello — poi disse Orazio agguantando il nepote pel braccio — tu m'hai a promettere una cosa sul tuo capo.
— Che cosa, zio?
— Quando Betta morirà, che intendo e voglio sia dopo di me, tu me la impaglierai, e riporrai nello studio...
Per questa volta era Marcello che dubitò che lo zio avesse dato nei gerundii, onde non senza esitazione domandò:
— Impagliare Betta! e perchè?
— Perchè in Arquata sopra la soglia della casa, che fu del Petrarca, mostrano la sua gatta impagliata come il genio del luogo; questa non mi sembra, e non è da filosofi; mentre tu mostrando ai curiosi Betta impagliata nel mio studio potrai dire — vedano, signori, cotesta donna quando viveva ebbe giudizio per dodici gatte, e per ventiquattro donne, — e, se ti parrà — potrai aggiungere — e di uomini, sì in verità di uomini, compresi tu ed io. —
Poi ridivenuto blando Orazio riprese:
— Marcello, tu non t'impermalirai se non pago la cambiale, che tu hai tratto a vista sopra la mia fiducia; io non ho assegnamenti di tuo in mano, lo sai?
— Lo so; così intendeva farle pagare lo _assegno_ solo dopo ricevuta la mercè, ma e' non mi ha dato tempo di sbarcarla nè anco; — si compiaccia rammentarselo. Dunque ella prima mi ascolti, e poi mi condanni.
— È giusto! disse Betta.
— È giusto! soggiunse Orazio, anzi per udirlo a bello agio, Betta, non ti sia per comando, riportami il thè.
E il thè fu portato e versato fumante nelle tazze, ma prima che Orazio e Betta se lo accostassero alle labbra, Marcello incominciò:
— Arrivai a Milano, dove non mi presi briga alcuna di informarmi quante miglia distasse da noi l'Australia, contentandomi sapere che l'erano troppe più di quelle, che io volessi fare; e poichè mi paragonava ad una nave lanciata seguitai lo impulso, che mi pareva avere ricevuto, non ismettendo punto, anzi crescendo le spese: se però mi venisse attorno quella specie di farfalle, che invece di consumarsi le ali passando di mezzo al fuoco lo consumano, pensatelo voi; ce ne fu di ogni maniera antica; se qualcheduna nuova, tra queste principale il perseguitato politico; io ebbi modo di cavarne per mio uso il ritratto, e glielo mostro. Stia attento.
Il perseguitato politico per ordinario porta i capelli corti alla soldatesca, i baffi _idem_; gli uni e gli altri lustri di grasso, profumato o no, non importa; ma per lo più sa di sego; in guisa che per questo la sua età non apparisce giusta; vero cannocchiale per gli anni ora li sfodera a cinquanta, e, se gli torna, anco a sessanta; se no gli tira fino a trentacinque, ed anco a trenta; e se una donna cinquantenne gli osserva: — come siete giù! vi avrei giudicato più attempato; egli sospirando risponde: — Ah! madama, per le angoscie del cuore l'uomo invecchia presto; possa non provarle ella mai, madama, le pene del cuore. — Allora madama _trova_ che egli può benissimo avere trent'anni soli, ed anco meno.
Egli veste un abito abbottonato fino al sommo del petto, e talora ci si vede una cima di nastro; e se gli venga domandato a quale ordine cavalleresco appartenga, ne dirà uno di Portogallo, o turco, o tunisino; anche la persona egli tiene su rigida come uomo avvezzo agli esercizi militari: quanto al fumo, sembra perpetuamente in gara con la cappa del cammino di una vaporiera; adopera il sigaro; più sovente la pipa; anche sembra nato gemello con lo stipite del caffè, donde si muove solo per accompagnare i suoi conoscenti al tavolino per bere con esso loro di tutto e sempre; poi torna al posto: egli entra in tutte le liti, di tutti i duelli è il padrino; se riesce a comporre in pace i duellanti è bene; se non riesce è meglio: solo questa giustizia bisogna rendergliela; procura che non seguano mai morti; e se prima dello scontro non era amico di veruno dei litiganti, lo diventa senza fallo dopo di tutti e due; quando si viene a discorrere di casi successi, egli è tomo di dire come il conte di San Germano, allorchè presero a contrastare in sua presenza di un fatto accaduto alla corte di Luigi XIV cento anni innanzi: — no signori, non andò così, e lo so perchè mi ci trovava, o, anzi, stava allato di lui col candelliere in mano.
Difatti egli era a Saragozza quando la presero di assalto i Francesi, e vide proprio co' suoi occhi veggenti scrivere al Palafox il famoso biglietto: _guerra a coltellate_! — Mina, il Pastor, il curato Merino gli ha tutti su le dita. In Grecia si trovò a sostenere cadente il povero Santorre Santarosa a Sfatteria, e fu per lui se si conservò il ritratto dei suoi cari, ch'egli a furia di baci stinse mezzo la vigilia della battaglia;[4] e chi tenne per le falde il vescovo Germanos mentre si buttò di sotto dalla torre di Missolungi se non egli? E lo salvava se la tonaca di quel degno sacerdote non era troppo logora, sicchè sul più bello gli si strappò in mano. Egli a Marco Botzaris suggerì un'insidia, a Miauli un colpaccio disperato, con Canari entrò nei brulotti co' quali andarono a bruciare i vascelli turchi, ambedue spensierati e alla carlona come quando si accende il sigaro.
Quanto più ci accostavamo alle nostre parti, tanto più si mostrava discreto: si era però trovato co' fratelli Bandiera, ma per amore di Dio non lo dicessero; nelle cinque giornate di Milano egli fu la mano destra di Carlo Cattaneo; ma avendo preso cura d'imbrattarsi il viso, non era stato riconosciuto da nessuno. Si afferma viscerato di Kossuth; fratello di Mazzini; di quei di Francia non si discorre nè manco. — Donde viene egli? Secondo i paesi dove si trova muta polo. In Ispagna fu italiano, in Italia spagnuolo, ma a volta a volta ora esce di Sassonia, ora di Moldavia, ora di Vallachia; e non lo tradiscono i costumi, nè la favella, perchè fantino fu tratto di casa, e i genitori lo lasciarono presto orfano, e poi la lingua francese è lì per torre via ogni originalità, come il bianco di calce per imbiancare qualunque segno sopra le parete. Per quale diavoleria con tutte queste cose, che io dico, e molto più, con quelle che io taccio, egli sia stato e si rimanga a Milano, pare proprio un miracolo, e miracolo maggiore che la polizia non abbia preso lingua delle sue parole, ch'ei studia moderare, ma che pure basterebbero, anzi ne avanzerebbero mezze per condurlo diritto come un fuso allo Spilbergo, o in qualche altra villeggiatura di S. M. Apostolica.