Part 5
Quindi vago ei si mostrò mai sempre di mescere il sacro col profano, il serio col faceto, le lancie confondere con le mannaie; protervo e insolente, talvolta gli piacque, mutato in paggio, sostenere lo strascico dei manti regi o insinuarsi nei penetrali delle regine a rovistare nei e pomate, ed anco, ahimè! veleni; ardì anche ficcarsi dentro le alcove delle marchese e vedere e udire cose, che non si devono vedere nè udire, molto meno ridire; e non per tanto, non solo volle vederle e volle udirle, ma altresì, lo svergognato, volle stamparle, con tale una strage di anime, che Dio ve lo dica per me; poi mettendosi un perruccone in _folio_ sul capo, assistè ai Consigli dei Principi e ci volle dire la sua; nè valse chiudergli le porte in faccia o tirare le cortine; chè quanto si covò là dentro di arcano, tanto lessero poi, pieni di spavento, spifferato pel mondo vecchio e pel nuovo. Conobbe i disegni delle battaglie del principe di Condè e delle fortificazioni del maresciallo Vauban, anche prima che questi gli avesse concepiti. Un bel giorno montò sopra una seggiola nel palazzo reale a declamare con Camillo Dumoulin, muggì col Danton alla Convenzione, miagolò col Robespierre ai Giacobini, schiattì col Marat nello _Amico del popolo_; poi stette a vedere il ballo di tondo di tutta questa gente e dei reali di Francia, che stringendosi per la mano sparivano uno dopo l'altro nel regno della morte, come gli anni si dileguano nella eternità; e la mannaia batteva la musica per tutti.
Quinci si tolse e lavò col sangue glorioso delle battaglie il sangue scellerato delle proscrizioni civili; gli piacquero il fuoco, il ferro, lo stridore e il fumo, esultò nei gaudii della strage; con la spada nella destra e la bandiera della Libertà nella manca si fece a urtare di corsa il ridotto, che lo aspettava con bocca aperta de' suoi cannoni, quasi tigri in atto di sbranarlo; tutte codeste bocche balenarono, tonarono, e intorno si diffuse una procella di morte; ogni vista disparve così dalla terra come dal cielo, e Tersicore dal Parnaso non sapeva nè manco lei a qual santo raccomandarlo, tanta era la confusione degli Dei che le mulinava per la testa... quando di un tratto, sgombrato l'aere, ella lo rivide in cima al parapetto drappellare la bandiera della Libertà, col piè calcante un uomo ucciso, più radioso per avventura che non fu Dio quando soffiò la vita nell'uomo. In seguito avendo meditato i cari versi di Tommaso Grossi intorno alla gloria, si fa pacifico,
E vede come alfine ella le incresce Se una imagin di amor non vi si mesce.
Però ridottosi a vivere in città, si rese frate: se i monasteri fossero di maschi o di femmine non distinse, o piuttosto non volle distinguere; entrò in tutti; e quivi egli legò amicizia con Abelardo ed Eloisa, eterno sospiro dei veraci amanti; anzi fu proprio lui il primo che vide il sepolto amante levare le braccia, quando gli scoperchiavano il sepolcro per mettergli a riposare allato la sua Eloisa. Uscendo di lì col cuore chiuso, occorse nella Teologia, e per sollevarsi, le trasse la parrucca di capo e gliela buttò nella Dora; capitatagli fra i piedi la Politica, la ghermì per la coda, e mulinatala un pezzo, la frombolò come un gatto morto in piazza Castello; allo svoltare dal canto della Università, trovatasi innanzi la Metafisica che s'incamminava co' suoi arnesi a mettere al tormento i cervelli dei poveri giovani, non potè resistere alla tentazione di darle a mano aperta un solennissimo picchio sul berettone e ingozzarglielo fino al mento: la Metafisica poi non fece sembianza di accorgersene, anzi non tentò nè anco di tirarselo in su, nè parve che col berettone sugli occhi vedesse meno; al contrario taluni avvisarono ch'ella a quel modo vedesse di più e più chiaro, ed anco a lei parve così; rallegratosi il cuore, il Romanzo fu preso da immenso affetto del popolo, e di botto lo andò a visitare nelle soffitte dei palazzi, dov'egli abita forse per trovarsi sottomano il paradiso, a cui lo accostano ogni giorno più i patimenti che dura.
Colà pose amore alla fanciulla di _madre sempre viva_ e di _padre sempre morto_ in battaglia o sul mare, la incoraggì, la sostenne, le cinse il capo di una ghirlanda di fiori immortali, colti nei giardini dello amore e dell'allegria; egli le ornò la stanza, egli insegnò al suo canarino i bei versi che chiamarono sul tetto uno stormo di pennuti amatori a plaudirgli col canto, egli gli mutò l'acqua, gli riempì la cassetta di pannico e lo ricompensò della dolce canzone col pinolo; ma soprattutto fu pei conforti del Romanzo; che la fanciulla si sentì rafforzata le dita al lavoro, e diventò _zuava_ del cucito; egli la fece valorosa da tenere sempre fuori della porta la miseria, la quale di ora in ora si provava stendere la minaccia trista per arraffarle la mamma, e portargliela all'ospedale. La fanciulla, sovvenuta dal Romanzo, sostenne le querimonie della vecchia, le durezze, le male parole, i rinfacci; studiò le mancasse mai nulla; ella talora digiunò un giorno, affinchè nella scatola della madre non mancasse tabacco, e avesse a masticare il suo bravo zucchero candito; ringraziata, ne rimase lieta, pagata d'ingratitudine pianse, ma raddoppiò le sue cure; quando per ultimo la vecchia venne a morte, il Romanzo andò pei casigliani perchè salissero su, o scendessero a vestirla e vegliarla, andò a trovare il falegname, il quale per carità fece la cassa, ed egli ce la ripose dentro, e ci dipinse sopra la sua brava croce col pennello imprestatogli dal pittore accanto, e con la filiggine stemperata nell'acqua: chiamò eziandio quattro giovanotti della contrada, ognuno dei quali si mise in ispalla una stanga della barella, ed egli precedendo con la croce, portarono il cadavere al camposanto, dove lo sepellirono implorando alla defunta, che Dio nel giudicarla guardasse meno ai suoi peccati, che alle angoscie patite nei suoi giorni brevi ed infelici.
Tornato a casa per consolare la ragazza, si accorse com'ella il consolatore se lo fosse bello e trovato nel giovane pittore, che andato per ripigliare il suo pennello e' ci era rimasto a piangere; e poichè piangere non si può sempre, i giovani si misero a leggere, e il Romanzo, niente impermalito, stette lì aperto in mezzo a loro per dilettarli, ed anco un pocolino per istruirli, ma leggi, leggi, anche questo viene a noia, onde un bel giorno chiusero il Romanzo, ed egli non vide più nulla; quando ei rimase chiuso, il Romanzo non sa, chè gli avevano rubato l'orologio alla fiera di Novara, ma ci deve essere stato un pezzo, perchè ruzzolando certa volta per terra, si aperse e vide... che vide? La povera fanciulla con gli occhi gonfi, le chiome sciolte, dimagrata da per tutto, meno nei fianchi, affaticarsi a soffiare dentro un caldano pieno di carboni. Il Romanzo innanzi tutto spalancò la finestra, che non si sentiva punto voglia di rimanere soffocato per compagnia, poi si accostò alla fanciulla e pianamente le disse: «Matta, che fai? Ci capita così presto addosso la morte, che a fè di Dio non vale il pregio affrettarla con le nostre mani; ti par'egli colpa di morte dare la vita ad un'altra creatura? Matta; e non vedi che questo egli è come un rubare il mestiere al Creatore? Quanto ai rispetti umani, pensi che sarà lodato dagli uomini chi si va a rimpiattare col suo errore dentro una fossa, o non piuttosto chi resta valorosamente ad espiarlo? Il fallo cara mia, è un debito come gli altri, che va saldato, e la morte rassomiglia alla bancarotta; la virtù poi di madre la è spugna, che basta a cancellare qualunque trascorso di donzella; rimanti, rimanti, e ti conforta col pensiero, che dove voce di femmina non arriva più, aggiuntata con la voce del pargolo, arriva sempre o quasi: io poi che mi trovai pei mezzi, ed ho bisogno di rimettermi in credito, veglierò per te.»
E il buon Romanzo attenne la promessa, poichè entrò in casa al pittore diventato famoso, e chiappatolo a frutto, gli narrò un giorno la sua storia, con tinte messe a chiaroscuro così a pennello, che il pittore si sentì tutto scombussolato dentro; e poichè conduceva allora su la tela il quadro dell'Assunta, ed aveva lasciato in bianco il capo di un angiolino, non gli essendo occorso modello capace di stare a confronto co' tanti che ci aveva di già disegnato, gli parve la provvidenza lo avesse fatto a posta, perch'ei ci mettesse la immagine del suo figliuolino, che doveva nascere bellissimo, perchè la mamma sua era molto arcibellissima, ed egli non si poteva chiamare brutto — qui si guardò allo specchio lisciandosi i baffi; — onde di punto in bianco scese tre piani, ne salì sette, entrò nella soffitta della desolata, chiese perdono, e, figurarsi! l'ebbe; abbracciò, fu abbracciato, _eccetera_...
Correva appunto un giovedì quando tutte queste cose accadevano, e nella domenica prossima in casa al pittore cascò, stò per dire, un diavolìo di sacramenti, perchè la donna fu confessata, l'uomo comunicato, ed amendue congiunti in matrimonio: nè basta; che usciti appena di chiesa la sposa, a cui per allegrezza si erano commosse le viscere, partorì; però ebbero a tornare in chiesa da capo, affinchè battezzassero il bambino, e il prete lo battezzò; se non che, mentre si metteva gli occhiali sul naso per registrarlo sul libro delle anime, ammonì lo sposo che non pigliasse di coteste rincorse, altramente egli si esponeva a rischio di condurre ai fonti battesimali la sua discendenza in gregge, come il profeta Giacobbe spingeva le sue pecore a pascere nel paese di Canaan.
È fama che il Romanzo in cotesto giorno, entrando e uscendo di chiesa, correndo pel parrucchiare, per la balia, pei convitati, per le provviste _et reliqua_, tutto rosso in viso ed affannoso, mentre si asciugava il sudore, esclamasse: «Quando faceva il Figaro _figuro_ era un mestiere cane, ma fare il Figaro _galantuomo_ è un cane mestiere.»
Avendo preso amore pei luoghi alti come il Dio Moloc, il Romanzo quinci spiccando un salto si recò sul campanile della Madonna di Parigi, e colà assistè allo amore del prete che piglia il filo su la pietra stessa dove arrotano i rasoi, conobbe i baci sacrileghi, i quali dove toccano lasciano il livido, descrisse gli abbracciamenti satanici, che stringono una creatura vivente, e la lasciano cadavere, ed un bel giorno consigliò _Quasimodo_ e lo sovvenne a scaraventare _Claudio Frollo_ di sotto al campanile.
Poi per ricrearsi venne in Italia, e si aggirò pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, e prese tabacco nella scatola di padre Cristoforo; un degno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici sussurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui Romanzo, con promessa di riportargliele finito il lavoro, e poi gliele aveva negate; egli avere taciuto e tacere per non fare scandalo, ma, conte o non conte, questo cavargli di sotto tante virtù per regalarle altrui... e poi a chi? a un frate! sembrargli solenne bindoleria. Basta! contentarsi per ora, che i _Promessi sposi_ si chiamassero romanzo: caso mai si attentassero battezzarli storia, egli era capitale da citare il signor conte davanti il giudice civile, ed a un bisogno anche criminale.
A Livorno ci si condusse per amore dei bagni di mare, e stretta amicizia con un popolano, gli mostrò con certa sua lanterna magica le virtù e le colpe di un popolo caduto, e l'anima grande del Ferruccio, che ad ogni secolo (e n'erano già passati tre) si affacciava sdegnosa fuori del sepolcro per domandare se l'ora della vendetta era venuta; e il popolano accelerò la vendetta con arte, che di leggieri avrebbe potuta essere superata da ogni uomo; nessuno avrebbe potuto superarne il coraggio, l'impeto e l'odio contro la tirannide.
In somma, chi può adesso tenere fermo il Romanzo o circoscriverlo dentro certi confini? Taluno lo ha visto attraversare il deserto accoccolato sul cammello dell'arabo; chi lo trovò a Siviglia a cantare per la notte stellata una canzone del _romancero_ sotto la finestra della più bella _senora_ del paese; lo incontrarono nella baia dell'Udson col Parry e col Franklin; si trattenne con gli Esquimesi, bazzicò coi Camsciadali; incammuffato di pelle di vitello marino, sostenne l'aere pingue dei loro antri, schiariti dall'olio di vitello marino; partecipò alle mense di vitello marino; assistè alle caccie armato di ossi di vitello marino e tutto questo per raccogliere la storia delle loro passioni e raccontarcela; passò in China, scavalcando di un salto la muraglia, fu in India, entrò in Jeddo, malgrado il divieto dello imperatore del Giappone, e per l'America corre e ricorre costante e benefico a mo' di vento etesio. Ora dunque consentitegli ch'ei vaghi a suo senno, non gli chiedete forme antiche, nè osservanza a regole vetuste, imperciocchè egli si rinnova sempre, Proteo inesauribile della letteratura moderna. Un giorno forse anch'egli verrà meno, e si troverà attaccato al palco, come una giubba vecchia in bottega dell'ebreo in compagnia dei poemi epici, dei trattati di metafisica, di storie contemporanee, ma per ora egli palpita, egli regna; non gli perfidiate pertanto vivere a modo suo, dacchè egli vi lascia vivere al vostro; per le quali ragioni che a me paiono tutte buone, vi prego immaginare che voltando una pagina sieno discorsi due anni; e chi lo vuol fare, sì il faccia, chi no, mi rincari il fitto e ripiglio la storia. —
Sono discorsi due anni, e niente sembra mutato in casa Orazio; forse, guardandoci sottilmente, negli angoli degli occhi e sopra la fronte di lui il tempo ha terminato il solco della ruga principiata da un anno fa, e ora torna indietro per mettere mano a condurne un'altra accanto; e sopra la faccia di Betta si legge pur troppo la medesima storia: ma queste sono cose, che non giova avvertire mai, massime nelle donne, di cui capitale se non unico, almanco più chiaro consiste nella bellezza vera o presunta.
Tutto uguale dunque, perfino la tazza del thè fumante dinanzi ad Orazio, il quale, seduto co' gomiti appoggiati ai bracciuoli del seggiolone, le dita intrecciate, con la persona china in avanti, stava fisso fisso guardando, non mica gli oggetti sensibili parati dinanzi a lui, bensì le visioni del proprio spirito; e su questo punto non cadeva pericolo di sbagliare, imperciocchè le sue pupille sbalestrassero una a ponente, l'altra a levante.
La Betta, che da un pezzo mirava cotesto divagamento dello intelletto di Orazio, e n'era inquieta, onde trarnelo fuora prese a tossire, e smovere i mobili, e ad agitargli la mano sugli occhi, nella guisa che costumavano i santi quando cacciavano via da loro le tentazioni e le mosche, nè tutto questo bastando, postergato ogni rispetto, gli si accostò, con ambedue le mani gli cinse il capo, e con divina audacia se lo fece posare sul seno. Orazio tremò, e tornato in sè, non volle e non seppe liberare il capo dalla benevola stretta, bensì le lacrime gli spuntarono negli occhi, le quali si sparpagliarono per le palpebre, e quivi rimasero appese come stille di rugiada su l'orlo delle foglie, pure aspettando le consumi il sole.
— Io pensava, alfine disse Orazio con un gemito.
— E troppo spesso, e troppo lungamente, perchè il suo cervello non abbia a patirne; si rammenti che ci abbiamo avuto due o tre picchi, caro signore Orazio.
— Ma il trapassare d'idea in idea non affatica come credi, Betta: quello che fa male davvero è il pensiero fisso, questo poi trapana il cervello; io lo sento qui doloroso come un bottone di ferro infocato.
— E glielo credo; dunque perchè la si vuole limare sempre dentro cotesto pensiero solo?
— E che sai tu dei pensieri che mi galoppano per la mente? La Dio grazia, le ossa e la carne tappano meglio il cuore del pastrano abbottonato fino al mento.
— Oh! non tappano nulla, ed io glielo miro sopra la fronte, come se ce lo avesse scolpito il signor Bastiano.
— Sì eh, o indovina, via...
— Marcello!... Marcello! bisbigliò sommesso Betta, curvandosi sopra Orazio.
Mirabile contradizione umana! Orazio aveva provocato la risposta di Betta; dirò di più; egli l'aveva presagita, se fosse stata diversa l'avrebbe afflitto, ed ora invece di rallegrarsene se ne adontò, sottrasse il capo dalle mani di Betta, levossi in piedi respingendo il seggiolone con ira, e si mise a passeggiare per la stanza stizzito così, che peggio non appare un poeta ruggente, in cerca della chiusa del suo sonetto, e smanioso diceva:
— Ecco gli avanzi che l'uomo fa, quando si addomestica troppo i suoi servitori: questi finiscono con lo stimarlo meno di un truciuolo; io le aveva detto e ripetuto non so quante volte, che al mio nepote io non voleva pensarci più; epperò non ci pensava mai; ora se Betta avesse saputo l'obbligo suo, doveva credere alle mie parole, e non levarmi il rispetto, dandomi una mentita sopra la faccia, e venirmi a sostenere così di punto in bianco che io penso sempre a cui io ordino che si creda che non penso mai.
Betta non rispose nulla, se non che alla sesta giravolta agguantò Orazio per un braccio, e lo ricondusse soavemente a sedere: allora Orazio, quasi in tacito pegno di pace, mise la sua dentro la mano di Betta, la quale, sentendola madida di sudore e tremante, fu commossa da un struggimento interno da non potersi dire, e gli occhi le si gonfiarono di lacrime: provò a trattenerle, ma e' non fu nulla, che le stavano lì lì per uscire fuora, e dall'altro canto non le volea piangere; imperciocchè se con le sue lacrime fosse venuta a crescere il fascio dell'afflizione di Orazio, povera a lei! che le sarebbe parso di commettere un peccato, e grosso. Di botto die' in uno strido, ed esclamò subito:
— Il mio occhio! Mi è entrato un bruscolo dentro l'occhio. Signore Orazio, per carità, mi soffi dentro l'occhio.
E Orazio subito rizzato in piedi, intanto che Betta, tirando in su in giù la pelle delle palpebre, scopriva quanto più poteva della congiuntiva dell'occhio, ci soffiava dentro come un mantice, di ora in ora osservando:
— Misericordia! Quante lagrime! ti deve angosciare davvero questo maledetto bruscolo?
Affermano tutti quelli che lo ponno sapere, come in paradiso ci abbiano non un angiolo (diavolo! un solo non potrebbe bastare), bensì parecchi angioli scribi a cui fu commesso la cura di registrare sur un libro i peccati che gli uomini vanno commettendo in giornata, da una parte; e dall'altra, come di ragione, i meriti loro; il che si chiama tenere i conti a partita doppia, per compilarne il bilancio al termine di ogni vita, e saldare poi in tanta moneta di paradiso, cosa che accade di raro, ovvero in tante tratte su lo inferno, e questo è caso ordinarissimo; dicono ancora che ogni peccato ha il suo prezzo fisso, e però eziandio le menzogne, le quali si scontano in ragione di sette anni di Purgatorio per ognuna. Io, che per odio di stare a tu per tu, credo tutto quello che si degnano darmi ad intendere, protesto che questa poi non la posso ingollare: tra menzogna e menzogna una differenza ha da correre, e sostengo che la bugia di Betta invece di passarsegliela a debito, l'angiolo scrivano deve avergliela registrata a credito, defalcandone sette anni di purgatorio per qualche altra bugia meno innocente; quanto a me? tengo qualunque scommessa, e vedremo a suo tempo se io ho colto nel segno.
— Grazie, signore Orazio, grazie, disse Betta, asciugandosi gli occhi, col grembiule; adesso che il bruscolo è uscito dal mio occhio, miriamo un po' se ci ha verso di cavargli quella tribolazione di Marcello dal cuore.
— Sì, proviamo Betta, proviamo; ormai corre il quarto mese ch'io non ho lettere di Marcello, nè so che cosa ne sia accaduto...
— Ed è questo motivo perchè la si addolori poi tanto? Non voleva ella mandarlo in Australia? Io giudico, che dopo avere finito i quattrini si è imbarcato per costà...
— Dio lo guardi! Dio ci liberi tutti! Senza quattrini in terre d'Inglesi? Ma tu non sai, o Betta, che forse in tutto il mondo non ci ha che Londra dove l'uomo senza quattrini muoia proprio di fame: non mica che la carità manchi a Londra: al contrario ella ci è bene e meglio; ma il fumo del carbon fossile l'accieca, o se ci vede, affaccendata per andare alla borsa, non può trattenersi a soccorrere chi muore di fame sopra la pubblica strada. Gl'Inglesi hanno per costume di dire, e lo scrivono eziandio nei fondachi loro: _il tempo è moneta_; sarebbe più corto e più sincero ad un punto, se affermassero a dirittura tutto è _moneta_; così di sopra come di sotto, e tanto dentro quanto fuori. Se questo accade a Londra, pensa se a Melbourne dove non vanno di certo i galantuomini in villeggiatura — perchè, Betta mia, l'uomo fuori di casa sta spontaneo come i nostri primi padri stavano costretti fuori del paradiso terrestre... per via del peccato...
Qui Orazio si rizzò da capo, e prese come la prima volta a passeggiare, però con ragione diversa; chè per la prima volta dall'èmpito scese alla quiete, mentre adesso di mano in mano accendevasi:
— O Betta? Che hai tu fatto? Io vedo... io vedo quel povero ragazzo salito per disperazione sopra una barcaccia sdruscita; lo vedo perduto in mezzo ad un mare di cui i cavalloni s'incalzano mostruosi, come le alpi che abbiamo davanti; — lo vedo in cima di un maroso bianco, e arruffato pari al capo di Caronte, il vecchio demonio, stendermi la mano e dirmi: «Buona notte, signore zio!» e poi sparisce... o Dio! per non comparire più a galla...
— Lei dice santamente, sa, signore Orazio, la grulla sono io. Marcello non può essere andato senza quattrini in Australia... questa è chiara come il sole: sa ella dove sarà andato di certo?
— Dove, Betta? Dove credi sia andato Marcello?
— In Crimea, alla guerra...
— Peggio, Betta, peggio. Avrebbe Marcello potuto avere così poco cuore e punto giudizio da mettersi a simili sbaragli senza farmene motto? Gli basterebbe l'animo di lasciarsi ammazzare per assassinare il suo zio? Che gli ho fatto io perchè egli voglia morire prima di me? Il figlio unico non può nè deve andare alla guerra. Napoleone, vedi, che mise in pratica moderna la favola antica di Saturno, che divorava i proprii figliuoli, Napoleone stesso consentì che i figli unici rimanessero a casa: anco a lui parve che pel figliuolo unico corressero maggiori obblighi per istare, che per andare, non fosse altro per ammannirli altri figliuoli come legna da ardere nella fornace della sua ambizione. E poi si trattasse di guerra patria, li dia la peste! non lo vorrei trattenere, no, quanto è vero Dio che ci deve giudicare; senonchè mi farei allestire la cassa, e ma' mai ci arrivasse la notizia: Marcello è morto; io ti direi: «Betta, buttiamovici dentro, e finiamo questa burla sguaiata che si chiama vita!»
— Oh! che cosa mi dice, signor Orazio? Ed io aveva sentito leggere su la _Opinione_, che cotesta guerra ce l'eravamo recata sopra le spalle per amore di patria, ed io ci aveva creduto.